15 novembre 2011 – Lettera alle autorità incaricate dell'attuazione del Piano Nomadi di Roma
Alle autorità incaricate dell’attuazione del Piano Nomadi di Roma
Alle associazioni incaricate della gestione dei servizi interni ai «villaggi attrezzati»
Alle comunità rom e sinte di Roma
Roma, 15 novembre 2011
Esattamente tra un mese, il 15 dicembre 2011, la ditta IRCOP s.p.a., esecutrice dei lavori, consegnerà al Commissario Delegato per l’emergenza nomadi nel territorio della Regione Lazio, il «villaggio attrezzato» in località La Barbuta, il primo costruito ex novo all’interno delle azioni previste dal Piano Nomadi del Comune di Roma.
Dalle informazioni raccolte e dai sopralluoghi effettuati è stato possibile riscontrare che il campo insisterà su una superficie complessiva di almeno 4 ettari con l’istallazione di circa 160 moduli abitativi di 24 e 32 mq, per un’accoglienza complessiva di circa 650 persone appartenenti alle comunità rom e sinte.
A partire dagli anni ’80 alla base dei provvedimenti decisi dalle autorità nazionali e locali c’è stata la convinzione che i rom siano “nomadi” e per questo nel 1985 la Regione Lazio ha adottato la legge n. 82 per la «protezione delle culture nomadi» attraverso la costruzione dei cosiddetti “campi nomadi”. L’anno dopo, con delibera n. 3 il Comune di Roma ha accolto le indicazioni della legge regionale e per la prima volta ha istituito nella città i «campi attrezzati per le comunità nomadi». Successivamente, nel 1999, la delibera n. 31 emanata dal Comune di Roma ha individuato, in riferimento alle comunità rom e sinte presenti sul territorio della capitale, due tipologie base per la loro accoglienza, il «campo sosta» e il «villaggio attrezzato».
Tali riferimenti normativi, fondati su un’ errata conoscenza della realtà socio-culturale rom, hanno di fatto sancito, e quindi resa vera e credibile, la percezione che tutti i rom e sinti siano nomadi e che quindi debbano vivere solo in campi isolati, lontani e avulsi dal tessuto sociale. Malgrado in più occasioni le famiglie rom abbiano espresso il desiderio di vivere nelle case e anche gli studi scientifici abbiamo dimostrato l’inconsistenza dell’assioma: rom-nomade-abitante del campo, gli amministratori locali, nell’alternarsi delle diverse giunte, hanno ritenuto opportuno continuare a promuovere politiche sociali dispendiose, escludenti e segregatorie. La convinzione popolare che il rom sia legato al mondo del nomadismo è stata esplicitata in una recente intervista televisiva dall’attuale vice-sindaco di Roma Capitale, Sveva Belviso, quando ha dichiarato: «I rom non vogliono andare in una casa anche se gliela offrissimo, perché il loro stile di vita è quello di vivere all’aperto, nei campi».
Nel settembre 1994, sotto la giunta Rutelli, si è inaugurato il primo «villaggio attrezzato» di Roma, quello di via Salviati, un campo definito “modello” perché progettato dai sociologi dell’Ufficio Immigrazione del Comune di Roma con la collaborazione dell’ Opera Nomadi. Nonostante i 2 miliardi di lire spesi, il campo verrà presto declassato da “attrezzato” a “tollerato”. Nel campo di via Salviati è oggi segnalata una condizione di forte degrado e l’insediamento, secondo i propositi degli amministratori locali attuali, sarà prossimo ad essere smantellato.
Undici anni dopo, sarà la giunta Veltroni a inaugurare il nuovo «villaggio attrezzato» di Castel Romano. Costo 5 milioni di euro per un campo posto in una zona caratterizzata da vincoli naturalistici. Il campo sarà definito “provvisorio” e verrà promessa agli abitanti una sistemazione definitiva che non arriverà mai. Oggi gli abitanti di quell’insediamento lamentano immiserimento, isolamento, abbandono da parte delle istituzioni, mancanza di un qualsiasi percorso di sostegno sociale.
Dal 1994 ad oggi sono stati numerosi i «villaggi attrezzati» costruiti per i rom: Salone, Candoni, Gordiani, Tor de’ Cenci, Salviati 2, Lombroso… Campi ogni volta inaugurati con enfasi e definiti come nuovi spazi di inclusione sociale, ma diventati con il tempo luoghi segnati dall’incuria e dal degrado. In alcuni casi le autorità locali hanno preferito affittare camping o strutture abitative (Cesarina, Camping River, Amarilli, via Salaria) con costi che ogni anno sono lievitati e senza la capacità di offrire alle persone residenti reali possibilità di uscita.
