L’Associazione 21 luglio presenta il rapporto “Mia madre era rom”: «In atto un flusso istituzionalizzato di minori rom sottratti alle proprie famiglie».

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Al via oggi la nuova Campagna “Stop all’apartheid dei Rom” dell’Associazione 21 luglio.

Campagna “Stop all’apartheid dei Rom”: l’Associazione 21 lancia un appello con raccolta firme per chiedere ai Presidenti delle Regioni di abrogare le leggi che istituzionalizzano i “campi nomadi”
Roma, 8 ottobre 2013 – La politica dei “campi nomadi”, che da anni caratterizza l’atteggiamento delle istituzioni italiane nei confronti di rom e sinti, si basa sull’assunto infondato per cui queste comunità sarebbero nomadi e ha alimentato, nel tempo, la loro ghettizzazione e segregazione. Per questo, è opportuno abrogare le Leggi regionali che istituzionalizzano i “campi nomadi” e promuovere politiche in favore dell’inclusione sociale di tali comunità.
Con la nuova Campagna “Stop all’apartheid dei Rom!”, che prende avvio quest’oggi, l’Associazione 21 luglio dice basta a ogni forma di discriminazione nei confronti dei rom e sinti che vivono nel nostro Paese.
Nell’ambito della campagna, l’Associazione presenta il rapporto “Questione rom: Dal silenzio dello Stato alle risposta di Regioni e Province” in cui vengono analizzate nei dettagli le Leggi regionali che hanno portato alla creazione dei “campi nomadi”, e lancia l’appello nazionale con raccolta firme “Inclusione per le comunità rom e sinte in Italia” per chiedere ai Presidenti delle Regioni Lazio, Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Sardegna, Friuli Venezia Giulia e Umbria l’immediata abrogazione delle rispettive Leggi regionali.
Dei circa 170 mila rom e sinti che vivono in Italia, 40 mila vivono all’interno dei cosiddetti “campi nomadi”. La politica dei “campi”, nel nostro Paese, ha preso avvio nel 1984 quando nove Regioni italiane e la provincia autonoma di Trento hanno approvato leggi ad hoc per la «tutela delle popolazioni nomadi», ispirate all’idea di tutelare il diritto al nomadismo delle comunità rom e sinte.
Queste leggi, in nome della presunta «tutela delle popolazioni nomadi», prevedono la creazione di insediamenti per comunità erroneamente ritenute “nomadi”, ovvero incapaci e non desiderose di adattarsi ad una vita in una abitazione convenzionale.
A tal proposito nel “Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Camminanti in Italia” condotta e presentata dalla Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani il 9 febbraio 2011 si legge: «A differenza di quanto comunemente si crede, la stragrande maggioranza dei Rom, Sinti e Caminanti presenti sul territorio italiano non è nomade e ha anzi uno stile di vita sedentario».
Allo stesso modo, la Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti adottata dall’Italia in sede europea il 29 febbraio 2012, ha riconosciuto come sia «ormai superata la vecchia concezione, che associava a tali comunità, l’esclusiva connotazione del “nomadismo”, termine superato sia da un punto di vista linguistico che culturale e che peraltro non fotografa correttamente la situazione attuale».
Negli anni le Leggi regionali, assieme allo stereotipo mai superato nell’immaginario collettivo di “rom=nomade”, hanno di fatto legittimato e sostenuto politiche incentrate sulla costruzione di insediamenti riservati ai soli rom, in spazi isolati, recintati, distanti dalla città e lontani dai diritti, favorendo così la ghettizzazione, la stigmatizzazione e la segregazione delle comunità rom e sinte in Italia
Si è in tal modo istituzionalizzata una sospensione dei diritti umani di rom e sinti attraverso norme progettate specificamente solo per loro.
Con la Campagna “Stop all’apartheid dei Rom!” e con l’appello “Inclusione per le comunità rom e sinte in Italia”, l’Associazione 21 luglio è convinta che combattendo l’esclusione e la discriminazione attraverso una legislazione adeguata e implementando programmi efficaci a promuovere l’inclusione sociale dei rom e dei sinti, sarà possibile rompere il muro dell’apartheid che di fatto separa oggi la società maggioritaria dalle comunità rom e sinte presenti sul nostro territorio.
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Roma, il primo sgombero forzato della giunta Marino

