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Giorno della Memoria: al Senato il ricordo dello sterminio dei rom, a Roma l'ennesimo sgombero

Si stima che tra i caduti per mano del regime nazifascista vi siano tra i 500.000 e 1,5 milioni di rom e sinti. La persecuzione, l’internamento, il confino e lo sterminio di tali comunità, tuttavia, restano ancora una pagina di storia, italiana ed europea, oscurata e dimenticata.
Se ne è parlato quest’oggi, in occasione della Giorno della Memoria, durante il convegno “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo” organizzato dalla Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e la CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato.
«Spiace constatare come nel giorno in cui nel mondo si commemorano le tante vittime rom e sinte del nazifascismo, a Roma, nel cuore del Giubileo della Misericordia, le autorità locali abbiano effettuato proprio oggi l’ennesimo sgombero forzato di un insediamento rom nella Capitale: un’azione che calpesta e viola i diritti umani di uomini, donne e bambini», ha affermato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, in riferimento allo sgombero di oggi a Roma, nei pressi della stazione Nomentana.
Lo sterminio di rom e sinti – da alcuni battezzato come “Porrajmos”, (il grande divoramento, in lingua romanès), da altri come “Samudaripen” (tutti morti) – non ha avuto un riconoscimento ufficiale durante i processi di Norimberga del 1945, nonostante fosse richiamato più volte negli atti presentati ai tribunali militari internazionali.
Lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington D.C. riporta che solo nel 1979 il Parlamento Federale della Germania dell’Ovest ha riconosciuto la persecuzione per motivi razziali perpetrata dal regime nazista nei confronti del popolo rom.
Il 15 aprile 2015 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione per istituire la Giornata internazionale per la commemorazione dell’Olocausto dei rom (International Roma Holocaust Memorial Day), da celebrarsi il 2 agosto di ogni anno, in ricordo dei 2.897 rom uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 (Guarda la video testimonianza del sopravvissuto Piero Terracina).
Anche l’Italia, durante il fascismo, ha conosciuto il fenomeno delle persecuzioni e del rastrellamento delle comunità rom e sinte. Tuttavia, nel nostro Paese non è ancora avvenuto un riconoscimento ufficiale per commemorare questo capitolo di storia nazionale. A tal proposito, lo scorso anno, i senatori Luigi Manconi, Manuela Serra, Francesco Palermo e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato, hanno presentato un disegno di legge che prevede di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria (la legge n.11 del 20 luglio 2000), che si celebra il 27 gennaio di ogni anno.
«Dimenticando la parola “rom” nelle commemorazioni delle vittime si toglie a questa minoranza una parte importante della sua storia – ha detto oggi il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Manconi – In Italia circa 25 mila rom e sinti sono stati internati ai tempi del fascismo e in un momento come quello odierno, in cui i rom sono il bersaglio di una forte ondata di odio, è più che mai opportuno ricordare le persecuzioni di cui sono stati vittime, per restituire loro dignità e riconoscerli come titolari di diritti».
Le persecuzioni di rom e sinti in Italia, ai tempi del fascismo, sono avvenute attraverso quattro tappe temporali, a cominciare dai primi interventi diretti del regime nei confronti degli “zingari” stranieri presenti sul territorio nazionale.
Il 19 febbraio 1926 una circolare del Ministero degli Interni disponeva infatti il respingimento delle carovane in entrata nel territorio nazionale «anche se muniti di regolare passaporto», e di espulsione di quelle già soggiornanti in Italia e di origine straniera. La disposizione verso queste persone veniva ribadita nell’estate successiva e ne veniva sottolineata «la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica».
Gli anni tra il 1938 e il 1942 sono stati invece segnati dall’esecuzione di una regolare pulizia etnica alle frontiere. A partire dal gennaio del ’38 venivano raccolte le liste dei nomi delle famiglie rom presenti in Istria e dal mese successivo avvenivano le prime deportazioni verso il confino, dal porto di Civitavecchia verso la Sardegna. Dal 1940 la stessa sorte toccava agli “zingari” intercettati in Trentino Alto Adige.
Dall’11 settembre 1940 il capo della Polizia ordinava un sistematico rastrellamento di tutti i rom «di nazionalità italiana certa o presunta» ancora presenti sul territorio nazionale. In numerose località italiane venivano predisposti diversi luoghi di concentramento: alcuni riservati solo agli “zingari” (Agnone, Boiano, Tossicia, Gonars, Prignano sulla Secchia, Berra); in altri venivano deportati rom e non solo (Vinchiaturo, Isole Tremiti, Casacalenda). Ai rimanenti toccava la reclusione all’interno delle carceri o la fuga sul Monte Maiella.
Nell’ultimo periodo, tra il 1943 e il 1944, veniva attuata la “soluzione finale” attraverso le deportazioni nei campi di sterminio nazisti.
Tra le vittime delle persecuzioni, numerose erano le donne. Le loro storie, e quelle delle loro famiglie, sono state ricordate, nel corso del convegno al Senato, dalle ricercatrici Licia Porcedda (École des hautes études en sciences sociales di Parigi) e Rosa Corbelletto (Università degli Studi di Torino).
In particolare, è stata ricordata la vita di Rosa Raidich durante il periodo dei rastrellamenti, madre di due bambini, che venne inviata al confino in Sardegna nel 1938 all’età di 27 anni. Nel 1943 sarebbe dovuto scadere il periodo di confino, ma – anziché rientrare a casa – a Rosa venne prolungato per altri cinque anni, in quanto «zingara pregiudicata pericolosa per l’ordine e la sicurezza pubblica».
Costretta in una terra che non conosceva e dove non era la benvenuta, si ritrovò povera tra gente povera, isolata e con quattro figli da vestire e sfamare (durante la segregazione diede alla luce altri due bambini). Per sopravvivere e dar da mangiare alla sua famiglia, la donna fu costretta a prostituirsi e a chiedere l’elemosina.
Per commemorare le vittime di ieri e tenere alta l’attenzione sulle discriminazioni che ancora oggi colpiscono rom e sinti in Italia, nel corso del convegno è intervenuta anche Ivana Nikolic, giovane attivista rom, da Torino, che ha parlato del Manifesto Primavera Romanì, un documento per un’Italia unita, libera e che abbracci la diversità culturale di cui è composta, redatto da 25 giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri, tra cui la stessa Ivana. Ivana Nikolic è peraltro stata tra le organizzatrici del flash mob “Attenti a non ripetere”, che si è tenuto a Torino il 24 gennaio scorso, per ricordare tutte le vittime del nazifascismo.
«Il genocidio dei rom – ha detto il presidente della Cild Patrizio Gonnella, in conclusione del convegno – deve essere ricordato sempre e da tutti, altrimenti non saremo mai capaci di costruire una società senza razzismo e violenza».

