Roma, tre presunti ordigni esplosivi in una struttura abitata dai rom

rom Roma

Il “centro di raccolta rom” di via Salaria, a Roma


[tfg_social_share]Tre presunti ordigni esplosivi sono stati rinvenuti nel primo pomeriggio di oggi nel cortile esterno del “Centro di raccolta rom” di via Salaria, a Roma. A denunciarlo sono stati gli stessi abitanti del centro, dove vivono 380 rom, tra cui circa 200 minori.
I tre presunti ordigni sono stati individuati da uno dei residenti all’interno e nei pressi di un cassone adibito alla raccolta dei rifiuti che si trova nei pressi della recinzione esterna della struttura. In seguito alla segnalazione, uomini della polizia e dei carabinieri sono intervenuti sul posto e hanno immediatamente presidiato e chiuso l’accesso alla porzione di cortile dove sono stati ritrovati i presunti ordigni, che sono stati quindi rimossi dagli artificieri dei carabinieri.
Secondo gli osservatori dell’Associazione 21 luglio, che si sono subito recati nel centro di via Salaria e hanno assistito all’intervento di rimozione da parte delle forze dell’ordine, gli oggetti presentavano effettivamente l’aspetto di “bombe a mano”, come denunciato dai rom residenti nella struttura, pur non essendovi ancora la certezza se si trattasse di ordigni veri o di manufatti finti con lo scopo di intimidire.
«I rom che vivono nel centro di via Salaria erano tutti molto spaventati da quanto accaduto – afferma l’Associazione 21 luglio -. A prescindere dalla veridicità o meno degli ordigni, siamo di fronte a un gesto grave e inaccettabile che sembra assumere i contorni di un crimine motivato dall’odio e volto a creare panico e intimidazione».
Secondo l’Associazione 21 luglio, il ritrovamento dei presunti ordigni in una struttura abitata da rom non fa che aggiungere ulteriore tensione al clima difficile che la periferia della Capitale sta vivendo in questi giorni, in seguito ai ben noti fatti di Tor Sapienza.
«Auspichiamo una immediata e ferma condanna, da parte delle istituzioni locali e nazionali, rispetto a quanto accaduto questo pomeriggio e rispetto al panico e alla paura che la presenza dei tre presunti ordigni è riuscita a creare soprattutto nelle donne e nei bambini che vivono nel centro di via Salaria – conclude l’Associazione 21 luglio -. È quanto mai opportuno evitare, prodigando ogni sforzo possibile, che la tensione che in questi giorni ha riguardato rifugiati, immigrati e rom nel quartiere di Tor Sapienza si sposti in altre zone della città alimentato da un pericoloso spirito di emulazione».

La visita dei senatori al Best House Rom e la consegna del "conto" al sindaco Marino

rom Commissione Diritti Umani Senato

In Campidoglio, la consegna del “conto” dell’operazione Cesarina


[tfg_social_share]Spostati come “pacchi” dal «villaggio della solidarietà» di via della Cesarina, 120 rom sono stati concentrati un anno fa nel “Best House Rom”, un centro di raccolta rom “fuorilegge” e con un costo pro/capite mensile di 600 euro. Ieri la comunità rom ha ricevuto la visita – organizzata dall’Associazione 21 luglio – di una delegazione della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato.
Il fabbricato, gestito dalla Cooperativa Inopera dietro convenzione dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale, è accatastato come locale di deposito e non potrebbe fungere da civile abitazione. Gli spazi destinati agli ospiti sono inadatti e lontani da quanto previsto dalla normativa regionale: ogni nucleo familiare, composto in media da cinque persone, dispone di fatto della sola zona notte, che svolge anche funzioni di zona giorno e studio per i minori, composta da un’unica stanza di circa 12 mq priva di fonte di luce e aria naturale. Ogni ospite, pertanto, ha a disposizione circa 2,5 mq contro i 12 mq indicati dalla Legge Regione Lazio n. 41/2003.
La delegazione della Commissione Diritti Umani del Senato ha potuto verificare come le stanze del “Best House Rom”, oltre a non garantire la metratura sufficiente pro capite, non sono dotate di finestre o punti luce dai quali possa filtrare la luce naturale e l’aria, e ciò espone a grave rischio lo stato di salute psico-fisico degli ospiti. La presenza di numerosi inquinanti, favoriti dalla mancanza di ricambio di aria, unita al clima caldo-umido prodotto dai condizionatori di calore, potrebbero sicuramente contribuire all’aumento dell’incidenza di patologie respiratorie croniche, come l’asma, e all’incremento della loro evoluzione verso forme persistenti, gravi e invalidanti.
La mancanza di luce naturale potrebbe favorire l’insorgere di disturbi della vista. A tutto ciò si aggiungono altre importanti carenze quali: la non completa somministrazione dei pasti unita al divieto di cottura e preparazione di cibo in maniera autonoma, la mancanza di un numero di servizi igienici adeguato al numero degli ospiti, la carenza di adeguati spazi comuni e l’assenza, all’interno delle stanze, di qualsivoglia arredo escluso il letto, elementi, questi, che compromettono ulteriormente la qualità della vita degli ospiti.
«Abbiamo incontrato persone terrorizzate di parlare davanti agli operatori che lavorano nella struttura. Vivono in una situazione di costante ricatto – ha dichiarato la senatrice Manuela Serra – Noi come Commissione Diritti Umani daremo voce a questa gente perché non è ammissibile che nel 2014 a Roma uomini, donne e soprattutto bambini vivano in una ex fabbrica senza finestre».
«Porteremo avanti un’inchiesta per chiarire come il Comune di Roma utilizza realmente queste ingenti risorse economiche con il risultato di far vivere le persone in questo modo», ha concluso Serra.
Le foto della visita al Best House Rom

