Archivio per mese: Settembre, 2016

La Giunta Raggi e i rom: 12 milioni per un nuovo "sistema campi"


CONFERENZA STAMPA

LA GIUNTA RAGGI E I ROM: 12 MILIONI DI EURO PER UN NUOVO “SISTEMA CAMPI”?

Mercoledì 5 ottobre ore 12,30

Sala Convegni Cesv

Via Liberiana, 17, Roma

A conclusione dei primi 100 giorni della Giunta Raggi, Associazione 21 luglio lancia l’allarme: «Dopo che nel 2015 erano state azzerate le risorse per la gestione dei campi rom, con la nuova Amministrazione si sta riattivando un flusso economico di 12 milioni di euro: bandi milionari, assenza di un piano strategico e amnesie istituzionali. Si sta riformando l’humus nel quale è cresciuto il “sistema campi” di Mafia Capitale».
Dall’Ordinanza del Tribunale Civile di Roma riferita alla baraccopoli istituzionale de La Barbuta cui non è stato dato seguito, alla ripresa di bandi milionari per la gestione dei “campi”, fino al coinvolgimento dei sedicenti “rappresentanti rom”. In conferenza stampa verranno presentate le azioni sino ad ora avviate dalla nuova Amministrazione che vanno contro gli impegni assunti dalla sindaca in campagna elettorale e che rischiano di riaffermare un nuovo “sistema campi” nella Capitale.
Per maggiori informazioni:
Elena Risi
Ufficio Stampa e Comunicazione
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
stampa@21luglio.org

Primo giorno di scuola: lettera aperta alla ministra Giannini

Prendendo spunto dalle parole di Don Milani in “Lettera ad una professoressa” e da voci e testimonianze dei minori ascoltati per la redazione dei nostri rapporti sulla scolarizzazione, Carlo Stasolla – presidente di Associazione 21 luglio Onlus – scrive una lettera aperta alla ministra dell’Istruzione Stefania Giannini nel giorno di inizio del nuovo anno scolastico.
Cara Ministra,
lei di me non sa neanche il nome, non sa dove abito, non ha idea di come trascorro le giornate. Io invece, oggi, accompagnando mio fratello al suo primo giorno di scuola ho subito pensato a lei, alle maestre, a questo imponente edificio che voi chiamate “scuola”, che oggi rivedo dopo tanti anni e che continua a intimidirmi. La timidezza dei figli delle baraccopoli è l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri. Timidezza e rabbia che crescono ogni giorno nel nostro cuore, come sorelle di una stessa madre.
Ho ripensato al mio primo giorno di scuola. L’ho frequentata fino alla prima media vivendo in una baracca che oggi è diventata un container. Nessuno di voi mi ha chiesto perché avessi lasciato la scuola; pensavate di conoscere già la risposta.
Che i bambini delle baraccopoli non siano fatti per la scuola, infatti, lo pensano in molti. Lei lo certifica nelle “Linee guida” agli insegnanti quando scrive di noi che appaiamo “poco inclini a prestare attenzione al discorso rivolto dall’insegnante all’intera classe e ciò richiede di impostare percorsi di apprendimento specifici e personalizzati”. Non abbiamo nulla da replicarvi perché il coltello dalla parte del manico ce l’avete voi.