Mafia, chiude il Best House. A Roma per i campi rom è l'inizio della fine

L’Associazione 21 luglio esprime profonda soddisfazione per la chiusura, nella Capitale, del Best House Rom, la struttura senza finestre, da due anni oggetto di numerose denunce dell’Associazione, dove negli ultimi mesi 135 persone, di cui oltre la metà minori, vivevano in condizioni drammatiche, al di sotto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
«A Roma è iniziato un processo irreversibile: non soltanto dal 2012 si è impedito la costruzione di nuovi “campi rom”, ma si inizia finalmente a mettere i sigilli su questi ghetti e luoghi di discriminazione istituzionale, che rappresentano un’anomalia italiana nel contesto europeo», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La chiusura del Best House Rom, situato in via Visso, nella periferia est della Capitale, è stata predisposta dal Comune di Roma in seguito a una “interdittiva antimafia” nei confronti della Cooperativa Inopera, l’ente gestore della struttura che nel 2014, come documentato dal rapporto dell’Associazione 21 luglio “Centri di raccolta S.p.a.”, è costata 2,8 milioni di euro, di cui quasi 2,6 milioni affidati senza bando pubblico alla stessa Cooperativa Inopera. Alle famiglie che vivevano nella struttura è stata offerta una sistemazione alternativa da loro giudicata adeguata, come hanno potuto constatare rappresentanti dell’Associazione 21 luglio che in questi giorni hanno seguito la vicenda sul posto.
Nato nel 2012, il Best House Rom si è consolidato tra dicembre 2013 e marzo 2014 in seguito al collocamento nella struttura di 137 persone provenienti dallo smantellamento del “villaggio attrezzato” della Cesarina e di altre 64 sgomberate da alcuni insediamenti informali.
L’Associazione 21 luglio, per prima, ha denunciato le condizioni di vita drammatiche all’interno del centro. Nel report “Senza Luce”, pubblicato a marzo 2014, l’Associazione ha puntato i riflettori sulle condizioni strutturali del Best House Rom, caratterizzato da stanze anguste, prive di finestre e punti di areazione naturale; sulla sua incompatibilità con i requisiti previsti dalla normativa regionale che regola il funzionamento di strutture di accoglienza; e sugli altissimi costi della sua gestione, a fronte di stanziamenti nulli per l’inclusione sociale degli uomini, delle donne e dei bambini rom residenti.
Alle numerose denunce dell’Associazione 21 luglio sul Best House Rom, sono seguite l’apertura di un’istruttoria sul centro da parte dell’Autorità Anticorruzione, dopo un esposto presentato dall’area legale dell’Associazione lo scorso febbraio, e varie visite ispettive con rappresentanti delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: con il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, con la Commissione Diritti Umani del Senato, con il presidente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali Luis Quimena Quesada, con una delegazione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
La chiusura del Best House Rom va così ad aggiungersi a due importanti battaglie che hanno visto, nei mesi scorsi, l’Associazione 21 luglio in prima linea contro la costruzione di due nuovi “campi per soli rom” nella Capitale: il nuovo “villaggio attrezzato” della Cesarina, che nelle intenzioni dell’allora Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini avrebbe dovuto sostituire quello raso al suolo a dicembre 2013, e il nuovo “villaggio attrezzato” La Barbuta, che sarebbe dovuto essere realizzato dalla multinazionale Leroy Merlin in base a un progetto su cui, come emerso dalle intercettazioni su Mafia Capitale, aveva messo gli occhi anche il cosiddetto “ras delle cooperative” Salvatore Buzzi.
Entrambi i progetti furono bloccati in seguito al lancio di due campagne di mail bombing e mobilitazione on line (“#DiscriminareCosta” e “Leroy Merlin, un campo rom è un ghetto: non costruirlo!”) sul sito dell’Associazione 21 luglio. Lo scorso maggio, per di più, era stato il Tribunale di Roma, con una sentenza storica, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, a riconoscere per la prima volta in Italia e in Europa il carattere discriminatorio dei “campi rom”, con specifico riferimento al “villaggio attrezzato” La Barbuta.
«La chiusura del Best House Rom, sebbene non sia stata accompagnata dall’individuazione di soluzioni che favoriscano l’inclusione sociale delle comunità rom, rappresenta comunque un punto di svolta cruciale per Roma: nella Capitale non si costruiscono più nuovi “campi” e si è iniziato a mettere la parola fine ai ghetti esistenti – conclude il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla -. Oggi è evidentemente cominciato un percorso dal quale non sarà più possibile tornare indietro: il sistema campi va definitivamente superato e l’inclusione sociale dei rom deve far parte dell’agenda politica della nuova Amministrazione che sarà guidata a governare la città».
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Danilo Giannese
Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
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I giovani rom e sinti e l'Italia di domani