Sgombero di via Salviati

Sgombero di via Salviati


Da questa mattina è in corso lo sgombero forzato di 35 famiglie rom nell’insediamento informale di via Salviati, nella periferia est della Capitale. Per Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC), lo sgombero non rispetta standard e garanzie procedurali ponendosi in continuità con le ripetute violazioni dei diritti umani perpetrati già dalla passata Amministrazione capitolina.
Le operazioni di sgombero sono iniziate alle 7.15 di stamane, condotte da carabinieri, polizia di Stato e polizia municipale (circa 70 uomini in tutto). I 120 rom presenti vivevano in via Salviati dallo scorso giugno, dopo essere fuggiti dal «villaggio della solidarietà» di Castel Romano. L’azione odierna rappresenta l’attuazione dell’ordinanza del sindaco Marino n. 184 del 5 agosto 2013 che aveva disposto «il trasferimento immediato di persone e cose dall’insediamento abusivo di nomadi sito in via Salviati» e il loro ricollocamento «presso il villaggio della solidarietà di Castel Romano».
In risposta all’ordinanza del sindaco la comunità rom aveva affermato in una lettera aperta la volontà di non voler continuare a “vivere in un ghetto”, quale si configura l’insediamento di Castel Romano, un mega-campo monoetnico isolato dal contesto urbano, ad alta concentrazione, luogo di degrado fisico e relazionale.
Nella stessa lettera i rom avevano formulato al sindaco un appello al dialogo per dare vita a nuovi percorsi di inclusione ma, secondo le informazioni raccolte dalle tre organizzazioni, tale richiesta non ha avuto alcun seguito. Gli incontri avvenuti tra i rom e le autorità, per modalità, tempistica e partecipanti, non possono essere infatti considerati in alcun modo “genuine consultazioni”.
«Per tale ragione – sostengono Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e ERRC – lo sgombero forzato di oggi non rispetta gli standard e le garanzie procedurali previste dalla normativa internazionale. Dai riscontri effettuati emergono infatti la mancanza di una reale e genuina consultazione con i rom interessati e l’assenza di alternative abitative adeguate.
I “villaggi della solidarietà” del Comune di Roma – secondo le tre organizzazioni – non possono essere ritenuti un’alternativa alloggiativa adeguata essendo stato comprovato come condurre la propria vita all’interno di detti insediamenti compromette la fruizione di diritti imprescindibili sociali ed economici e condiziona fortemente la vita dei suoi abitanti, spesso anche in dispregio dei diritti umani».
«Lo sgombero forzato al quale stiamo assistendo oggi – concludono le tre organizzazioni – oltre a rappresentare una grave violazione dei diritti umani, costituisce un innegabile passo indietro rispetto ai contenuti espressi all’interno della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti adottata dal governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione europea n.173/2011 che sottolinea la necessità di superamento del modello “campo” per combattere l’isolamento e favorire percorsi di interrelazione sociale».
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«Chiudere i “campi nomadi” e puntare sull’inclusione sociale dei rom». Le proposte di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus all’Amministrazione romana

