Archivio per mese: Ottobre, 2015

Legge della Regione Emilia Romagna: ennesima occasione persa

Con una lettera inviata alla Giunta Regionale e ai consiglieri della Regione Emilia-Romagna, l’Associazione 21 luglio, dopo aver analizzato la nuova Legge Regionale n. 11/2015 “Norme per l’Inclusione sociale dei rom e dei sinti”, ha espresso il proprio commento e reso pubbliche le posizioni in merito al testo legislativo.
La nuova Legge Regionale, la prima scritta in Italia dopo la presentazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, abroga la previgente Legge Regionale n. 47/1988 “Norme per le minoranze nomadi in Emilia Romagna”. Ancora una volta la questione abitativa è centrale in una Regione dove sono state censite 2.745 persone appartenenti alle comunità sinte e rom con una presenza massiva di sinti italiani che costituiscono il 90,6% delle presenze registrate sul territorio comunale. Nel testo legislativo la soluzione abitativa delle microaree è fortemente caldeggiata come la principale soluzione per le comunità rom e sinte presenti sul territorio rispetto a soluzioni abitative convenzionali.
Per tale ragione, a seguito di un’attenta analisi, l’Associazione 21 luglio ha scritto alle autorità regionali parlando di ennesima «occasione mancata» ed esprimendo una risposta critica basandosi essenzialmente su tre motivi ampiamente articolati all’interno della lettera:

  • La nuova Legge verrebbe a confermare come modello abitativo pressoché esclusivo per le comunità sinte e rom dell’Emilia-Romagna quello dei “campi”, ovvero di aree di piccole dimensioni realizzate su base etnica.
  • Per rispondere agli indirizzi della nuova Legge si assisterà ad una parcellizzazione degli insediamenti sinti e rom con conseguente loro moltiplicarsi sul territorio regionale con il rischio di creare, soprattutto in riferimento alle aree private, dei luoghi autorizzati in deroga alla legge secondo criteri meramente etnici.
  • Non sembra essere considerato dal legislatore il dato ineludibile che nell’arco temporale di alcuni anni l’aumento demografico delle comunità sinte e rom presenti nelle microaree farà perdere alle stesse la caratteristica della piccola dimensione. Si ricorda che la maggior parte degli attuali mega insediamenti monoetnici che insistono sul territorio italiano sono nati a partire dagli anni Novanta come insediamenti di dimensioni piccole e medie per poi ingrandirsi seguendo la linea di crescita demografica dei residenti e in assenza di adeguati interventi socio-inclusivi. La micro-area, così come l’area sosta o alcuni degli insediamenti formali realizzati sul territorio italiano, rappresentano spesso la fase embrionale dei mega-insediamenti condannati dalla stessa Strategia Nazionale a cui la Legge sostiene di ispirarsi in nome di presunti tratti culturali propri della cultura sinta o rom.

Alla luce delle considerazioni esposte la nuova Legge della Regione Emilia-Romagna n. 11/2015 “Norme per l’inclusione sociale di Rom e Sinti” rappresenta un’occasione mancata. Nella suddetta Regione la presenza consolidata di aree-sosta di piccole dimensioni avrebbe potuto facilmente condurre all’elaborazione di un ventaglio di percorsi abitativi non escludenti e segreganti piuttosto che optare in maniera preponderante in decisioni riconducibili comunque alla “politica dei campi”. Al contrario, sanare l’irregolarità delle attuali aree-sosta private attraverso norme non approntate su base etnica, da una parte, e promuovere primariamente soluzioni abitative convenzionali, quali ad esempio l’autocostruzione dall’altra, avrebbe potuto garantire la fine della “stagione dei campi” nella Regione Emilia-Romagna in linea con la Strategia Nazionale e con quanto raccomandato dai principali organismi internazionali che si occupano della “questione rom e sinta” nel nostro Paese.
Su Twitter, intanto, il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini difende la legge della sua giunta.


