Archivio per anno: 2016

La Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze

L’11 ottobre si celebra la Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze, una data importante per ricordare la necessità e l’importanza dell’empowerment femminile nel mondo, attraverso la promozione dell’istruzione, di un paritario accesso ai servizi e della libertà individuale.
Anina Ciuciu, autrice di questo articolo, è una donna rom. Vive in Francia, sta per diventare avvocato e la sua storia è un bellissimo esempio di riscatto, forza e coraggio.
Mi chiamo Anina Ciuciu, sono Romni e cittadina franco-rumena. Io, i miei genitori e le mie tre sorelle siamo dovuti scappare dal nostro paese, la Romania, per sfuggire dal razzismo, dall’umiliazione e dalla miseria. Ma, prima in Italia e poi in Francia, abbiamo dovuto affrontare lo stesso rifiuto, la stessa stigmatizzazione e la stessa povertà.
Siamo sopravvissuti in baraccopoli miserabili, squat e altri alloggi insalubri. La nostra stessa esistenza è stata clandestina fino al giorno in cui abbiamo avuto la fortuna di incontrare delle persone generose, che ci hanno teso la mano e ci hanno aiutati a riscattarci da quella situazione ingiusta, permettendoci di recuperare la nostra dignità. Da quel momento, io e le mie sorelle siamo potute andare a scuola. Oggi, sono titolare di una laurea specialistica in diritto ottenuta presso la prestigiosa Università Sorbona, ho pubblicato due libri e mi appresto a diventare avvocato.
La scelta di intraprendere questa carriera non è stata priva di difficoltà ma, al contrario, traduce la mia volontà di continuare, in modo più incisivo, la lotta militante nella quale sono impegnata da più di 4 anni per la difesa dei diritti umani fondamentali, e contro le discriminazioni di cui i rom in particolare sono vittime in Europa.
Al prezzo degli immensi sacrifici fatti dai miei genitori, e grazie al loro immancabile sostegno e amore, ho capito molto presto l’importanza della scuola. Ho capito presto che la scuola è l’unico mezzo per uscire dalla fatalità miserabile che ci viene destinata, per diventare padroni della propria vita e riconquistare la dignità personale.
Io e le mie sorelle abbiamo avuto la fortuna di avere genitori che hanno sacrificato tutto per la nostra educazione e la nostra felicità, siamo state fortunate ad aver fatto gli incontri giusti.
Ma so perfettamente che oggi troppe ragazze, nel mondo, non hanno la stessa fortuna. Ho fin troppo spesso visto con i miei occhi, e provato, l’ingiustizia del destino che subiamo in quanto Rom, sia all’interno dell’insieme rom che nella società politica alla quale, per quanto molto spesso ci ripudi, apparteniamo.
Sulle donne dei gruppi emarginati convergono le tre maggiori forme di violenza sociale: violenza di sesso, violenza di classe e violenza di razza. So che, nella nostra come in altre comunità, le ragazze si sposano ben troppo giovani e passano dalla morsa del padre a quella del marito. So anche che la società maggioritaria fa ricadere proprio su queste donne i pregiudizi più pesanti, negando loro l’accesso ai diritti più basilari come la scuola, la salute, il lavoro.
Eppure, fin dalla mia più tenera infanzia, sono rimasta colpita dall’incrollabile forza, dal coraggio e dalla bellezza delle donne della mia comunità, che sono state per me un modello e mi hanno incoraggiata a diventare quella che sono.
Innanzitutto mia madre, una donna straordinaria, il pilastro della famiglia, una donna che nonostante i numerosi ostacoli che le si sono parati davanti ha saputo attingere dall’Amore per noi la speranza e la forza necessarie per andare avanti, senza mai lamentarsi. Una donna che mi ha trasmesso la forza incorruttibile dell’Amore.
E poi più avanti altre donne, con la particolarità di appartenere anch’esse a minoranze etniche, come Angela Davis o Christiane Taubira, che si sono battute per la giustizia e l’uguaglianza di tutti e tutte, mi hanno insegnato la potenza dell’azione femminile nella lotta per l’emancipazione non solo delle donne, ma dell’integralità delle comunità emarginate.
Ed è proprio qui che si trova la posta del femminismo intersezionale. La lotta per l’emancipazione di donne e ragazze non dev’essere condotta contro gli uomini, e non deve costituire un ulteriore fattore di stigmatizzazione e di rifiuto delle comunità minoritarie. Al contrario, l’emancipazione delle donne all’interno di questi gruppi esclusi non può che andare di pari passo con la liberazione di tali comunità marginalizzate, e con la trasformazione dell’intera società.
È per questo che, oggi, garantire alle ragazze delle condizioni di vita decenti, l’accesso al sistema sanitario, alla sicurezza e all’educazione, significa permettere loro di diventare le donne libere e forti di domani, e di acquisire la forza d’azione necessaria alla trasformazione della nostra società. Significa vedere in loro la promessa di un mondo più giusto.
In occasione della Giornata Internazionale delle bambine e delle ragazze l’11 ottobre, accolgo con gioia le iniziative condotte dall’ONU nell’intento di rinforzare i diritti delle donne e delle bambine, e gli sforzi in programma per raggiungere l’emancipazione delle donne e l’uguaglianza con gli uomini, sforzi più che mai necessari nel contesto socio-politico mondiale attuale.
Tuttavia, a mio parere, ogni giorno dovrebbe essere considerato una giornata internazionale delle ragazze, poiché ogni giorno è necessario battersi per permettere alle nostre figlie, amiche e sorelle di uscire dalla trasmissione intergenerazionale di povertà, violenza, esclusione e discriminazione. Ogni giorno dovrebbe essere un passo verso le donne libere, dignitose e forti che costruiranno il mondo migliore di domani.
di Anina Ciuciu
Traduzione di Alessandra Cerioli
Foto di www.donneuropa.it

