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Rom stranieri in Italia: una storia di migrazione e di mancata cittadinanza

Il 18 dicembre si celebra la Giornata Internazionale del Migrante, istituita nel 2000 dalle Nazioni Unite. La data fu scelta per richiamare la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle Loro Famiglie, adottata il 18 dicembre del 1990 dall’Assemblea delle Nazioni Unite.
Per ricordare questa giornata abbiamo chiesto ad Antonio Ciniero ricercatore presso International Centre of Interdisciplinary Studies on Migrations (I.C.I.S.MI.) di ripercorre la storia migratoria dei rom in Italia.
Dei circa 180 mila rom e sinti stimati in Italia, quasi la metà non ha la cittadinanza italiana. Si tratta quindi di migranti, oppure di figli e nipoti di migranti. Per quanto riguarda la storia recente, è in particolare dalla fine degli anni ’70 del Novecento che i rom iniziano a giungere in Italia, sulla scia dei più generali flussi migratori che, a partire da quel periodo, interessano con maggiore sistematicità il paese. Partono per le motivazioni classiche che spingono tutti i soggetti alla migrazione: la possibilità di trovare un lavoro, il semplice desiderio di conoscere un nuovo posto, la volontà di creare una vita migliore per sé o per i propri figli, di costruirsi una casa.
Come nel caso di altre fasi migratorie, vecchie e nuove, anche tra i rom non manca chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case a causa della guerra, o per problematiche politiche e sociali innescate da conflitti interni al paese di provenienza. È il caso della gran parte dei rom stranieri arrivati in Italia dalla ex-Jugoslavia fino gli anni ’90 del secolo scorso. Si tratta di un flusso migratorio che si intensifica negli anni delle guerre che insanguinano il paese dopo la morte di Tito e soprattutto tra il ’96 e il ’99, con la guerra in Kosovo. Profughi, proprio come buona parte dei migranti che oggi cercano di raggiungere le coste europee, alcuni dei quali sono riusciti, oggi come ieri, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
È in questo contesto che l’etichetta e lo stereotipo di nomadi, che da tempo immemore erroneamente accompagna i cittadini rom provenienti da altri paesi nel sentire comune, ma soprattutto nel discorso pubblico egemone fatto da organizzazioni del privato sociale e delle istituzioni italiane, ha agito, rendendo quasi scontata l’idea dei campi – di fatto baraccopoli istituzionali – come unici luoghi idonei all’“accoglienza” di questo tipo di migrazione. Tra la fine degli anni ’80 e tutta la decade degli anni ’90, il numero dei campi attrezzati aumenta notevolmente in tutta Italia: da allora, roulotte, container, baracche e prefabbricati, sistemati all’interno di aree periferiche delle nostre città, sono divenuti, non solo per quei profughi, ma per tanti loro figli e nipoti le anguste case in cui crescere, la negazione del sogno di un futuro migliore.
“Non sapevo cosa volesse dire vivere in roulotte prima di venire in Italia”, racconta S., rom kosovara, rifugiata politica, che dal 1998 vive nel campo-sosta Panareo di Lecce. Come lei, tanti, prima di arrivare in Italia, non avevano mai vissuto in un campo.
Eppure, sebbene per il discorso pubblico dominante parlare di rom equivalga a parlare esclusivamente di campi, a vivere nei campi è solo 1 rom su 5 e la maggioranza dei rom presenti in Italia, inclusi i rom stranieri, vive in normali abitazioni. Si tratta di cittadini montenegrini, kosovari, serbi, rumeni, bulgari, arrivati in Italia alla ricerca di lavoro: tra loro, non pochi nascondono il fatto di essere rom, o evitano di parlare di questo aspetto.
“In Italia, per colpa della televisione, è già difficile essere rumena, figurati se dico di essere rom! Secondo te, chi mi prenderebbe a lavorare?”. Questo è quello che racconta M., una cittadina della Romania che nel 2007 ha deciso, insieme a suo marito, di partire per l’Italia per trovare lavoro. Da allora M. vive in una casa in provincia di Lecce e lavora nell’ambito dell’assistenza di persone anziane.
Anche tra i rom che hanno intrapreso l’esperienza migratoria per motivi economici, tuttavia, c’è chi è costretto a vivere per strada, in campi spontanei, all’interno di baraccopoli istituzionali o informali. Anche questa condizione non è una scelta dovuta a presunte attitudini culturali, ma, nella quasi totalità dei casi, è una conseguenza, drammatica, dei processi di impoverimento, di precarizzazione e di esclusione che colpiscono fasce sempre crescenti di cittadini, italiani e stranieri. Un’esclusione che non si limita ad incidere negativamente sulle condotte di vita di chi la subisce, che può arrivare, nei casi più drammatici, a distruggere la stessa vita.
È di qualche giorno fa la notizia della tragica fine di Ivan, un giovane lavoratore morto nell’incendio del ghetto rurale nel quale viveva, il cosiddetto “ghetto bulgaro” di Borgo Mezzanone (Fg), uno dei tanti ghetti della zona, dove vivono migliaia di braccianti stranieri il cui lavoro, sottoposto a livelli di sfruttamento altissimo, permette di consumare sulle tavole di mezza Europa i prodotti agricoli made in Puglia e di far crescere il PIL in Italia. Nel “ghetto bulgaro”, prima dell’incendio in cui Ivan ha perso la vita, vivevano, nel più assoluto abbandono, senza nemmeno i servizi essenziali, intere famiglie rom, inclusi molti minori e bambini, impegnate in un ciclo di migrazioni circolari, in alcuni casi da oltre dieci anni, e presenti sul territorio italiano solo per alcuni mesi, quelli necessari a mettere da parte, con fatica, viste le paghe giornaliere (meno di 20 euro per oltre 12 ore di duro lavoro), i risparmi necessari per vivere il resto dell’anno in Bulgaria.
I campi, informali o istituzionali, sono oggi l’emblema di una cittadinanza e di un’accoglienza mancata. Un paradigma con il quale i decisori pubblici continuano ad approcciarsi non solo alle presenze rom , ma a sempre maggiori aspetti dei fenomeni migratori. Un dispositivo politico di controllo e subordinazione dei soggetti considerati indesiderabili che viene esteso ad un numero sempre più alto di persone. Campi sosta, baraccopoli istituzionali, ghetti, tendopoli temporanee, così come tutti gli altri campi nati ai confini e nel cuore dell’Europa, hotspot, CARA e altri luoghi para-istituzionali, pensati per un’accoglienza ambivalente che assume i connotati dell’esclusione, pur nelle loro differenze, sono accomunati dal fatto di costringere la vita dei soggetti che vivono o transitano al loro interno a una continua provvisorietà e subalternità, sospendendone e violandone i diritti fondamentali. Processi di segregazione e confinamento che si pensava consegnati alla storia e che invece riaffiorano con sempre maggiore frequenza, frutto di politiche ancora schiacciate nell’alveo della logica emergenziale.
Nonostante l’immigrazione in Italia sia un fenomeno stabile e strutturale, infatti, si ignora, o si fa finta di ignorare, che quando si parla di cittadini immigrati ci si riferisce a circa 5 milioni di persone – tra queste, ci sono i circa 90 mila rom – molte delle quali in Italia da oltre un trentennio, in moltissimi casi invece nate e cresciute qui, che il nostro sistema giuridico continua a considerare straniere. Una situazione che discrimina e depriva di diritti un gran numero di cittadini, e che la condizione vissuta da molti rom, soprattutto da quelli che vivono in emergenza abitativa (circa 35 mila persone), rende drammaticamente visibile e inaccettabile per un paese che voglia definirsi democratico e rispettoso dei diritti di ogni essere umano.
di Antonio Ciniero