Roma, 9 settembre 2013 – Con un documento congiunto dal titolo “Dall’ossessione securitaria alla solidarietà responsabile. La città di Roma e i rom: linee guida per una nuova politica”, Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus presentano all’Amministrazione di Roma Capitale alcune proposte concrete sulle politiche di inclusione dei rom e sinti.
Oggi a Roma vivono circa settemila rom e sinti, che rappresentano lo 0,24 % della popolazione residente in città; la comunità rom romana è una delle meno numerose in Europa.
Negli ultimi anni le strategie dell’Amministrazione Capitolina in merito a rom e sinti hanno prodotto la segregazione e l’esclusione sociale di tali comunità, alimentando l’intolleranza dei cittadini romani residenti nelle aree dei campi, che percepiscono la loro presenza come ingombrante e minacciosa, una “diversità” da segregare in spazi lontani e separati dalla città, quei mega campi monoetnici per i quali il Comune, negli ultimi anni, ha speso oltre 60 milioni di euro.
Attraverso la politica dei “campi” e i vari Piani Nomadi che si sono succeduti, gli amministratori locali hanno definito le comunità rom e sinte a Roma come nomadi, non cittadini, individuando il “campo nomadi” come lo spazio nel quale relegarli, benché essi non siano “nomadi” ormai da diverse generazioni.
Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus credono quindi che una politica di stampo nuovo sia necessaria e che debba partire dal superamento dei “campi nomadi” come unica soluzione abitativa per i rom e sinti in città.
Ribadendo la «necessità di superamento del modello dei campi per combattere l’isolamento e favorire percorsi di interrelazione sociale», così come sancito nella Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, adottata dal Governo italiano nel 2012, il documento congiunto delle due associazioni individua nel passaggio dalla dimensione “campo” alla dimensione “casa” il punto di partenza di nuove politiche per le comunità  rom e sinte.
Il documento propone: l’abbandono dell’ottica emergenziale fin qui adottata; l’istituzione di un’agenzia comunale con il compito di individuare progetti abitativi alternativi al “campo”; l’istituzione di un sistema di regolarizzazione degli “apolidi di fatto”; il coinvolgimento attivo dei singoli nuclei familiari e l’azzeramento di quei canali preferenziali che hanno fino ad oggi accreditato sedicenti rappresentanti rom nel dialogo con gli amministratori locali.
Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus chiedono all’Amministrazione comunale la chiusura progressiva, entro 18 mesi, di due “villaggi attrezzati” della Capitale, Castel Romano e Cesarina, nei quali avviare la sperimentazione del superamento dei “campi”. Il primo, il più grande a Roma, ospita 1300 rom e presenta un costo di gestione di oltre 300 mila euro mensili; il secondo è invece il più piccolo sul territorio comunale (160 persone) e costa 49 mila euro al mese.
Tale chiusura può realizzarsi attraverso l’istituzione di un regolamento interno nei due insediamenti che preveda, come criterio di permanenza per le famiglie rom, una soglia del reddito ISEE.
In questo modo, per i nuclei familiari in possesso di risorse economiche e immobiliari in grado di garantire autonomia alloggiativa e il pagamento delle utenze, si potrà prevedere l’allontanamento volontario o forzato dal “campo”.  Per le altre famiglie, a seconda della loro particolare condizione socioeconomica, saranno invece individuati percorsi personalizzati che contemplino differenti soluzioni abitative alternative al “campo”, percorsi di formazione, oppure interventi di presa in carico per le persone in condizione di particolare fragilità.
Al documento di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus hanno aderito Bottega Solidale, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) e Cooperativa sociale Ermes.
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Rimossa la voce “zingari” dai moduli di denuncia per furto in seguito alle segnalazioni dell’Osservatorio 21 luglio e di ERRC

Roma, 8 agosto 2013 – In seguito alla segnalazione inviata dall’Osservatorio 21 luglio a due membri della Commissione Straordinaria per i Diritti Umani del Senato, i senatori Palermo e Manconi, ed alla segnalazione all’OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori) da parte di ERRC (Centro Europeo per i Diritti dei Rom) Continua a leggere

Incitamento all’odio razziale contro i rom. Chiusi due blog in seguito alle segnalazioni dell’ Osservatorio 21 luglio

Roma, 11 giugno 2013 – Diffondevano messaggi incitanti all’odio e alla discriminazione razziale contro le minoranze rom e sinte. Due blog sono stati chiusi ed eliminati da internet, in seguito alle segnalazioni da parte dell’Osservatorio nazionale sull’incitamento alla discriminazione e all’odio razziale dell’Associazione 21 luglio. Intanto, in un convegno alla Camera sulla prevenzione della violenza on-line, a cui ha partecipato una delegazione dell’Osservatorio, la Presidente Laura Boldrini dichiara: «La rete può anche essere luogo di istigazione all’odio. Bisogna mettere in atto forme di tutela».