Diritto all'alloggio e baraccopoli

Lunedì 3 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale del Diritto all’Aloggio ma l’emergenza abitativa è un problema più attuale che mai, in Italia e non solo. Abbiamo chiesto al dr. Sergio Bontempelli, impegnato da anni nella promozione dei diritti di rom e migranti, una riflessione sul diritto all’abitare e la segregazione degli “esclusi” al tempo delle baraccopoli.
Nel 1985 le Nazioni Unite hanno istituito il World Habitat Day – la “Giornata Mondiale del Diritto all’Alloggio” – indicando nel primo Lunedì di Ottobre la data in cui promuovere iniziative su queste tematiche: da allora, da quell’anno ormai lontano, la questione della marginalità abitativa è divenuta sempre più drammatica.
Secondo alcune stime esistono oggi, su scala globale, più di 200 mila insediamenti definibili come «slums», termine anglosassone che alcuni studiosi traducono come «baraccopoli»: in queste aree abitano complessivamente un miliardo di persone, un quinto della popolazione di tutto il mondo. Si tratta di cifre enormi, che ci restituiscono il quadro di un’economia globale caratterizzata da sempre più marcate disuguaglianze: in uno studio recentemente tradotto in italiano da Sonia Paone e Agostino Petrillo, il sociologo Loïc Wacquant sostiene che proprio la segregazione e la marginalizzazione degli «esclusi» rappresentano elementi costitutivi dell’attuale globalizzazione.
È in questo quadro ampio, internazionale e addirittura globale, che va collocato il fenomeno italiano dei campi nomadi. Certo, le differenze sono evidenti, ed è ovvio che – per così dire – non tutto è uguale a tutto: un insediamento di rom o di sinti nel Belpaese non è la stessa cosa di una favela brasiliana, di uno slum nigeriano o di una bidonville indiana o pakistana. Diverse sono le dimensioni (nel Sud del mondo le baraccopoli possono superare il milione di abitanti), diverse le storie, diverse – e non paragonabili – le dinamiche sociali, politiche ed economiche di ciascun contesto.
Eppure, pur tenendo conto di queste differenze, non si può non osservare come i campi italiani siano nati dalla volontà – più o meno esplicita – di isolare, marginalizzare e tenere sotto controllo gruppi ritenuti «diversi», e perciò potenzialmente pericolosi: come ben sanno i lettori di questo sito, i campi sono il prodotto non di una (presunta) «cultura rom», ma di precise scelte politiche delle amministrazioni nazionali e locali.
Oggi, a dispetto delle indicazioni dell’Unione Europea, le politiche di segregazione dei rom e dei sinti continuano, e si accompagnano a un’altra pratica, che si ritrova anch’essa nei contesti di marginalità urbana delle metropoli globali: gli sgomberi forzati.
Per questo, in occasione del World Habitat Day, è bene ricordare anche da noi quanto vanno dicendo da anni le organizzazioni e i movimenti impegnati nel diritto all’abitare, e quanto è stato a più riprese affermato dalle stesse Nazioni Unite: avere un alloggio dignitoso è un diritto fondamentale; nessuno deve essere segregato e marginalizzato; gli sgomberi sono illegittimi se non prevedono un’adeguata tutela del diritto alla casa delle persone da allontanare, e questo a prescindere dalla «legalità» degli insediamenti (il diritto ad avere una soluzione alternativa vale insomma anche quando si sgombera un campo cosiddetto «abusivo»).
Le obiezioni a questi ragionamenti sono sempre le stesse, e ci pare che abbiano fatto il loro tempo: «non ci sono soldi per tutti», «c’è la crisi», «vengono prima i nostri», e così via. È ormai dimostrato invece che le politiche di segregazione hanno costi altissimi, certamente superiori a quelli dell’inclusione; d’altra parte, da almeno tre decenni si pratica la marginalizzazione di gruppi percepiti come «diversi», e ciò non ha giovato – ci pare – alla tutela dei cittadini «italianissimi».
I Padri Costituenti ci hanno insegnato che un diritto è tale se vale per tutti: ed è fondamentale ricordarlo oggi.
di Sergio Bontempelli

I primi 100 giorni della Giunta Raggi e la "questione rom"

