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Rom stranieri in Italia: una storia di migrazione e di mancata cittadinanza

Il 18 dicembre si celebra la Giornata Internazionale del Migrante, istituita nel 2000 dalle Nazioni Unite. La data fu scelta per richiamare la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle Loro Famiglie, adottata il 18 dicembre del 1990 dall’Assemblea delle Nazioni Unite.
Per ricordare questa giornata abbiamo chiesto ad Antonio Ciniero ricercatore presso International Centre of Interdisciplinary Studies on Migrations (I.C.I.S.MI.) di ripercorre la storia migratoria dei rom in Italia.

Dei circa 180 mila rom e sinti stimati in Italia, quasi la metà non ha la cittadinanza italiana. Si tratta quindi di migranti, oppure di figli e nipoti di migranti. Per quanto riguarda la storia recente, è in particolare dalla fine degli anni ’70 del Novecento che i rom iniziano a giungere in Italia, sulla scia dei più generali flussi migratori che, a partire da quel periodo, interessano con maggiore sistematicità il paese. Partono per le motivazioni classiche che spingono tutti i soggetti alla migrazione: la possibilità di trovare un lavoro, il semplice desiderio di conoscere un nuovo posto, la volontà di creare una vita migliore per sé o per i propri figli, di costruirsi una casa.

Come nel caso di altre fasi migratorie, vecchie e nuove, anche tra i rom non manca chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case a causa della guerra, o per problematiche politiche e sociali innescate da conflitti interni al paese di provenienza. È il caso della gran parte dei rom stranieri arrivati in Italia dalla ex-Jugoslavia fino gli anni ’90 del secolo scorso. Si tratta di un flusso migratorio che si intensifica negli anni delle guerre che insanguinano il paese dopo la morte di Tito e soprattutto tra il ’96 e il ’99, con la guerra in Kosovo. Profughi, proprio come buona parte dei migranti che oggi cercano di raggiungere le coste europee, alcuni dei quali sono riusciti, oggi come ieri, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato politico.

È in questo contesto che l’etichetta e lo stereotipo di nomadi, che da tempo immemore erroneamente accompagna i cittadini rom provenienti da altri paesi nel sentire comune, ma soprattutto nel discorso pubblico egemone fatto da organizzazioni del privato sociale e delle istituzioni italiane, ha agito, rendendo quasi scontata l’idea dei campi – di fatto baraccopoli istituzionali – come unici luoghi idonei all’“accoglienza” di questo tipo di migrazione. Tra la fine degli anni ’80 e tutta la decade degli anni ’90, il numero dei campi attrezzati aumenta notevolmente in tutta Italia: da allora, roulotte, container, baracche e prefabbricati, sistemati all’interno di aree periferiche delle nostre città, sono divenuti, non solo per quei profughi, ma per tanti loro figli e nipoti le anguste case in cui crescere, la negazione del sogno di un futuro migliore.

“Non sapevo cosa volesse dire vivere in roulotte prima di venire in Italia”, racconta S., rom kosovara, rifugiata politica, che dal 1998 vive nel campo-sosta Panareo di Lecce. Come lei, tanti, prima di arrivare in Italia, non avevano mai vissuto in un campo.

Eppure, sebbene per il discorso pubblico dominante parlare di rom equivalga a parlare esclusivamente di campi, a vivere nei campi è solo 1 rom su 5 e la maggioranza dei rom presenti in Italia, inclusi i rom stranieri, vive in normali abitazioni. Si tratta di cittadini montenegrini, kosovari, serbi, rumeni, bulgari, arrivati in Italia alla ricerca di lavoro: tra loro, non pochi nascondono il fatto di essere rom, o evitano di parlare di questo aspetto.

