Racconti di esclusione e di riscatto: L’antirazzismo visto dalle donne di “Torbella”
È un sabato mattina come tanti, siamo al centro di Roma, nei quartieri delle vetrine chic, dei teatri, del barocco, delle immortali rovine dell’antichità. Un gruppo di donne, nate in ogni angolo del mondo, scende da un autobus confondendosi tra la folla. Le otto donne, sorridenti e impeccabili, si fermano nell’ampio marciapiede di Largo di Torre Argentina. Possono sembrare turiste come tante, ma non lo sono; si infilano addosso delle magliette con stampata la scritta “Un libro non si giudica dalla copertina!” e sistemano sopra un tavolino le copertine di un libro, ciascuna il proprio libro. A fare questa “irruzione” sono donne di Tor Bella Monaca, venute dalla cosiddetta periferia estrema, ad appena 17 chilometri di distanza che sembrano un abisso. Ognuna di loro racconta la sua storia, il suo libro vivente che lei stessa rappresenta, ad ogni passante che ne fa semplicemente richiesta.
L’iniziativa è la biblioteca vivente dell’Associazione 21 luglio, giunta alla sua seconda edizione, organizzata in occasione della XVIII Settimana di azione contro il razzismo promossa dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR), che finanzia l’iniziativa. Ad orientare l’avventore disposto ad ascoltare i libri viventi c’è un bibliotecario d’eccezione, l’antropologo Piero Vereni. Ad accompagnare le otto protagoniste in questo percorso di auto-narrazione ci sono ricercatrici, operatrici sociali e video-maker. E poi ci sono loro: quei libri che bisogna conoscere, in cui occorre immergersi, prima di giudicare.
C’è la giornalista L., oppositrice politica venezuelana, che dopo essere costretta a fuggire dal suo paese ha dovuto subire la xenofobia in Perù, dove i rifugiati venezuelani vengono accusati di “rubare il lavoro” ai peruviani, anche se questi lavori sono tra i più umili e degradanti. C’è la storia di Z., letteralmente sopravvissuta ai tentativi dei parenti di farla fuori, più volte, fin da quando era bambina, per il solo motivo d’esser nata femmina. C’è la sagace ironia di S., nata e cresciuta tra Togo e Camerun, che ha imparato ad usare il sorriso – e un pizzico di sarcasmo – per districarsi tra i pregiudizi di chi vorrebbe vederla come una selvaggia venuta dalla giungla o vissuta in capanne di paglia. Sono otto storie ma potrebbero essere cento, mille, un milione, tutte diverse tra loro ma accomunate dal fatto di testimoniare gli effetti della costruzione dell’altro, del diverso, come qualcosa di intollerabile.
L’odio razziale, la xenofobia, le violenze di genere, si presentano su più livelli che s’intrecciano e si stratificano nelle singole storie. Questo ci induce a ragionare sull’intersezionalità delle esigenze e sul razzismo inteso come esclusione in senso ampio, politico e socio-economico. Delle centinaia di donne che frequentano il Polo ex Fienile, la maggior parte ha subito forme di violenza o discriminazione di varia natura. Sono più volte escluse: in quanto donne, in quanto straniere o percepite come diverse, in quanto residenti in un quartiere popolare con una “pessima fama”. Ad un colloquio di lavoro difficilmente riveleranno di vivere a Tor Bella Monaca, perché ciò può rappresentare un ostacolo ulteriore per l’ottenimento dell’impiego, o peggio, essere un marchio che permette di venire sfruttata o maltrattata. Uno stigma che non soppianta, ma si aggiunge ai pregiudizi etnici e alle difficoltà di ogni donna in contesti di fragilità sociale. Lo abbiamo visto nei campi rom e nelle baraccopoli delle nostre città, è un fenomeno che conosciamo e che sembra replicarsi con le sue specificità anche a Tor Bella Monaca: è il ghetto che “costruisce” il diverso, non il contrario.
Ad alimentare lo stigma contribuisce il sistema mediatico e la conseguente narrazione politica su Tor Bella Monaca. Un processo di razzializzazione che vede il residente nelle torri di edilizia popolare come il diverso interno per eccellenza, proprio come lo sono gli abitanti delle baraccopoli. L’abitante complice del malaffare o vittima inerme, da civilizzare, punire o salvare. Da questa narrazione tossica, come abbiamo visto, non si esce se non lasciando parlare quelle stesse persone, che non si considerano affatto dei “senza voce”, che non vogliono essere rappresentati dal portavoce di turno (il più delle volte maschio) che parla a nome di un quartiere estremamente più complesso, nella sua pluralità di voci. Queste donne hanno raccontato un pezzo della loro storia, testimoniando come l’intolleranza e la paura del diverso non siano un problema proprio dei quartieri poveri, né solo dell’Italia o dell’Europa, lasciandoci al contrario vedere chiaramente come agiscono i diversi livelli di razzismo, misoginia, ziganofobia, islamofobia e violenza politica.
È anche vero, d’altra parte, che ogni storia contiene la propria strada verso il riscatto, che spesso, nel silenzio delle vite di ciascuna, emerge e funziona contro ogni imposizione narrativa. A raccontare le proprie storie ai passanti del centro di Roma, ci sono lavoratrici, madri, piccole imprenditrici, attiviste, ma anche donne intente nelle proprie battaglie personali per l’indipendenza economica, contro la burocrazia, per la scolarizzazione dei bambini e delle bambine, contro l’esclusione sociale. Insieme sanno essere comunità, seppure una comunità totalmente anomala rispetto a quello che la società di partenza aveva previsto per loro. Questa anomalia, crediamo, sarà ciò che riuscirà a scardinare le gabbie della ghettizzazione, a disarticolare i muri della diffidenza.




