Torino, in corso il maxi sgombero forzato di 200 rom

Da questa mattina è in corso lo sgombero forzato di 51 famiglie rom dal Settore 1 dell’insediamento informale Lungo Stura Lazio a Torino. Per l’Associazione 21 luglio – da alcuni giorni presente sul posto con un osservatore – lo sgombero forzato si configura come un’azione illegale secondo il diritto internazionale e non rispettosa degli standard e delle garanzie procedurali previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
L’azione, inoltre, si pone in aperto contrasto con quanto affermato proprio nei giorni scorsi dalla Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI), che aveva sottolineato come l’Italia stia continuando a realizzare sgomberi senza offrire le necessarie garanzie alle persone interessate.
Le operazioni di sgombero sono iniziate alle ore 7 di stamane e sono condotte da polizia locale e polizia di Stato con l’ausilio della Croce Rossa. Sul posto sono presenti due ruspe meccaniche che dalle ore 9 hanno dato inizio all’abbattimento delle abitazioni. Le operazioni coinvolgeranno nelle prossime ore 199 persone di cittadinanza rumena, pari a 51 nuclei familiari. Tra di loro 5 donne in stato di gravidanza e 62 minori, di cui 16 frequentanti la scuola dell’obbligo e uno la scuola dell’infanzia.
L’insediamento informale Lungo Stura Lazio è presente da diversi anni e al suo interno si sta organizzando il progetto del Comune di Torino denominato “La Città possibile”. L’obiettivo del progetto è realizzare percorsi efficaci di integrazione e di cittadinanza per circa un migliaio di persone rom selezionate, di comune accordo con i servizi della Città di Torino e con la Questura di Torino. Tale progetto include solo i soggetti beneficiari mentre per le famiglie classificate dalle autorità come “non beneficiarie” non è previsto alcun tipo di intervento volto all’inclusione.
Nelle settimane passate, alcuni rappresentanti della Polizia Municipale avevano comunicato verbalmente, in assenza di notifica scritta, l’imminente sgombero alle famiglie residenti non beneficiarie del progetto. Lo sgombero di oggi, oltre a comportare la distruzione delle abitazioni e l’allontanamento delle persone che le abitavano, avrà come conseguenza anche la probabile interruzione scolastica per i minori frequentanti la scuola dell’obbligo.
Lo sgombero, così così come pianificato e realizzato, si pone in violazione delle garanzie procedurali che devono essere rispettate nel condurre gli sgomberi, indicate dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite. Il suddetto Comitato stabilisce, tra i vari criteri, la necessità che lo sgombero sia accompagnato da una genuina consultazione con gli interessati e dalla valutazione di possibili alternative allo sgombero e che sia offerta agli interessati la possibilità di fare ricorso legale; che lo sgombero non abbia l’esito di rendere senza tetto le persone coinvolte, né di renderle vulnerabili a ulteriori violazioni di altri diritti umani; che qualora le persone coinvolte non siano in grado di provvedere a se stesse, a queste vengano offerte alternative abitative adeguate.
Il 23 febbraio 2015 l’Associazione 21 luglio – in una lettera inviata alle autorità torinesi – aveva scritto che «in assenza delle suddette garanzie l’operazione di sgombero forzato delle famiglie rom residenti nel Settore 1 dell’insediamento di Lungo Stura Lazio, oltre a comportare di per sé una grave violazione dei diritti umani, avrebbe l’esito non di risolvere l’attuale oggettiva inadeguatezza dell’alloggio, ma di reiterarla altrove esacerbando ulteriormente la condizione di vita e rendendo ulteriormente vulnerabili le famiglie coinvolte».
Nella missiva veniva chiesto un intervento urgente «volto a ricondurre tale operazione di sgombero entro un ambito di legalità, attraverso l’apertura di un dialogo con le famiglie rom coinvolte e attraverso l’identificazione preventiva all’operazione di sgombero dell’offerta di soluzioni abitative alternative adeguate rivolta a coloro che non siano in grado di provvedere a loro stessi».
Malgrado l’appello, nella giornata odierna le autorità locali hanno optato per lo sgombero forzato che, secondo l’Associazione 21 luglio oltre a rappresentare una grave violazione dei diritti umani, costituisce un innegabile passo indietro rispetto ai contenuti espressi all’interno della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti adottata dal governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione europea n.173/2011.
 