Numerose organizzazioni internazionali e autorevoli esponenti europei hanno criticato le politiche delle autorità italiane che riguardano le comunità rom e sinte. Politiche caratterizzate dalla mancanza di scelte inclusive e segnate dalla costruzione di nuovi insediamenti che sono diventati luoghi dove viene istituzionalizzata l’esclusione sociale e la discriminazione. Il Centro Europeo per i diritti dei rom nel 2000 ha presentato la ricerca Il paese dei campi e raccomandato alle autorità italiane di «Applicare delle misure per abolire la segregazione residenziale, senza limitarsi all’abolizione del sistema dei “campi nomadi”; applicare il più presto possibile delle misure per allineare i Rom al resto della società italiana per quanto riguarda il problema della casa, cessando le politiche d’esclusione promosse sia dalle istituzioni che da attori privati».
Amnesty International, nel marzo 2010 ha raccomandato alle autorità romane di «fornire delle soluzioni alternative di alloggio diverse dai campi, come l’accesso all’edilizia popolare». Nel criticare il Piano Nomadi di Roma Capitale l’organizzazione ha affermato che «il piano è chiamato “Piano Nomadi”. Ma la maggior parte dei rom che saranno toccati non è affatto nomade. Etichettandoli e trattandoli come nomadi, chi ha ideato il piano sta perpetuando gli stessi problemi che sostiene di affrontare».
Il 12 marzo 2010 Navi Pillay, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato: «Trasferire i rom dai campi abusivi a quelli cosiddetti ufficiali non è la soluzione più adeguata, perché così i rom restano isolati dal resto della popolazione e hanno scarsissime possibilità di trovare lavoro […]».
Malgrado le autorevoli critiche sollevate in ambito nazionale e internazionale, il Piano Nomadi del Comune di Roma, presentato il 31 luglio 2009 e definito dal sindaco Alemanno «una rivoluzione copernicana», ha previsto la costruzione di nuovi «villaggi attrezzati», decidendo così di reiterare politiche abitative già sperimentate, e sempre rivelatesi fallimentari. Il «villaggio attrezzato» di ogni passata giunta capitolina è stato lo spazio in cui collocare uno specifico gruppo etnico, da utilizzare come strumento di controllo e all’interno del quale accentrare i servizi. Istituzionalizzare tali aree ha significato rafforzare l’idea comune che essere rom coincida necessariamente con il vivere all’interno di un campo. E’ stato infatti ampiamente dimostrato come i campi pensati e realizzati dagli assessori, dagli architetti, dagli ingegneri, dai geometri e dagli assistenti sociali siano in realtà la concreta rappresentazione architettonica di come l’amministrazione comunale consideri le comunità rom e sinte presenti all’interno del territorio.
Nei prossimi giorni toccherà anche a questa giunta inaugurare un nuovo «villaggio attrezzato», quello in zona La Barbuta.
L’area sorge all’inizio della pista dell’aeroporto di Ciampino dove atterrano giornalmente 200 aerei e quindi incompatibile con quanto previsto dalle vigenti normative in materia dei coni di volo aeroportuali. E’ inoltre situata su uno spazio la cui parte sottostante funge da falda acquifera per la sorgente Appia; secondo la legge ogni insediamento o utilizzo umano espone al rischio di inquinamento della falda stessa. L’estensione dove dovrebbe sorgere il campo è infine individuata nel piano territoriale paesistico della Regione Lazio come zona di interesse archeologico e quindi soggetta a vincolo. Si tratta quindi di un luogo certificato come non adatto alla costruzione di un insediamento umano anche per le condizioni igieniche, l’aria insalubre e l’inquinamento acustico.
A pochi metri dal nuovo «villaggio attrezzato» è collocato un altro campo “provvisorio” realizzato dal Comune di Roma nel 1995. «La Barbuta va bene solo per le pecore», fu il primo commento dell’allora presidente della Commissione Infanzia della Camera. Il campo venne dotato di 3 cisterne e di circa 70 bagni chimici con costi di gestione assai cari. Solo per l’ombreggiatura l’amministrazione comunale spese circa 100 milioni di lire. Nel 2004 la seconda sezione del T.A.R. del Lazio annullò l’efficacia della ordinanza sindacale del comune di Roma che aveva istituito il campo provvisorio, decretando la non provvisorietà dello stesso, dichiarandolo – di fatto – illegittimo. Malgrado la sentenza, il campo continuò a essere abitato dagli stessi rom che prossimamente saranno trasferiti, loro malgrado, nel nuovo insediamento, dopo 15 anni di sperpero di denaro pubblico e di condizioni di vita critiche. Quando nel luglio del 2008, l’assessore ai servizi sociali, Sveva Belviso, visitò il campo nomadi “La Barbuta”, insieme alla delegazione dell’OSCE, dichiarò la propria incapacità a spiegarsi «come si sia potuto permettere a tali persone e per ben 13 anni di vivere in condizioni di totale disagio, privi delle civili condizioni igienico-sanitarie e ad alto rischio di infezioni e tossicità».
Nonostante tutto l’attuale amministrazione comunale, in accordo con il prefetto-commissario, ha deciso di collocare nella stessa area il primo «villaggio attrezzato» del Piano Nomadi del Comune di Roma.