LEGGI LA LETTERA INTEGRALE

Papa Francesco abbraccia i rom, Roma li sgombera

Questa mattina Papa Francesco ha ricevuto in udienza 5.000 rom provenienti da almeno venti nazioni del mondo. Nel frattempo, tuttavia, le autorità di Roma Capitale proseguono senza sosta, in vista del Giubileo, le azioni di sgombero forzato delle comunità rom per “ripulire” la città dai cosiddetti insediamenti informali.
«I vostri problemi e le vostre inquietudini interpellano non soltanto la Chiesa ma anche le autorità locali – ha detto il Pontefice rivolgendosi ai rom ricevuti nella sala Nervi -. Ho potuto vedere le condizioni precarie in cui vivono molti di voi e ciò contrasta col diritto di ogni persona ad una vita dignitosa». Papa Francesco ha quindi parlato della necessità dell’«integrazione» dei rom e ha ribadito che «nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti».
Dignità e diritti che tuttavia – denuncia l’Associazione 21 luglio – si continuano a calpestare nella Capitale con la pratica sistematica degli sgomberi forzati, che hanno come unica conseguenza quelle di rendere ancora più vulnerabili uomini, donne e bambini, relegandoli ai margini della società.
L’Associazione 21 luglio esprime forte preoccupazione soprattutto per il netto incremento degli sgomberi forzati realizzati dalle autorità capitoline in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Bergoglio, avvenuto il 13 marzo scorso.
Da allora, gli sgomberi forzati a Roma sono triplicati, passando da una media di 2,8 sgomberi al mese nei tre mesi precedenti l’annuncio a una media mensile di 10 sgomberi forzati dal 13 marzo 2015 a oggi. Dal 13 marzo, infatti, sono stati realizzati 70 sgomberi forzati che hanno coinvolto circa 1.150 persone per una spesa stimata di 1,5 milioni di euro.
«Gli sgomberi forzati violano il diritto internazionale, perché non rispettano le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite. Ma soprattutto queste azioni calpestano i diritti umani di uomini, donne e bambini, che continuano ad essere spostati da una parte all’altra della città e privati di un tetto, seppur precario, sopra la testa», afferma l’Associazione 21 luglio, che ha lanciato la campagna internazionale #PeccatoCapitale per chiedere una moratoria sugli sgomberi forzati a Roma durante il periodo giubilare.
«Auspichiamo che le parole di oggi di Papa Francesco rappresentino uno stimolo decisivo per le autorità di Roma Capitale al fine di voltare una volta per tutte la pagina delle politiche dell’esclusione e della discriminazione nei confronti dei rom, che oggi continuano a trovare compimento nella ghettizzazione di tali comunità nei cosiddetti “villaggi attrezzati” e nell’attuazione sistematica di sgomberi forzati», conclude l’Associazione.
Con l’appello #PeccatoCapitale, che ha già raccolto 1.200 firme, l’Associazione 21 luglio chiede alle autorità capitoline di fermare le azioni di sgombero – inutili, inefficaci, dispendiose e lesive dei diritti umani – nel periodo del Giubileo della Misericordia e di avviare con urgenza un tavolo di concertazione per individuare alternative possibili agli sgomberi.
Hanno finora aderito all’appello Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Sabina Guzzanti, Piotta, Assalti Frontali, Paul Polansky e Padre Alex Zanotelli. Oltre a loro, 25 organizzazioni della società civile.
«Io non voglio un Giubileo del business. Ma un Giubileo che metta al primo posto i ‎rom, che oggi sono maltrattati e emarginati. Dobbiamo fare arrivare questo nostro appello anche a Papa Francesco per mettere fine a questi sgomberi forzati!», è il messaggio del missionario comboniano Padre Alex Zanotelli.
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Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
Email: stampa@21luglio.org


Foto: Repubblica.it
 

Appuntamento con la Biblioteca Vivente dedicata al mondo rom

 
Mercoledì 28 ottobre, presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo, in via Castellaneta 10, a Roma, dalle ore 16.30 alle ore 19.00, la Biblioteca Vivente interamente dedicata al mondo rom vi aspetta per un nuovo appuntamento. L’evento è promosso da ABCittà, in collaborazione con l’Associazione 21 luglio e il Servizio Intercultura delle Biblioteche di Roma, nell’ambito del progetto Sar San 2.0 finanziato dalla Bernard Van Leer Foundation.
Per tutte le informazioni sull’evento, visita la pagina: http://bit.ly/1Gp5P29

Ginevra e Maia: gemelline rom nel campo di Salone

Com’è la vita di un minore all’interno di un “campo rom” e quale futuro lo aspetta?
Attraverso l’esperienza di Ginevra e Maia, gemelline di due anni nate nel “campo” di via di Salone a Roma, la mamma Miriana racconta una storia di disagi, aspettative, paure e sogni per i suoi figli.