Per l'Europa Italia ancora lontana dal realizzare l'inclusione dei rom

Roma, 25 febbraio 2015 – L’Italia è ancora in ritardo sull’attuazione della Strategia nazionale d’inclusione dei rom e dei sinti e continua a realizzare sgomberi forzati che non rispettano le procedure previste dal diritto internazionale. Lo afferma l’ECRI, la Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa nelle sue conclusioni sull’implementazione delle raccomandazioni al nostro Paese.
Nel suo rapporto sull’Italia pubblicato il 21 febbraio 2012, l’ECRI aveva raccomandato alle autorità italiane di rafforzare il ruolo dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (Unar) e di assicurare a tutti i rom che rischiassero di essere sgomberati dalle proprie abitazioni la piena protezione prevista dal diritto internazionale in materia di sgomberi.
«Lo sgombero deve essere notificato alle persone interessate, le quali devono beneficiare dell’appropriata protezione legale; inoltre esse non devono essere sgomberate senza avere la possibilità di accedere a un’alternativa abitativa adeguata, anche se potrebbero restare nel Paese solo per periodi di tempo limitati», scriveva l’ECRI nel suo rapporto.
A tre anni di distanza, l’ECRI, nelle sue conclusioni sull’implementazione di tali raccomandazioni, sottolinea che gli sviluppi legislativi e politici che si sono registrati in Italia mostrano l’inizio di un cammino positivo, tuttavia, allo stato attuale, il processo di cambiamento del modo in cui le autorità italiane affrontano la questione rom è ancora lento, in particolar modo in relazione agli sgomberi.
Per quanto riguarda l’Unar, l’ECRI specifica che nessuna legislazione è stata attuata per estendere formalmente la competenza dell’Unar ai casi di discriminazione in base al colore, lingua, religione e cittadinanza. Nonostante il numero di Ong e associazioni autorizzate a rappresentare le vittime di discriminazione e di portare in tribunale i casi di discriminazione collettiva sia aumentato, l’Unar non è ancora autorizzato in prima persona ad occuparsi di procedimenti legali nei casi di discriminazione, limitandosi a interventi di “amicus curiae”, conclude l’ECRI.
Sull’attuazione della Strategia nazionale d’inclusione dei rom, l’Italia è ancora in ritardo – scrive l’ECRI – mentre, sul fronte sgomberi, la Commissione afferma che «gli sgomberi di rom e sinti sono continuati nel 2012 e nel 2013 e, più recentemente, nel luglio 2014», come dimostra il caso di uno sgombero forzato avvenuto a Roma il 9 luglio scorso e denunciato congiuntamente da Associazione 21 luglio e Amnesty International.
«Sgomberi – dice l’ECRI – spesso realizzati senza le necessarie tutele procedurali e senza la previsione di alternative abitative».
L’Associazione 21 luglio, che ha contribuito al monitoraggio dell’ECRI, condivide l’analisi dell’organo della Commissione del Consiglio d’Europa e ribadisce il forte ritardo dell’Italia nel dar seguito agli impegni presi in sede europea nel 2012 con l’adozione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom.
L’Associazione 21 luglio esprime inoltre profonda preoccupazione per la pratica degli sgomberi forzati che continuano a registrarsi nel nostro Paese anche nel 2015. Solo nella città di Milano, per esempio, nel 2014 sono stati perpetrati più di 200 sgomberi forzati.
«A Torino – afferma l’Associazione 21 luglio – proprio in queste ore 51 famiglie rom presenti nell’insediamento informale Lungo Stura Lazio sono sotto minaccia di sgombero forzato da parte delle autorità locali. Vista l’assenza di adeguate consultazioni, di notifica scritta e in assenza di possibilità di vie di ricorso, tale sgombero si configurerebbe ancora una volta non conforme alle procedure previste dal diritto internazionale».
 