 
Il “Best House Rom”, finanziato dal Comune di Roma con un costo annuo superiore ai 2.200.000 euro alla luce delle caratteristiche strutturali, organizzative e gestionali suddette, non rispetta pertanto i principi internazionalmente riconosciuti di cui è portatrice anche la Carta Sociale Europea.
Nel “Best House Rom” la delegazione di senatori ha avuto la possibilità di fermarsi a parlare con i rom trasferiti quasi un anno fa da via della Cesarina dall’Assessorato alle Politiche Sociale. L’operazione voluta dall’Assessorato a guida Cutini aveva previsto – nonostante le contrarietà espresse da organizzazioni della società civile e dal Municipio III – lo spostamento dei 130 rom e il rifacimento dell’insediamento. Dopo 11 mesi i lavori non sono ancora iniziati e le spese sono lievitate.
Per tale ragione alcuni rappresentanti dell’Associazione 21 luglio hanno consegnato il “conto” dell’operazione Cesarina – fortemente voluta dall’Assessore Rita Cutini – al sindaco Ignazio Marino. Più di 1 milione di euro spesi per segregare e concentrare 130 rom nel “Best House Rom” senza che alcun lavoro sia stato iniziato.
«Una scelta folle – commenta l’Associazione 21 luglio – che rivela, se ce ne fosse stata la necessità di ulteriore conferma, l’operato di un Assessorato incapace di trattare la “questione rom” secondo i principi espressi nella Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom».
 
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L'Italia verso procedura infrazione Ue. E scatta la Campagna contro Leroy Merlin

newsletter_B[tfg_social_share]L’Italia, “il Paese dei campi”, rischia una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea per via delle politiche abitative segregative che le autorità italiane continuano ad attuare nei confronti dei rom.
È quanto emerge da una lettera inviata dalla Direzione Generale Giustizia della Commissione Europea al Governo italiano. «La Commissione potrà decidere di avviare una procedura di infrazione ai sensi dell’art. 258 del TFUE nei confronti dell’Italia inviando una lettera di messa in mora per violazione della direttiva 2000/43/CE», è la conclusione della lettera.
Nella missiva, avente per oggetto: «Richiesta di informazioni aggiuntive riguardo a questioni di alloggio dei rom in Italia ai fini della direttiva 2000/43/CE sull’uguaglianza razziale», la Commissione Europea punta il dito sulla condizione abitativa dei rom nel nostro Paese richiedendo alle autorità italiane informazioni aggiuntive. Nella lettera, la Commissione si sofferma sul “campo” per soli rom in località La Barbuta, a Roma: «I servizi della Commissione – viene comunicato – condividono le preoccupazioni espresse dal Commissario per i diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa circa questo tipo di “alloggio” fornito ai rom in un sito molto remoto e non accessibile, e dotato di recinti e impianti di sorveglianza. Dispositivi di “alloggio” di questo tipo risultano limitare gravemente i diritti fondamentali degli interessati, isolandoli completamente dal mondo circostante e privandoli di adeguate possibilità di occupazione e istruzione».
Malgrado il rischio di una procedura di infrazione paventato dall’Europa, il Comune di Roma sembra voler continuare con una politica che rafforza il “sistema campi” programmandone la progettazione e la costruzione di nuovi. Proprio nel sito La Barbuta, indicato dall’Europa come lesivo dei diritti fondamentali dei rom, potrebbe vedersi realizzata la costruzione di un nuovo “campo” per soli rom che sostituirebbe quello esistente oggi, che verrebbe così abbattuto.
Per la prima volta nel nostro Paese sarebbe una multinazionale, Leroy Merlin Italia, a farsi carico della realizzazione di un “campo rom”, grazie alla costituzione di un’Associazione temporanea di impresa (ATI) alla quale parteciperebbe anche la Comunità di Capodarco di Roma. In cambio dell’investimento, pari a 11,5 milioni di euro, interamente a carico di Leroy Merlin Italia, la multinazionale francese del bricolage riceverebbe dal Comune la concessione gratuita per 99 anni del terreno su cui oggi sorge il campo La Barbuta, per installarci così le proprie attività commerciali (vedi Rapporto “Terminal Barbuta”).
Per scoraggiare la multinazionale del bricolage dal realizzare l’ennesimo ghetto per soli rom nella Capitale, oggi l’Associazione 21 luglio ha lanciato una campagna di mobilitazione pubblica e di pressione nei confronti di Leroy Merlin Italia.
«Leroy Merlin: un campo rom è un ghetto. Non costruirlo!», è l’appello dell’Associazione 21 luglio che invita cittadini e utenti del web a inviare un’email, con un semplice clic dal sito della campagna, direttamente a Leroy Merlin Italia per chiedere alla multinazionale di non sporcarsi la faccia e di non farsi coinvolgere nella creazione dell’ennesimo ghetto per rom a Roma.
«Diffonderemo la campagna anche all’estero, chiederemo alle persone di condividerla sui social media e di unirsi così alla nostra battaglia per dire basta alla creazione di nuovi ghetti per soli rom», afferma l’Associazione 21 luglio.
«I “campi” sono luoghi di sospensione dei diritti umani, che rendono impossibile l’inclusione sociale, che creano disagi al resto della cittadinanza e che alimentano nella pubblica opinione un clima di ostilità verso le comunità rom. L’unica soluzione percorribile è dunque quella di superare i “campi rom”, come prevede la Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom redatta dal governo italiano nel 2012. Convincere Leroy Merlin Italia a ritirare il progetto sarebbe un passo molto importante in questa direzione», conclude l’Associazione 21 luglio.