Quel pregiudizio che mi rende triste

Sulta è la matriarca della sua famiglia, ha 8 figli e 37 nipoti sparsi per il mondo. Si rattrista per l’atteggiamento discriminatorio che percepisce nei suoi confronti camminando per la strada: «Quando entro in un negozio vedo la gente mettere subito la mano al portafoglio: vorrei dire loro che non sono lì per rubare!». 
Sulta porta i segni degli anni sul volto, molti dei quali vissuti in Italia. Quando è arrivata, nel’75, all’epoca esisteva ancora la Jugoslavia, suo Paese di origine. Aveva già partorito tre figli e appena giunta qui è nata la quarta. Non sapeva ancora parlare la lingua e si è fatta tatuare sul polso l’anno di nascita della sua bambina.
Racconta che ad oggi solo quattro dei suoi otto figli sono rimasti in Italia, gli altri sono emigrati in Paesi diversi. Ha quasi perso il conto di tutti i suoi nipoti, che si moltiplicano considerando i figli di fratelli e sorelle, ma è un sollievo pensare che stanno tutti bene.
Della guerra in Jugoslavia sa poco o niente, l’ha vissuta da lontano e preferisce pensare alle persone che vivono in pace.
Guardando indietro verso il passato ricorda: «Tante volte siamo andati a dormire senza mangiare. Se andavo a chiedere l’elemosina mangiavamo, altrimenti no».
Eppure sente sempre gli sguardi addosso quando cammina per le strade della città, di occhi che la guardano con diffidenza e con la lente del pregiudizio: «Quando entro in un negozio vedo la gente mettere subito mano al portafoglio. Mi piacerebbe dire loro che non sono lì per rubare».

Rom contrari alla scolarizzazione? Mio figlio va all’università

I figli di Dzemila sono nati in un “campo”. Crescendo, la madre si è battuta perché frequentassero la scuola sin dall’asilo. Voleva che i suoi bambini avessero le stesse opportunità di tutti i loro coetanei. «C’è chi dice che le mamme rom non vogliono mandare i propri bambini a scuola, ma non è vero. Oggi mio figlio è iscritto all’università».
Dzemila è nata in Montenegro ma vive in Italia fin da quando aveva tre anni. È vissuta in diverse parti d’Italia ma poi si è stabilizzata a Roma dove ha vissuto nel grande “campo” Casilino 900. Qui è rimasta per ben 23 anni. Nel frattempo si è sposata e ha avuto dei figli. Suo marito è un non rom e, insieme, hanno deciso di continuare a vivere nel “campo” sia per manifestare solidarietà nei confronti degli altri abitanti, sia per dare una testimonianza agli occhi dei non rom, dimostrando che è possibile vivere in un “campo” lavorando onestamente.
È diffuso il pregiudizio nella società che le famiglie rom non vogliano mandare i figli a scuola per scelta. In realtà le difficoltà relative alla scolarizzazione di alcuni minori sono legate ad una serie di criticità riguardanti le condizioni di vita in cui versano le loro famiglie. Prima fra tutte la questione dell’alloggio. Chi vive in insediamenti informali è soggetto a continui spostamenti a causa degli sgomberi forzati durante i quali –oltretutto – vengono distrutti i pochi effetti personali posseduti, tra cui anche i libri scolastici.
Non è più semplice la situazione di quanti risiedono nei “campi” istituzionali, collocati in luoghi molto distanti dal tessuto urbano e quindi anche dagli istituti scolastici. Alcuni hanno raccontato di raggiungere il proprio istituto scolastico dopo due ore di viaggio già distrutti fisicamente. Dove invece sono predisposti i servizi di navetta, esclusivamente per bambini rom, i pullman sono molto spesso in ritardo e alcuni minori sono costretti a saltare la prima e l’ultima ora di lezione.
La povertà, l’esclusione sociale e la precarietà delle condizioni abitative hanno ripercussioni devastanti non solo sulle condizioni di vita ma anche sullo stato di salute fisica e psichica dei minori rom, influendo negativamente sulle possibilità di accesso all’istruzione e, spesso, sul rendimento scolastico stesso.
Molti dei bambini che barcamenandosi tra i tanti ostacoli continuano a frequentare la scuola, vivono una condizione di esclusione ed emarginazione dovuta alle loro origini o alla situazione di povertà. Un bambino che viene dal “campo” sarà sempre diverso agli occhi di compagni e insegnanti.
«Nonostante tutte le difficoltà i miei figli sono sempre andati a scuola. Tutti i giorni», riferisce Dzemila, e racconta di come successivamente a lei e la sua famiglia sia capitato di ricevere una bellissima opportunità, quella di diventare responsabili di un centro di accoglienza per rifugiati. «Si è aperto un nuovo capitolo della nostra vita», ricorda, «in cui eravamo noi a dare accoglienza piuttosto che essere accolti». Si parlavano cento lingue stando a contatto con altrettante culture diverse, si viveva nella condivisione con le altre persone della struttura in un contesto pieno di stimoli che ha contribuito all’arricchimento reciproco.
Ora uno dei suoi figli frequenta l’università e sta per laurearsi, l’altro vive a Berlino e lavora come attivista per progetti finalizzati alla tutela dei diritti umani. Non vivono più in un centro o in un “campo”, ma in una casa normale come tutti.
Tra le altre cose, oggi Dzemila si occupa dei processi di apprendimento e inserimento scolastico dei minori rom che vivono in condizioni di disagio. «Se alle persone dai un’opportunità, le porte e il futuro si aprono per tutti. Anche per i rom che oggi vivono ai margini».