Il Comune di Roma avvia l'iter per il superamento delle baraccopoli

Il Comune di Roma avvia l’iter per il superamento delle baraccopoli rom. Associazione 21 luglio: «questo è il primo segnale di inversione di rotta registrato nella Capitale. Per la sua credibilità attendiamo l’approvazione della Delibera di Iniziativa Popolare per il “superamento dei campi”»
ROMA – Con una Memoria di Giunta a firma della sindaca Virginia Raggi, il 18 novembre scorso la Giunta Capitolina ha indicato al Dipartimento Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale l’adozione di un Piano di Lavoro cittadino denominato “Progetto Inclusione Rom”.
Nel testo della Memoria si sottolinea come le linee politiche adottate nel passato in riferimento alle baraccopoli per soli rom abbiano prodotto «il risultato di moltiplicare da un lato insicurezza e conflitti nelle periferie e dall’altro di aumentare il livello di emarginazione delle popolazioni Rom, Caminanti e Sinti, senza garantire alcun processo di inclusione sociale nonostante le ingenti risorse economiche investite nel settore». Il punto nodale, viene affermato, è la questione abitativa che «influisce sulla condizione di vita dei singoli soggetti e della comunità perché incide sulle possibilità di accesso ai servizi, di vita sociale con le altre popolazioni residenti oltre che sulle opportunità di accesso al lavoro e all’istruzione» e per tale ragione, in una prospettiva di approccio interdisciplinare, viene adottato un Workplan “Progetto Inclusione Rom” con indicazione sintetica delle azioni nel periodo gennaio-luglio 2017.
Il Piano di Lavoro prevede, tra le altre cose, il coinvolgimento della Regione Lazio, dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, del Ministero del Lavoro e dell’ANCI, l’avvio di accertamenti patrimoniali, due delibere (la prima per l’istituzione di un Tavolo, la seconda per il superamento degli insediamenti), la preparazione di un bando e Capitolato Europeo, incontri con cittadini rom e non rom, la costruzione di un network di organizzazioni.
Associazione 21 luglio esprime una cauta soddisfazione per il documento prodotto dalla Giunta Capitolina. «Registriamo – sottolinea l’organizzazione – come per la prima volta nella Capitale venga prodotto un cronoprogramma per l’avvio del processo per il superamento delle baraccopoli abitate dai rom. Il segnale è quindi importante e non di poco conto».
Secondo Associazione 21 luglio è fondamentale come la questione abitativa sia stata posta al centro in un quadro dove l’approccio interdisciplinare appare condizione indispensabile per l’avvio di un lavoro fondato su basi solide. «Auspichiamo – conclude Associazione 21 luglio – che la Memoria di Giunta rappresenti lo spartiacque con le politiche passate, l’inizio della fine del “sistema campi” che negli anni ha prodotto lesione dei diritti umani, fenomeni corruttivi e assistenzialismo inconcludente. Lo sarà realmente se ad essa seguirà il congelamento dei bandi milionari che nei prossimi mesi potrebbero ridare vita ad un perverso sistema di realizzazione e gestione di nuovi insediamenti. Ma la cartina di tornasole sarà la discussione nell’Aula dell’Assemblea Capitolina della “Delibera di iniziativa popolare per il superamento dei campi” sottoscritta da 6.000 cittadini romani che avverrà entro gennaio 2017. La sua approvazione, sollecitata dal Comitato “Accogliamoci”, di cui Associazione 21 luglio è parte, potrà essere il segnale concreto e definitivo di una inversione di rotta da tanti auspicato che potrà consentire alla città di Roma di relegare al passato la vergognosa e tragica stagione delle baraccopoli per soli rom».