I primi 100 giorni costituiscono per ogni Amministrazione Comunale un’occasione per tracciare un bilancio sull’eredità raccolta e per delineare linee programmatiche secondo macro obiettivi chiari e definiti. Associazione 21 luglio, nel rileggere i primi 100 giorni della Giunta Raggi e le politiche espresse in relazione alle baraccopoli presenti nella Capitale, manifesta delusione e una profonda preoccupazione per il rischio che, in presenza di linee politiche poco chiare e di azioni contraddittorie, possa ricrearsi l’humus in cui è nato e si è consolidato il “sistema campi” venuto alla luce nell’inchiesta denominata “Mafia Capitale”.
Le premesse non erano state incoraggianti. La campagna elettorale che ha preceduto l’elezione del sindaco di Roma è stata caratterizzata dall’obiettivo quasi comune a tutti i candidati di “superare le baraccopoli”, accompagnato tuttavia dall’assenza di tempi certi e di azioni definite.
Dopo le elezioni, il 21 luglio 2016 la Giunta Capitolina ha approvato le “Linee programmatiche 2016-2020 per il Governo di Roma Capitale”. In due occasioni si parla del “superamento dei campi” e in entrambi i casi, in assenza di un piano strategico definito, gli obiettivi vengono confusi con le azioni e gli strumenti. In assenza di linee politiche chiare, nei primi 100 giorni della Giunta Raggi si è assistito a una serie di azioni che destano preoccupazione.
L’8 luglio 2016, attraverso il sito ufficiale, il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale ha indetto una “Gara per il reperimento di un’area attrezzata” per soli rom. Il concorrente – si legge nel bando – dovrà mettere a disposizione «un’area attrezzata per l’accoglienza e soggiorno temporaneo di 120 nuclei familiari di cui 109 attualmente ospiti presso il Villaggio River», per un appalto che avrà come importo complessivo posto a base di gara di 1.549.484 euro e che avrà decorrenza dal 1° ottobre 2016 per terminare il 31 dicembre 2017. Il 9 agosto l’Assemblea Capitolina ha bocciato una mozione nella quale veniva chiesto il ritiro del bando.
Il 25 agosto si è svolto presso il Dipartimento Politiche Sociali il primo incontro ufficiale sulla “questione rom” preparatorio al Tavolo per l’inclusione dei rom convocato dall’assessore Laura Baldasarre. Dopo anni di assenza, tra gli invitati sono riapparsi alcuni sedicenti “rappresentanti rom”: autoproclamatisi tali o nominati nella passata amministrazione a guida Alemanno al fine di ridurre a mera formalità l’effettiva partecipazione dei rom alle decisioni che influiscono sul loro futuro. Gli stessi, al termine dell’incontro, sono stati invitati a redigere rapporti sulle condizioni strutturali degli insediamenti, con il rischio che nuovamente potranno assurgere al ruolo di filtro e proteggere gli interessi di pochi a discapito delle istanze di quei nuclei famigliari maggiormente vulnerabili che ancora attendono di riuscire a far sentire la propria voce.
Il 20 settembre si è proceduto all’apertura delle offerte relative alla Gara per la gestione di 6 baraccopoli istituzionali, denominati “villaggi” per un importo lordo superiore ai 6 milioni di euro. Il servizio prevede la riproposizione delle medesime mansioni svolte negli insediamenti fino al 2014 inasprendo le regole sicuritarie già stabilite nel periodo della “Emergenza Nomadi” e dichiarate incostituzionali dal TAR del Lazio nel 2009.
Secondo Associazione 21 luglio la legittimazione operata nei confronti dei sedicenti rappresentanti rom e la contestuale riproposizione di bandi milionari – nei quali le voci di spesa destinate all’inclusione sono minime e non è possibile rintracciare indicatori concreti in linea con il dichiarato obiettivo di superare le baraccopoli – rappresentano fatti estremamente gravi volti a ricreare le condizioni per il ricostituirsi del “sistema campi”. «Come mosche sul miele – denuncia il presidente Carlo Stasolla – alcune organizzazioni che fino al 2014 operavano attorno alla fiorente economia del sociale che si muoveva attorno ai “campi”, alcune delle quali hanno visto i loro presidenti indagati o arrestati, potranno rientrare dalla finestra, dopo che le vicende successive a “Mafia Capitale” le avevano fatte uscire dalla porta».
Secondo Associazione 21 luglio la Giunta Raggi non sembra avere consapevolezza dell’urgenza di adempiere anzitutto agli obblighi istituzionali derivanti da una sentenza del Tribunale Civile di Roma, da una delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 6.000 cittadini romani e da una delibera della Giunta Capitolina che impegna 4,4 milioni di euro di fondi europei per la chiusura degli insediamenti e l’inclusione abitativa delle comunità rom a Roma.
La prima risale al 30 maggio 2015 quando un giudice del Tribunale Civile di Roma, in riferimento alla baraccopoli istituzionale La Barbuta, ha riconosciuto «il carattere discriminatorio che si concretizza nell’assegnazione degli alloggi» ordinando al Comune di Roma «la cessazione della suddetta condotta nel suo complesso e la rimozione dei relativi effetti». A tale Ordinanza non è seguita alcuna azione da parte dell’attuale Amministrazione che quindi non sta dando seguito alla decisione del giudice.
La seconda risale allo scorso anno, quando nove organizzazioni hanno depositato in Campidoglio più di 6.000 firme per chiedere il superamento progressivo e la chiusura degli insediamenti formali per rom presenti nella città di Roma in attuazione della Strategia nazionale d’inclusione dei Rom. La delibera di iniziativa popolare dovrebbe essere discussa dall’Assemblea Capitolina, così come richiede lo Statuto Comunale, ma ad oggi non è stato nemmeno avviato l’iter.
La terza è del 28 ottobre 2015 quando la Giunta Capitolina ha deliberato, nella Deliberazione n. 350, la partecipazione di Roma Capitale al Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane adottato dalla Commissione Europea. Il Programma prevede una specifica azione di inclusione abitativa, scolastica e occupazionale volta ad agevolare la fuoriuscita dei rom dalle baraccopoli istituzionali attraverso lo stanziamento di 4,4 milioni di euro. Ad oggi si segnala una amnesia istituzionale e nessuna azione è stata intrapresa dalla Giunta Raggi al fine di darne concreta attuazione con il rischio che il denaro venga a breve riallocato in altre voci di spesa.
Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione per l’inadempienza, da parte del Comuna di Roma, della sentenza del Tribunale Civile, così come ritiene che la mancata discussione della Delibera rappresenti un grave deficit di ascolto della volontà popolare. A fronte di 7,6 milioni di euro di fondi comunali previsti per il mantenimento del “sistema campi”, si denuncia il mancato utilizzo di 4,4 milioni di fondi europei previsti per il superamento degli insediamenti. In gioco ci sono 12 milioni di euro che l’Amministrazione Comunale potrebbe utilizzare da subito per ottemperare alle promesse fatte in campagna elettorale.
«In piena campagna elettorale – conclude il presidente Carlo Stasolla – Virginia Raggi parlò di superamento dei campi. Le idee e le risorse non mancano e con 12 milioni di euro il problema potrebbe essere aggredito alla radice. Chi ha interesse a che ciò non avvenga? Ci sembra invece di assistere a un film già visto fatto di azioni confuse e contraddittorie, di proclami e di bandi milionari. In tale contesto risulta elevato il rischio di veder riaffiorare i nomi di quanti nel passato hanno lucrato illegalmente attorno alla “questione rom”».
Per maggiori informazioni:
Elena Risi
Ufficio Stampa e Comunicazione
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
stampa@21luglio.org