La Strategia per l'inclusione dei rom: come la tela di Penelope

inclusione rom[tfg_social_share]In Italia le condizioni di esclusione sociale delle comunità rom persistono, così come l’orientamento ad attribuire loro uno stigma. La Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, presentata dal governo italiano alla Commissione Europea oltre due anni fa, sembra aver disatteso il clima di aspettative che aveva generato.
È il quadro che emerge dal rapporto “La tela di Penelope. Monitoraggio della società civile sullo stato di attuazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti in Italia», presentato stamane a Milano dall’Associazione 21 luglio durante un convegno presso la Fondazione Stelline. La ricerca, redatta da una coalizione guidata dall’Associazione 21 luglio e composta dalla Fondazione Giovanni Michelucci e dall’Associazione Amalipè Romanò, è stata coordinata dal Segretariato della Fondazione della Decade per l’Inclusione dei rom che ha sostenuto i rapporti delle coalizioni della società civile in altri sette Paesi europei.
“La tela di Penelope”, così come gli altri rapporti redatti dalla società civile degi altri Paesi, intende offrire informazioni integrative o alternative ai Rapporti sull’implementazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom inviati dagli Stati membri alla Commissione Europea con l’obiettivo di analizzare l’effettivo impatto sociale delle misure governative sulle comunità rom. Requisiti strutturali, antidiscriminazione, istruzione, occupazione, salute e alloggio gli ambiti indagati dal rapporto.
All’indomani dalla sua approvazione, il 24 febbraio 2012, la Strategia era stata accolta positivamente da diversi attori della società civile perché segnava un’importante discontinuità rispetto al passato. In primo luogo, essa si esprimeva chiaramente per il superamento della prospettiva emergenziale, dell’approccio assistenzialista e della soluzione dei “campi nomadi”. Inoltre, per la prima volta, nel nostro Paese, emergeva la volontà di attuare un quadro strategico nazionale univoco per l’inclusione delle comunità rom.
Aspettative, purtroppo, finora disattese nella realtà delle politiche che si attuano nel nostro Paese nei confronti di rom e sinti.
«Le condizioni di esclusione sociale di molte comunità rom persistono, così come l’orientamento ad attribuire loro uno stigma – è la conclusione alla quale giunge il rapporto “La tela di Penelope” -. La questione abitativa rimane in Italia, definita il “Paese dei campi”, un punto fortemente critico. La situazione segregante degli insediamenti formali e informali riguarda circa 40mila rom e sinti ed essa, nonostante l’attuazione della Strategia, continua a caratterizzare la geografia di molte aree urbane».
«Dal punto di vista dei programmi e delle attività – è scritto nel rapporto – si registrano un ritardo generalizzato e l’assenza di indicazioni per la traduzione in chiave operativa degli indirizzi della Strategia. La partecipazione dei rom risulta solo formale a livello nazionale ed è scarsa a livello locale. Ciò ha determinato un senso di estraneità da parte dei rom nei confronti di questo strumento di cui non si sentono né proprietari né responsabili. Nella dimensione locale ci si è mossi negli ultimi 30 mesi secondo modalità e tendenze che non hanno prodotto discontinuità rispetto al passato. Infine attorno alla Strategia, ai suoi protagonisti, alle azioni previste e a quelle realizzate è presente una domanda disattesa di conoscenza e informazione espressa dagli amministratori locali e regionali, organizzazioni della società civile, comunità rom».
«La Strategia – ha affermato nel corso della presentazione del rapporto Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio – si percepisce come una meta irraggiungibile, simile alla tela di Penelope. Nei propositi mattutini si cuce, nelle azioni concrete si disfa. L’Italia è chiamata a mantenere i suoi impegni davanti alla Commissione Europea e a invertire la rotta verso reali e incisive politiche inclusive. Occorre recuperare il tempo perduto con azioni coerenti con gli impegni assunti».
Numerose le raccomandazioni contenute nel rapporto, tra le quali spicca la richiesta al Governo Renzi di promuovere il passaggio dell’UNAR, il Punto di contatto nazionale per l’applicazione della Strategia, ad una condizione di effettiva autonomia e indipendenza. Resta inoltre prioritaria la richiesta di dare seguito all’impegno definito dalla Strategia circa il riconoscimento dei rom come minoranza nazionale, includendoli nella Legge 402 del 1999 sul riconoscimento delle minoranze e di promuovere politiche abitative non discriminatorie e che vadano nella direzione del definitivo superamento dei megacampi monoetnici.
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Le ruspe abbattono le abitazioni dei rom e illudono gli abitanti di Tor Sapienza