La Regione Lazio approva delibera che istituisce Tavolo per l'inclusione dei rom

La Regione Lazio ha approvato la delibera che istituisce il “Tavolo regionale per l’inclusione e l’integrazione delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti”, con il quale la Giunta Zingaretti si impegna a promuovere politiche e interventi, in ambito regionale, finalizzati a favorire l’inclusione sociale di tali comunità.
L’approvazione della delibera rappresenta il risultato di una forte pressione, esercitata negli ultimi mesi da organismi della società civile sulla giunta regionale. Nonostante il forte ritardo rispetto ad altre Regioni italiane, anche il Lazio, con l’istituzione del Tavolo, ha finalmente deciso di declinare sul territorio regionale i contenuti della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom e di lanciare un piano organico volto al superamento definitivo dei “campi nomadi” presenti soprattutto a Roma.
Il Tavolo, in particolare, prevede il rafforzamento dell’azione di promozione e coordinamento delle politiche regionali di inclusione sociale dei rom attraverso il più ampio coinvolgimento degli enti locali, delle istituzioni pubbliche e degli organismi del terzo settore presenti sul territorio.
L’Associazione 21 luglio accoglie con grande soddisfazione la decisione della Regione Lazio, così come vivo apprezzamento viene espresso nei confronti delle intenzioni manifestate con coraggio negli ultimi giorni dall’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese di voltare definitivamente pagina rispetto alle politiche dispendiose e lesive dei diritti umani che hanno fino ad ora caratterizzato l’operato dell’Amministrazione capitolina nei confronti delle comunità rom e sinte.
La Regione Lazio e il Comune di Roma hanno così intrapreso la strada senza ritorno della chiusura dei ghetti etnici per soli rom che negli ultimi decenni hanno contraddistinto, in negativo, l’immagine della città di Roma in Europa.
«Incoraggiamo e sosteniamo l’assessore Danese – afferma il presidente dell’Associazione Carlo Stasolla – nella sua volontà di dare un forte segnale di discontinuità rispetto al passato. Un segnale quanto mai urgente e necessario che dovrà necessariamente scontrarsi con quanti, sulla realizzazione e sulla gestione dei cosiddetti “villaggi attrezzati”, hanno tratto profitto negli ultimi anni. Sarebbe opportuno, come indispensabile segnale di rottura rispetto al passato, indicare quanto prima le azioni concrete che l’Amministrazione Comunale di Roma intende d’ora in avanti attuare».

Giorno della Memoria: un disegno di legge per ricordare anche lo sterminio dei rom e dei sinti

Includere il riferimento allo sterminio dei rom e dei sinti nella legge che istituisce il Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari.
È quanto proposto dai senatori Luigi Manconi, Manuela Serra, Francesco Palermo e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato in un disegno di legge annunciato oggi nel corso dell’evento “Lo sterminio del popolo rom nel nazifascismo e la nuova intolleranza” organizzato dall’Associazione 21 luglio, dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili e dalla stessa Commissione Diritti Umani in occasione della Giornata della Memoria.
Il disegno di legge propone di modificare la legge n. 11 del 20 luglio 2000 istitutiva del Giorno della Memoria introducendo nel titolo e nell’articolato una menzione specifica al Porrajmos, il termine con cui i rom e i sinti indicano il genocidio subito durante la Seconda Guerra Mondiale ad opera della Germania nazista nel quale si stima siano morte oltre 500 mila persone.
Il titolo della legge, nel quale oggi si fa esclusivo riferimento allo sterminio e alle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici, secondo il testo proposto dalla Commissione Diritti Umani del Senato andrebbe modificato in “Istituzione del Giorno della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, dei rom, dei sinti e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Di conseguenza, l’articolo 1 della stessa legge – si legge nel ddl – cambierebbe così: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), il Porrajmos (sterminio dei rom e dei sinti), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno slavato vite e protetto i perseguitati”.
La modifica proposta dai senatori della Commissione Diritti Umani è in linea con quanto già indicato, a proposito del Porrajmos, dalla Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom e Sinti adottata dal governo nel 2012.
«Riteniamo il riconoscimento formale del ricordo dello sterminio dei rom e sinti, includendolo esplicitamente nella legge sul Giorno della Memoria, un passo fondamentale e imprescindibile per diffondere conoscenza su un genocidio per troppo tempo rimasto dimenticato nella coscienza collettiva – è il commento dell’Associazione 21 luglio -. Ricordare non soltanto ci permette di restituire dignità alle vittime dello sterminio ma ci deve anche aiutare a non abbassare mai la guardia davanti al germogliare dei semi della nuova intolleranza».
Foto: www.romsintimemory.it