Vivere in un campo rom non è un privilegio: è una condanna

«Era il mese di gennaio del 2010. Faceva molto freddo. Vennero all’improvviso, al mattino. C’erano i vigili e le ruspe. Avevamo poco tempo e non siamo riusciti a prendere tutte le nostre cose. Non sapevo dove ci avrebbero portati. A me e ai miei nove figli. “Dove mi porti, mamma?”, continuava a ripetermi il mio bambino».
Shida ricorda i giorni dello sgombero del Casilino 900, il “campo rom” storico nella periferia orientale di Roma, abitato da famiglie rom già dalla fine degli anni Sessanta, mentre nel decennio prima ospitava gli sfollati della Seconda Guerra Mondiale.
Prima dello sgombero ci vivevano oltre 600 persone, di cui quasi la metà minori, di origine bosniaca, montenegrina, macedone, serba, croata e kosovara. Vi erano anche cittadini italiani. Sulla promessa di sgomberare l’insediamento, in nome della sicurezza e della legalità, si giocò la partita elettorale tra i due candidati a sindaco della Capitale: Francesco Rutelli e Gianni Alemanno.
Ebbe la meglio quest’ultimo che procedette così all’abbattimento delle abitazioni delle famiglie del Casilino 900.
«Il sindaco e i suoi uomini ci avevano promesso una sistemazione migliore. Ci dissero che avremmo finalmente potuto abitare in case normali. Ci hanno ingannati per farci uscire con le buone», racconta Shida, che è originaria del Montenegro.
Dopo lo sgombero, la donna e la sua famiglia furono trasferite nel “villaggio attrezzato” di via di Salone. Doveva essere una sistemazione temporanea, secondo le promesse delle autorità.
«Invece sono passati quasi sei anni e siamo ancora qui – racconta Shida, lo sguardo dimesso – Viviamo in un container, ammassati gli uni agli altri perché lo spazio è insufficiente. Ricordo ancora che quando arrivammo per la prima volta in questo “campo” avevo la sensazione di aver messo piede in un altro paese. Era così triste, orribile, deprimente. L’unica speranza era solo quella di doverci restare poco. E invece…».
Il “villaggio attrezzato” di Salone è uno dei sette presenti oggi a Roma. L’Italia è l’unico Paese in Europa dove le istituzioni creano e gestiscono “campi per soli rom”. Nella Capitale, nel 2013, sono stati spesi oltre 24 milioni di euro per mantenere in piedi il “sistema campi”. Più volte, nel corso degli anni, il nostro Paese è stato richiamato dagli organismi internazionali sulla politica dei campi, ghettizzante e discriminatoria su base etnica. Nel 2012, l’Italia si è impegnata per il superamento di questi luoghi e nell’attuazione di percorsi di inclusione sociale.
«Siamo in Italia da 30 anni e abbiamo sempre vissuto nei campi. I campi esistono solo qui. Nella loro vita i miei figli non hanno vissuto nient’altro che la realtà dei campi. Questo è il pensiero che più mi assilla, da madre. Vorrei che i mei figli avessero una vita normale», continua Shida.
«Qui è pieno di topi, i sistemi di fognature non funzionano e le condizioni igieniche e sanitarie sono al limite dell’umano. E poi siamo lontani da tutto e da tutti. L’ospedale e il supermercato sono molto distanti e ci sentiamo esclusi dal resto della società. Almeno quando eravamo a Casilino 900 avevamo tanti amici nel quartiere, eravamo integrati e i bambini andavano a scuola con facilità», conclude Shida che poi dice che la cosa che le fa più male è «quando sento la gente o i politici dire che i rom nei campi sono pieni di privilegi. Vivere in un campo rom non è un privilegio, semmai è una condanna».