Sono venti giovani attivisti rom e sinti provenienti da varie città italiane, da nord a sud. Alle spalle hanno ognuno una storia diversa, alcuni risiedono nei “campi”, altri in casa, ma hanno in comune un obiettivo: contribuire a costruire un’Italia in cui le discriminazioni e l’intolleranza cedano il posto al dialogo e all’inclusione. Per tutti, non solo per le loro comunità.
Lunedì 21 settembre 2015 alle ore 12 in Senato – sala Caduti di Nassiriya, Piazza Madama, Roma – i giovani rom e sinti che dal 19 settembre si riuniranno nella Capitale per partecipare alla Convention “Primavera Romanì. I giovani rom e l’Italia di domani”, promossa dall’Associazione 21 luglio, presenteranno alla stampa un documento comune nel quale racconteranno l’Italia che vorrebbero.
Interverranno alla conferenza stampa di fine Convention la senatrice Manuela Serra, in rappresentanza della Commissione Diritti Umani del Senato alla quale i giovani attivisti consegneranno il documento; il deputato Khalid Chaouki; la senatrice rom spagnola Silvia Heredia Martin e il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La Convention Primavera Romanì è una iniziativa che fa parte del programma dell’Associazione 21 luglio per promuovere la cittadinanza attiva all’interno delle comunità rom e sinte in Italia.
I venti protagonisti della Convention, la prima in Italia interamente dedicata alla voce dei giovani rom e sinti, provengono da Vicenza, Torino, Lucca, Roma, Oristano, Cagliari e Mazara del Vallo. A seconda delle loro competenze e ambiti d’interesse si suddivideranno in quattro tavoli tematici: Casa, Giovani, Lavoro, Scuola. Insieme a loro parteciperanno ai lavori anche alcuni giovani attivisti non rom.
Nel corso della Convention Primavera Romanì, inoltre, i giovani attivisti avranno la possibilità di ascoltare le testimonianze dirette di attivisti rom impegnati in altri Paesi europei che interverranno in qualità di relatori: Akif Kariman, presidente dell’associazione Romano Avazi (Macedonia); Beatriz Carrillo, Associazione delle donne rom universitarie dell’Andalusia (Spagna); Silvia Heredia Martin, senatrice rom spagnola del Partito Popolare.


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Rom sotto sgombero. La soluzione? Il ricollocamento in un centro coinvolto in Mafia Capitale

Sgombero forzato di 34 rom in corso a Roma. Il Comune intende sgomberare una struttura d’accoglienza a norma, quella di via San Cipirello, per ricollocare gli uomini, le donne e i bambini rom che attualmente vi vivono nel “centro di raccolta rom” di via Salaria: una struttura non a norma, gestita dal Consorzio Casa della Solidarietà – coinvolto in Mafia Capitale – dove i diritti umani sono sistematicamente violati.
Da questa mattina il personale della sala operativa sociale del Comune di Roma si trova nel centro di via San Cipirello, dove è iniziata una trattativa con i nuclei familiari rom, di origine rumena, che vi risiedono dal marzo 2014, dopo essere stati sgomberati dall’insediamento informale di via Belmonte Castello.
La soluzione alternativa proposta alle famiglie è il loro ricollocamento nel “centro di raccolta” di via Salaria, dove vivono oggi 385 persone in condizioni igienico-sanitarie precarie. La struttura di via Salaria, una ex cartiera che non potrebbe fungere da centro di accoglienza, è gestita dal Consorzio Casa della Solidarietà, ente coinvolto nella seconda tranche dell’inchiesta denominata “Mondo di Mezzo” su Mafia Capitale.
Stessa sorte dovrà toccare, secondo quanto affermato dal personale della sala operativa sociale del Comune, alle famiglie rom che vivono nel centro di assistenza abitativa di via Torre Morena, che dovrebbero essere sgomberate il prossimo 30 giugno. Soltanto pochi giorni fa il Comune di Roma aveva fornito rassicurazioni alle famiglie rom del centro di via San Cipirello che, in caso di sgombero, sarebbe stata loro offerta una soluzione abitativa alternativa adeguata.
«Il “centro di raccolta rom” di via Salaria non rappresenta una soluzione adeguata considerate le gravi violazioni dei diritti umani che in esso occorrono e il coinvolgimento dell’ente gestore nell’inchiesta su Mafia Capitale», affermano Associazione 21 luglio e Popica Onlus, presenti nel centro di via San Cipirello da questa mattina per monitorare la situazione.
Il “centro di raccolta” di via Salaria era stato visitato dalla Commissione Diritti Umani del Senato lo scorso 18 maggio. Il senatore Francesco Palermo aveva definito «disumane» le condizioni di vita delle famiglie nella struttura. «Non si possono chiudere gli occhi e far finta che queste persone siano invisibili e continuino a vivere ai margini della società – aveva detto Francesco Palermo – . Non soltanto bisogna adoperarsi per superare i campi a Roma e in Italia, ma anche agire sul piano culturale perché situazioni del genere non devono essere tollerate e accettate neanche dal resto dei cittadini».