La Giunta Raggi e i rom: 12 milioni per un nuovo "sistema campi"


CONFERENZA STAMPA

LA GIUNTA RAGGI E I ROM: 12 MILIONI DI EURO PER UN NUOVO “SISTEMA CAMPI”?

Mercoledì 5 ottobre ore 12,30

Sala Convegni Cesv

Via Liberiana, 17, Roma

A conclusione dei primi 100 giorni della Giunta Raggi, Associazione 21 luglio lancia l’allarme: «Dopo che nel 2015 erano state azzerate le risorse per la gestione dei campi rom, con la nuova Amministrazione si sta riattivando un flusso economico di 12 milioni di euro: bandi milionari, assenza di un piano strategico e amnesie istituzionali. Si sta riformando l’humus nel quale è cresciuto il “sistema campi” di Mafia Capitale».
Dall’Ordinanza del Tribunale Civile di Roma riferita alla baraccopoli istituzionale de La Barbuta cui non è stato dato seguito, alla ripresa di bandi milionari per la gestione dei “campi”, fino al coinvolgimento dei sedicenti “rappresentanti rom”. In conferenza stampa verranno presentate le azioni sino ad ora avviate dalla nuova Amministrazione che vanno contro gli impegni assunti dalla sindaca in campagna elettorale e che rischiano di riaffermare un nuovo “sistema campi” nella Capitale.
Per maggiori informazioni:
Elena Risi
Ufficio Stampa e Comunicazione
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
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Primo giorno di scuola: lettera aperta alla ministra Giannini

Prendendo spunto dalle parole di Don Milani in “Lettera ad una professoressa” e da voci e testimonianze dei minori ascoltati per la redazione dei nostri rapporti sulla scolarizzazione, Carlo Stasolla – presidente di Associazione 21 luglio Onlus – scrive una lettera aperta alla ministra dell’Istruzione Stefania Giannini nel giorno di inizio del nuovo anno scolastico.
Cara Ministra,
lei di me non sa neanche il nome, non sa dove abito, non ha idea di come trascorro le giornate. Io invece, oggi, accompagnando mio fratello al suo primo giorno di scuola ho subito pensato a lei, alle maestre, a questo imponente edificio che voi chiamate “scuola”, che oggi rivedo dopo tanti anni e che continua a intimidirmi. La timidezza dei figli delle baraccopoli è l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri. Timidezza e rabbia che crescono ogni giorno nel nostro cuore, come sorelle di una stessa madre.
Ho ripensato al mio primo giorno di scuola. L’ho frequentata fino alla prima media vivendo in una baracca che oggi è diventata un container. Nessuno di voi mi ha chiesto perché avessi lasciato la scuola; pensavate di conoscere già la risposta.
Che i bambini delle baraccopoli non siano fatti per la scuola, infatti, lo pensano in molti. Lei lo certifica nelle “Linee guida” agli insegnanti quando scrive di noi che appaiamo “poco inclini a prestare attenzione al discorso rivolto dall’insegnante all’intera classe e ciò richiede di impostare percorsi di apprendimento specifici e personalizzati”. Non abbiamo nulla da replicarvi perché il coltello dalla parte del manico ce l’avete voi.
Ce l’avete quando, numeri alla mano, ci accusate di evadere la scuola dell’obbligo. Ma la scuola incoraggia i bravi e abbandona chi non ce la fa. Quando ho smesso di frequentare la prima media nessuno è venuto a bussare la porta della mia baracca. Pensate di comprendere i problemi della scuola ma non avete la pazienza di mettere gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi.
A Roma sono quasi 3.000 i figli delle baraccopoli che dovrebbero andare a scuola ma di essi il Comune ne intercetta solo il 40%. Che fine fa il rimanente 60%? Tra quelli avviati alla scuola il 30% rinuncia subito mentre il resto si fa coraggio ed inizia frequentare. La metà di essi frequenterà comunque una classe non conforme all’età anagrafica. A giugno scopriamo che solo 1 bambino frequentante su 10 è riuscito a farlo regolarmente. E’ la “strage” dei figli delle baraccopoli. Ma voi di loro non sapete neanche che esistono.
La vostra scuola dell’obbligo, a Roma, perde 2.880 figli delle baraccopoli ogni anno, bambini che al massimo potranno aspirare a diventare garzoni o manovali. Per cercare le cause a voi basta chiamarli “bambini rom”. La parola “rom” giustifica e risolve tutto. E’ un’etichetta che ci mettete sulla fronte dal primo giorno di scuola. Da quel momento ogni nostra mancanza sarà spiegata in nome di una “cultura” e noi diventiamo un numero che finisce nelle linee guida ministeriali, nei progetti di inclusione scolastica dei Comuni, nei programmi differenziati promossi da vari enti pubblici e privati, nelle strategie pedagogiche programmate su base etnica dagli esperti di settore.
Con quell’etichetta sulla fronte, dal primo giorno di scuola, per la maestra siamo diventati bambini “a parte”.
Ricordo quando alle elementari passavo tra i banchi e i miei compagni si spostavano per evitarmi turandosi il naso. I germi non li ho studiati a scienze. Li ho riconosciuti nel timore che i miei compagni provavano quando mi sfioravano. In prima media le maestre pensavano che a me non importasse nulla e quando mi invitavano a leggere io abbassavo gli occhi. Nessuno me l’aveva insegnato, visto che gli anni precedenti li avevo passati all’ultimo banco a disegnare. A scuola ho capito per la prima volta di non essere uguale, di essere uno “zingaro”.
Dal primo giorno di scuola inizi a sentire puzza di razzismo. E ti accorgi che è la stessa che i nostri genitori non sentono più perché c’hanno fatto l’abitudine.
“I vostri genitori non vengono ai colloqui”, ci rimproverate. Ma per farlo bisogna saper maneggiare l’italiano, avere un vestito adatto e il coraggio di subire la paura e la sorpresa che illumina la faccia degli altri genitori rivelando in classe la presenza di un alunno rom.
Oggi mio fratello inizierà il primo giorno di scuola. Da oggi maturerà la consapevolezza di essere diverso dagli altri e da oggi la rabbia comincerà a crescere insieme alla timidezza. Le due sorelle…
Ma se tutti i bambini nascono uguali e se in seguito non lo sono più, è colpa anche della scuola. La Costituzione, quando parla di mio fratello, che oggi inizia la scuola, dice che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ma la scuola di oggi, quella che voi chiamate “buona”, ha più a cuore i programmi scolastici che la Costituzione.
Foto di La Repubblica