I due blog on-line appena chiusi, intitolati rispettivamente “Basta zingari in Italia” e “Via i rom. Cacciamo gli zingari dall’Italia”, erano stati individuati durante le attività di monitoraggio della stampa italiana locale e nazionale, dei siti web e dei blog condotte quotidianamente dall’Osservatorio 21 luglio.

In “Basta zingari in Italia”, in particolare, si leggeva come tra i motivi fondanti della creazione del blog ci fosse l’intenzione di mettere «a fuoco tutte le notizie delle loro (dei rom N.d.R) “imprese e similia”».
Gli autori del blog continuavano sostenendo che «Non siamo neppure più padroni a casa nostra, costretti a chiuderci in casa, farci accompagnare da qualcuno in certe zone della città… furti, rapine, risse, aggressioni e violenze sono all’ordine del giorno da parte di questi individui! BASTA!!!».

Inviando due segnalazioni all’OSCAD (Osservatorio della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri per la sicurezza contro gli atti discriminatori), l’Osservatorio 21 luglio ha sottolineato come i due blog, aggregando e commentando eventi criminosi attribuiti esclusivamente a persone appartenenti alle comunità rom, potessero contribuire a creare in modo artificioso un clima di allarme sociale e a stigmatizzare l’intera minoranza rom, alimentando il diffuso stereotipo del “rom delinquente” in quanto tale, con il risultato di criminalizzare indistintamente un intero gruppo.

Nei giorni scorsi si è assistito all’immediata chiusura dei due blog.

«Con leggerezza disarmante, sulla stampa italiana, su internet e nei discorsi dei politici, specie in periodi di campagna elettorale, si ricorre a stereotipi nei confronti di rom e sinti che, se da un lato alimentano una percezione negativa verso queste minoranze, dall’altro vengono accettati come “normali” e non sono seguiti dagli opportuni provvedimenti che espressioni discriminatorie di questo genere meriterebbero – , sostiene l’Associazione 21 luglio – Accogliamo con favore la chiusura dei due blog auspicando che la stessa sia utile a scoraggiare l’utilizzo di un linguaggio che veicola messaggi di odio e discriminazione razziale».

Sale a 47 il numero di azioni correttive intraprese quest’anno dall’équipe dell’Osservatorio 21 luglio, un progetto dell’Associazione 21 luglio finanziato da Open Society Foundations e Fondazione Migrantes. Sono invece 18 i riscontri positivi pervenuti in seguito alle segnalazioni dell’Osservatorio da parte di organi competenti e soggetti interessati, come prese d’atto e lettere di scuse, da quando il progetto è stato avviato, nel settembre 2012.

Da gennaio 2013, l’Osservatorio 21 luglio ha individuato 549 casi di informazione contenenti elementi discriminatori nei confronti delle comunità rom e sinte. In particolare, sono stati rilevati 380 casi di informazione scorretta, 28 di incitamenti all’odio, 24 di discriminazione e 117 di incitamento all’odio e discriminazione.

Per ogni condotta discriminatoria riscontrata, l’Osservatorio 21 luglio procede all’invio di lettere di diffida ai soggetti interessati o a segnalazioni agli organi e alle autorità competenti quali l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni (UNAR), l’OSCAD, la Polizia Postale e il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti. Se nessuna misura correttiva dovesse essere intrapresa oppure in caso di condotta reiterata, viene valutata la possibilità di intraprendere un’azione legale.