“In Italia, per colpa della televisione, è già difficile essere rumena, figurati se dico di essere rom! Secondo te, chi mi prenderebbe a lavorare?”. Questo è quello che racconta M., una cittadina della Romania che nel 2007 ha deciso, insieme a suo marito, di partire per l’Italia per trovare lavoro. Da allora M. vive in una casa in provincia di Lecce e lavora nell’ambito dell’assistenza di persone anziane.

Anche tra i rom che hanno intrapreso l’esperienza migratoria per motivi economici, tuttavia, c’è chi è costretto a vivere per strada, in campi spontanei, all’interno di baraccopoli istituzionali o informali. Anche questa condizione non è una scelta dovuta a presunte attitudini culturali, ma, nella quasi totalità dei casi, è una conseguenza, drammatica, dei processi di impoverimento, di precarizzazione e di esclusione che colpiscono fasce sempre crescenti di cittadini, italiani e stranieri. Un’esclusione che non si limita ad incidere negativamente sulle condotte di vita di chi la subisce, che può arrivare, nei casi più drammatici, a distruggere la stessa vita.
È di qualche giorno fa la notizia della tragica fine di Ivan, un giovane lavoratore morto nell’incendio del ghetto rurale nel quale viveva, il cosiddetto “ghetto bulgaro” di Borgo Mezzanone (Fg), uno dei tanti ghetti della zona, dove vivono migliaia di braccianti stranieri il cui lavoro, sottoposto a livelli di sfruttamento altissimo, permette di consumare sulle tavole di mezza Europa i prodotti agricoli made in Puglia e di far crescere il PIL in Italia. Nel “ghetto bulgaro”, prima dell’incendio in cui Ivan ha perso la vita, vivevano, nel più assoluto abbandono, senza nemmeno i servizi essenziali, intere famiglie rom, inclusi molti minori e bambini, impegnate in un ciclo di migrazioni circolari, in alcuni casi da oltre dieci anni, e presenti sul territorio italiano solo per alcuni mesi, quelli necessari a mettere da parte, con fatica, viste le paghe giornaliere (meno di 20 euro per oltre 12 ore di duro lavoro), i risparmi necessari per vivere il resto dell’anno in Bulgaria.

I campi, informali o istituzionali, sono oggi l’emblema di una cittadinanza e di un’accoglienza mancata. Un paradigma con il quale i decisori pubblici continuano ad approcciarsi non solo alle presenze rom , ma a sempre maggiori aspetti dei fenomeni migratori. Un dispositivo politico di controllo e subordinazione dei soggetti considerati indesiderabili che viene esteso ad un numero sempre più alto di persone. Campi sosta, baraccopoli istituzionali, ghetti, tendopoli temporanee, così come tutti gli altri campi nati ai confini e nel cuore dell’Europa, hotspot, CARA e altri luoghi para-istituzionali, pensati per un’accoglienza ambivalente che assume i connotati dell’esclusione, pur nelle loro differenze, sono accomunati dal fatto di costringere la vita dei soggetti che vivono o transitano al loro interno a una continua provvisorietà e subalternità, sospendendone e violandone i diritti fondamentali. Processi di segregazione e confinamento che si pensava consegnati alla storia e che invece riaffiorano con sempre maggiore frequenza, frutto di politiche ancora schiacciate nell’alveo della logica emergenziale.

Nonostante l’immigrazione in Italia sia un fenomeno stabile e strutturale, infatti, si ignora, o si fa finta di ignorare, che quando si parla di cittadini immigrati ci si riferisce a circa 5 milioni di persone – tra queste, ci sono i circa 90 mila rom – molte delle quali in Italia da oltre un trentennio, in moltissimi casi invece nate e cresciute qui, che il nostro sistema giuridico continua a considerare straniere. Una situazione che discrimina e depriva di diritti un gran numero di cittadini, e che la condizione vissuta da molti rom, soprattutto da quelli che vivono in emergenza abitativa (circa 35 mila persone), rende drammaticamente visibile e inaccettabile per un paese che voglia definirsi democratico e rispettoso dei diritti di ogni essere umano.

di Antonio Ciniero