La struttura di via Salaria, nel solo 2014, è costata alle casse comunali oltre 2 milioni di euro: ogni rom ospitato ha un costo di 450 euro al mese, il 93% delle risorse è utilizzato per la gestione e la sicurezza della struttura, il 6,5% per servizi di scolarizzazione mentre nessuna risorsa è dedicata all’inclusione sociale delle famiglie rom e alla loro fuoriuscita da esso. Le risorse, inoltre, sono state affidate dal Comune di Roma al Consorzio Casa della Solidarietà in via diretta, senza che alcun bando pubblico sia stato indetto.
Associazione 21 luglio e Popica Onlus condannano in maniera ferma quanto sta accadendo nel centro di via San Cipirello: «È del tutto inspiegabile che, nonostante la bufera Mafia Capitale, il Comune decida di sgomberare una struttura d’accoglienza a norma per poi inserire le famiglie rom in un centro gestito da un ente coinvolto nell’inchiesta della magistratura in corso, che peraltro prevede l’esborso di cifre astronomiche per il suo mantenimento».
«Lo sgombero forzato del centro di via San Cipirello e la mancanza dell’offerta alle famiglie di una soluzione alternativa adeguata – concludono le due associazioni – denotano, ancora una volta, una grave violazione dei diritti umani in corso nella Capitale e l’assenza di una visione strategica ed efficace, da parte dell’amministrazione, nell’affrontare la situazione delle famiglie rom presenti sul territorio cittadino».
Associazione 21 luglio e Popica Onlus, insieme a una delegazione delle famiglie rom coinvolte nello sgombero forzato, si stanno ora recando, in segno di protesta, sotto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma.
Aggiornamenti in diretta su Twitter: @Ass21luglio

Best House Rom, a due mesi dall’impegno di Danese «Lo chiuderò in due mesi».