Ce l’avete quando, numeri alla mano, ci accusate di evadere la scuola dell’obbligo. Ma la scuola incoraggia i bravi e abbandona chi non ce la fa. Quando ho smesso di frequentare la prima media nessuno è venuto a bussare la porta della mia baracca. Pensate di comprendere i problemi della scuola ma non avete la pazienza di mettere gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi.
A Roma sono quasi 3.000 i figli delle baraccopoli che dovrebbero andare a scuola ma di essi il Comune ne intercetta solo il 40%. Che fine fa il rimanente 60%? Tra quelli avviati alla scuola il 30% rinuncia subito mentre il resto si fa coraggio ed inizia frequentare. La metà di essi frequenterà comunque una classe non conforme all’età anagrafica. A giugno scopriamo che solo 1 bambino frequentante su 10 è riuscito a farlo regolarmente. E’ la “strage” dei figli delle baraccopoli. Ma voi di loro non sapete neanche che esistono.
La vostra scuola dell’obbligo, a Roma, perde 2.880 figli delle baraccopoli ogni anno, bambini che al massimo potranno aspirare a diventare garzoni o manovali. Per cercare le cause a voi basta chiamarli “bambini rom”. La parola “rom” giustifica e risolve tutto. E’ un’etichetta che ci mettete sulla fronte dal primo giorno di scuola. Da quel momento ogni nostra mancanza sarà spiegata in nome di una “cultura” e noi diventiamo un numero che finisce nelle linee guida ministeriali, nei progetti di inclusione scolastica dei Comuni, nei programmi differenziati promossi da vari enti pubblici e privati, nelle strategie pedagogiche programmate su base etnica dagli esperti di settore.
Con quell’etichetta sulla fronte, dal primo giorno di scuola, per la maestra siamo diventati bambini “a parte”.
Ricordo quando alle elementari passavo tra i banchi e i miei compagni si spostavano per evitarmi turandosi il naso. I germi non li ho studiati a scienze. Li ho riconosciuti nel timore che i miei compagni provavano quando mi sfioravano. In prima media le maestre pensavano che a me non importasse nulla e quando mi invitavano a leggere io abbassavo gli occhi. Nessuno me l’aveva insegnato, visto che gli anni precedenti li avevo passati all’ultimo banco a disegnare. A scuola ho capito per la prima volta di non essere uguale, di essere uno “zingaro”.
Dal primo giorno di scuola inizi a sentire puzza di razzismo. E ti accorgi che è la stessa che i nostri genitori non sentono più perché c’hanno fatto l’abitudine.
“I vostri genitori non vengono ai colloqui”, ci rimproverate. Ma per farlo bisogna saper maneggiare l’italiano, avere un vestito adatto e il coraggio di subire la paura e la sorpresa che illumina la faccia degli altri genitori rivelando in classe la presenza di un alunno rom.
Oggi mio fratello inizierà il primo giorno di scuola. Da oggi maturerà la consapevolezza di essere diverso dagli altri e da oggi la rabbia comincerà a crescere insieme alla timidezza. Le due sorelle…
Ma se tutti i bambini nascono uguali e se in seguito non lo sono più, è colpa anche della scuola. La Costituzione, quando parla di mio fratello, che oggi inizia la scuola, dice che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ma la scuola di oggi, quella che voi chiamate “buona”, ha più a cuore i programmi scolastici che la Costituzione.
Foto di La Repubblica