Ieri, intanto, una delegazione dell’Osservatorio 21 luglio ha partecipato a un convegno alla Camera dei Deputati dal titolo “Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, alla presenza del Presidente Laura Boldrini. Nel suo intervento, il rappresentante dell’Osservatorio si è soffermato sulle conseguenze negative che i messaggi veicolati attraverso il web possono avere circa la diffusione di stereotipi e pregiudizi contro le comunità rom e sinte.

Sulla questione è intervenuta anche la Presidente della Camera Boldrini: «La rete ha dimostrato come possa fungere anche da amplificatore dei messaggi tesi ad annientare una persona o un gruppo di persone. Bisogna mettere in atto forme di tutela efficaci contro parole di odio», ha dichiarato.

Schedato su base etnica. Tribunale riconosce discriminazione contro cittadino rom. Associazione 21 luglio, ASGI e Open Society Justice Initiative: «Adesso distruggere tutti i dati del “censimento nomadi”»

Roma, 6 giugno 2013 – Tre anni fa, insieme ad altri migliaia di rom residenti nella Capitale, fu censito nell’ambito dell’”emergenza” nomadi. Nei giorni scorsi, con una storica sentenza, il Tribunale Civile di Roma ha riconosciuto a un cittadino rom di essere stato vittima di una discriminazione su base etnica e ha ordinato al Ministero dell’Interno di distruggere tutti i documenti contenenti i dati sensibili dell’uomo.

Nel gennaio 2010 la polizia aveva fermato e rilevato le impronte digitali di Elviz Salkanovic, cittadino italiano di etnia rom, in possesso di regolare documento d’identità. Questi, convinto di essere stato vittima di una violazione della propria dignità personale, aveva allora intrapreso le vie legali nei confronti di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Prefettura e Questura di Roma.

Il ricorso, sostenuto da Associazione 21 luglio, ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Open Society Justice Initiative, chiedeva l’accertamento del carattere discriminatorio delle procedure d’identificazione dei rom previste dal Piano Nomadi di Roma, varato in attuazione della più ampia “Emergenza nomadi” dichiarata dell’allora governo Berlusconi.

Secondo le tre organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, tali misure hanno provocato, esclusivamente per un gruppo di appartenenti a una specifica comunità etnica, quella rom, una distinzione che ha gravemente violato il loro diritto all’onore, al decoro, alla reputazione e alla riservatezza, nonché il diritto all’eguaglianza nell’accesso all’alloggio. Il censimento era infatti stato presentato come una condizione necessaria per accedere a nuovi alloggi.

I ricorrenti hanno chiesto all’autorità giudiziaria la cessazione, da parte di Questura e Prefettura di Roma, dell’atto discriminatorio, consistente nella conservazione dei dati sensibili del soggetto.

Secondo la sentenza emessa dalla seconda sezione civile del Tribunale di Roma, il fotosegnalamento ha «comportato una distinzione basata sulla provenienza etnica, poiché quella persona di etnia Rom, cittadino italiano munito di documento, è stato senza ragione identificato mediante rilievi segnaletici in quanto coinvolto in un’operazione i cui destinatari di fatto erano gli appartenenti alla comunità rom». «Il trattamento a cui è stato sottoposto – prosegue la sentenza – ha provocato l’effetto sia di violare la dignità del ricorrente sia di creare un clima ostile da parte dell’opinione pubblica».

Il Tribunale ha quindi ordinato al Ministero dell’Interno di distruggere tutti i documenti contenenti i dati sensibili estratti a seguito dell’identificazione del cittadino rom. In più, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e lo stesso Ministero dell’Interno sono stati condannati al pagamento di 8 mila euro in qualità di risarcimento morale nei confronti dell’uomo.

La sentenza del Tribunale di Roma interviene poche settimane dopo che la Suprema Corte di Cassazione aveva confermato quanto il Consiglio di Stato aveva già rilevato nel novembre del 2011, ossia che l’intera ”emergenza nomadi” varata dal governo nel 2009 era illegittima, in quanto basata su false premesse emergenziali.