Il 26 gennaio scorso, l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese, in seguito a una visita al centro di raccolta rom “Best House Rom”, organizzata dall’Associazione 21 luglio e dalla Commissione Diritti Umani del Senato, dichiarò che avrebbe chiuso «questo mostro in due mesi».
A due mesi esatti di distanza dalle parole pronunciate pubblicamente davanti ai microfoni dei numerosi giornalisti presenti, l’Associazione 21 luglio auspica che l’Assessore tenga fede all’impegno assunto e provveda con urgenza e risposte adeguate alla chiusura di una struttura in cui, ancora oggi, 320 uomini, donne e bambini rom continuano a vivere in condizioni di vita precarie e in cui i loro diritti umani continuano a essere violati in maniera sistematica.
Il “Best House Rom”, situato in via Visso 12, nella periferia est della Capitale, è uno dei quattro centri di raccolta, riservati a soli rom, gestiti dal Comune di Roma. La struttura è stata inaugurata nel 2012 per accogliere le famiglie rom sgomberate dagli insediamenti informali, e nel dicembre 2013 è stato ampliatA per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dall’ex “villaggio attrezzato” di via della Cesarina. Il centro presenta spazi angusti e inadeguati, non ci sono finestre né punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale all’interno di stanze dove vivono in media cinque persone. Il Comune di Roma ha speso nel 2014 per questa struttura quasi 3 milioni di euro.
«Nel centro di accoglienza “Best House Rom” – dichiararono in una nota alla stampa il 26 gennaio scorso il presidente della Commissione Diritti Umani Luigi Manconi e la senatrice Manuela Serra, subito dopo la visita alla struttura – è in atto una sistematica violazione dei diritti umani. Circa 300 rom, di cui più della metà minori, vivono in una condizione di segregazione abitativa e sociale. La struttura, priva di finestre e punti luce, va chiusa così come vanno superati i “campi rom” attraverso l’individuazione dei percorsi di inclusione sociale previsti dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti in Italia».
L’Assessore Danese, in seguito alla visita al “Best House Rom”, alla quale prese parte anche il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, non esitò a definire la struttura «un mostro».
«Questo mostro deve essere chiuso. Lo farò in due mesi, il tempo necessario per trovare una sistemazione dignitosa a queste famiglie», affermò l’Assessore.
«Un eventuale mantenimento della struttura al di là dei due mesi previsti, – ha scritto l’Associazione 21 luglio in una lettera inviata nei giorni scorsi all’Assessore Danese, alla quale non è seguita alcuna risposta – oltre ad abbassare il livello di credibilità nei confronti degli amministratori capitolini, potrebbe essere letto – agli occhi della comunità rom e dell’intera cittadinanza – come l’incapacità degli stessi, a fronte dei grandi interessi economici che si muovono attorno al sistema assistenziale che a Roma riguarda i rom, di fornire risposte».
Sul “Best House Rom”, anche il sindaco Ignazio Marino aveva assunto un impegno concreto. L’8 dicembre 2014, in risposta a uno sciopero della fame intrapreso dal consigliere comunale Riccardo Magi e dal presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla, Marino dichiarò: «Al più presto intendo visitare il centro per rendermi conto personalmente, come sindaco e come medico, della situazione. A voi voglio ribadire il mio impegno a trovare una soluzione alternativa per le donne, gli uomini e i bambini che oggi vivono in condizioni non dignitose. Ringrazio sinceramente per aver sollevato il caso emblematico della struttura Best House Rom e chiedo di sospendere lo sciopero della fame».
