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La voce delle donne rom all'International Roma Women's Congress

Un congresso internazionale organizzato da e per le donne rom di tutta Europa, riunito a Barcellona per discutere di temi fondamentali per le loro vite: salute, famiglia, diritto all’abitare e lavoro. Dzemila Salkanovic e Miriana Halilovic, operatrici di Associazione 21 luglio e attiviste rom, partecipano all’International Roma Women’s Congress per presentare le istanze di tutte le donne rom che negli ultimi mesi, prima dell’incontro, hanno ascoltato e raccolto. Diversi sono stati infatti i focus group da loro organizzati con donne rom, residenti nei “campi” e in case convenzionali, adulte e adolescenti, così da portarne gli spunti, le questioni e le priorità alla due giorni organizzata dall’Associazione Drom Kotar Mestipen.

Le priorità delle donne rom

Le donne rom che Miriana e Dzemila hanno incontrato e coinvolto nei lavori preliminari al Congresso hanno raccontato di vite segnate dall’ingiustizia: forti disuguaglianze di genere interne alle proprie famiglie, scarso investimento sulla scolarizzazione delle bambine e limitate possibilità lavorative per le giovani donne, una salute riproduttiva minacciata da aborti clandestini, da matrimoni precoci, da un inadeguato utilizzo degli anti-concezionali.
«Non ho controllo sulla maternità. Mio marito sostiene che il preservativo vada usato con le prostitute, non con le proprie mogli», ha riportato una partecipante a un focus group tenutosi a Roma.
(Per approfondire il tema della salute riproduttiva e dei matrimoni precoci, consulta il nostro Report “Non ho l’età”).

Da tutta Europa a Barcellona

Le donne rom partecipanti al Congresso sono arrivate a Barcellona da Grecia, Romania, UK, Irlanda, Bulgaria, Belgio, Repubblica Ceca, Ungheria, Spagna, Kosovo, Turchia, Serbia, Macedonia. Sono esponenti di associazioni di volontariato, di organizzazioni non governative, rappresentanti della società civile, attiviste. Unite dal comune interesse di condividere buone pratiche e di contribuire al superamento delle discriminazioni che le donne rom ancora oggi vivono in quanto donne e in quanto rom. L’International Roma Women’s Congress dà voce alle donne rom, al loro bisogno di fare rete, di promuovere un’immagine diversa di sé stesse, di essere riconosciute come protagoniste attive nel cammino dei diritti umani.

Campi di concentramento in Italia: l'internamento di Vittoria Levakovich

Vittoria Levakovich, “zingara” italiana (così vengono chiamati nei documenti ufficiali i rom e i sinti presenti in Italia durante il fascismo), sta scontando il confino sull’isola di Ustica insieme al marito quando l’uomo muore improvvisamente. È il 1940, lo stesso anno in cui l’Italia entra in guerra.
Vittoria è rimasta completamente sola, il suo compagno è morto, parte della sua famiglia sta scontando la pena di “internamento libero” nel comune di Porpetto, in Friuli. Suo figlio Lionello è arruolato nelle file dell’esercito italiano, per prestare servizio in un paese in cui la politica e le istituzioni non intendono considerare gli “zingari” parte del proprio tessuto sociale e della propria storia.
Vittoria viene trasferita in diversi campi di concentramento, prima a Vinchiaturo, in provincia di Campobasso, poi è deportata ad Agnone – nel 1943 – nell’ex convento di San Bernardino. Questo edificio raccoglieva inizialmente ebrei e oppositori politici, poi viene riservato alla detenzione dei soli rom e sinti. Le condizioni di vita in questo campo sono particolarmente dure: non ci sono riscaldamenti né stufette, il vitto è molto scarso, i prigionieri soffrono di malnutrizione e anche le condizioni igienico-sanitarie sono molto precarie.
Durante la prigionia della madre, Lionello è molto preoccupato per le misere condizioni di vita della donna e dal fronte scrive più volte alle istituzioni per chiedere di liberarla. Forse per effetto delle sue preghiere, forse per coincidenza, Vittoria viene scarcerata ma da quel momento di lei non si hanno più notizie nei documenti d’archivio. Si ha testimonianza però delle sorti del figlio, registrato negli elenchi dei deportati nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, dove muore a causa di privazioni e sforzi fisici.
La vita di Vittoria Levakovich e della sua famiglia è stata raccontata da Rosa Corbelletto, ricercatrice dell’Università degli Studi di Torino, durante il convegno al Senato che si è tenuto in occasione della Giornata della Memoria: “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo”.
Durante la ricostruzione della vita di Vittoria, la ricercatrice ha sottolineato l’arbitrarietà dei criteri con cui le istituzioni preposte consideravano la “pericolosità” delle persone deportate, internate e confinate.
Foto di PietrabbondanteBlog