Per maggiori informazioni:

Elena Risi
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611

I primi 100 giorni della Giunta Raggi e la "questione rom"

I primi 100 giorni costituiscono per ogni Amministrazione Comunale un’occasione per tracciare un bilancio sull’eredità raccolta e per delineare linee programmatiche secondo macro obiettivi chiari e definiti. Associazione 21 luglio, nel rileggere i primi 100 giorni della Giunta Raggi e le politiche espresse in relazione alle baraccopoli presenti nella Capitale, manifesta delusione e una profonda preoccupazione per il rischio che, in presenza di linee politiche poco chiare e di azioni contraddittorie, possa ricrearsi l’humus in cui è nato e si è consolidato il “sistema campi” venuto alla luce nell’inchiesta denominata “Mafia Capitale”.
Le premesse non erano state incoraggianti. La campagna elettorale che ha preceduto l’elezione del sindaco di Roma è stata caratterizzata dall’obiettivo quasi comune a tutti i candidati di “superare le baraccopoli”, accompagnato tuttavia dall’assenza di tempi certi e di azioni definite.
Dopo le elezioni, il 21 luglio 2016 la Giunta Capitolina ha approvato le “Linee programmatiche 2016-2020 per il Governo di Roma Capitale”. In due occasioni si parla del “superamento dei campi” e in entrambi i casi, in assenza di un piano strategico definito, gli obiettivi vengono confusi con le azioni e gli strumenti. In assenza di linee politiche chiare, nei primi 100 giorni della Giunta Raggi si è assistito a una serie di azioni che destano preoccupazione.
L’8 luglio 2016, attraverso il sito ufficiale, il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale ha indetto una “Gara per il reperimento di un’area attrezzata” per soli rom. Il concorrente – si legge nel bando – dovrà mettere a disposizione «un’area attrezzata per l’accoglienza e soggiorno temporaneo di 120 nuclei familiari di cui 109 attualmente ospiti presso il Villaggio River», per un appalto che avrà come importo complessivo posto a base di gara di 1.549.484 euro e che avrà decorrenza dal 1° ottobre 2016 per terminare il 31 dicembre 2017. Il 9 agosto l’Assemblea Capitolina ha bocciato una mozione nella quale veniva chiesto il ritiro del bando.
Il 25 agosto si è svolto presso il Dipartimento Politiche Sociali il primo incontro ufficiale sulla “questione rom” preparatorio al Tavolo per l’inclusione dei rom convocato dall’assessore Laura Baldasarre. Dopo anni di assenza, tra gli invitati sono riapparsi alcuni sedicenti “rappresentanti rom”: autoproclamatisi tali o nominati nella passata amministrazione a guida Alemanno al fine di ridurre a mera formalità l’effettiva partecipazione dei rom alle decisioni che influiscono sul loro futuro. Gli stessi, al termine dell’incontro, sono stati invitati a redigere rapporti sulle condizioni strutturali degli insediamenti, con il rischio che nuovamente potranno assurgere al ruolo di filtro e proteggere gli interessi di pochi a discapito delle istanze di quei nuclei famigliari maggiormente vulnerabili che ancora attendono di riuscire a far sentire la propria voce.
Il 20 settembre si è proceduto all’apertura delle offerte relative alla Gara per la gestione di 6 baraccopoli istituzionali, denominati “villaggi” per un importo lordo superiore ai 6 milioni di euro. Il servizio prevede la riproposizione delle medesime mansioni svolte negli insediamenti fino al 2014 inasprendo le regole sicuritarie già stabilite nel periodo della “Emergenza Nomadi” e dichiarate incostituzionali dal TAR del Lazio nel 2009.
