Archivio per mese: Agosto, 2016

Sulla condizione di rom e sinti, il Consiglio d'Europa richiede all'Italia l'adozione di misure urgenti

C’è ancora tanto da fare in Italia per la promozione dei diritti dei rom e sinti residenti nel nostro paese. Il Comitato Consultivo della Convenzione Quadro sulla Protezione delle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa ha diffuso la sua quarta Opinione sull’Italia, esito del quarto ciclo di monitoraggio condotto nel corso del 2015. Per arrivare a tracciare la descrizione complessiva anche Associazione 21 luglio ha apportato il suo contributo, inviando un rapporto ombra e facilitando la visita di una delegazione nelle baraccopoli istituzionali riservate ai rom che vivono nella Capitale.
Lo scenario che emerge dal rapporto dell’organo del Consiglio d’Europa non è incoraggiante. Si rileva come, dopo tanti anni, si continui a utilizzare impropriamente la parola “nomade” per giustificare la politica dei campi, una soluzione abitativa giudicata del tutto inappropriata e che suscita la preoccupazione del Comitato. L’Opinione sottolinea più volte come le condizioni di vita all’interno delle baraccopoli, sia istituzionali sia informali, siano largamente al di sotto degli standard e rileva lo scarsissimo accesso dei minori rom al diritto all’istruzione. Nel rapporto si legge infatti che almeno 20 mila minori rom al di sotto dei 12 anni non hanno fruito di alcuna forma di scolarizzazione e individua in questa situazione una della principali cause della persistente povertà e della marginalizzazione della minoranza rom.
Mentre il Comitato riconosce un apprezzabile progresso nella legislazione che tutela i diritti delle altre minoranze residenti in Italia, constata invece una presenza pervasiva di antiziganismo anche da parte di personaggi e partiti politici che fanno dei discorsi d’odio contro la minoranza rom uno dei propri principali cavalli di battaglia.
Infine, l’organo del Consiglio d’Europa sottolinea l’assenza in Italia – uno dei pochi paesi europei ad esserne ancora sprovvisto – di un organo di monitoraggio e difesa dei diritti umani che sia totalmente indipendente (c.d. Istituzione nazionale indipendente sui diritti umani). Anche relativamente all’UNAR, ribadisce come un ente di questo tipo non possa operare in maniera indipendente finché rimarrà vincolato alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Foto di: Il Fatto Quotidiano

