L’Italia censurata in tema di diritti umani – Financial Times
Il Palazzo Salaam (pace), come viene chiamato dagli oltre 800 abitanti – tutti fuggiti da guerre o persecuzioni in Sudan, Etiopia, Eritrea e Somalia – somiglia a quei familiari buchi infernali che si trovano vicino a zone di battaglia in tutto il mondo. Ma questo ex edificio governativo a otto piani ormai derelitto, occupato illegalmente da rifugiati disperati, si trova alla periferia di Roma, capitale dell’ottava economia mondiale.
Sconosciuto a quasi tutti gli italiani, Palazzo Salaam è conosciuto bene nel Corno d’Africa come la destinazione finale da raggiungere alla fine di un viaggio lungo e insidioso tra il deserto e il mare.
La settimana scorsa questo posto ha ricevuto un visitatore inusuale di nome Nils Muiznieks, il principale funzionario europeo in materia di diritti umani, che ha espresso dure critiche nei confronti dell’Italia del governo dei tecnocrati sul trattamento dei rifugiati, degli immigrati detenuti e dei rom, come preferiscono chiamarsi le comunità zingare.
“Avevo visto in questo governo l’occasione propizia per un’interruzione delle pratiche passate”, dice al Financial Times Muiznieks, Commissario europeo per i diritti umani presso il Consiglio d’Europa, esprimendo shock e delusione dopo quanto visto.
“L’Italia è relativamente generosa a concedere lo status di rifugiato, ma a questo segue pochissimo”, ha detto parlando dei rifugiati a Palazzo Salaam, notando che il Comune negli ultimi tre mesi ha persino tagliato i rifornimenti d’acqua all’edificio.
Realmente abbandonati da un sistema che non fornisce lavoro, denaro o alloggio, i rifugiati ottengono lo status di asilo, poi diventano dei “fantasmi” intrappolati in un incubo kafkiano. Vivendo illegalmente è impossibile ottenere i permessi di residenza necessari in Italia per lavorare in regola e accedere ai servizi scolastici e sanitari.
Donatella D’Angelo, un medico locale che ha fondato l’associazione Cittadini del Mondo, organizza settimanalmente una clinica a Palazzo Salaam e cerca di aiutare i rifugiati nel labirinto burocratico. Muiznieks la definisce “una santa”. Dai pazienti la dottoressa D’Angelo e il suo aiutante volontario, Angelo, che di lavoro gestisce un’edicola, vengono chiamati “i due angeli”.
La dottoressa è particolarmente allarmata dalla salute mentale di alcuni giovani, molti ex soldati, e dal pericolo che costituiscono vivendo insieme a circa 50 bambini.
“Uno ha chiuso un bambino nel freezer e poi ha attaccato un’altra persona con un machete”, ricorda.
I rifugiati si riuniscono attorno tenendo stretti pacchetti di documenti e raccontano le loro storie. Sono disposti a tutto pur di lasciare l’Italia e raggiungere quella che vedono come la terra promessa del nord Europa. In molti ci hanno provato ma sono stati deportati in Italia come luogo del loro arrivo in Europa, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Dublino.
“Siamo venuti dalla guerra nel Darfur, ma ora siamo in una guerra fredda. Dovresti essere libero, ma non lo sei”, dice Bahar Abdalla, uno degli otto membri del “comitato” che cerca di mantenere l’ordine a Palazzo Salaam.
Kbrom Tesfamihret, un eritreo di 31 anni, parla eloquentemente sia in inglese che in italiano dei mesi che ha passato in prigione in Francia, Olanda e Svizzera per il “crimine” di aver ricevuto asilo in Italia. “Tornerò in Svizzera”, dice. “E’ meglio stare in una prigione in Svizzera che essere qui”.
La crescente cattiva reputazione dell’Italia per la trascuratezza nei confronti dei rifugiati è tale che questo processo di deportazione potrebbe cambiare, con implicazioni legali considerevoli in tutta Europa, specialmente se Roma non reagirà alle pressioni di Muiznieks e della Corte Europea dei Diritti Umani, con sede a Strasburgo. Alcuni tribunali in Germania e in Austria hanno già interrotto gli ordini di deportazione.
Sulla questione delle comunità rom, Muiznieks è fermamente critico nei confronti del governo di Mario Monti, che ha presentato un ricorso contro la sentenza del Consiglio di Stato che aveva dichiarato «illegittimo» lo stato di emergenza imposto dal precedente governo di Silvio Berlusconi.
Nonostante l’elaborazione di una strategia nazionale di “integrazione” in risposta a quanto richiesto dall’Unione Europea, il governo italiano ha continuato a costruire dei “super campi” per alloggiare le famiglie rom dopo gli sgomberi forzati dagli insediamenti non ufficiali.
“Questa non è la soluzione per l’integrazione dei rom” ha detto Muiznieks dopo aver visitato il campo recintato di Salone, condannandone le condizioni e la lontananza dal trasporto pubblico, dalle scuole e dal lavoro.
Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio che difende i diritti dei rom, dice: “Con questo governo non è cambiato nulla”.
“Continua il razzismo istituzionale” ha dichiarato al Financial Times. “Immaginate uno stato in Europa che decide di acquistare un pezzo di terra recintato fuori dalla città, con telecamere e guardie di sicurezza e che mette all’interno un gruppo – come i rom o gli ebrei – solo sulla base della loro etnia”, ha detto, criticando inoltre il silenzio della Chiesa sull’argomento.