Prima di realizzarlo sono stati compiuti i lavori per i rilievi archeologici dell’intera area: costo 1 milione di euro. Successivamente è stata realizzata una parziale bonifica per la quale sono stanziati dall’assessorato all’ambiente di Roma Capitale 530 mila euro.
Per la costruzione del campo e i lavori di primaria urbanizzazione è stata spesa una somma superiore a 6 milioni di euro. Per le spese accessorie è stimata dall’Associazione 21 luglio una spesa di ulteriori 2 milioni di euro.
Alla fine si potrà dire che il campo de La Barbuta, realizzato per l’accoglienza di 650 rom, sarà costato quasi 10 milioni di euro, 15 mila euro a persona, 45 mila euro per una famiglia di 3 persone, 75 mila euro per una famiglia di 5 persone, 105 mila euro per una famiglia di 7 persone.
Anche mantenere il nuovo «villaggio attrezzato» avrà un prezzo. L’amministrazione dovrà garantire il servizio di guardiania, la vigilanza privata, il servizio di smaltimento dei rifiuti, il presidio socio-educativo, il servizio di scolarizzazione, il pagamento delle utenze, l’erogazione di borse lavoro, la manutenzione ordinaria e straordinaria… Secondo una stima dell’Associazione 21 luglio il costo per la gestione e il mantenimento del campo si attesterebbe a circa 3 milioni di euro annui, 4600 euro a persona, 14 mila euro per una famiglia di 3 persone, 23 mila euro per una famiglia di 5 persone, 32 mila per una famiglia di 7 persone.
Tra un anno il Comune di Roma avrà probabilmente speso in totale per ogni ospite del nuovo «villaggio attrezzato» la somma di circa 20mila euro e, per una famiglia di 5 persone, circa 100mila euro. Il tutto con benefici minimi o nulli per le persone accolte nell’insediamento e senza che sia possibile riscontrare elementi di una reale e concreta inclusione sociale.
Nel rivolgersi ai destinatari della presente lettera, l’Associazione 21 luglio:
1. Alle autorità locali, esprime sdegno per tale sperpero di denaro pubblico, che sarebbe stato possibile utilizzare a favore di reali ed efficaci politiche abitative in favore della comunità rom e sinta e manifesta profonda preoccupazione per le condizioni di vita dei 650 rom che verranno sistemati all’interno del nuovo «villaggio attrezzato» in località La Barbuta. L’inquinamento acustico, l’insalubrità dell’aria, la lontananza dal tessuto urbano, la concentrazione di famiglie di diverse nazionalità costituiscono motivo di preoccupazione per l’infanzia che sarà collocata all’interno del nuovo insediamento.
Un insediamento che, probabilmente, come la storia ci ha insegnato, finirà per diventare, nel giro di pochi anni, l’ennesima area additata dalle organizzazioni nazionali e internazionali e dalle autorità europee come “luogo della vergogna”, dove l’uso disinvolto di denaro pubblico si sarà coniugato a una sistematica violazione dei diritti umani e dell’infanzia. Il nuovo «villaggio» de La Barbuta rappresenta oggi l’espressione più alta dell’ “urbanistica del disprezzo” presente nella città di Roma, spazio in cui si perpetua la marginalità sociale, un “non luogo” per eccellenza.
2. Invita le organizzazioni della società civile che da anni si occupano della gestione dei servizi interni ai «villaggi attrezzati» a considerare la reale e storica possibilità di non prendere parte all’organizzazione dei servizi previsti all’interno del nuovo «villaggio» de La Barbuta.
E’ infatti storicamente dimostrato come la discriminazione istituzionale, che in questo caso viene concretizzata con la costruzione di un nuovo spazio di segregazione e di esclusione sociale per la comunità rom e sinta in località La Barbuta, si realizza solo attraverso il consenso di quanti promuovono azioni che garantiscano il realizzarsi, più o meno “umanizzante”, dell’atto discriminatorio organizzato dagli organi istituzionali.
3. Invita le comunità rom e sinte, a cui si è rivolta l’amministrazione comunale per agevolare il trasferimento nel nuovo campo, a valutare attentamente e responsabilmente le conseguenze negative che emergeranno dopo l’eventuale ingresso nel «villaggio attrezzato» La Barbuta.
Già nel recente passato, con il trasferimento che ha coinvolto i rom dei campi Casilino 900 e La Martora, gli amministratori locali, con l’appoggio del Gruppo di coordinamento e garanzia, avevano offerto alle famiglie rom ampie garanzie relative a un significativo miglioramento della qualità della vita e all’avvio di specifici percorsi di inclusione sociale. Tali impegni si sono poi scontrati con la realtà generando un profondo sentimento di delusione nei rom coinvolti che hanno manifestato sfiducia e pentimento per aver dato credito alle promesse fatte dalle autorità.
Con l’auspicio che a tale lettera possano seguire scelte importanti e realmente in favore delle comunità rom e sinte della Capitale, si porgono cordiali saluti.
Associazione 21 luglio