Anche a tale impegno, ad oggi, non è seguita alcuna azione concreta da parte del primo cittadino.
Foto: Roma Capitale News

Una risoluzione per superare i "campi rom" in Italia

La Commissione diritti umani del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il Governo verso il superamento definitivo dei “campi nomadi” in Italia e per la concreta attuazione della Strategia nazionale d’Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti. Per l’Associazione 21 luglio si tratta dell’inizio della fine dell’era “campi nomadi” e della dismissione di questi “non luoghi” dove i diritti umani di rom e sinti sono sospesi.
La risoluzione – si legge in una nota della Commissione – nasce dalle visite svolte dai membri della Commissione nei mesi scorsi in campi e villaggi attrezzati, soprattutto nella città di Roma.
Il 10 novembre 2014 e il 26 gennaio 2015, in particolare, l’Associazione 21 luglio ha accompagnato le delegazioni della Commissione in visita al “Best House Rom”, un centro di raccolta rom situato nella periferia est di Roma che – come afferma la nota della Commissione – «accoglie circa 300 persone in spazi inadeguati e lontani dall’assicurare condizioni di vita minimamente accettabili. D’altra parte – continua la nota – è quel centro che l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Francesca Danese si è impegnata a chiudere al più presto, offrendo alle famiglie una sistemazione dignitosa e l’avvio di un percorso condiviso».
Le recenti inchieste giudiziarie hanno evidenziato come la gestione dei “campi nomadi” a Roma – si legge nella risoluzione appena approvata – rientrasse all’interno di “un sistema corruttivo finalizzato all’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici che ha portato negli ultimi anni a un peggioramento delle condizioni di vita delle comunità Rom, alla loro segregazione e a uno spreco di risorse pubbliche: nel solo 2013 e nella sola Capitale sono stati impegnati oltre sedici milioni di euro, di cui circa il 60% rappresentato dai soli costi di gestione”.
Secondo l’Associazione 21 luglio, la risoluzione presentata dalla Commissione presieduta dal senatore Luigi Manconi rappresenta un ulteriore passo verso la chiusura definitiva dei “campi nomadi” presenti in Italia.
«Ci si avvia verso la dismissione di questi “non luoghi” dove il diritto è sospeso e dove per decenni sono state concentrate le comunità rom e sinte in emergenza abitativa», afferma l’Associazione.
«Attendiamo le scelte coraggiose da parte degli amministratori locali che dal 2012 ad oggi hanno già speso più di 13 milioni di euro per la realizzazione di nuovi insediamenti per soli rom a Roma, Milano, Carpi e Giugliano; che stanno portando a termine la costruzione di nuovi insediamenti a Latina, Lecce, Merano e Cosenza e che si stanno attivando a ristrutturazioni di “campi nomadi” ad Asti, Savona, Vicenza e Torino – prosegue l’Associazione 21 luglio -. -.  Dalla Capitale e dall’impegno assunto dall’assessore Danese per la chiusura del “Best House Rom” bisogna partire per dare un segnale forte e chiaro a tutto il Paese».
Una presa di posizione in linea con quanto dichiarato dallo stesso presidente della Commissione diritti umani Manconi: «La Commissione chiede oggi al Governo di adottare misure urgenti ed efficaci nell’ambito delle politiche generali di inclusione sociale per il miglioramento delle condizioni di vita di Rom, Sinti e Camminanti».