Secondo Associazione 21 luglio la legittimazione operata nei confronti dei sedicenti rappresentanti rom e la contestuale riproposizione di bandi milionari – nei quali le voci di spesa destinate all’inclusione sono minime e non è possibile rintracciare indicatori concreti in linea con il dichiarato obiettivo di superare le baraccopoli – rappresentano fatti estremamente gravi volti a ricreare le condizioni per il ricostituirsi del “sistema campi”. «Come mosche sul miele – denuncia il presidente Carlo Stasolla – alcune organizzazioni che fino al 2014 operavano attorno alla fiorente economia del sociale che si muoveva attorno ai “campi”, alcune delle quali hanno visto i loro presidenti indagati o arrestati, potranno rientrare dalla finestra, dopo che le vicende successive a “Mafia Capitale” le avevano fatte uscire dalla porta».
Secondo Associazione 21 luglio la Giunta Raggi non sembra avere consapevolezza dell’urgenza di adempiere anzitutto agli obblighi istituzionali derivanti da una sentenza del Tribunale Civile di Roma, da una delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 6.000 cittadini romani e da una delibera della Giunta Capitolina che impegna 4,4 milioni di euro di fondi europei per la chiusura degli insediamenti e l’inclusione abitativa delle comunità rom a Roma.
La prima risale al 30 maggio 2015 quando un giudice del Tribunale Civile di Roma, in riferimento alla baraccopoli istituzionale La Barbuta, ha riconosciuto «il carattere discriminatorio che si concretizza nell’assegnazione degli alloggi» ordinando al Comune di Roma «la cessazione della suddetta condotta nel suo complesso e la rimozione dei relativi effetti». A tale Ordinanza non è seguita alcuna azione da parte dell’attuale Amministrazione che quindi non sta dando seguito alla decisione del giudice.
La seconda risale allo scorso anno, quando nove organizzazioni hanno depositato in Campidoglio più di 6.000 firme per chiedere il superamento progressivo e la chiusura degli insediamenti formali per rom presenti nella città di Roma in attuazione della Strategia nazionale d’inclusione dei Rom. La delibera di iniziativa popolare dovrebbe essere discussa dall’Assemblea Capitolina, così come richiede lo Statuto Comunale, ma ad oggi non è stato nemmeno avviato l’iter.
La terza è del 28 ottobre 2015 quando la Giunta Capitolina ha deliberato, nella Deliberazione n. 350, la partecipazione di Roma Capitale al Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane adottato dalla Commissione Europea. Il Programma prevede una specifica azione di inclusione abitativa, scolastica e occupazionale volta ad agevolare la fuoriuscita dei rom dalle baraccopoli istituzionali attraverso lo stanziamento di 4,4 milioni di euro. Ad oggi si segnala una amnesia istituzionale e nessuna azione è stata intrapresa dalla Giunta Raggi al fine di darne concreta attuazione con il rischio che il denaro venga a breve riallocato in altre voci di spesa.
Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione per l’inadempienza, da parte del Comuna di Roma, della sentenza del Tribunale Civile, così come ritiene che la mancata discussione della Delibera rappresenti un grave deficit di ascolto della volontà popolare. A fronte di 7,6 milioni di euro di fondi comunali previsti per il mantenimento del “sistema campi”, si denuncia il mancato utilizzo di 4,4 milioni di fondi europei previsti per il superamento degli insediamenti. In gioco ci sono 12 milioni di euro che l’Amministrazione Comunale potrebbe utilizzare da subito per ottemperare alle promesse fatte in campagna elettorale.
«In piena campagna elettorale – conclude il presidente Carlo Stasolla – Virginia Raggi parlò di superamento dei campi. Le idee e le risorse non mancano e con 12 milioni di euro il problema potrebbe essere aggredito alla radice. Chi ha interesse a che ciò non avvenga? Ci sembra invece di assistere a un film già visto fatto di azioni confuse e contraddittorie, di proclami e di bandi milionari. In tale contesto risulta elevato il rischio di veder riaffiorare i nomi di quanti nel passato hanno lucrato illegalmente attorno alla “questione rom”».
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Elena Risi
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Primo giorno di scuola: lettera aperta alla ministra Giannini

