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Esiste una “questione razziale” in Europa?

Il 26 aprile alle 18 presso l’aula magna della John Cabot University di Roma verrà presentato il libro “Racial cities. Governance and the segregation of Romani people in urban Europe” di Giovanni Picker, ricercatore e docente di sociologia presso la Birmingham University (è consigliato l’accredito scrivendo a rsvpevents@johncabot.edu).
Giovanni ha collaborato nell’ultimo mese e mezzo con Associazione 21 luglio, svolgendo un tirocinio di ricerca presso la nostra organizzazione.

Qual è il tema principale della tua ricerca?

L’oggetto della ricerca sono le dinamiche di segregazione dei rom in quattro paesi europei (Italia, Romania, Francia e Gran Bretagna). La ricerca si è sviluppata a partire dallo studio delle ideologie dietro alla segregazione dei “nativi” nelle città coloniali, in particolare Rabat sotto il dominio francese, Delhi colonizzata dagli inglesi, e Addis Abeba sotto gli italiani. Il libro traccia le corrispondenze principali tra questi contesti coloniali e le dinamiche di segregazione dei rom in Europa nel XXI secolo, e dimostra che il fil rouge principale tra i due periodi è l’ideologia della razza nelle sue varie espressioni in diversi contesti urbani.

Quali sono le dinamiche analizzate che risultano essere comuni?

Con lo sviluppo urbano e il cambiamento dei piani regolatori delle città coloniali, i “nativi”, considerate comunità “inferiori” dai colonizzatori, venivano posti ai margini della città, il più lontano possibile dal centro e dai monumenti simbolo del nuovo potere e della governance. Questo è avvenuto ovviamente con varie modalità a seconda dei paesi e delle ideologie di colonizzazione. Un esempio di corrispondenza tra contesti coloniali e situazione attuale dell’abitare rom è tra il modello coloniale francese e le leggi regionali italiane che hanno istituito i cosiddetti “campi nomadi”, cioè la segregazione e l’isolamento in virtù di una presunta cultura da difendere e preservare (“cultura araba” in Marocco, “cultura nomade” in Italia).

Alla luce delle tue ricerche pensi sia possibile parlare di razzismo in Europa?

Sì, non solo possibile ma doveroso. Vogliamo raccontarci che le ideologie della razza che hanno raggiunto l’apice sotto il Fascismo e il Nazismo siano di colpo svanite, ma non è così. La situazione e le dinamiche di segregazione urbana dei rom dimostrano che non è così. Molte famiglie rom vivono da decenni in condizioni urbane di estrema fragilità, isolamento, precarietà socio-economica e igienico-sanitaria, senza che questo sia mai stato considerato, nei fatti, una priorità per la politica. Questo accade nei quattro paesi europei che ho analizzato. Tale condizione è sostanzialmente accettata soprattutto perché – è la tesi del libro – dopo la Seconda Guerra Mondiale il razzismo è stato troppo timidamente affrontato a livello educativo, giuridico e politico e di movimenti sociali.

Perché hai scelto la 21 luglio per svolgere il tuo tirocinio?

Ho scelto questa associazione perché nel panorama romano è quella più informata e radicata nel territorio oltre che la più attiva nell’ambito delle tematiche che mi interessavano, cioè la questione della precarietà sociale e abitativa in generale (senza un’attenzione specifica alle famiglie rom).