L'alfabetizzazione come diritto fondamentale per tutti

Tra i presenti vide un giovane, ben vestito, riservato, arrivato da casa in orario, un ragazzo come tanti. “Sai leggere?“, gli chiese. Il giovane lo guardò imbarazzato e rispose timidamente, “certo!”. Aveva ottimo nelle materie umanistiche alle scuole superiori, appassionato lettore di libri di storia e desideroso di iscriversi all’Università, il giovane rimase quasi scandalizzato e arrabbiato per tale domanda. Nonostante il diploma di scuola superiore conseguito a pieni voti, l’etichetta rimane. Con grande stupore dell’interlocutore il ragazzo legge il passo indicatogli in pubblico, e lo fa con estrema disinvoltura, ovviamente (2016).
Altro caso: bambino ritenuto problematico e muto per mesi dalla docente e dai compagni di classe (scuola primaria), solo al momento dell’applicazione del Cooperative Learning, si sblocca e inizia ad esprimersi, con grande meraviglia dell’insegnante e degli stessi compagni. “Ma lui parla!”, è la risposta di tutti (a.s.2003-2004, e casi simili in a.s. 2009-2010 e succ.).
Segni particolari? Sono entrambi ragazzi rom in episodi realmente accaduti ai nostri giorni: il primo vive in equa dislocazione abitativa; il secondo in un ghetto, entrambi a Reggio Calabria.
L’alfabetizzazione dei minori rom è iniziata con le scuole speciali Lacio drom negli anni Sessanta. Sebbene esse abbiano coinvolto i bambini rom fino ad allora dimenticati, in realtà li separavano, perché non ritenuti capaci di apprendere come gli altri, in altri termini venivano ritenuti “inferiori”. L’habitat non aiutava l’integrazione: l’adolescenza veniva vissuta in mondi paralleli rispetto agli altri coetanei, confinati al campo in cui erano “costretti” a vivere, senza possibilità di confronto, condividendo tra loro pane e indigenza, in ambienti spesso squallidi, che lasciavano poco spazio alla speranza in un futuro migliore. I risultati ottenuti lo confermarono. Nel territorio della provincia reggina, nei quasi vent’anni di durata delle scuole speciali (1965-1982) quasi nessuno dei minori rom iscritti conseguì un titolo di studio, rimanendo in condizioni di analfabetismo. Nel 1982, la chiusura delle scuole speciali e l’inserimento dei minori rom nelle scuole ordinarie, favorì il superamento dell’isolamento dei bambini che iniziarono a socializzare con altri minori sebbene la scuola mantenesse il pregiudizio. Nonostante le condizioni, ne conseguiva un modesto miglioramento nel processo di scolarizzazione. Infatti, nella prima metà degli anni Novanta si registravano i primi casi di minori rom che conseguivano un titolo di studio con un livello di istruzione leggermente superiore.
Oggi, dopo trentaquattro anni dall’inserimento degli alunni rom nella scuola ordinaria, nonostante i miglioramenti rispetto al passato, dai dati in nostro possesso, si comprende che l’istituzione scolastica continua ad offrire agli alunni rom un livello di istruzione-educazione insufficiente rispetto agli standard nazionali ed europei. La scolarizzazione degli alunni rom è condizionata da un fenomeno complesso di dispersione scolastica (evasione dell’obbligo, frequenza scolastica irregolare, insuccesso scolastico in presenza, ecc…) che non permette l’accesso pieno al diritto allo studio. Questa situazione è dovuta sia ad una causa interna alla scuola, costituita dall’applicazione di strategie didattiche di tipo frontale e competitivo; sia ad una esterna ad essa, relativa alla condizione di emarginazione sociale delle famiglie rom e in genere delle famiglie più povere, oltre alle condizioni soggettive dell’alunno.
La nostra attività nel settore scolastico, dopo un’articolata fase di ricerca e di formazione, si è sviluppata proponendo e sperimentando nelle classi l’applicazione di metodologie didattiche attive fondate sul costruttivismo, con l’alunno al centro del processo di apprendimento. In particolare si è rivelato vincente il Cooperative Learning, basato su un apprendimento tra pari, il quale accosta all’obiettivo cognitivo lo sviluppo di competenze sociali. Riconosciuto da molti esperti come un efficace sistema-processo attivo di “fare scuola”, garantisce il successo nell’apprendimento, educa ai valori e contrasta efficacemente la dispersione scolastica.
Nelle attività realizzate l’applicazione del Cooperative Learning in diverse scuole ha coinvolto docenti e alunni; i risultati positivi conseguiti da tutti gli studenti del gruppo classe, rom e non, misurati scientificamente, hanno portato ad una riduzione della dispersione scolastica. Tuttavia, ad oggi, raramente le scuole adottano regolarmente questa modalità di apprendimento nella comunità-classe. Piuttosto ricorrono spesso, in misura crescente, alla pedagogia speciale con richiesta di insegnante di sostegno per gli alunni Rom (nel 2015 a Reggio Calabria circa il 18% degli alunni Rom risulta certificato alunno H).
In occasione della Giornata Internazionale per l’Alfabetizzazione auspichiamo che le scuole avviino un’azione di rete che favorisca nelle scuole uno stile di insegnamento-apprendimento di tipo cooperativo tra pari con tutti gli studenti, credendo fermamente nella risorse di ciascun alunno. Nella società multiculturale di oggi questo tipo di apprendimento favorisce l’inclusione di tutti gli studenti, valorizzando le “intelligenze multiple” (Gardner) e educando al rispetto reciproco. “La riforma scolastica, prima che essere guidata dall’alto, deve cominciare all’interno della classe, dall’insegnante e dal suo modo di condurre l’insegnamento apprendimento nella comunità classe. Migliorerà la scuola e l’educazione delle future generazioni” (Comoglio, 2001).
Cinzia Sgreccia
Ref.te Metodologie innovative
Associazione UnMondoDiMondi
 