Una ruspa in azione nell'insediamento Salviati II

Una ruspa in azione nell’insediamento Salviati II


[tfg_social_share]L’Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione riguardo alle operazioni di sgombero nel “campo tollerato” Salviati II, a Tor Sapienza, iniziate il 16 ottobre scorso.
«Operazioni che si ripetono negli anni senza risolvere i problemi – afferma l’Associazione 21 luglio -. Le ruspe abbattono le abitazioni dei rom e illudono gli abitanti di Tor Sapienza. Ma se qualcuno pensa che i rom sgomberati non si adoperino a costruire nuovi insediamenti in altri angoli della città, si sbaglia. L’insediamento va superato, e ciò può essere fatto in maniera definitiva solo attraverso l’attivazione di un piano sociale organico che preveda dialogo e percorsi di inclusione».
L’Associazione 21 luglio ha monitorato sul posto le fasi dell’intervento, ordinato dal Gabinetto del Sindaco, che prevede da una parte l’esecuzione di ordini di espulsione dal “campo”, notificati lo scorso giugno, nei confronti di alcuni nuclei familiari che risulterebbero in possesso di somme di denaro incompatibili, secondo le autorità comunali, con l’assegnazione di un container all’interno del “campo tollerato”; dall’altra la demolizione, in assenza di una notifica preventiva, dei manufatti auto-costruiti dagli stessi abitanti in seguito al naturale ampliamento dei nuclei familiari avvenuto dalla nascita dell’insediamento, nel 1994, ad oggi.
Su quest’ultimo punto, l’Associazione 21 luglio sottolinea come sia concreto il rischio che tale operazione, se effettuata con le modalità e le tempistiche illustrate ai rappresentanti dell’organizzazione presenti sul posto e in assenza dell’offerta di alternative abitative adeguate, possa avere l’esito di privare le persone coinvolte della propria abitazione configurandosi di conseguenza come uno sgombero forzato.
L’abbattimento delle abitazioni senza offrire alternative lascerebbe le persone, e in particolare i minori, in una condizione di estrema vulnerabilità, obbligandole a costruire altrove le proprie abitazioni e ponendole a rischio di ulteriori violazioni dei diritti umani. Per questo l’Associazione 21 luglio raccomanda alle autorità competenti di porre in essere tutte le opportune misure affinché venga scongiurato tale rischio.
L’Associazione 21 luglio ritiene che operazioni come quella in atto in via Salviati, improntate a un approccio sicuritario, siano un indicatore emblematico e un’inevitabile conseguenza dell’attuale assenza di politiche sociali efficaci rivolte alle comunità rom in condizione di emergenza abitativa a Roma. Nonostante i ripetuti riferimenti all’attuazione della Strategia nazionale di inclusione dei rom da parte delle autorità romane, lo stallo attuale dei soggetti incaricati nel predisporre politiche sociali efficaci entro un quadro strategico di breve, medio e lungo periodo, ha comportato nei fatti una totale inazione che si traduce in un quotidiano aggravamento del degrado fisico e relazionale all’interno dei “campi” accompagnato di pari passo dalla comprensibile esasperazione delle tensioni sociali nei quartieri limitrofi.
Tale dinamica genera l’esplosione di conflitti, cui segue l’abdicazione delle politiche sociali in favore di interventi dettati dall’urgenza e improntati esclusivamente alla sicurezza che, come gli ultimi decenni hanno ripetutamente dimostrato, non sono in grado di produrre risultati sostenibili ma esclusivamente soluzioni tampone con uno spostamento del problema.
Alla luce di questo schema che ormai da mesi si ripete nella Capitale e che produce come unico risultato quello di esacerbare le tensioni sociali, l’Associazione 21 luglio auspica una repentina assunzione di responsabilità da parte del sindaco Ignazio Marino che possa velocemente tradursi in un “cambio di marcia” necessario e urgente.
Il conto dell’inazione è sproporzionatamente salato, in termini non solo di occasioni mancate e di ripercussioni sui soggetti più vulnerabili, rom e non rom, ma anche in termini economici: «Vorremmo sentire l’Assessorato alle Politiche Sociali parlare il linguaggio dell’inclusione e invece, al silenzio, segue il fragore delle ruspe – afferma l’Associazione 21 luglio – . A Roma l’emergenza non sono i rom ma un Assessore incapace di pensare risposte sostenibili e di tradurle in azioni adeguate. E’ assurdo e inaccettabile che la Capitale sia ancora priva di un piano sociale che affronti in maniera organica la cosiddetta “questione rom”».