In vista delle numerose critiche dagli organismi internazionali di monitoraggio dei diritti umani, nel marzo 2012, il governo aveva dichiarato al Comitato per la Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite che i dati del censimento nomadi erano stati distrutti.

Ora la sentenza impone l’obbligo di tale distruzione che, tuttavia, non risulta essere mai stata ordinata, nonostante lo stesso governo italiano abbia pubblicamente dichiarato di averlo fatto.

«Raccogliere le impronte digitali e le informazioni personali di migliaia di persone in un archivio, esclusivamente in base all’appartenenza a un particolare gruppo etnico o sociale, oltre che costituire una discriminazione dal punto di vista giuridico, rappresenta una violazione della dignità umana – affermano Associazione 21 luglio, ASGI e Open Society Justice Initiative -. Risulta particolarmente grave perché effettuata da autorità pubbliche preposte alla tutela dei diritti di chi vive sul territorio».

La sentenza conferma come l’”emergenza nomadi” e il Piano Nomadi della Capitale abbiano condotto a una serie di azioni che hanno legittimato una sistematica violazione dei diritti umani dei cittadini rom in Italia, aumentandone la condizione di segregazione e marginalizzazione sociale e favorendo l’aumento di stereotipi negativi nei loro confronti. È tempo di ripristinare una condizione di maggior rispetto delle garanzie fondamentali a partire dalla cancellazione di tutti i dati sensibili nell’ambito del censimento nomadi«», concludono le tre organizzazioni.

Per approfondire:

Leggi il Memorandum dell’Associazione 21 luglio per il Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale dell’Onu

Blitz elettorale di Alemanno e Belviso in un campo rom. Associazione 21 luglio: «Parole Intollerabili, dettate da mera opportunità propagandistica».

Roma, 30 maggio 2013 – «Ragioni di mera opportunità propagandistica non possono giustificare le parole espresse oggi dal sindaco di Roma Gianni Alemanno e dalla vice sindaco Sveva Belviso nel corso del loro tour elettorale presso il “villaggio attrezzato” di via Candoni». Così si esprime l’Associazione 21 luglio a seguito della visita effettuata oggi dal sindaco e dalla vice sindaco presso uno degli insediamenti formali della Capitale dove vivono 710 rom.

La visita odierna nel “villaggio attrezzato” di via Candoni si è concentrata in gran parte sulla vicenda che aveva avuto inizio due mesi fa, quando la Guardia di Finanza aveva concluso le procedure di controllo sulle posizioni patrimoniali e reddituali dei circa 3.500 rom presenti negli insediamenti formali di Roma.

Al termine delle indagini, notificate ai diretti interessati, il Comune di Roma, cogliendo la palla al balzo aveva in tutta fretta provveduto, di propria iniziativa, a notificare a 64 rom l’ordine di allontanamento da alcuni «villaggi attrezzati». La notizia era stata volutamente enfatizzata dallo stesso sindaco.

Nelle dichiarazioni odierne il sindaco ha espresso il proprio disappunto per l’impossibilità di portare a termine queste procedure a causa di presunti «cavilli». In realtà le procedure di allontanamento promosse dal Comune di Roma non hanno seguito il regolare iter per l’adozione di atti amministrativi. Inoltre le autorità capitoline sembrano basare le loro dichiarazioni su regole non univoche all’interno dei “campi” dove non sono mai esistiti trasparenti criteri di ammissione e scaglioni economici che ne regolino la presenza.

Alcuni casi si sono addirittura rivelati eclatanti, come quello di una donna rom apolide di fatto e affetta da gravi patologie invalidanti la quale ha ricevuto la revoca di assegnazione del container e l’ordine di allontanamento a causa dell’omonimia con un’altra persona.

Secondo il Comune di Roma tra i “rom milionari”, e quindi da allontanare dalle proprie abitazioni, risulterebbero essere anche due fratelli rom che pur vivendo in container ben distinti e separati e aventi ognuno il proprio nucleo familiare sono stati erroneamente scambiati per marito e moglie.

