Archivio per mese: Settembre, 2013

Corso di formazione per attivisti rom e sinti: iscrizioni in corso

banner_600x356_attivisti_rom_sintiL’Associazione 21 luglio e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) invitano tutti gli interessati a presentare la propria candidatura per il Corso di formazione per attivisti rom e sinti. Il Corso, strutturato in 6 incontri di una giornata ciascuno, è rivolto a giovani rom e sinti, studenti o attivisti, di tutta Italia. Offrirà un’introduzione generale ai diritti umani e un’eccellente occasione di scambio, confronto di idee e di esperienze e di innovazione per i partecipanti. Continua a leggere

“Dall’ossessione securitaria alla solidarietà responsabile. La città di Roma e i rom: linee guida per una nuova politica” (settembre 2013)

Il presente documento, redatto dall’Associazione 21 luglio e da ARCI Solidarietà e sottoscritto dalle Organizzazioni aderenti, è rivolto alle autorità comunali della città di Roma al fine di indicare i principi essenziali per mutare radicalmente le politiche verso rom e sinti nella Capitale.
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«Chiudere i “campi nomadi” e puntare sull’inclusione sociale dei rom». Le proposte di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus all’Amministrazione romana

Roma, 9 settembre 2013 – Con un documento congiunto dal titolo “Dall’ossessione securitaria alla solidarietà responsabile. La città di Roma e i rom: linee guida per una nuova politica”, Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus presentano all’Amministrazione di Roma Capitale alcune proposte concrete sulle politiche di inclusione dei rom e sinti.
Oggi a Roma vivono circa settemila rom e sinti, che rappresentano lo 0,24 % della popolazione residente in città; la comunità rom romana è una delle meno numerose in Europa.
Negli ultimi anni le strategie dell’Amministrazione Capitolina in merito a rom e sinti hanno prodotto la segregazione e l’esclusione sociale di tali comunità, alimentando l’intolleranza dei cittadini romani residenti nelle aree dei campi, che percepiscono la loro presenza come ingombrante e minacciosa, una “diversità” da segregare in spazi lontani e separati dalla città, quei mega campi monoetnici per i quali il Comune, negli ultimi anni, ha speso oltre 60 milioni di euro.
Attraverso la politica dei “campi” e i vari Piani Nomadi che si sono succeduti, gli amministratori locali hanno definito le comunità rom e sinte a Roma come nomadi, non cittadini, individuando il “campo nomadi” come lo spazio nel quale relegarli, benché essi non siano “nomadi” ormai da diverse generazioni.
Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus credono quindi che una politica di stampo nuovo sia necessaria e che debba partire dal superamento dei “campi nomadi” come unica soluzione abitativa per i rom e sinti in città.
Ribadendo la «necessità di superamento del modello dei campi per combattere l’isolamento e favorire percorsi di interrelazione sociale», così come sancito nella Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, adottata dal Governo italiano nel 2012, il documento congiunto delle due associazioni individua nel passaggio dalla dimensione “campo” alla dimensione “casa” il punto di partenza di nuove politiche per le comunità  rom e sinte.
Il documento propone: l’abbandono dell’ottica emergenziale fin qui adottata; l’istituzione di un’agenzia comunale con il compito di individuare progetti abitativi alternativi al “campo”; l’istituzione di un sistema di regolarizzazione degli “apolidi di fatto”; il coinvolgimento attivo dei singoli nuclei familiari e l’azzeramento di quei canali preferenziali che hanno fino ad oggi accreditato sedicenti rappresentanti rom nel dialogo con gli amministratori locali.
Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus chiedono all’Amministrazione comunale la chiusura progressiva, entro 18 mesi, di due “villaggi attrezzati” della Capitale, Castel Romano e Cesarina, nei quali avviare la sperimentazione del superamento dei “campi”. Il primo, il più grande a Roma, ospita 1300 rom e presenta un costo di gestione di oltre 300 mila euro mensili; il secondo è invece il più piccolo sul territorio comunale (160 persone) e costa 49 mila euro al mese.
Tale chiusura può realizzarsi attraverso l’istituzione di un regolamento interno nei due insediamenti che preveda, come criterio di permanenza per le famiglie rom, una soglia del reddito ISEE.
In questo modo, per i nuclei familiari in possesso di risorse economiche e immobiliari in grado di garantire autonomia alloggiativa e il pagamento delle utenze, si potrà prevedere l’allontanamento volontario o forzato dal “campo”.  Per le altre famiglie, a seconda della loro particolare condizione socioeconomica, saranno invece individuati percorsi personalizzati che contemplino differenti soluzioni abitative alternative al “campo”, percorsi di formazione, oppure interventi di presa in carico per le persone in condizione di particolare fragilità.
Al documento di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus hanno aderito Bottega Solidale, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) e Cooperativa sociale Ermes.
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Le proposte di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus all’Amministrazione romana