Rapporto Terminal Barbuta: Leroy Merlin vuole costruire un nuovo ghetto rom a Roma

Leroy Merlin[tfg_social_share]SCARICA IL RAPPORTO
Una cordata guidata dalla multinazionale francese Leroy Merlin Italia vuole costruire l’ennesimo ghetto per soli rom nella Capitale: un nuovo mega insediamento monoetnico in sostituzione del “villaggio della solidarietà” La Barbuta, che sarà abbattuto lasciando così spazio, con una concessione gratuita del terreno per 99 anni, alle attività commerciali della multinazionale del bricolage.
Il progetto, finora tenuto nascosto dal Comune di Roma, è stato divulgato alla stampa stamane dall’Associazione 21 luglio in occasione della presentazione di “Terminal Barbuta”, il rapporto che fa luce sul “campo” La Barbuta, uno dei più controversi di Roma, situato nella periferia sud-est della città.
Se dovesse essere confermata, la proposta progettuale, presa in esame dal Comune di Roma lo scorso gennaio, prevede l’abbattimento dell’attuale “villaggio della solidarietà” La Barbuta, inaugurato nel 2012 e già costato 10 milioni di euro per la sua costruzione e oltre 5 milioni di euro per la sola gestione. Quattrocento dei 580 rom oggi residenti nel “campo”, secondo quanto si legge nel progetto, saranno trasferiti nel nuovo “villaggio”, da costruire su un’area di 57.092 mq a ridosso dell’insediamento attuale per un investimento complessivo, interamente a carico di Leroy Merlin Italia, di oltre 20 milioni di euro per 15 anni.
In cambio della realizzazione del “villaggio” è prevista la concessione gratuita per 99 anni, alla stessa Leroy Merlin Italia, di un diritto di superficie dell’intera area sulla quale sorge oggi La Barbuta, con cambio di destinazione d’uso a commerciale per strutture di grandi dimensioni al fine, per l’appunto, di attuarvi il trasferimento delle proprie attività commerciali.
Oltre a Leroy Merlin Italia, mandataria dell’ATI responsabile del progetto, la realizzazione del nuovo “villaggio della solidarietà” vede altresì il coinvolgimento della ditta Stradaioli, in qualità di costruttore, e della Comunità di Capodarco di Roma, in qualità di gestore del nuovo “campo”.
Queste ultime riceverebbero rispettivamente un compenso di 11,5 milioni di euro per la costruzione del “villaggio” e di 597.285 euro annui per 15 anni per la gestione dello stesso, considerando che la stima del contributo erogato dal Comune di Roma per ognuno dei 400 rom è di 4 euro al giorno.
Il nuovo “villaggio della solidarietà”, che stando al progetto sarà composto da moduli abitativi prefabbricati, dovrebbe servire a «fronteggiare l’emergenza nomadi in maniera costruttiva ed organizzata, nell’ottica di scongiurare ogni rischio igienico-sanitario», secondo i suoi ideatori.
Secondo l’Associazione 21 luglio, invece, «il nuovo “villaggio della solidarietà” La Barbuta non sarebbe altro che l’ennesimo luogo di segregazione, ghettizzazione e sospensione dei diritti umani nella città di Roma. Un ghetto – sottolinea l’Associazione – che non avrebbe alcuna differenza con il “campo” attuale, già definito “un insediamento segregato su base etnica” dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks nel novembre 2012, dove i rom soffrono, esprimono un disagio inascoltato e chiedono soluzioni diverse ricordando come lo spazio loro assegnato non sia idoneo a ospitare un insediamento umano».
«La risposta del Comune di Roma al progetto dell’ATI – dichiara il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla – può essere una sola: il “campo” monoetnico La Barbuta è una minestra che, nelle sue più diverse salse, non può più essere digerita né dai rom, né dalla città di Roma, né dal vicino Comune di Ciampino con cui il “villaggio” confina».
«Il mega campo, vergogna tutta romana, va chiuso e vanno messi finalmente in atto percorsi di uscita che conducano i rom ad una reale inclusione lavorativa e abitativa. Gli strumenti per farlo non mancano – continua Stasolla – visto che basterebbe riconvertire i quasi 2 milioni di euro spesi ogni anno dal Comune di Roma per la sua gestione o i circa 250 mila euro che la multinazionale d’oltralpe sarebbe disposta a spendere per una famiglia rom per la costruzione e la gestione del nuovo insediamento».
L’Associazione 21 luglio si dice infine fiduciosa che Leroy Merlin Italia, di fronte alle preoccupazioni circa le violazioni dei diritti umani che il nuovo “villaggio” comporterebbe, ritiri quanto prima la proposta del progetto. Qualora questo non dovesse accadere, tuttavia, l’Associazione 21 luglio si dice pronta a opporsi in tutti i modi possibili, anche con azioni dimostrative quali il boicottaggio commerciale, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica.
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Antiziganismo 2.0: ogni giorno odio contro i rom nelle parole dei politici