Anche per loro è scattato l’ordine di allontanamento dalla propria abitazione.

Ancora una volta fini propagandistici, urgenza di conquistare consenso elettorale attraverso i media e mancanza di verifiche hanno determinato gravi errori e sviste da parte degli organi comunali che hanno finito per ledere i diritti delle persone più fragili.

«E’ intollerabile come il concetto di legalità espresso da questa Amministrazione, un concetto peraltro ambiguo, si traduca solo in un atto di forza verso i più deboli e come la caccia al voto stia portando il sindaco di Roma ad un irresponsabile atteggiamento mirato a costruire consenso sulla pelle delle categorie meno tutelate», conclude l’Associazione 21 luglio.

La “questione rom” nell’agenda dei candidati sindaco a Roma. Quali impegni?

Roma, 21 maggio 2013 – Per affrontare la cosiddetta “questione rom” nella Capitale, l’attuale sindaco Gianni Alemanno, se rieletto alla testa del Campidoglio, riproporrebbe lo stesso approccio di tipo emergenziale del passato. Il suo principale sfidante, Ignazio Marino, così come la maggior parte degli altri candidati, non ha avanzato alcuna proposta concreta in materia, mentre tre candidati hanno recepito i punti programmatici dell’Agenda Rom e Sinti dell’Associazione 21 luglio.

In un documento intitolato “La questione rom nell’agenda dei candidati sindaco a Roma”, l’Associazione 21 luglio ha analizzato i programmi dei 19 candidati che si sfideranno alle elezioni amministrative del 26 e 27 maggio prossimi. Dai due principali contendenti sono giunte risposte deludenti.

«Il sindaco uscente Gianni Alemanno, candidato per il Popolo della Libertà, malgrado gli evidenti fallimenti di un Piano Nomadi i cui presupposti sono stati giudicati illegittimi da diverse sentenze, per ultima quella della Corte di Cassazione del 2 maggio scorso, ripropone un percorso fondato su un approccio emergenziale. Si prospetta così una politica scandita da sgomberi forzati e dal mantenimento di spazi di segregazione e discriminazione quali sono i “campi nomadi”. Tale impegno, se mantenuto, si porrebbe in netto contrasto con le indicazioni provenienti dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite e dalle principali organizzazioni di tutela dei diritti umani», sostiene l’Associazione 21 luglio.

Nel programma del principale sfidante del sindaco uscente, il candidato del centro-sinistra Ignazio Marino, così come in quello di altri 14 candidati, non risulta invece alcun impegno rispetto alla “questione rom”. Marino, nel capitolo dedicato alla “Lotta all’abusivismo”, si limita ad accusare Alemanno di «essersi applicato molto nella demolizione e nella tabula rasa, ma solo dei campi nomadi».

«La “questione rom” è sicuramente complessa e forte può essere la tentazione di non affrontarla in maniera esplicita. Tuttavia, omettere dai rispettivi programmi chiare indicazioni di intervento rivolte alle comunità rom e sinte che vivono nella Capitale, fa trasparire un ambiguo atteggiamento politico che, in nome del consenso elettorale, preferisce mantenere il silenzio su questioni così delicate ma urgenti», è la riflessione dell’Associazione 21 luglio.

Dall’analisi dei programmi elettorali, infine, emergono anche alcune note positive. Tre candidati sindaco – Marcello De Vito del Movimento 5 Stelle, Sandro Medici di Repubblica Romana e Giovanni Palladino di Popolari, Liberi e Forti – hanno infatti aderito all’Agenda Rom e Sinti presentata lo scorso gennaio dall’Associazione 21 luglio e si sono di fatto impegnati, se eletti, a metterne in pratica i sei punti programmatici.

Il documento, sottoscritto da 40 intellettuali romani, da esperti nazionali e dalle più importanti organizzazioni rom, e si propone come obiettivo quello di mutare radicalmente le politiche rivolte ai rom e sinti della Capitale.