IMG_0275Con un documento congiunto dal titolo “Dall’ossessione securitaria alla solidarietà responsabile. La città di Roma e i rom: linee guida per una nuova politica”, Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus presentano all’Amministrazione di Roma Capitale alcune proposte concrete sulle politiche di inclusione dei rom e sinti.
Oggi a Roma vivono circa settemila rom e sinti, che rappresentano lo 0,24 % della popolazione residente in città; la comunità rom romana è una delle meno numerose in Europa.
Negli ultimi anni le strategie dell’Amministrazione Capitolina in merito a rom e sinti hanno prodotto la segregazione e l’esclusione sociale di tali comunità, alimentando l’intolleranza dei cittadini romani residenti nelle aree dei campi, che percepiscono la loro presenza come ingombrante e minacciosa, una “diversità” da segregare in spazi lontani e separati dalla città, quei mega campi monoetnici per i quali il Comune, negli ultimi anni, ha speso oltre 60 milioni di euro.
Attraverso la politica dei “campi” e i vari Piani Nomadi che si sono succeduti, gli amministratori locali hanno definito le comunità rom e sinte a Roma come nomadi, non cittadini, individuando il “campo nomadi” come lo spazio nel quale relegarli, benché essi non siano “nomadi” ormai da diverse generazioni.
Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus credono quindi che una politica di stampo nuovo sia necessaria e che debba partire dal superamento dei “campi nomadi” come unica soluzione abitativa per i rom e sinti in città.
Ribadendo la «necessità di superamento del modello dei campi per combattere l’isolamento e favorire percorsi di interrelazione sociale», così come sancito nella Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, adottata dal Governo italiano nel 2012, il documento congiunto delle due associazioni individua nel passaggio dalla dimensione “campo” alla dimensione “casa” il punto di partenza di nuove politiche per le comunità  rom e sinte.
Il documento propone: l’abbandono dell’ottica emergenziale fin qui adottata; l’istituzione di un’agenzia comunale con il compito di individuare progetti abitativi alternativi al “campo”; l’istituzione di un sistema di regolarizzazione degli “apolidi di fatto”; il coinvolgimento attivo dei singoli nuclei familiari e l’azzeramento di quei canali preferenziali che hanno fino ad oggi accreditato sedicenti rappresentanti rom nel dialogo con gli amministratori locali.
Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus chiedono all’Amministrazione comunale la chiusura progressiva, entro 18 mesi, di due “villaggi attrezzati” della Capitale, Castel Romano e Cesarina, nei quali avviare la sperimentazione del superamento dei “campi”. Il primo, il più grande a Roma, ospita 1300 rom e presenta un costo di gestione di oltre 300 mila euro mensili; il secondo è invece il più piccolo sul territorio comunale (160 persone) e costa 49 mila euro al mese.
Tale chiusura può realizzarsi attraverso l’istituzione di un regolamento interno nei due insediamenti che preveda, come criterio di permanenza per le famiglie rom, una soglia del reddito ISEE.
In questo modo, per i nuclei familiari in possesso di risorse economiche e immobiliari in grado di garantire autonomia alloggiativa e il pagamento delle utenze, si potrà prevedere l’allontanamento volontario o forzato dal “campo”.  Per le altre famiglie, a seconda della loro particolare condizione socioeconomica, saranno invece individuati percorsi personalizzati che contemplino differenti soluzioni abitative alternative al “campo”, percorsi di formazione, oppure interventi di presa in carico per le persone in condizione di particolare fragilità.
Al documento di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus hanno aderito Bottega Solidale, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) e Cooperativa sociale Ermes.
(9 settembre 2013)
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Convegno al Senato con il Ministro Kyenge

banner convegno in senato 17_09_2013La popolazione romanì in Italia, composta da circa 170 mila persone, suddivise tra rom, sinti e caminanti, rappresenta una delle minoranze più svantaggiate nel nostro Paese. Nonostante la loro consistenza numerica, rom e sinti incontrano gravi ostacoli nell’accesso al diritto a un alloggio adeguato, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e al lavoro. Continua a leggere