«Il Best House Rom va chiuso immediatamente»

«Nel centro di accoglienza “Best House Rom” è in atto una sistematica violazione dei diritti umani. Circa 300 rom, di cui più della metà minori, vivono in una condizione di segregazione abitativa e sociale. La struttura, priva di finestre e punti luce, va chiusa così come vanno superati i “campi rom” attraverso l’individuazione dei percorsi di inclusione sociale previsti dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti in Italia».
Lo affermano, in una nota congiunta, Luigi Manconi e Manuela Serra, della Commissione Diritti Umani del Senato, Carlo Stasolla, dell’Associazione 21 luglio, e il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, dopo essere tornati oggi al “Best House Rom”, nella periferia est della Capitale.
Alla visita ha preso parte anche l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese che ha definito il centro «un mostro, una bruttura figlia delle proroghe dietro le quali si è insediato il malaffare».
«In questo edifico, in stanze piccolissime dove vivono anche fino a dodici persone, ammassate, ci sono bambini che non possono vedere la luce del sole perché non esistono finestre – ha detto Francesca Danese -. Il centro, che ha costi altissimi per l’amministrazione comunale, oltre 700 euro al mese a persona e che non possiede i requisiti igienico-sanitari, deve essere chiuso. Mi sto preoccupando di trovare un sistema di accoglienza rispettoso dei diritti delle persone e stiamo effettuando un monitoraggio al riguardo. Entro un paio di mesi conto di sistemare tutto».
Il “Best House Rom” è uno dei quattro centri di raccolta, riservati a soli rom, gestiti dal Comune di Roma. Inaugurato nel 2012 per accogliere le famiglie rom sgomberate dagli insediamenti informali, nel dicembre 2013 è stato ampliato per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dall’ex “villaggio attrezzato” di via della Cesarina. Il centro presenta spazi angusti e inadeguati, non ci sono finestre né punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale all’interno di stanze dove vivono in media cinque persone. Il Comune di Roma ha speso nel 2014 per questa struttura quasi 3 milioni di euro.
Sul “Best House Rom” si era di recente espresso anche il sindaco Ignazio Marino, in una lettera indirizzata a Carlo Stasolla e a Riccardo Magi, che avevano iniziato uno sciopero della fame, impegnandosi «a trovare una soluzione alternativa per le donne, gli uomini e i bambini che oggi vivono in condizioni non dignitose».
«È più che mai urgente – affermano Manconi, Serra, Stasolla e Magi – chiudere al più presto questa struttura e avviare percorsi di inclusione sociale rivolti alle persone che lì vivono. Si tratterebbe del primo, concreto passo verso una nuova politica della città di Roma nei confronti delle comunità rom, private finora di ogni opportunità e segregate nei campi».