Basta parlarsi per sgretolare i pregiudizi

Miriana è una donna estroversa e le piace stare a contatto con le persone. “Quando racconto la mia storia agli altri, vedo che i loro cuori si aprono e tutti i pregiudizi si sgretolano”.
Miriana è sposata e ha quattro figli, due maschi grandi e due gemelline di due anni. Adesso è mamma a tempo pieno ma ha tanta voglia di rimettersi in gioco e ricominciare a lavorare.
Le sue bambine sono ancora piccole ma l’anno prossimo spera di metterle all’asilo e trovare un lavoro. Purtroppo sa che non è facile perché nella sua vita ha subìto spesso discriminazioni proprio sul lavoro. Quando aveva quindici anni ha lavorato in un negozio di articoli sportivi e dopo un mese l’hanno pagata regalandole un paio di scarpe e una tuta da ginnastica. Una volta le è capitato di fare un colloquio per un impiego di commessa in profumeria, “mi sarebbe piaciuto tanto” – ricorda – ma quando le hanno chiesto dove abitava, alla risposta “Casilino 900” l’hanno congedata con un poco promettente “vedremo”.
Miriana sente addosso i pregiudizi delle persone, ma è stufa degli stereotipi che etichettano il suo popolo. “Dicono che rubiamo i bambini, ma noi abbiamo tutti famiglie numerose; perché dovremmo prendere i bambini degli altri?”. A un bambino che le chiede il motivo per cui i genitori raccontano questa storia pur essendo falsa, Miriana risponde che è un modo come un altro per far capire ai figli che è pericoloso allontanarsi senza permesso.
Un giorno le è capitato di ascoltare una madre che raccontava al proprio bambino che i rom rubano i bambini. Sentendosi ferita non è riuscita a contenere l’irritazione e si è arrabbiata per l’educazione che quella donna stava dando a suo figlio, “anche i negozianti mi hanno appoggiata e si sono preoccupati per l’offesa che avevo ricevuto”.
Oggi Miriana vive in un “campo”, ma spera di uscirne presto augurandosi – per sé e la sua famiglia – un futuro migliore.

«Sei nomade se ti sposti, ma io sono sempre stata qua»