Prendendo spunto dalle parole di Don Milani in “Lettera ad una professoressa” e da voci e testimonianze dei minori ascoltati per la redazione dei nostri rapporti sulla scolarizzazione, Carlo Stasolla – presidente di Associazione 21 luglio Onlus – scrive una lettera aperta alla ministra dell’Istruzione Stefania Giannini nel giorno di inizio del nuovo anno scolastico.
Cara Ministra,
lei di me non sa neanche il nome, non sa dove abito, non ha idea di come trascorro le giornate. Io invece, oggi, accompagnando mio fratello al suo primo giorno di scuola ho subito pensato a lei, alle maestre, a questo imponente edificio che voi chiamate “scuola”, che oggi rivedo dopo tanti anni e che continua a intimidirmi. La timidezza dei figli delle baraccopoli è l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri. Timidezza e rabbia che crescono ogni giorno nel nostro cuore, come sorelle di una stessa madre.
Ho ripensato al mio primo giorno di scuola. L’ho frequentata fino alla prima media vivendo in una baracca che oggi è diventata un container. Nessuno di voi mi ha chiesto perché avessi lasciato la scuola; pensavate di conoscere già la risposta.
Che i bambini delle baraccopoli non siano fatti per la scuola, infatti, lo pensano in molti. Lei lo certifica nelle “Linee guida” agli insegnanti quando scrive di noi che appaiamo “poco inclini a prestare attenzione al discorso rivolto dall’insegnante all’intera classe e ciò richiede di impostare percorsi di apprendimento specifici e personalizzati”. Non abbiamo nulla da replicarvi perché il coltello dalla parte del manico ce l’avete voi.
Ce l’avete quando, numeri alla mano, ci accusate di evadere la scuola dell’obbligo. Ma la scuola incoraggia i bravi e abbandona chi non ce la fa. Quando ho smesso di frequentare la prima media nessuno è venuto a bussare la porta della mia baracca. Pensate di comprendere i problemi della scuola ma non avete la pazienza di mettere gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi.
A Roma sono quasi 3.000 i figli delle baraccopoli che dovrebbero andare a scuola ma di essi il Comune ne intercetta solo il 40%. Che fine fa il rimanente 60%? Tra quelli avviati alla scuola il 30% rinuncia subito mentre il resto si fa coraggio ed inizia frequentare. La metà di essi frequenterà comunque una classe non conforme all’età anagrafica. A giugno scopriamo che solo 1 bambino frequentante su 10 è riuscito a farlo regolarmente. E’ la “strage” dei figli delle baraccopoli. Ma voi di loro non sapete neanche che esistono.
La vostra scuola dell’obbligo, a Roma, perde 2.880 figli delle baraccopoli ogni anno, bambini che al massimo potranno aspirare a diventare garzoni o manovali. Per cercare le cause a voi basta chiamarli “bambini rom”. La parola “rom” giustifica e risolve tutto. E’ un’etichetta che ci mettete sulla fronte dal primo giorno di scuola. Da quel momento ogni nostra mancanza sarà spiegata in nome di una “cultura” e noi diventiamo un numero che finisce nelle linee guida ministeriali, nei progetti di inclusione scolastica dei Comuni, nei programmi differenziati promossi da vari enti pubblici e privati, nelle strategie pedagogiche programmate su base etnica dagli esperti di settore.
Con quell’etichetta sulla fronte, dal primo giorno di scuola, per la maestra siamo diventati bambini “a parte”.
Ricordo quando alle elementari passavo tra i banchi e i miei compagni si spostavano per evitarmi turandosi il naso. I germi non li ho studiati a scienze. Li ho riconosciuti nel timore che i miei compagni provavano quando mi sfioravano. In prima media le maestre pensavano che a me non importasse nulla e quando mi invitavano a leggere io abbassavo gli occhi. Nessuno me l’aveva insegnato, visto che gli anni precedenti li avevo passati all’ultimo banco a disegnare. A scuola ho capito per la prima volta di non essere uguale, di essere uno “zingaro”.
Dal primo giorno di scuola inizi a sentire puzza di razzismo. E ti accorgi che è la stessa che i nostri genitori non sentono più perché c’hanno fatto l’abitudine.
“I vostri genitori non vengono ai colloqui”, ci rimproverate. Ma per farlo bisogna saper maneggiare l’italiano, avere un vestito adatto e il coraggio di subire la paura e la sorpresa che illumina la faccia degli altri genitori rivelando in classe la presenza di un alunno rom.
Oggi mio fratello inizierà il primo giorno di scuola. Da oggi maturerà la consapevolezza di essere diverso dagli altri e da oggi la rabbia comincerà a crescere insieme alla timidezza. Le due sorelle…
Ma se tutti i bambini nascono uguali e se in seguito non lo sono più, è colpa anche della scuola. La Costituzione, quando parla di mio fratello, che oggi inizia la scuola, dice che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ma la scuola di oggi, quella che voi chiamate “buona”, ha più a cuore i programmi scolastici che la Costituzione.
Foto di La Repubblica