Best House Rom: esposto all'Autorità Nazionale Anticorruzione

L’Associazione 21 luglio ha presentato un esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, guidata dal presidente Raffaele Cantone, per accertare la trasparenza degli atti che hanno portato all’apertura e al funzionamento del Centro di raccolta rom “Best House Rom”, situato a Roma in via Visso 12.
Il centro, classificato dall’Agenzia del territorio come struttura riservata per deposito di merci, è gestito dalla Cooperativa Inopera, nata alla fine del 2008.
Il 6 luglio 2012, con una determinazione dirigenziale a firma di Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento Promozione delle Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale, oggi indagato per associazione di tipo mafioso e corruzione aggravata, il Comune di Roma, con affidamento diretto, ha assegnato alla Cooperativa il servizio di accoglienza dei rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di Castel Romano.
Il 16 dicembre 2013, con una nuova determinazione dirigenziale, l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale ha disposto un ampliamento dell’accoglienza per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dal «villaggio attrezzato» di via della Cesarina.
I locali del “Best House Rom”, dove in questi anni sono stati accolti giornalmente circa 300 rom – tra cui 160 minori – oltre a non garantire la metratura minima prevista dalla legge, non sono dotati di finestre o punti luce dai quali possano filtrare l’aria e la luce naturale.
Il 12 novembre 2014 la senatrice Manuela Serra, membro della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato, dopo aver visitato la struttura aveva dichiarato alla stampa: «Qui mancano i diritti umani, è un anno che ci occupiamo di campi rom, e non ho mai visto niente del genere. Qui le persone sono terrorizzate dal parlare con l’esterno».
Nonostante il “Best House Rom” non rispetti i requisiti strutturali e organizzativi previsti dalla normativa regionale che regola l’apertura e il funzionamento delle strutture socio-assistenziali nella Regione Lazio, la struttura continua ad accogliere famiglie rom con costi elevatissimi. Nel 2014 la gestione del Centro è costata all’Amministrazione Comunale una cifra stimata superiore ai 3 milioni di euro.
«Alla luce della documentazione allegata all’esposto – afferma l’Associazione 21 luglio – spetterà all’Ufficio diretto da Raffaele Cantone stabilire se procedere con un’attività di vigilanza sul “Best House Rom”, una struttura priva delle adeguate autorizzazioni, dal costo economico apparentemente spropositato per il servizio offerto, in cui sono violati sistematicamente i diritti umani delle donne, degli uomini e dei bambini rom che vi vivono».

23 minori espulsi illegittimamente dal Best House Rom

Avevano denunciato pubblicamente le condizioni di vita precarie all’interno del centro di accoglienza “Best House Rom”. Per tutta risposta, il 21 novembre scorso, sono stati espulsi dalla struttura, in virtù di un provvedimento illegittimo firmato dal Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma, e rischiano ora di trascorrere l’ennesima notte all’addiaccio, con le temperature gelide che hanno ormai raggiunto la Capitale.
È questo il destino che si profila per 28 rom, tra cui 22 minori, un neonato e un uomo affetto da polmonite, se il Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma dovesse continuare a non intervenire sulla questione e a non individuare una soluzione immediata al dramma che queste persone stanno vivendo.
Da questa mattina le famiglie rom, accompagnate da attivisti dell’Associazione 21 luglio, sono riunite in un sit in davanti al Dipartimento per chiedere a Ivana Bigari, direttrice Direzione Accoglienza e Inclusione, di porre immediato rimedio a una situazione all’origine della quale vi è un decreto di espulsione, firmato dalla stessa Bigari, non supportato, come dimostrano le verifiche effettuate dall’Associazione 21 luglio, da alcuna motivazione che trovi riscontro nella realtà dei fatti.
Il 17 ottobre scorso due uomini colpiti dal provvedimento di espulsione avevano partecipato, a Torino, alla Conferenza sulla Carta dei Diritti Sociali organizzata dal Consiglio d’Europa. In quell’occasione avevano denunciato le condizioni di vita critiche all’interno del “Best House Rom” di via Visso, un centro di accoglienza fuorilegge e senza finestre, come già affermato dall’Associazione 21 luglio nel rapporto “Senza Luce” pubblicato a marzo 2014.
Conseguentemente, il 21 novembre, i 28 rom, senza alcun preavviso, sono stati espulsi dal “Best House Rom”. Le motivazioni alla base dell’espulsione: la mancata frequenza scolastica dei bambini e il comportamento non consono, da parte di tre minori, nei confronti di alcuni operatori della struttura.
Sul primo punto l’Associazione 21 luglio ha ottenuto i certificati di frequenza scolastica da parte dell’Istituto dove vanno a lezione i minori coinvolti: da essi emerge che i bambini frequentavano regolarmente la scuola. Quanto al secondo punto, non esiste alcuna denuncia scritta né verifica degli eventi e dei soggetti lesi.
Sulla vicenda dei rom espulsi dal “Best House Rom” si sono mobilitati anche l’europarlamentare Silvia Costa, il consigliere comunale di Roma Capitale Riccardo Magi e la senatrice della Commissione Diritti Umani del Senato Manuela Serra.
«Si tratta di un puro atto di abuso politico e rappresaglia perpetuato ai danni di persone che hanno contribuito a denunciare situazioni di violazioni di diritti e malagestione di questa struttura – ha dichiarato la senatrice Serra, che aveva visitato il “Best House Rom” l’11 novembre, accompagnata dall’Associazione 21 luglio – La prova di questo è una petizione scritta in italiano dalla Cooperativa INOPERA e fatta firmare dagli ospiti del centro, in cui si dichiarano felici di stare lì e trattati con rispetto, sotto la minaccia di finire per strada come le due famiglie».
L’Associazione 21 luglio chiede pertanto alla dottoressa Ivana Bigari di intervenire immediatamente per evitare che 28 uomini, donne e bambini continuino a vivere per strada a causa delle conseguenze di una palese violazione dei diritti umani avvenuta sulla loro pelle. «Da settimane chiediamo alla dottoressa Bigari un suo intervento. Sono trascorsi 38 giorni da quando queste persone sono state ingiustamente buttate fuori dal centro e non è stata ancora fornita loro alcuna risposta».