Tra le strategia proposte dall’agenda, il definitivo superamento dei “campi” e l’abbandono della visione emergenziale al fine di consentire alle comunità rom e sinte il «raggiungimento della autonomia e della dignità personale attraverso percorsi di inserimento sociale costruiti nel rispetto della legalità e dei diritti», come formulato nella Strategia Nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Caminanti, per la quale l’Italia si è impegnata di fronte alla Commissione Europea.

 

Scarica il documento “La questione rom nell’agenda dei candidati sindaco a Roma”

Consulta l’Agenda Rom e Sinti dell’Associazione 21 luglio

Visita a sorpresa del Garante per l'Infanzia nei “campi nomadi” di Roma. Associazione 21 luglio e Centro Europeo per i Diritti dei Rom: «In Italia lesi diritti umani di migliaia di rom».

Roma, 15 maggio 2013 – In occasione della Giornata Internazionale delle famiglie promossa dalle Nazioni Unite, l’Associazione 21 luglio e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) ribadiscono che le politiche attualmente in vigore in Italia nei confronti delle comunità rom e sinte ledono i diritti umani fondamentali di migliaia di famiglie e non ne favoriscono l’integrazione sociale.

La denuncia delle due organizzazioni giunge in concomitanza con una visita a sorpresa in due «villaggi attrezzati» di Roma da parte dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza e un consigliere regionale del Lazio, accompagnati da una rappresentanza dell’Associazione 21 luglio.

Secondo una ricerca del Centro Europeo per i Diritti dei Rom, più di 4.000 rom vivono nei “campi” formali di Roma e Milano, costruiti e autorizzati dalle autorità. Queste ultime dovrebbero garantire che i “campi” siano costruiti in aree favorevoli alle comunità rom: aree che impediscano l’emarginazione urbana dei rom e che facilitino l’accesso all’istruzione, alla sanità e ai servizi sociali.

La realtà dei fatti, tuttavia, mostra che questi campi sono spesso luoghi di isolamento e segregazione rendendo così estremamente difficile per i rom l’accesso ai loro diritti di base, quali l’educazione, il lavoro e la salute.

Nella Capitale, secondo dati dell’Associazione 21 luglio, da quando è entrato in vigore il Piano Nomadi, nel luglio 2009, le autorità hanno speso più di 62 milioni di euro. Nelle intenzioni iniziali il Piano prevedeva la chiusura definitiva di 101 insediamenti e la collocazione di 6.000 rom all’interno di 13 «villaggi attrezzati» entro il 2011. A quasi quattro anni di distanza, i «villaggi attrezzati» si sono fermati a quota otto. In più, gli insediamenti presenti a Roma si sono quintuplicati, passando a più di 500, sebbene siano stati realizzati ben 536 sgomberi forzati.


«Finora il Piano Nomadi ha prodotto sovraffollamento nei «villaggi attrezzati», peggioramento del servizio di scolarizzazione per i bambini a causa della distanza dalle scuole, aumento dell’insicurezza nei “campi” ed emarginazione sociale – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio – Questo Piano rappresenta oggi l’incarnazione della violazione istituzionale dei diritti umani, una violazione non più accettabile perché sinora ha prodotto percorsi deumanizzanti e livelli di sofferenza drammatici»

«Chiediamo alle autorità italiane, sia locali che nazionali, di optare per soluzioni che superino la logica dei “campi” e che favoriscano attivamente l’integrazione dei rom» – afferma Dezideriu Gergely, Direttore Esecutivo di ERRC.

Attuando la Strategia Nazionale per l’inclusione di Rom, Sinti e Caminanti, per la quale l’Italia si è ufficialmente impegnata in sede europea, il nostro Paese ha oggi la possibilità di imboccare un nuovo cammino circa la definizione di nuove politiche nei confronti della popolazione rom che si dimostrerebbero al contempo efficaci nella lotta contro i pregiudizi diffusi verso queste comunità.

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