Storie di donne rom durante il fascismo: la vita di Rosa Raidich

Non solo Germania e Polonia, anche l’Italia si è macchiata dell’orrore dei campi di internamento. Durante il fascismo la Sardegna è stata terra di deportazioni e tra il ‘38 e il ‘40 è diventata meta forzata dei rom e dei sinti – italiani e non – residenti in Istria o altre zone di confine, che subirono rastrellamenti durante il regime.
Rosa Raidich è una delle tante donne rom italiane a cui viene inflitta in maniera arbitraria la pena del confino, cui è condannata per 5 anni nel 1938 dalla Commissione provinciale di Pola.
Rosa è nata e cresciuta a Castelverde di Pisino, nell’Istria che prima appartiene agli Asburgo poi all’Italia. Quando scatta l’ordinanza di confino contro di lei, Rosa ha 27 anni e due figli piccoli, Marcello e Vittorio. Partono per Chiaramonti, in provincia di Sassari, tra le campagne polverose di una Sardegna all’epoca ancora molto povera ed isolata.
Durante la permanenza forzata sull’isola, Rosa è condannata più volte per accattonaggio, un reato a cui è di fatto condannata: sola e con quattro figli (durante il confino dà alla luce altri due bambini) non ha i soldi per sfamare e vestire la sua famiglia e persino il sussidio che le spetterebbe di diritto tarda ad arrivare. Viene spostata da una località all’altra, rifiutata da tutti: dopo Chiaramonte, la mandano a Busachi, Ovodda poi Perdasdefogu. Scrive lettere disperate alle istituzioni per chiedere il sussidio e un luogo meno freddo in cui abitare. Le istituzioni sono molto lente nel rispondere e allo scadere della pena, anziché rimpatriarla le prolungano ulteriormente il periodo obbligatorio di confino. I commercianti non le fanno più credito e anche i suoi figli ne fanno le spese: sono “scalzi, deperiti e pallidini” nelle testimonianze d’archivio.
Mussolini istituisce nel ’26 il confino come misura repressiva, e parlandone alla Camera a maggio dell’anno successivo lo definisce un “modo intelligente” di fare repressione, «non è terrore, è igiene sociale» – affermava – «si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto». Il prefetto presiedeva la commissione provinciale che deliberava il confino, e con criteri del tutto discrezionali definiva i “soggetti socialmente pericolosi” da condannare al confino.
La vita di Rosa Raidich è stata raccontata da Licia Porcedda, ricercatrice presso l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, durante il convegno “La deportazione e l’internamento: storie di donne rom durante il fascismo”, organizzato al Senato in occasione della Giornata della Memoria.
Conoscere la storia di Rosa significa conoscere e capire la sorte a cui è stata condannata l’intera popolazione dei rom e dei sinti durante il regime e la guerra. Oltre al confino e la deportazione, i reati di cui è stata accusata, come l’accattonaggio, sono di fatto reati a cui le stesse istituzioni l’avevano condannata. «Moltiplicate quello che vi ho raccontato per 500 rom e sinti» – ha concluso Licia Porcedda – «tanti sono i nomi ritrovati nei documenti d’archivio – confinati, internati, deportati in Italia durante la seconda guerra mondiale. E chissà quanti nomi mancano».
Foto di Sardiniapost.it

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