Campi nomadi e emergenza: la "nuova" ricetta dell'assessore Cutini

Il nuovo Regolamento per i “campi rom” a Roma proposto dall’Assessore Cutini è contraddittorio, discriminatorio e in molti punti incostituzionale. In più, ancora una volta, si basa su una visione emergenziale, identifica il “campo” come il luogo dell’abitare per i rom e non va in alcun modo nella direzione del superamento di tali ghetti già indicata dal sindaco Marino.
L’Associazione 21 luglio annuncia battaglia per l’immediato ritiro del “Regolamento di Roma Capitale per il funzionamento dei villaggi attrezzati e dei centri di accoglienza […]” in cui risiedono le comunità rom e sinte in emergenza abitativa a Roma, proposto dall’Assessorato al Sostegno Sociale e alla Sussidiarietà del Comune di Roma, e reso pubblico in questi giorni. Il testo si compone di 14 articoli e riguarda non solo gli attuali insediamenti ma si applica «anche nelle nuove aree attrezzate e dotate di unità abitative per le predette comunità, che saranno eventualmente realizzate nel territorio comunale».
Sia i «villaggi» che i centri di accoglienza, si legge, «dovranno rispondere ai requisiti di abitabilità, ricettività, salubrità e sicurezza analogamente a quanto prescritto per altre strutture ricettive pubbliche quali alberghi, campeggi, edifici scolastici, strutture ospedaliere». Gli enti gestori «dovranno certificare preventivamente la sussistenza di tali requisiti, pena la decadenza immediata delle convenzioni».
Secondo gli studi realizzati in passato dall’Associazione 21 luglio i due centri di raccolta di via Visso e via Salaria e tutti i 7 «villaggi della solidarietà» non hanno i requisiti organizzativi e strutturali previsti della normativa in materia: sono tutti in una grave condizione di insanabilità per cui, in base alla norma prevista dal Regolamento, andrebbero tutti chiusi e gli ospiti andrebbero ricollocati in nuove strutture assistenziali a norma.
Le azioni svolte all’interno degli insediamenti, secondo il nuovo Regolamento Cutini, verrebbero programmate da un “Comitato Interdipartimentale” all’interno del quale è escluso il coinvolgimento dei rom. Il Dipartimento Politiche Sociali vigilerebbe sul rispetto del Regolamento procedendo, per esempio, anche all’espulsione delle famiglie «in caso di comprovata evasione scolastica». Tali norme appaiono chiaramente lesive dei diritti fondamentali e con un forte carattere discriminatorio.
Il quarto e il quinto articolo esplicitano il ruolo dell’ente chiamato a presiedere l’insediamento: controllo del rispetto del patto di legalità, controllo degli ingressi sulla base dei dati anagrafici del censimento, registrazione degli ospiti in un data base aggiornato, vigilanza h24. Negli insediamenti viene prevista «l’installazione di strumenti tecnologici finalizzati al rafforzamento dei controlli».
A proposito di ciò, già nel 2009 il TAR del Lazio, esprimendosi in relazione al art. 2.4 del Regolamento Regione Lazio e vigente nel periodo dell'”Emergenza Nomadi”, aveva annullato simili disposizioni regolamentari. In realtà il Regolamento pensato dall’Assessore Cutini va oltre, stabilendo che eventuali visite di ospiti esterni dovrebbero avvenire previa comunicazione e rilascio in «un pass orario».
Sempre il TAR, nella medesima sentenza, aveva stabilito che una disposizione simile viola l’art. 16 della Costituzione secondo cui ogni cittadino può circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, in assenza di limitazioni stabilite dalla legge in via generale.
Malgrado le fallimentari esperienze del passato anche l’attuale Regolamento prevede all’ottavo capitolo l’elezione di 3 rappresentanti rom per ogni insediamento con le medesime modalità elettive attuate dalla passata Amministrazione e rivelatesi inutili oltre che dannose.
Numerose norme del Regolamento si rivelano pertanto fortemente problematiche, discriminatorie e in violazione dei principi costituzionali.
«Dopo un anno e mezzo – commenta l’Associazione 21 luglio – prende finalmente forma la politica dell’Assessore Cutini sulla cosiddetta “questione rom” ponendo al centro il “campo nomadi” come ghetto etnico nel quale concentrare le azioni sicuritarie. Una politica in piena continuità con quella espressa dall’Amministrazione precedente e, per certi versi, ancora più ancorata a principi emergenziali».
«Non a caso – continua l’Associazione 21 luglio – nel Regolamento non compare alcun riferimento alla Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom né al superamento definitivo dei “campi”; di contro, si ipotizza la realizzazione di nuove aree attrezzate».
Secondo l’Associazione 21 luglio tale documento rappresenta un clamoroso passo indietro rispetto alla direzione indicata dal sindaco Marino, che nei giorni scorsi ha parlato di definitivo superamento dei “campi”». Per tale ragione, l’Associazione si batterà per il suo immediato ritiro e chiede al sindaco un intervento deciso e chiarificatore in tal senso.
Foto: Roma Daily News
 