Roma Capitale indice un bando per nuovo "campo rom". Associazione 21 luglio per intervento urgente di annullamento

Nel corso della campagna elettorale la candidata a sindaco Virginia Raggi era stata chiara: «A Roma i campi rom saranno chiusi e superati così come chiede l’Europa».
Lo scorso venerdì 8 luglio, solo 12 ore dopo l’insediamento della Giunta Raggi, il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale, manifestando un’intenzione opposta, ha indetto sul suo sito una “Gara per reperimento area attrezzata per accoglienza Rom e attivazione servizio sociale e di vigilanza”. Il concorrente – si legge nel bando – dovrà mettere a disposizione «un’area attrezzata per l’accoglienza e soggiorno temporaneo di 120 nuclei familiari di cui 109 attualmente ospiti presso il Villaggio River», per un appalto che avrà come importo complessivo posto a base di gara di 1.549.484 euro e che avrà decorrenza dal 1° ottobre 2016 per terminare il 31 dicembre 2017.
Il bando è in attuazione alla Determinazione dirigenziale n.2038 del 14 giugno 2016 e l’obiettivo dichiarato «è quello dell’inclusione sociale della popolazione rom con la fuoriuscita dall’area attrezzata», ma dei 1.270.000 euro quasi il 20% è destinato alla vigilanza, il 76% alla gestione e meno del 4% all’inclusione attraverso l’erogazione di borse lavoro e di percorsi formativi.
Secondo Associazione 21 luglio costruire nuovi “campi rom”, ponendosi come obiettivo la fuoriuscita dagli stessi, rappresenta lo schizofrenico tentativo di quanti ancora perseverano con l’approccio che, in nome dell’inclusione, prevede per i rom soluzioni alternative e parallele, diverse da quelle offerte agli altri cittadini. Il bando pubblicato costituisce un atto di gravità assoluta, e questo per due principali motivi.
Il primo è strettamente sostanziale visto che la realizzazione di una nuova area per soli rom rappresenterebbe una netta ed evidente violazione dei principi contenuti all’interno della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, redatta in attuazione alla Comunicazione della Commissione Europea n.173 del 2011. La stessa stabilisce l’urgenza del «superamento dei campi rom, in quanto condizione fisica di isolamento che riduce le possibilità di inclusione sociale ed economica delle comunità». Secondo l’impegno assunto dall’Italia in Europa è necessario, come scritto nella Strategia, il «superamento definitivo di grandi insediamenti monoetnici nel rispetto di una strategia fondata sull’equa dislocazione». La stagione dei “campi per soli rom” è ormai al tramonto soprattutto dopo che a Roma il Tribunale Civile, accogliendo le richieste di Associazione 21 luglio e ASGI in riferimento alla baraccopoli istituzionale in località La Barbuta aveva stabilito dodici mesi fa che «deve intendersi discriminatoria qualsiasi soluzione abitativa di grandi dimensioni diretta esclusivamente a persone appartenenti a una stessa etnia», come è il caso dell’insediamento previsto nell’attuale bando.
Il secondo motivo è formale e risiede nella scelta politica di rilanciare la fallimentare politica dei “campi rom” che, come ormai è stato ampiamente dimostrato, conduce a sistematiche violazioni dei diritti umani e allo sperpero di denaro pubblico. Associazione 21 luglio è fermamente convinta che reiterare un approccio lesivo dei diritti umani attraverso la spesa di oltre 1 milione e mezzo di euro per individuare una soluzione abitativa per le comunità rom di “Villaggio River”, sia un atto politico che – come tale – non compete a un dirigente. Individuare un chiaro indirizzo, attraverso la pubblicazione di un bando poche ore dopo l’insediamento della sindaca Raggi – che tra l’altro in campagna elettorale si era espressa nella direzione diametralmente opposta – rappresenta uno sconfinamento delle competenze di entità inaccettabile.
«Ci auguriamo – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – che tale maldestro tentativo del dirigente che ha firmato il bando, sia immediatamente bloccato e che le risorse che si intende impegnare per segregare le famiglie rom, quasi 15 mila euro per ogni famiglia attualmente presente presso il “Villaggio River”, vengano riconvertite in processi inclusivi secondo modalità operative di cui Associazione 21 luglio ha fornito indicazioni concrete nel rapporto “Oltre le baraccopoli”, consegnato alla sindaca Raggi nel corso della campagna elettorale».
In un periodo nel quale l’Europa sta decidendo se aprire una procedura di infrazione per la discriminazione nell’accesso al diritto all’alloggio nei confronti dei rom in Italia, il bando pubblicato dal Dipartimento Politiche Sociali rappresenta l’ultima evidenza dell’incapacità o dell’assenza di una volontà a livello nazionale e locale di elaborare per i rom politiche che non siano discriminatorie e segreganti.
«Stiamo predisponendo richieste formali per un intervento urgente volto ad annullare il bando», conclude Associazione 21 luglio.