Monica è figlia di genitori montenegrini. Lei è nata a Roma, al “Casilino 900”, oggi vive da sola nel “campo rom” di Salone ed è mamma di due figli di quattro e sei anni. Non si è mai spostata dall’Italia e soffre del pregiudizio secondo cui quella dei rom sarebbe una popolazione senza fissa dimora: «Non siamo nomadi. Io sono sempre stata qui».
Quando ha saputo che sua figlia aveva partecipato alla recita scolastica senza essere stata avvisata, Monica ha sofferto molto. È andata a scuola per chiedere spiegazioni e l’insegnante, stupita, si è scusata dicendo che non credeva le potesse interessare in quanto rom, quindi nomade. «Le ho fatto capire che io ci tengo e da quel giorno mi ha sempre avvisato» – racconta con un ampio sorriso – «lo scorso Natale ho assistito per la prima volta alla recita di mia figlia, interpretava il ruolo di asinello per il presepe vivente. È stata un’esperienza bellissima, mi sono commossa e sono stata bene insieme a tutte le altre mamme».
Secondo i dati disponibili sul tema, oggi solo il 3% della popolazione rom presente in Italia è nomade, prevalentemente per svolgere attività lavorative stagionali.
Il falso mito legato al presunto nomadismo dei rom nasce da un equivoco di fondo: storicamente, infatti, più che di una scelta di vita per molti si è trattato di diaspora, fuga dalle guerre o, appunto, esercizio di attività lavorative che richiedevano continui spostamenti. Proprio in relazione a questo presupposto nomadismo, fin dagli anni ’80 si sono applicate negli anni misure discriminatorie che hanno portato fino alla “politica dei campi rom”.
L’istituzionalizzazione dei campi ha di fatto prodotto, attraverso la ghettizzazione e la segregazione di uomini e donne in base alla propria etnia, un vero e proprio razzismo di stato. L’equivoco sul nomadismo e la presunta necessità di vivere nei “campi” o in aree attrezzate è oltretutto completamente infondato: solo un quarto della popolazione rom presente in Italia vive nei “campi”, tutti gli altri hanno una casa, emblema incontrastabile della “fissa dimora”.
«Sei nomade se ti sposti, ma io sono sempre stata qua», racconta Monica con amarezza. Nata e cresciuta nel grande “campo” informale del “Casilino”, collocato nel quartiere omonimo da cui prende il nome, dopo il passaggio delle ruspe che hanno portato allo sgombero forzato degli abitanti, Monica è stata trasferita nel campo di Salone, dove vive attualmente con i suoi figli. Nonostante sia effettivamente italiana, è apolide di fatto e non ha i documenti. Senza cittadinanza né permesso di soggiorno, oltre alle difficoltà per ottenere un lavoro o l’assistenza sanitaria, ha avuto problemi anche per la registrazione dei figli all’anagrafe.
In Montenegro, il paese che secondo la legge dovrebbe darle i documenti, non ci è mai stata e non ha nessuna intenzione di andarci. La sua vita l’ha costruita in Italia e vuole continuare a viverla qui. Non conosce la lingua montenegrina e quando le è capitato di ascoltare la musica originaria del paese dei suoi genitori, ha chiesto di farsi tradurre il testo. Vivere in un “campo” e senza documenti per lei, come per molti altri che vivono nelle sue stesse condizioni, è una privazione dell’identità oltre che una discriminazione: «sento che è come se non esistessi», confida.
Per Monica il confronto con l’esterno è molto importante, per questo l’esperienza a scuola di sua figlia è stata fondamentale. Ha conosciuto le mamme delle altre bambine, si è rapportata con loro e si è sentita parte di una comunità. È stato motivo di soddisfazione anche avere l’opportunità di mostrare, attraverso la sua esperienza, un’immagine lontana dagli stereotipi con cui i rom vengono normalmente etichettati.

Chef per i diritti umani

Sabrina è una giovane attivista rom, vive in Sardegna e sogna di diventare chef. “La mia più grande passione è la cucina. Ho studiato per diventare cuoca e cerco di combattere gli stereotipi sul mio popolo”.
Mentre controlla la cottura della pasta e mescola la salsa, Sabrina racconta la sua storia. Ha frequentato un corso per chef che l’ha arricchita di conoscenze, ha scoperto trucchi e segreti degli alimenti che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ma di cui spesso ignoriamo i composti. “È divertente”, confida Sabrina, “ora ad esempio so come è fatto il lievito”.
La passione per la cucina ce l’ha fin da piccola e le è stata trasmessa dalla madre. Ha imparato osservandola giorno dopo giorno, guardando con l’occhio e lavorando con la mente perché la fantasia, ricorda, è un ingrediente fondamentale quando si prepara qualunque tipo di pietanza. Piano piano ha cominciato anche a mettersi alla prova e a sperimentare, poi crescendo ha deciso di farne il suo mestiere.
Al termine del corso ha praticato l’apprendistato in una struttura di Roma convenzionata con la scuola e a conclusione del suo percorso ha superato l’esame finale. Racconta tutto con molto entusiasmo e la considera un’esperienza unica, estremamente formativa sia dal punto di vista professionale sia umano.
Accanto alla passione per la cucina, per Sabrina c’è anche la dedizione all’attivismo in difesa dei diritti umani. In particolare si dedica all’abbattimento degli stereotipi e delle discriminazioni nei confronti del suo popolo. “Sono rom e sono italiana, come tutti gli altri sono stanca di sentire tutti i pregiudizi che vengono diffusi su di noi”.
Con una sua amica assistente sociale Sabrina ha collaborato con le scuole per portare la sua testimonianza, perché “la conoscenza è fondamentale per abbattere i pregiudizi e nelle scuole c’è il futuro del nostro Paese” spiega. “I bambini e i ragazzi mi facevano domande da cui si capiva che nel proprio immaginario le persone vedono i rom come un popolo completamente diverso, lontano, e invece non è così. Si stupivano anche solo per il fatto che ero vestita come tutti gli altri”.
Racconta che uscendo da questi incontri aveva sempre il sorriso stampato in viso perché sentiva di aver dato il proprio contributo lasciando un messaggio importante.

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