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Napoli, no a un nuovo campo segregante per i rom

campo rom Napoli[tfg_social_share]L’Associazione 21 luglio, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (European Roma Rights Centre, ERRC) e OsservAzione, il 21 novembre hanno inviato una lettera al Comune di Napoli per esprimere la loro preoccupazione in merito al piano del Comune di sgomberare la comunità rom di Cupa Perillo, e rialloggiare soltanto la metà di essa in un nuovo campo segregante.
Le organizzazioni hanno sottolineato che queste politiche serviranno soltanto a consolidare la segregazione piuttosto che favorire la piena inclusione sociale, in violazione di quanto stabilito dai parametri legali nazionali e dell’Unione Europea.
Come confermato da Roberta Gaeta, assessore alle politiche sociali, in occasione di un incontro pubblico tenutosi il 21 Novembre, il Comune di Napoli progetta di sgomberare gli attuali campi informali di Cupa Perillo. Il Comune intende utilizzare circa 7 milioni di Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale (FESR) per costruire un nuovo campo segregante nella stessa area in cui alloggiare circa metà dell’attuale popolazione dei campi informali, in contrasto con gli obblighi legali nazionali e internazionali. Le autorità locali inoltre non hanno chiarito cosa accadrà alla restante parte della popolazione (circa 400 persone) che attualmente vive nei campi informali di Cupa Perillo dopo lo sgombero.
Le organizzazioni firmatarie hanno scritto alla Commissione Europea per segnalare lo sgombero pianificato e la costruzione di un altro campo segregante con fondi europei. Nella sua risposta la Commissione Europea ha chiarito che «il progetto […] non sembrerebbe in linea con gli obiettivi dei FESR», opponendosi così a quanto pianificato dal Comune di Napoli per l’utilizzo dei summenzionati fondi.
Per tali motivi Associazione 21 luglio, ERRC e OsservAzione chiedono con urgenza al Comune di Napoli di rispettare i parametri legali europei e nazionali e chiedono con forza di non costruire un altro campo segregante per la comunità rom, ma di fornire invece a tutti gli abitanti dei campi informali di Cupa Perillo (circa 800) soluzioni abitative accessibili in un ambiente integrato supportando l’inclusione abitativa con misure specifiche in settori chiave quali l’istruzione, la salute e il lavoro.
Il presente comunicato stampa è disponibile anche in inglese sul sito dell’ERRC.
La lettera al Comune di Napoli è disponibile in inglese e italiano