L'alfabetizzazione come diritto fondamentale per tutti

Tra i presenti vide un giovane, ben vestito, riservato, arrivato da casa in orario, un ragazzo come tanti. “Sai leggere?“, gli chiese. Il giovane lo guardò imbarazzato e rispose timidamente, “certo!”. Aveva ottimo nelle materie umanistiche alle scuole superiori, appassionato lettore di libri di storia e desideroso di iscriversi all’Università, il giovane rimase quasi scandalizzato e arrabbiato per tale domanda. Nonostante il diploma di scuola superiore conseguito a pieni voti, l’etichetta rimane. Con grande stupore dell’interlocutore il ragazzo legge il passo indicatogli in pubblico, e lo fa con estrema disinvoltura, ovviamente (2016).
Altro caso: bambino ritenuto problematico e muto per mesi dalla docente e dai compagni di classe (scuola primaria), solo al momento dell’applicazione del Cooperative Learning, si sblocca e inizia ad esprimersi, con grande meraviglia dell’insegnante e degli stessi compagni. “Ma lui parla!”, è la risposta di tutti (a.s.2003-2004, e casi simili in a.s. 2009-2010 e succ.).
Segni particolari? Sono entrambi ragazzi rom in episodi realmente accaduti ai nostri giorni: il primo vive in equa dislocazione abitativa; il secondo in un ghetto, entrambi a Reggio Calabria.
L’alfabetizzazione dei minori rom è iniziata con le scuole speciali Lacio drom negli anni Sessanta. Sebbene esse abbiano coinvolto i bambini rom fino ad allora dimenticati, in realtà li separavano, perché non ritenuti capaci di apprendere come gli altri, in altri termini venivano ritenuti “inferiori”. L’habitat non aiutava l’integrazione: l’adolescenza veniva vissuta in mondi paralleli rispetto agli altri coetanei, confinati al campo in cui erano “costretti” a vivere, senza possibilità di confronto, condividendo tra loro pane e indigenza, in ambienti spesso squallidi, che lasciavano poco spazio alla speranza in un futuro migliore. I risultati ottenuti lo confermarono. Nel territorio della provincia reggina, nei quasi vent’anni di durata delle scuole speciali (1965-1982) quasi nessuno dei minori rom iscritti conseguì un titolo di studio, rimanendo in condizioni di analfabetismo. Nel 1982, la chiusura delle scuole speciali e l’inserimento dei minori rom nelle scuole ordinarie, favorì il superamento dell’isolamento dei bambini che iniziarono a socializzare con altri minori sebbene la scuola mantenesse il pregiudizio. Nonostante le condizioni, ne conseguiva un modesto miglioramento nel processo di scolarizzazione. Infatti, nella prima metà degli anni Novanta si registravano i primi casi di minori rom che conseguivano un titolo di studio con un livello di istruzione leggermente superiore.
Oggi, dopo trentaquattro anni dall’inserimento degli alunni rom nella scuola ordinaria, nonostante i miglioramenti rispetto al passato, dai dati in nostro possesso, si comprende che l’istituzione scolastica continua ad offrire agli alunni rom un livello di istruzione-educazione insufficiente rispetto agli standard nazionali ed europei. La scolarizzazione degli alunni rom è condizionata da un fenomeno complesso di dispersione scolastica (evasione dell’obbligo, frequenza scolastica irregolare, insuccesso scolastico in presenza, ecc…) che non permette l’accesso pieno al diritto allo studio. Questa situazione è dovuta sia ad una causa interna alla scuola, costituita dall’applicazione di strategie didattiche di tipo frontale e competitivo; sia ad una esterna ad essa, relativa alla condizione di emarginazione sociale delle famiglie rom e in genere delle famiglie più povere, oltre alle condizioni soggettive dell’alunno.
La nostra attività nel settore scolastico, dopo un’articolata fase di ricerca e di formazione, si è sviluppata proponendo e sperimentando nelle classi l’applicazione di metodologie didattiche attive fondate sul costruttivismo, con l’alunno al centro del processo di apprendimento. In particolare si è rivelato vincente il Cooperative Learning, basato su un apprendimento tra pari, il quale accosta all’obiettivo cognitivo lo sviluppo di competenze sociali. Riconosciuto da molti esperti come un efficace sistema-processo attivo di “fare scuola”, garantisce il successo nell’apprendimento, educa ai valori e contrasta efficacemente la dispersione scolastica.
Nelle attività realizzate l’applicazione del Cooperative Learning in diverse scuole ha coinvolto docenti e alunni; i risultati positivi conseguiti da tutti gli studenti del gruppo classe, rom e non, misurati scientificamente, hanno portato ad una riduzione della dispersione scolastica. Tuttavia, ad oggi, raramente le scuole adottano regolarmente questa modalità di apprendimento nella comunità-classe. Piuttosto ricorrono spesso, in misura crescente, alla pedagogia speciale con richiesta di insegnante di sostegno per gli alunni Rom (nel 2015 a Reggio Calabria circa il 18% degli alunni Rom risulta certificato alunno H).
In occasione della Giornata Internazionale per l’Alfabetizzazione auspichiamo che le scuole avviino un’azione di rete che favorisca nelle scuole uno stile di insegnamento-apprendimento di tipo cooperativo tra pari con tutti gli studenti, credendo fermamente nella risorse di ciascun alunno. Nella società multiculturale di oggi questo tipo di apprendimento favorisce l’inclusione di tutti gli studenti, valorizzando le “intelligenze multiple” (Gardner) e educando al rispetto reciproco. “La riforma scolastica, prima che essere guidata dall’alto, deve cominciare all’interno della classe, dall’insegnante e dal suo modo di condurre l’insegnamento apprendimento nella comunità classe. Migliorerà la scuola e l’educazione delle future generazioni” (Comoglio, 2001).
Cinzia Sgreccia
Ref.te Metodologie innovative
Associazione UnMondoDiMondi
 

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