Sulla condizione di rom e sinti, il Consiglio d'Europa richiede all'Italia l'adozione di misure urgenti

C’è ancora tanto da fare in Italia per la promozione dei diritti dei rom e sinti residenti nel nostro paese. Il Comitato Consultivo della Convenzione Quadro sulla Protezione delle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa ha diffuso la sua quarta Opinione sull’Italia, esito del quarto ciclo di monitoraggio condotto nel corso del 2015. Per arrivare a tracciare la descrizione complessiva anche Associazione 21 luglio ha apportato il suo contributo, inviando un rapporto ombra e facilitando la visita di una delegazione nelle baraccopoli istituzionali riservate ai rom che vivono nella Capitale.
Lo scenario che emerge dal rapporto dell’organo del Consiglio d’Europa non è incoraggiante. Si rileva come, dopo tanti anni, si continui a utilizzare impropriamente la parola “nomade” per giustificare la politica dei campi, una soluzione abitativa giudicata del tutto inappropriata e che suscita la preoccupazione del Comitato. L’Opinione sottolinea più volte come le condizioni di vita all’interno delle baraccopoli, sia istituzionali sia informali, siano largamente al di sotto degli standard e rileva lo scarsissimo accesso dei minori rom al diritto all’istruzione. Nel rapporto si legge infatti che almeno 20 mila minori rom al di sotto dei 12 anni non hanno fruito di alcuna forma di scolarizzazione e individua in questa situazione una della principali cause della persistente povertà e della marginalizzazione della minoranza rom.
Mentre il Comitato riconosce un apprezzabile progresso nella legislazione che tutela i diritti delle altre minoranze residenti in Italia, constata invece una presenza pervasiva di antiziganismo anche da parte di personaggi e partiti politici che fanno dei discorsi d’odio contro la minoranza rom uno dei propri principali cavalli di battaglia.
Infine, l’organo del Consiglio d’Europa sottolinea l’assenza in Italia – uno dei pochi paesi europei ad esserne ancora sprovvisto – di un organo di monitoraggio e difesa dei diritti umani che sia totalmente indipendente (c.d. Istituzione nazionale indipendente sui diritti umani). Anche relativamente all’UNAR, ribadisce come un ente di questo tipo non possa operare in maniera indipendente finché rimarrà vincolato alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Foto di: Il Fatto Quotidiano