Rom e sinti in Italia continuano ad essere vittime dei discorsi di odio pronunciati, nella gran parte dei casi, da esponenti politici: più di un caso al giorno di incitamento all’odio, discriminazione e discorso stereotipato che ha come conseguenza quella di alimentare un’immagine indistintamente negativa e penalizzante di tali comunità nel nostro Paese.
È quanto emerge da “Antiziganismo 2.0”, il rapporto 2013-2014 dell’Osservatorio nazionale sull’incitamento alla discriminazione e all’odio razziale dell’Associazione 21 luglio, giunto alla seconda edizione e finanziato da Open Society Foundations.
Dal 16 maggio 2013 al 15 maggio 2014, il monitoraggio dell’Osservatorio 21 luglio, effettuato su 129 fonti (tra cui quotidiani nazionali e locali, cartacei e on line, agenzie stampa e social media) ha rilevato 428 casi complessivi di discorsi d’odio verso rom e sinti – 1,17 casi in media al giorno – di cui più della metà (il 56,3%) classificati come episodi gravi (“incitamento all’odio” e “discriminazione”), che denotano le più significative forme di razzismo antirom.
I restanti 187 casi (il 43,7% del totale) si configurano invece come “discorsi stereotipati”, categoria nella quale sono stati inseriti tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.
Secondo i dati di “Antiziganismo 2.0”, il 79% delle segnalazioni di discorsi d’odio complessivi si riconduce a dichiarazioni, diffuse attraverso gli organi di informazione, di esponenti politici. Di questi, il 70% risulta appartenente a partiti di destra e centro-destra, con un 28% riferito esclusivamente alla Lega Nord.
Quanto alla collocazione geografica delle segnalazioni, l’88,5% è stato registrato al nord e centro-nord, con Liguria e Veneto che sono passate rispettivamente dal 2% al 7,5% e dal 6,4% al 12% rispetto all’anno precedente, mentre nel Lazio si è concentrato il 22% delle segnalazioni nazionali con Roma che, da sola, rappresenta il 21% dei casi totali. Milano si attesta al 15% delle segnalazioni nazionali, seguita da Genova (6%), Torino (5%), Vicenza (4,5%) e Lucca (2,5%).
Per quanto riguarda invece i soli episodi gravi, che si manifestano con la media di circa 1 episodio ogni due giorni, il rapporto evidenzia come nel 72% dei casi i discorsi di odio siano stati pronunciati da esponenti politici, mentre nel 18% gli autori si sono rivelati giornalisti.
Per ciò che concerne l’area politica si conferma la maggioranza delle segnalazioni relative alla destra e al centro destra (il 65%), con la Lega Nord a detenere, ancora una volta, il primato, seguita da PDL e Forza Italia (14%) e formazioni di destra e estrema destra, quali CasaPoundFiamma TricoloreForza NuovaFratelli d’Italia e La Destra (23%).
La distribuzione su scala regionale e cittadina confermano i dati precedenti con un centro-nord all’86% di episodi, con il Lazio al 18%, la Lombardia al 22% e il Veneto al 12%. Prevedibilmente Roma e Milano mantengono il record di segnalazioni sia a livello regionale (90% per Roma e 67% per Milano) che a livello nazionale (16% per Roma e 15% Milano), Genova si attesta al 67% a livello regionale e al 5% nazionale, Torino al 77% regionale e al 6% nazionale e Vicenza al 40% regionale e al 5% nazionale.
In seguito ai casi descritti, l’area legale dell’Associazione 21 luglio ha intrapreso 88 azioni correttive, tra cui 53 segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), 11 lettere di diffida, 6 esposti al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, e 2 segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (OSCAD).
«I dati del rapporto – afferma l’Associazione 21 luglio – confermano come l’antiziganismo sia una piaga altamente diffusa nel nostro Paese, che è urgente contrastare attraverso un’azione di denuncia e intervento nei confronti di chi si rende irresponsabilmente promotore di discorsi d’odio, in particolar modo se investito di una carica pubblica e/o elettiva, nei confronti di una minoranza vulnerabile cui viene costantemente privata la possibilità di replicare».
«La pericolosità di tali discorsi – conclude l’Associazione 21 luglio – è insita soprattutto nel fatto che essa rende maggiormente accettabili se non addirittura condivisibili da parte dell’opinione pubblica posizioni estreme e apertamente razziste, e risulta quindi un terreno fertile per un’eventuale ulteriore escalation di odio nei confronti di rom e sinti».
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Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni

Amnesty International rom

I rom davanti alla sede del Municipio Roma III


[tfg_social_share]Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni. Per 39 rom ancora nessuna soluzione alternativa è stata individuata dalle autorità di Roma Capitale dopo lo sgombero forzato dell’insediamento informale in zona Val d’Ala. Associazione 21 luglio e Amnesty International rivolgono un appello urgente al sindaco di Roma Marino e all’Assessore Cutini: «Serve una soluzione immediata per rispondere all’emergenza che queste persone, tra cui minori e malati, stanno affrontando».
I 39 rom rumeni sono stati sgomberati lo scorso 9 luglio dall’insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria di Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma. Lo sgombero, come denunciato in un comunicato congiunto da Associazione 21 luglio e Amnesty International,  ha violato «i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali».
In particolare, lo sgombero – hanno denunciato le due organizzazioni – non è stato accompagnato da una genuina consultazione con le persone coinvolte né da una notifica formale scritta. In più, nessuna soluzione abitativa alternativa adeguata è stata offerta loro, come invece prescritto dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Dopo lo sgombero, nella stessa giornata, i rom si sono recati davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere una soluzione alternativa. Sul posto erano presenti anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio, di Amnesty International e l’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio III Eleonora Di Maggio. In quella sede, tuttavia, nessuna soluzione adeguata è stata offerta alle famiglie sgomberate, se non la divisione dei nuclei familiari (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte). Soluzione – la stessa proposta ai rom al momento dello sgombero – che non può essere ritenuta adeguata e che le famiglie hanno comprensibilmente rifiutato.
Successivamente i rom si sono spostati sullo stesso terreno dal quale erano stati sgomberati, dove hanno trascorso la notte riparandosi dalla pioggia con mezzi di fortuna. La mattina dopo, tuttavia, le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare le famiglie una seconda volta.
A quel punto i rom, accompagnati dagli attivisti di Associazione 21 luglio e Amnesty International, si sono spostati nella sede del Municipio Roma III, in piazza Sempione, nel cui atrio, in seguito a un accordo con le autorità municipali, hanno potuto trascorrere la notte in attesa di un pronto intervento da parte delle istituzioni capitoline per affrontare e risolvere l’emergenza in cui i 39 rom sono stati costretti dallo sgombero.
«Il tempo passa e le autorità di Roma Capitale non hanno ancora trovato nessuna soluzione all’emergenza che esse stesse hanno creato con un’azione inutile, costosa e frutto di una totale amnesia istituzionale», scrivono oggi Associazione 21 luglio e Amnesty International.
«Dopo essere stati vittime di due sgomberi in due giorni, i rom sono stati letteralmente abbandonati a loro stessi. Rivolgiamo quindi un appello alla sensibilità del sindaco Ignazio Marino e dell’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà di Roma Capitale Rita Cutini – affermano le due organizzazioni –  affinché, urgentemente, venga individuata una soluzione abitativa adeguata per questi uomini, donne e bambini».
«Una volta che la situazione alloggiativa di questa comunità sia stata risolta – concludono le due organizzazioni – il sindaco Ignazio Marino e le altre autorità competenti dovranno verificare perché gli sgomberi continuano ad essere compiuti con modalità che violano gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate, e creare i presupposti perché tali violazioni di diritti umani non si ripetano ulteriormente, ad esempio attraverso l’adozione di una circolare che guidi il comportamento di ufficiali impegnati nelle operazioni di sgombero».

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Roma, Associazione 21 luglio e Amnesty International contro l'ennesimo sgombero

amnesty international sgombero[tfg_social_share]Ci sono anche 11 minori, di cui alcuni di pochi mesi, e persone affette da gravi patologie tra i 39 rom che sono stati sgomberati questa mattina da un insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma.
Le famiglie, rese senza tetto dallo sgombero forzato, hanno appena raggiunto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune per chiedere un’alternativa adeguata. Per Associazione 21 luglio e Amnesty International, che hanno assistito alle operazioni, lo sgombero viola i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali.
Le operazioni di sgombero sono cominciate questa mattina intorno alle ore 7.30 alla presenza degli ufficiali della Polizia di Roma Capitale (guarda le foto). Le abitazioni dei 15 nuclei familiari sono state abbattute e i 39 rom, tutti originari della Romania, sono stati allontanati dall’insediamento nel quale vivevano.
Appresa l’intenzione delle autorità comunali di sgomberare i 39 rom, tra cui alcune persone che necessitano di cure per via delle gravi patologie di cui soffrono, l’Associazione 21 luglio, lo scorso 4 luglio, aveva scritto alla Direzione Accoglienza e Inclusione del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere un intervento immediato volto a evitare la realizzazione di uno sgombero forzato, illegale e in violazione dei diritti umani.
L’8 luglio, Amnesty International aveva chiesto chiarimenti al Comune di Roma in merito allo sgombero e alle misure adottate per garantire il rispetto degli standard vigenti. Da tale dialogo è emersa l’assenza di un’offerta di alloggio alternativo alle famiglie interessate dallo sgombero.
Di fronte all’assenza di un intervento in grado di riportare tale operazione entro un ambito di legalità, pertanto, Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno dovuto constatare che, così come sono state condotte, le operazioni non hanno rispettato le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Lo sgombero di stamane, infatti, non è stato accompagnato da una genuina consultazione con gli interessati né da una notifica formale e nessuna alternativa abitativa adeguata è stata offerta loro – se non la divisione familiare (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte) che le persone hanno comprensibilmente rifiutato – rendendo così i 39 rom, in particolare i bambini, vulnerabili a ulteriori violazioni di diritti umani.
Con quello di oggi, sale a 30 il numero di sgomberi forzati di insediamenti informali rom realizzati nella Capitale dall’attuale Giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino, sottolinea l’Associazione 21 luglio. Lo sgombero odierno, secondo i dati dell’Associazione, è inoltre costato al Comune circa 50 mila euro mentre per i 30 sgomberi sono stati spesi, in totale, circa 1,5 milioni di euro.
Subito dopo essere state sgomberate, le famiglie rom coinvolte hanno deciso di recarsi davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma, in viale Manzoni 16, per chiedere una soluzione abitativa adeguata.
Sul posto si trovano anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio e di Amnesty International, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio Roma III Eleonora Di Maggio, che ha assistito allo sgombero.
«Lo sgombero forzato di questa mattina rende evidente l’urgenza di una circolare che indichi le modalità con cui gli sgomberi devono essere realizzati, quando strettamente necessari, rispettando gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate», afferma Amnesty International. «Il Sindaco Marino ed il governo italiano non possono guardare dall’altra parte mentre dei bambini vengono lasciati per strada».
«Perpetrando una politica basata sugli sgomberi forzati e sulla segregazione dei rom nei cosiddetti “villaggi della solidarietà” – affermano Associazione 21 luglio e Amnesty International – Roma non solo dimostra di non attuare la Strategia di Inclusione dei Rom e Sinti ma persiste nell’utilizzo di ingenti risorse economiche – che potrebbero essere riconvertite in progetti rivolti a tutti i cittadini, rom e non, in emergenza abitativa – per violare i diritti umani dei rom contribuendo ad alimentare il clima di ostilità nei loro confronti».
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Campi Nomadi s.p.a: a Roma il "sistema campi" vale 24 milioni