2 agosto 1944: la strage nazista di rom e sinti a Birkenau

Nella notte tra il 1 e il 2 agosto del 1944, gli ultimi 3.000 rom e sinti deportati nel campo di sterminio nazista di Birkenau vengono uccisi nelle camere a gas. Per commemorare questa tragica pagina di storia, Luca Bravi – docente presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Firenze e autore di numerose pubblicazioni sul porrajmos – ha scritto l’articolo che segue per Associazione 21 luglio.
Piero Terracina ricorda perfettamente la notte in cui rom e sinti scomparvero da Birkenau: “Io non avevo ancora 16 anni ed arrivai a Birkenau; quello era un Vernichtunglager (campo di sterminio) dove non è che si poteva morire, si doveva morire. Erano tutti settori separati che si distinguevano per una lettera che era stata loro associata e dall’altro lato del nostro filo spinato c’era il settore che era conosciuto come lo Zigeunerlager ovvero il campo degli zingari[…]. In quel campo c’erano tantissimi bambini, molti di quei bambini certamente erano nati in quel recinto […]. La notte del 2 agosto 1944, ero rinchiuso ed era notte e la notte nel lager c’era il coprifuoco, però ho sentito tutto. In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari, da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo Zigeunerlager che era completamente vuoto, c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano”.
Nella notte tra il 1 e il 2 agosto furono uccisi gli ultimi tremila rom e sinti dello Zigeunerlager di Birkenau poi, sul genocidio dei rom e dei sinti calò il silenzio. C’è una data fondamentale che ha permesso di tornare a raccontare: il 13 gennaio 1949, Tadeusz Joachimowski (matricola 3720), sopravvissuto polacco ad Auschwitz, ha indicato con sicurezza il luogo in cui, nell’estate del 1944, insieme ai compagni di prigionia Irenuesz Pietrzyk (matricola 1761) ed Eryk Porebski (matricola 5805), aveva sotterrato un secchio di latta con dentro il libromastro dello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Birkenau, prima che quell’area del campo di sterminio fosse totalmente liquidata. Senza quest’azione coraggiosa, dei 23 mila rom e sinti deportati a Birkenau sotto la categoria zingari sarebbe rimasta soltanto la cenere e l’impossibilità di provarne la prigionia, oggi invece il libromastro è stato pubblicato ed è costituito da due volumi (uomini e donne) e riporta le matricole di quei prigionieri che sono tornati ad avere un nome ed una storia personale.
La vicenda dei nomi dello Zigeunerlager di Birkenau dimostra inoltre che la costruzione della memoria europea non è un fatto relegabile ad un’unica categoria di internati: le memorie si incrociano e si costruiscono a vicenda come fossero tessere di un mosaico da ricostruire interamente. Il genocidio dei rom e sinti di Auschwitz è oggi una pagina di storia che possiamo raccontare a partire dall’azione concreta di Tadeusz Joachimowski, deportato politico, ma anche grazie a Piero Terracina, deportato ebreo di cittadinanza italiana, insieme alle testimonianze dirette di sinti e rom tra le quali quelle di Otto Rosenberg, Ceija Stojka ed Hugo Hollenreiner.
Il racconto è quindi iniziato, ma in Italia, il riconoscimento istituzionale del genocidio dei rom, attende da tempo nell’anticamera della memoria ed è un’attesa lunga anni.
Così di quel genocidio si parla, anche al Quirinale in questi ultimi anni, concedendo argomentazioni generiche e letture che commuovono, purché il tutto abbia il meno possibile a che fare con la ricostruzione storica dell’evento e metta insieme un’inerme celebrazione liturgica. Su tutto questo è necessario riflettere, a più di settant’anni dal 2 agosto del 1944.
È importante rifletterci in Italia ed in Europa proprio perché potrebbe accadere che sotto la pressione dell’attivismo civile europeo si arrivasse al riconoscimento del 2 agosto come giorno da dedicare alle vittime del solo genocidio rom, anche nella nostra nazione. Il risultato sarebbe salutato da molti come una vittoria, ma in realtà, ancora una volta, non avremmo fatto uscire quel racconto dall’anticamera della memoria.
Saremmo in una condizione che accentuerebbe ancor di più la separatezza, come se ogni categoria potesse al massimo ambire ad ottenere un giorno riconosciuto istituzionalmente durante il quale piangere le proprie vittime, in un immobile mausoleo di morti che insegnerebbero ai vivi soltanto la retorica della celebrazione dei propri caduti. Non credo sia questo l’obiettivo da raggiungere.
In presenza di ricostruzione storica documentata, di testimonianze dirette ed indirette degli internati, di fronte al memoriale di Berlino che ricorda le vittime del genocidio di sinti e rom a fianco di quelle della Shoah, spinti dall’idea che si debba studiare il processo che ha condotto ad Auschwitz (sotto qualsiasi categoria adoperata dal nazifascismo) piuttosto che fermarsi alla logica della commemorazione ciascuno delle proprie vittime, credo che il tempo dell’attesa nell’anticamera sia da dichiararsi concluso. Sono almeno due le proposte di legge che sono state presentate in Senato per includere il genocidio dei rom e dei sinti nel testo della legge che ha istituito il Giorno della Memoria. Questo 2 agosto sia il giorno in cui si torna a porre l’attenzione su questa pagina di storia, perché il 27 gennaio possa ricomporre quel mosaico di storie che solo insieme possono avere la forza di costruire politiche di pace per il futuro.
Luca Bravi
Foto di L’altracittà