Battaglia vinta. Leroy Merlin fa un passo indietro sul nuovo campo a La Barbuta

Leroy Merlin rom[tfg_social_share]L’Associazione 21 luglio accoglie con grande soddisfazione la disponibilità di Leroy Merlin a valutare eventuali modifiche – disposte dal Comune di Roma – al progetto che prevede la costruzione di un nuovo campo per soli rom in sostituzione di quello esistente in località “La Barbuta”. La decisione della multinazionale giunge a pochi giorni dall’annuncio del sindaco Ignazio Marino che nel programma tv Anno Uno aveva escluso l’ipotesi del nuovo campo.
In riferimento al progetto, la multinazionale del bricolage ha confermato «la propria disponibilità a realizzare opere di pubblica utilità, nell’ambito di tale progetto, finalizzate, tra l’altro, a cercare soluzioni costruttive ed alternative alla situazione attuale in cui versano i beneficiari finali di tali opere, nel rispetto di tutte le norme di Legge e degli standard internazionali sui Diritti Umani».
La decisione di Leroy Merlin è stata presa in seguito a un dialogo sereno e costruttivo intercorso nelle scorse settimane tra l’Associazione e i dirigenti della multinazionale del bricolage.
L’Associazione 21 luglio considera pertanto chiusa la CampagnaLeroy Merlin: un campo rom è un ghetto. Non costruirlo!” lanciata lo scorso 4 novembre per chiedere alla multinazionale di non sporcarsi la faccia e di non farsi coinvolgere dal Comune di Roma nella costruzione dell’ennesimo ghetto per soli rom nella Capitale.
«Non abbiamo mai avuto dubbi circa la buona fede e i valori incentrati sulla persona che caratterizzano l’azienda Leroy Merlin. Ma avevamo bisogno di mettere in campo tutti gli strumenti a nostra disposizione, compresa una campagna di pressione pubblica, per convincere la multinazionale ad ascoltare la nostra voce e quella delle centinaia di persone che hanno aderito all’azione», afferma l’Associazione 21 luglio.
Con la Campagna, l’Associazione 21 luglio ha voluto mettere al corrente la pubblica opinione circa le violazioni dei diritti umani, soprattutto dei bambini, che la costruzione di un nuovo campo rom a Roma avrebbe comportato. I campi rom – denuncia da tempo l’Associazione 21 luglio – sono un’anomalia tutta italiana, sono luoghi di segregazione su base etnica, che rendono impossibile l’inclusione sociale, e vanno superati, non costruiti ex novo, come del resto scritto nero su bianco nella Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, approvata in sede europea dal Governo italiano nel febbraio 2012.
In seguito alla decisione di Leroy Merlin che «si augura una pronta risoluzione e comunicazione circa la destinazione di tali opere , ovvero la modificazione dell’intervento, che spetta all’autonoma determinazione del Comune stesso» -, la palla, ora, passa al Comune di Roma.
«Chiediamo al Comune – spiega l’Associazione 21 luglio – di accogliere senza alcuna esitazione la disponibilità di Leroy Merlin di valutare possibili modifiche del progetto e di dare seguito alle parole del sindaco Marino che il 20 novembre, in prima serata su La7, ad Anno Uno, aveva categoricamente escluso l’ipotesi di un nuovo campo rom a La Barbuta affermando l’intenzione dell’amministrazione di mettere in pratica un piano per il superamento dei campi».
«Sarebbe davvero grave se il Comune di Roma continuasse a perseguire la politica dei campi nella Capitale – conclude l’Associazione – specialmente in un periodo di forti tensioni sociali alle quali è opportuno rispondere promuovendo interventi di inclusione e mettendo una volta per tutte la parola fine alla segregazione e alla ghettizzazione che finora hanno caratterizzato le politiche nei confronti dei rom».

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