2 agosto 1944: la strage nazista di rom e sinti a Birkenau

Nella notte tra il 1 e il 2 agosto del 1944, gli ultimi 3.000 rom e sinti deportati nel campo di sterminio nazista di Birkenau vengono uccisi nelle camere a gas. Per commemorare questa tragica pagina di storia, Luca Bravi – docente presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Firenze e autore di numerose pubblicazioni sul porrajmos – ha scritto l’articolo che segue per Associazione 21 luglio.
Piero Terracina ricorda perfettamente la notte in cui rom e sinti scomparvero da Birkenau: “Io non avevo ancora 16 anni ed arrivai a Birkenau; quello era un Vernichtunglager (campo di sterminio) dove non è che si poteva morire, si doveva morire. Erano tutti settori separati che si distinguevano per una lettera che era stata loro associata e dall’altro lato del nostro filo spinato c’era il settore che era conosciuto come lo Zigeunerlager ovvero il campo degli zingari[…]. In quel campo c’erano tantissimi bambini, molti di quei bambini certamente erano nati in quel recinto […]. La notte del 2 agosto 1944, ero rinchiuso ed era notte e la notte nel lager c’era il coprifuoco, però ho sentito tutto. In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari, da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo Zigeunerlager che era completamente vuoto, c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano”.
Nella notte tra il 1 e il 2 agosto furono uccisi gli ultimi tremila rom e sinti dello Zigeunerlager di Birkenau poi, sul genocidio dei rom e dei sinti calò il silenzio. C’è una data fondamentale che ha permesso di tornare a raccontare: il 13 gennaio 1949, Tadeusz Joachimowski (matricola 3720), sopravvissuto polacco ad Auschwitz, ha indicato con sicurezza il luogo in cui, nell’estate del 1944, insieme ai compagni di prigionia Irenuesz Pietrzyk (matricola 1761) ed Eryk Porebski (matricola 5805), aveva sotterrato un secchio di latta con dentro il libromastro dello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Birkenau, prima che quell’area del campo di sterminio fosse totalmente liquidata. Senza quest’azione coraggiosa, dei 23 mila rom e sinti deportati a Birkenau sotto la categoria zingari sarebbe rimasta soltanto la cenere e l’impossibilità di provarne la prigionia, oggi invece il libromastro è stato pubblicato ed è costituito da due volumi (uomini e donne) e riporta le matricole di quei prigionieri che sono tornati ad avere un nome ed una storia personale.
La vicenda dei nomi dello Zigeunerlager di Birkenau dimostra inoltre che la costruzione della memoria europea non è un fatto relegabile ad un’unica categoria di internati: le memorie si incrociano e si costruiscono a vicenda come fossero tessere di un mosaico da ricostruire interamente. Il genocidio dei rom e sinti di Auschwitz è oggi una pagina di storia che possiamo raccontare a partire dall’azione concreta di Tadeusz Joachimowski, deportato politico, ma anche grazie a Piero Terracina, deportato ebreo di cittadinanza italiana, insieme alle testimonianze dirette di sinti e rom tra le quali quelle di Otto Rosenberg, Ceija Stojka ed Hugo Hollenreiner.
Il racconto è quindi iniziato, ma in Italia, il riconoscimento istituzionale del genocidio dei rom, attende da tempo nell’anticamera della memoria ed è un’attesa lunga anni.
Così di quel genocidio si parla, anche al Quirinale in questi ultimi anni, concedendo argomentazioni generiche e letture che commuovono, purché il tutto abbia il meno possibile a che fare con la ricostruzione storica dell’evento e metta insieme un’inerme celebrazione liturgica. Su tutto questo è necessario riflettere, a più di settant’anni dal 2 agosto del 1944.
È importante rifletterci in Italia ed in Europa proprio perché potrebbe accadere che sotto la pressione dell’attivismo civile europeo si arrivasse al riconoscimento del 2 agosto come giorno da dedicare alle vittime del solo genocidio rom, anche nella nostra nazione. Il risultato sarebbe salutato da molti come una vittoria, ma in realtà, ancora una volta, non avremmo fatto uscire quel racconto dall’anticamera della memoria.
Saremmo in una condizione che accentuerebbe ancor di più la separatezza, come se ogni categoria potesse al massimo ambire ad ottenere un giorno riconosciuto istituzionalmente durante il quale piangere le proprie vittime, in un immobile mausoleo di morti che insegnerebbero ai vivi soltanto la retorica della celebrazione dei propri caduti. Non credo sia questo l’obiettivo da raggiungere.
In presenza di ricostruzione storica documentata, di testimonianze dirette ed indirette degli internati, di fronte al memoriale di Berlino che ricorda le vittime del genocidio di sinti e rom a fianco di quelle della Shoah, spinti dall’idea che si debba studiare il processo che ha condotto ad Auschwitz (sotto qualsiasi categoria adoperata dal nazifascismo) piuttosto che fermarsi alla logica della commemorazione ciascuno delle proprie vittime, credo che il tempo dell’attesa nell’anticamera sia da dichiararsi concluso. Sono almeno due le proposte di legge che sono state presentate in Senato per includere il genocidio dei rom e dei sinti nel testo della legge che ha istituito il Giorno della Memoria. Questo 2 agosto sia il giorno in cui si torna a porre l’attenzione su questa pagina di storia, perché il 27 gennaio possa ricomporre quel mosaico di storie che solo insieme possono avere la forza di costruire politiche di pace per il futuro.
Luca Bravi
Foto di L’altracittà

