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La cittadinanza italiana non è più un miraggio: il caso di Emina

I diritti per il riconoscimento delle seconde generazioni in Italia hanno fatto un piccolo passo avanti. Il Tribunale ordinario di Roma ha riconosciuto infatti la cittadinanza italiana di Emina, rom ventenne di origini bosniache nata e cresciuta a Torino, dopo che la sua richiesta era stata rifiutata nel 2012 dal comune di residenza.
Emina ha vissuto in un campo fino all’età di otto anni, poi è stata data in affidamento e il Tribunale per i Minorenni ha nominato tutore della ragazza il Comune di Roma. Compiuti i 18 anni, Emina ha presentato subito la sua richiesta per ottenere la cittadinanza italiana ma il Comune di Torino l’ha rigettata contestando l’ottenimento tardivo, nel 2009, del permesso di soggiorno. Il diniego è stato spiegato con l’assenza della cosiddetta “residenza legale” che richiede, oltre alla residenza effettiva, un possesso continuato del permesso di soggiorno. Il Comune di Torino non aveva però tenuto in conto una nuova disposizione introdotta nel 2013 (art.33, D.L. 69/2013) secondo cui il richiedente non può essere penalizzato a causa dell’inefficienza dei genitori o della Pubblica Amministrazione che hanno avuto il minore sotto la propria tutela, qualora al momento della richiesta sia in grado di presentare una serie di altri documenti che accertino la propria residenza costante sullo stesso territorio. Nel caso di Emina, come in tanti altri, né i genitori né poi la Pubblica Amministrazione cui era stata affidata la tutela avevano precedentemente provveduto alla sua registrazione all’anagrafe.
Emina si è rivolta ad uno sportello giuridico dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) dove ha conosciuto l’avvocato Alessandro Maiorca che ha preso in carico la sua causa e, sostenuto da un finanziamento dell’ERRC (European Roma Rights Centre), ha proposto di citare in giudizio il Ministero dell’Interno chiedendo uno spostamento dell’azione legale presso il Tribunale Ordinario di Roma. Qui, la ragazza ha potuto presentare tutta la documentazione che attestava la sua effettiva permanenza sul territorio italiano nel corso dei suoi vent’anni di vita: certificati di battesimo e cresima, certificati di iscrizione scolastica, iscrizione alla ASL e, addirittura, l’attestato di frequenza del gruppo Scout di zona dal 2005 al 2011.
Ed ecco l’elemento di novità che apre, forse, uno spiraglio per le seconde generazioni. Di fronte alla documentazione presentata, infatti, a gennaio 2016 il Tribunale di Roma ha emesso una sentenza che riconosceva la cittadinanza italiana di Amina, nonostante la ragazza avesse presentato domanda prima della circolare del 2013. La sentenza infatti statuisce che «Una lettura della norma costituzionalmente orientata impone di ritenerla applicabile, almeno in via interpretativa, anche a chi, al momento dell’entrata in vigore aveva già compiuto i 18 anni, ma aveva proposto domanda nei termini prescritti dalla legge».

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