Oltre le baraccopoli: l'agenda per i candidati sindaco a Roma

A Roma, il fenomeno delle baraccopoli, dove per trent’anni hanno vissuto circa 100 mila baraccati italiani, non si è esaurito negli anni Ottanta con l’abbattimento delle ultime baracche. Anche oggi, circa 8 mila persone – tra cittadini italiani, comunitari ed extracomunitari – vivono nelle baraccopoli romane e, come allora, il prossimo sindaco della Capitale sarà chiamato ad affrontare con urgenza la questione individuando soluzioni abitative alternative, incentrate sul disagio sociale delle persone piuttosto che sulla loro appartenenza etnica.
Lo afferma Associazione 21 luglio che stamane, in una conferenza stampa a Palazzo Valentini, ha presentato ai candidati sindaco nella Capitale il documento “Roma: oltre le baraccopoli. Agenda politica per ripartire dalle periferie dimenticate”: un piano concreto per chiudere in cinque anni le baraccopoli romane, sottoscritto da 13 intellettuali e realizzato in collaborazione con Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia presso Sciences Po – Università La Sorbona di Parigi. Hanno partecipato all’iniziativa i candidati sindaco a Roma Virginia Raggi, Roberto Giachetti e Stefano Fassina.
Il documento si attiene alla definizione di “baraccopoli” fornita dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN-HABITAT, secondo cui questi luoghi, svantaggiati ed emarginati, sono caratterizzati da una condizione di povertà e da grandi agglomerati fatiscenti, estromessi dai principali servizi base, i cui abitanti non hanno la sicurezza del possesso e sono esposti a sgomberi, malattie e violenza.
Il fenomeno delle baraccopoli romane, ufficialmente chiuso negli anni Ottanta ma riproposto con l’arrivo delle nuove comunità rom jugoslave prima e rumene dopo – si legge nell’Agenda – è stato regolamentato nella città di Roma attraverso un approccio culturalista che ha affondato le sue radici in un abbaglio: i nuovi migranti sono diversi da quelli giunti nel dopoguerra, sono cittadini “nomadi” che non sanno e non desiderano vivere in abitazioni ordinarie.
L’alternativa alla baracca, per queste persone, non è stata più considerata la casa, come era stato fino al decennio precedente, ma il “campo nomadi”, ribattezzato successivamente “villaggio attrezzato” e “villaggio della solidarietà”.
«In campagna elettorale ai candidati sindaco viene puntualmente chiesto come pensano di affrontare il problema dei rom – ha affermato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – Ma una domanda di questo tipo ha al suo interno la trappola dell’etnicità. Quando si è messa definitivamente la parola fine sulle baraccopoli romane, il sindaco Petroselli non si è mai posto la questione dell’origine etnica delle persone ma ha pensato a garantire un alloggio dignitoso a tutti i cittadini che non sono in grado di averlo. La domanda giusta da porre ai candidati dovrebbe dunque essere: “Qual è il suo programma sulle baraccopoli (che sono abitate da persone di cittadinanza italiana, rumena, serba, peruviana, bosniaca…”?».
Eppure, il piano straordinario per l’emergenza abitativa della Regione Lazio, che ha stanziato 250 milioni di euro per 1.200 alloggi nella Capitale, ha escluso, ancora una volta, gli abitanti delle baraccopoli, limitando il sostegno abitativo ai nuclei in graduatoria per un alloggio popolare, agli abitanti dei residence e delle occupazioni.
L’Agenda sottoposta ai candidati sindaco da Associazione 21 luglio presenta un piano concreto per la prossima Amministrazione, costituito da quattro macro-azioni, per la chiusura graduale e definitiva di tutte le baraccopoli romane nel quinquennio 2016-2021, attraverso: 1) un’analisi del fenomeno e delle risorse, che preveda una mappatura delle baraccopoli e il censimento delle molteplici e diversificate soluzioni abitative da offrire alla famiglie, a seconda dei loro bisogni; 2) la regolarizzazione giuridico-amministrativa, con il coinvolgimento di Prefettura, Questura, Ambasciate e Consolati, degli abitanti delle baraccopoli e l’adozione di linee guida in materia di sgomberi; 3) l’elaborazione di un piano strategico, in cui fondamentale sarà il monitoraggio delle azioni realizzate; 4) la costruzione del consenso attraverso il dialogo con i media e con la società civile.
«È quanto mai urgente che il prossimo primo cittadino si impegni a superare la piaga delle baraccopoli romane, offrendo una risposta di carattere sociale ai reali bisogni delle periferie e mettendo fine a decenni di politiche di segregazione, esclusione e caratterizzate da ingenti sprechi di denaro pubblico e dinamiche corruttive – ha concluso Stasolla – Del resto, il prossimo sindaco, appena eletto, troverà sulla sua scrivania almeno quattro situazioni che sarà chiamato ad affrontare e sulle quali dovrà dimostrarsi preparato: la fuoriuscita di 325 persone da un centro dove vivono ex baraccati; la chiusura della baraccopoli La Barbuta disposta dal Tribunale Civile dove vivono 555 persone; il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione UE che riguarderà, in primo luogo, proprio la Capitale; e una delibera di iniziativa popolare sul superamento dei “campi” che andrà discussa in seno al Consiglio Comunale, proposta da 9 organizzazioni aderenti al Comitato Accogliamoci».
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Per maggiori informazioni:

Danilo Giannese
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611

"Oltre le baraccopoli": il 23 marzo la presentazione dell'Agenda ai candidati sindaco di Roma


INVITO

 

Negli anni Ottanta, nella Capitale, si abbattevano le ultime baracche dove per trent’anni avevano vissuto circa 100 mila “baraccati” italiani.
Oggi, tuttavia, nella città di Roma si registra ancora la presenza di baraccopoli – in linea con la definizione di “baraccopoli” dell’agenzia delle Nazioni Unite UN-Habitat – abitate da 9 mila persone, in prevalenza cittadini di origini rom, italiani e stranieri. Grazie ad un piano sociale di superamento, è possibile chiuderle in maniera definitiva, così come fatto nel passato a Roma e, negli ultimi anni, in altre capitali europee.

Mercoledì 23 marzo 2016 alle ore 12 presso la Sala Di Liegro di Palazzo Valentini – via IV Novembre 119/a, Roma (secondo piano) – l’Associazione 21 luglio presenta “Roma: Oltre le baraccopoli. Agenda politica per ripartire dalle periferie dimenticate”.
L’Agenda, alla cui stesura hanno contribuito personalità del mondo accademico, intende fornire strumenti collaudati a quanti amministreranno la città di Roma per mutare radicalmente le politiche nei confronti di chi vive nelle baraccopoli. Nel corso della presentazione verranno sottoposte ai candidati a sindaco proposte concrete per dare una risposta anche ai cittadini dei quartieri che vivono in prossimità delle baraccopoli e per superare definitivamente il “sistema” costoso e ghettizzante dei “campi nomadi”.
Interverranno i candidati Virginia raggi, Roberto Giachetti e Stefano Fassina.
Si attendono conferme dagli altri candidati.
Modera Gianni Augello, giornalista di Redattore Sociale.

N.B. Per partecipare alla conferenza è necessario accreditarsi scrivendo una email a assistente.comunicazione@21luglio.org, per i giornalisti si chiede di indicare la testata.
L’accesso alla sala è consentito sino al raggiungimento della capienza massima.
 
Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611
Email: stampa@21luglio.org
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Selezionata la tesi vincitrice del Premio Ricerca

Il Premio Ricerca indetto lo scorso aprile dall’Associazione 21 luglio è stato assegnato a Chiara Manzoni, Dottore di Ricerca in “Sociologia applicata e metodologia della ricerca sociale” all’Università degli studi Milano-Bicocca, che ha sviluppato una tesi di dottorato dal titolo “L’uscita dal campo e dalla baraccopoli. Tra vincoli strutturali e strategie individuali nell’analisi delle carriere abitative dei rom”.
Il lavoro è uno studio articolato della situazione abitativa dei rom in Italia – focalizzato soprattutto sull’area di Torino – che ripercorre le politiche abitative pubbliche dagli anni ’80 ad oggi. L’analisi è partita dall’assunzione del nomadismo come specificità culturale dei rom e si è soffermata sulla conseguente istituzionalizzazione del campo. La ricostruzione passa attraverso la diffusione dell’allarmismo nei confronti delle popolazioni rom presenti sul territorio e la progressiva “messa in sicurezza” dei campi che ha raggiunto l’apice con il cosiddetto Piano Nomadi, in nome di una presunta “questione rom” proposta in termini emergenziali e strettamente collegata alla “questione immigrazione”.
La ricerca ha ricostruito la vita nei campi di oggi attraverso le specifiche esperienze biografiche di diversi individui e famiglie, sia in Italia che nei contesti di origine (specialmente Romania e Bosnia), condividendone esperienze e attività quotidiane.
La commissione di valutazione dell’Associazione 21 luglio ha apprezzato la dedizione dimostrata durante il lavoro sul campo, oltre che l’analisi e le riflessioni suscitate sul tema trattato sia in termini teorici che di politiche.
Come specificato nel bando, la ricerca verrà premiata con la pubblicazione di 150 copie del testo e un compenso monetario pari a 300 euro. La ricerca verrà inoltre presentata pubblicamente all’interno di un evento che sarà organizzato dall’Associazione 21 luglio il prossimo autunno, alla presenza dell’autrice del lavoro.
 

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