Chiude l'ex Cartiera di Roma, dal 2009 centro di accoglienza per soli rom

Alle ore 10 di oggi si sono chiusi i cancelli dell’ex Cartiera, il Centro di via Salaria 971 che dal novembre 2009 è stato destinato all’accoglienza di soli rom. Il 24 settembre 2010, Associazione 21 luglio era stata la prima ad entrare all’interno della struttura per verificare e denunciare la precarietà delle condizioni di vita al suo interno. Le immagini catturate nel Centro destarono preoccupazione e indignazione e per mantenere alta l’attenzione sulla questione, a maggio del 2011 l’organizzazione presentò “La Casa di Carta”, un report dettagliato sulla struttura dove si denunciavano le pessime condizioni igienico-sanitarie, spazi asfittici e privi di finestre, la carenza di bagni.
Nell’ambito della campagna “Stop all’apartheid dei rom”, il 21 ottobre del 2013 Associazione 21 luglio organizzò una visita istituzionale con i senatori Francesco Palermo e Daniela Donno, durante la quale vennero ancora una volta ribadite le condizioni di vita del tutto inadeguate all’interno della struttura. La mobilitazione non si fermò e il 22 maggio del 2015, pochi giorni dopo la presentazione del rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.” che denunciava il business dei centri di raccolta per soli rom a Roma, Associazione 21 luglio organizzò una nuova visita istituzionale con un membro della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani al Senato. Ancora una volta finirono nel mirino le condizioni inumane all’interno del Centro a fronte di costi di gestione annuali superiori ai 2 milioni di euro.
A marzo del 2016 la storia dell’ex Cartiera sembra doversi interrompere bruscamente dopo l’annuncio di uno sgombero imminente che avrebbe lasciato in strada 348 persone – di cui 180 minori – senza un adeguato preavviso né la concessione di un’alternativa abitativa adeguata. Di fronte al pericolo di una tale violazione, Associazione 21 luglio insieme ad altre organizzazioni si è appellata alla Corte Europea di Strasburgo, che attraverso l’adozione di una misura di urgenza, ha ordinato al Governo Italiano di non procedere con lo sgombero forzato del nucleo familiare che aveva presentato ricorso.
In seguito a questi fatti – da maggio ad oggi – l’Amministrazione Comunale ha avviato un dialogo con le famiglie residenti nella struttura e si è assistito ad un graduale trasferimento degli ospiti in strutture giudicate dagli stessi idonee.
Tale dialogo con le famiglie non è stato però portato a compimento ed oggi al momento della chiusura dei cancelli, 38 persone tra cui 10 minori sono dovute uscire dalla struttura in assenza di un’alternativa idonea. L’unica soluzione proposta dai rappresentanti del Comune di Roma comporterebbe infatti la separazione del nucleo famigliare con l’accoglienza all’interno di un dormitorio pubblico.
Associazione 21 luglio da una parte esprime soddisfazione perché il lungo lavoro di pressione per la chiusura della struttura è stato portato oggi a compimento attraverso la chiusura della stessa, dall’altra denuncia una consultazione con le persone residenti non sempre adeguata e che non ha tenuto conto delle fragilità di cui ogni singolo nucleo è portatore. Per tale ragione viene raccomandata alle autorità locali una ripresa delle consultazioni con i nuclei esclusi dalla ricollocazione al fine, soprattutto nei casi di maggiori fragilità, di individuare a breve una collocazione idonea.
«Chiudere una struttura di accoglienza per ricollocare le persone accolte in baraccopoli istituzionali o in altre strutture emergenziali- secondo Carlo Stasolla presidente di Associazione 21 luglio – non può certo rappresentare la prassi per il superamento delle strutture riservate ai rom, perché non coerente con quanto previsto dalla Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom. Ci si augura pertanto che, in forza di tale esperienza possano presto avviarsi progetti di chiusura per le sette baraccopoli istituzionali per soli rom ancora presenti nella Capitale, così come il centro di raccolta di via Amarilli, attraverso processi di ascolto e condivisione e percorsi inclusivi sostenibili, rispettosi dei diritti umani e dell’infanzia».

Per maggiori informazioni:

Elena Risi
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611

Elba, Associazione 21 luglio scrive una lettera all'UNAR per l'espulsione di 33 rom

Tutto è iniziato per la presenza indesiderata di 33 rom sull’Isola d’Elba. Il 14 luglio scorso, il Comune di Portoferraio ha emesso un’Ordinanza di sgombero motivata dalla presenza di «un accampamento non autorizzato di nomadi..» così come di «accampamenti in altre zone del territorio». L’iniziativa è piaciuta ai sindaci dell’isola e tra il 14 e il 15 luglio, gli altri sette comuni dell’Elba hanno adottato un’Ordinanza fotocopia per vietare ogni tipo di campeggio, spiegando questa azione urgente con – così si legge nel documento – «motivi di igiene e sanità pubblica». In seguito a questi provvedimenti le famiglie rom che si trovavano sull’isola, sgomberate dopo l’emissione della prima ordinanza e vista l’estensione del divieto a tutta l’isola, sono state accompagnate dai Carabinieri su una nave messa a disposizione dalla compagnia Moby e lasciate, sempre in strada, a Piombino.
Di fronte a questi fatti, Associazione 21 luglio Onlus ha segnalato l’accaduto all’UNAR e si è rivolta al Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, denunciando l’accaduto come comportamento rientrante nel novero della discriminazione indiretta verso gli appartenenti alla comunità rom e chiedendo di adottare le azioni ritenute opportune. «L’adozione in tutti i comuni dell’Isola d’Elba di ordinanze di tal fatta, di cui a partire da quella del Comune di Portoferraio», ha scritto Associazione 21 luglio nella lettera inviata all’UNAR, «si ritiene esser presente una motivazione etnica di fondo». A partire da questo provvedimento è scaturito, di fatto, una limitazione alla circolazione delle famiglie rom interessate che dietro accompagnamento coatto sono state costrette a lasciare l’Isola.
Foto di Il Fatto Quotidiano

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