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Oltre 24 milioni di euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per segregare e concentrare i rom nei “villaggi della solidarietà” e nei “centri di raccolta rom” e sgomberarli dagli insediamenti informali. Un vero e proprio “sistema”, quello dei “campi” nella Capitale, all’interno del quale operano 35 enti pubblici e privati, che impiegano un personale di oltre 400 individui, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici.
È il quadro che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, presentato stamane in Campidoglio dall’Associazione 21 luglio: un fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi” e che per le comunità rom non si traduce in alcun beneficio in termini di inclusione sociale ma che alimenta, al contrario, la percezione negativa nei loro confronti da parte dell’opinione pubblica.
Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, di cui più della metà bambini -, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione dei “campi” e per la vigilanza e la sicurezza all’interno degli stessi; il 13,2% è stato rivolto ad interventi di scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.
Per la gestione degli 8 “villaggi della solidarietà” presenti a Roma, nei quali vivono 4.391 persone, il Comune di Roma ha speso più di 16 milioni di euro. Tra questi, il “campo” di Castel Romano, dove risiedono 989 rom, risulta il più costoso: oltre 5 milioni di euro nel solo 2013. Dalla sua nascita, nel 2005, per una famiglia composta da 5 persone il Comune di Roma ha già speso oltre 270 mila euro.
Il “centro di raccolta rom” di via Amarilli, uno dei tre esistenti a Roma (costati circa 6 milioni di euro nel 2013), risulta invece l’insediamento formale con la spesa procapite più alta: per ognuno dei 130 abitanti nel “centro”, nel solo anno considerato dal rapporto, il Comune di Roma ha speso 906 euro al mese, a fronte di un investimento per l’inclusione sociale dei rom pari allo 0%.
Per spostare da un punto all’altro della città circa 1.200 rom attraverso 54 azioni di sgombero forzato, infine, si sono impiegati quasi 2 milioni di euro.
Come in una vera e propria “municipalizzata”, nella “Campi Nomadi s.p.a.”, emerge dall’indagine dell’Associazione 21 luglio, sono coinvolti 35 enti pubblici e privati. Stimando, per ognuno di essi, un coinvolgimento medio di 12 operatori, risultano più di 400 i soggetti individuali impiegati all’interno dell’indotto che si muove attorno alla “questione rom”. Preoccupante è la percentuale di affidamenti diretti dei finanziamenti, senza ricorrere pertanto a bandi pubblici, che in alcuni casi raggiunge il 100%.
Tra i soggetti operanti nel “sistema campi”, Consorzio Casa della Solidarietà e Risorse per Roma risultano, nel 2013, i due destinatari principali dei finanziamenti: 4.242.028 euro il primo, 3.757.050 euro il secondo. Per gli altri soggetti, invece, i finanziamenti sono compresi tra i 2 milioni di euro e i 100 mila euro annui.
A fronte di costi economici e sociali così elevati, il superamento definitivo dei “campi” si presenta come l’unica via che conduce a una inversione di tendenza e che si incrocia con quella dei diritti umani.
Le alternative possibili ai “campi” sono molteplici e l’Associazione 21 luglio, nel rapporto, ne ha proposto un esempio concreto: un progetto di autorecupero, così come codificato dalla Legge Regionale n.55 del 1998, che darebbe alloggio a 22 famiglie, tra cui 2 famiglie rom, una famiglia di rifugiati, una famiglia di immigrati e altre famiglie italiane in disagio abitativo. Un progetto, questo, che partirebbe dall’individuazione di un edificio dismesso tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati presenti attualmente sul territorio comunale.
Soluzioni abitative extra-campo, finalizzate all’inclusione sociale, del resto, sono già state attuate in altre città italiane, come Messina e Padova, dove, grazie a progetti di autorecupero e autocostruzione, si spenderanno in 5 anni rispettivamente 10 mila euro e 50 mila euro per una famiglia rom di 5 persone. A Roma, la stessa tipologia di famiglia che vive nel “campo” de La Barbuta costerà alle casse comunali 155 mila euro in cinque anni.
«Segregare, concentrare e allontanare i rom ha un costo altissimo che Roma non può e non deve più permettersi – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiediamo pertanto all’amministrazione un impegno concreto volto a mettere la parola fine alla “politica dei campi” e al “sistema” che vi si cela dietro e a riconvertire le risorse in progetti di reale inclusione sociale a beneficio di cittadini rom e non. È quanto mai urgente, quindi, che il sindaco Marino intervenga per sospendere il progetto di rifacimento del nuovo “campo” in via della Cesarina, che l’Assessorato alle Politiche Sociali intende realizzare nei prossimi mesi e che andrebbe a incidere significativamente sulle spese previste nel 2014 per il “sistema campi”».
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