I rom scrivono a Marino: «Ci aiuti a uscire dai ghetti»

In una lettera inviata al sindaco di Roma Ignazio Marino, la comunità rom insediata dallo scorso giugno in via Salviati, nella periferia est della Capitale, chiede di non essere più costretta a vivere nei “campi” e di iniziare nuovi percorsi condivisi di inclusione sociale.
Per l’Associazione 21 luglio, l’appello rappresenta la possibilità, per Roma, di mettere in atto quelle nuove politiche di integrazione previste dalla “Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti”, adottata dall’Italia nel 2012.
«Caro sindaco, siamo e ci sentiamo cittadini di questa città, dove viviamo da trent’anni – si legge in uno dei passaggi chiave della lettera, che porta la firma di Sandor Dragan Trajlovic, portavoce della comunità -. Siamo orgogliosi di essere cittadini italiani e cittadini d’Europa. Siamo cittadini rom che credono nell’inclusione e che sognano di poter avere piena cittadinanza in questa bella città. Per questo le chiediamo di ascoltare il nostro desiderio di essere cittadini come gli altri, senza discriminazione e senza ghettizzazione». (Guarda il video dell’appello)
Lo scorso giugno i 152 rom che attualmente si trovano nell’insediamento informale di via Salviati sono fuggiti dal “villaggio attrezzato” di Castel Romano, dove vivevano dal 2010, in seguito a ripetuti episodi di violenza da parte di altri abitanti del “campo”.
«Vivere nel campo ci fa sentire come all’interno di un ghetto, riservato a 1300 rom – scrive al sindaco la comunità -. Si, il campo di Castel Romano è effettivamente un ghetto, isolato dalla città, insicuro, recintato, chiuso, dove non esiste alcuna possibilità di inclusione sociale. Abbiamo paura per noi e per i nostri figli, perché vivere a Castel Romano significa vivere nella sofferenza e rinunciare al futuro. Dopo trent’anni non ce la facciamo più a vivere nei ghetti. Costringerci a farlo rappresenta per noi un atto di discriminazione”.
In seguito a un’ordinanza del sindaco, il 12 agosto scorso le forze dell’ordine avrebbero dovuto sgomberare l’insediamento di via Salviati. Lo sgombero, tuttavia, è stato sospeso e rimandato di alcuni giorni.
La comunità rom, ad oggi, vive nella costante tensione per un imminente sgombero e per il rischio di essere trasferita nuovamente a Castel Romano. Consapevole della necessità di non poter e non voler restare nell’attuale insediamento di via Salviati, la comunità lancia quindi un appello al sindaco per iniziare una nuova stagione di dialogo e un percorso all’insegna dell’inclusione.
«La mia comunità è disponibile a rimboccarsi le maniche e ad assumersi delle responsabilità per intraprendere un percorso che non ci porti più a vivere nei campi e nel degrado, per essere inclusi, per integrare i nostri figli, per avere un futuro migliore. Ci chiamano nomadi ma non è quello che siamo e ci sentiamo», prosegue la lettera.
«Questo appello rappresenta la possibilità di trasformare il “problema dei rom di via Salviati” in una opportunità storica per sperimentare percorsi virtuosi di inclusione sociale così come previsto e richiesto  dalla Strategia Nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti», afferma l’Associazione 21 luglio.
La politica dei “campi”, alimentata dalla passata Amministrazione con il Piano Nomadi, non ha prodotto che segregazione abitativa e concentrazione su base etnica. «È il momento che anche a Roma, come già avviene in altre città italiane, ai rom vengano offerte soluzioni diverse da quelle dei “campi”».
«Passare dalla ghettizzazione all’inclusione sociale: è questa la grande occasione che Roma ha davanti a sé per dimostrarsi Capitale europea attenta ai diritti umani e ai bisogni delle categorie più svantaggiate», conclude l’Associazione.

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