Chiude l'ex Cartiera di Roma, dal 2009 centro di accoglienza per soli rom

Alle ore 10 di oggi si sono chiusi i cancelli dell’ex Cartiera, il Centro di via Salaria 971 che dal novembre 2009 è stato destinato all’accoglienza di soli rom. Il 24 settembre 2010, Associazione 21 luglio era stata la prima ad entrare all’interno della struttura per verificare e denunciare la precarietà delle condizioni di vita al suo interno. Le immagini catturate nel Centro destarono preoccupazione e indignazione e per mantenere alta l’attenzione sulla questione, a maggio del 2011 l’organizzazione presentò “La Casa di Carta”, un report dettagliato sulla struttura dove si denunciavano le pessime condizioni igienico-sanitarie, spazi asfittici e privi di finestre, la carenza di bagni.
Nell’ambito della campagna “Stop all’apartheid dei rom”, il 21 ottobre del 2013 Associazione 21 luglio organizzò una visita istituzionale con i senatori Francesco Palermo e Daniela Donno, durante la quale vennero ancora una volta ribadite le condizioni di vita del tutto inadeguate all’interno della struttura. La mobilitazione non si fermò e il 22 maggio del 2015, pochi giorni dopo la presentazione del rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.” che denunciava il business dei centri di raccolta per soli rom a Roma, Associazione 21 luglio organizzò una nuova visita istituzionale con un membro della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani al Senato. Ancora una volta finirono nel mirino le condizioni inumane all’interno del Centro a fronte di costi di gestione annuali superiori ai 2 milioni di euro.
A marzo del 2016 la storia dell’ex Cartiera sembra doversi interrompere bruscamente dopo l’annuncio di uno sgombero imminente che avrebbe lasciato in strada 348 persone – di cui 180 minori – senza un adeguato preavviso né la concessione di un’alternativa abitativa adeguata. Di fronte al pericolo di una tale violazione, Associazione 21 luglio insieme ad altre organizzazioni si è appellata alla Corte Europea di Strasburgo, che attraverso l’adozione di una misura di urgenza, ha ordinato al Governo Italiano di non procedere con lo sgombero forzato del nucleo familiare che aveva presentato ricorso.
In seguito a questi fatti – da maggio ad oggi – l’Amministrazione Comunale ha avviato un dialogo con le famiglie residenti nella struttura e si è assistito ad un graduale trasferimento degli ospiti in strutture giudicate dagli stessi idonee.
Tale dialogo con le famiglie non è stato però portato a compimento ed oggi al momento della chiusura dei cancelli, 38 persone tra cui 10 minori sono dovute uscire dalla struttura in assenza di un’alternativa idonea. L’unica soluzione proposta dai rappresentanti del Comune di Roma comporterebbe infatti la separazione del nucleo famigliare con l’accoglienza all’interno di un dormitorio pubblico.
Associazione 21 luglio da una parte esprime soddisfazione perché il lungo lavoro di pressione per la chiusura della struttura è stato portato oggi a compimento attraverso la chiusura della stessa, dall’altra denuncia una consultazione con le persone residenti non sempre adeguata e che non ha tenuto conto delle fragilità di cui ogni singolo nucleo è portatore. Per tale ragione viene raccomandata alle autorità locali una ripresa delle consultazioni con i nuclei esclusi dalla ricollocazione al fine, soprattutto nei casi di maggiori fragilità, di individuare a breve una collocazione idonea.
«Chiudere una struttura di accoglienza per ricollocare le persone accolte in baraccopoli istituzionali o in altre strutture emergenziali- secondo Carlo Stasolla presidente di Associazione 21 luglio – non può certo rappresentare la prassi per il superamento delle strutture riservate ai rom, perché non coerente con quanto previsto dalla Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom. Ci si augura pertanto che, in forza di tale esperienza possano presto avviarsi progetti di chiusura per le sette baraccopoli istituzionali per soli rom ancora presenti nella Capitale, così come il centro di raccolta di via Amarilli, attraverso processi di ascolto e condivisione e percorsi inclusivi sostenibili, rispettosi dei diritti umani e dell’infanzia».

Per maggiori informazioni:

Elena Risi
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611
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