Una risoluzione per superare i "campi rom" in Italia

La Commissione diritti umani del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il Governo verso il superamento definitivo dei “campi nomadi” in Italia e per la concreta attuazione della Strategia nazionale d’Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti. Per l’Associazione 21 luglio si tratta dell’inizio della fine dell’era “campi nomadi” e della dismissione di questi “non luoghi” dove i diritti umani di rom e sinti sono sospesi.
La risoluzione – si legge in una nota della Commissione – nasce dalle visite svolte dai membri della Commissione nei mesi scorsi in campi e villaggi attrezzati, soprattutto nella città di Roma.
Il 10 novembre 2014 e il 26 gennaio 2015, in particolare, l’Associazione 21 luglio ha accompagnato le delegazioni della Commissione in visita al “Best House Rom”, un centro di raccolta rom situato nella periferia est di Roma che – come afferma la nota della Commissione – «accoglie circa 300 persone in spazi inadeguati e lontani dall’assicurare condizioni di vita minimamente accettabili. D’altra parte – continua la nota – è quel centro che l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Francesca Danese si è impegnata a chiudere al più presto, offrendo alle famiglie una sistemazione dignitosa e l’avvio di un percorso condiviso».
Le recenti inchieste giudiziarie hanno evidenziato come la gestione dei “campi nomadi” a Roma – si legge nella risoluzione appena approvata – rientrasse all’interno di “un sistema corruttivo finalizzato all’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici che ha portato negli ultimi anni a un peggioramento delle condizioni di vita delle comunità Rom, alla loro segregazione e a uno spreco di risorse pubbliche: nel solo 2013 e nella sola Capitale sono stati impegnati oltre sedici milioni di euro, di cui circa il 60% rappresentato dai soli costi di gestione”.
Secondo l’Associazione 21 luglio, la risoluzione presentata dalla Commissione presieduta dal senatore Luigi Manconi rappresenta un ulteriore passo verso la chiusura definitiva dei “campi nomadi” presenti in Italia.
«Ci si avvia verso la dismissione di questi “non luoghi” dove il diritto è sospeso e dove per decenni sono state concentrate le comunità rom e sinte in emergenza abitativa», afferma l’Associazione.
«Attendiamo le scelte coraggiose da parte degli amministratori locali che dal 2012 ad oggi hanno già speso più di 13 milioni di euro per la realizzazione di nuovi insediamenti per soli rom a Roma, Milano, Carpi e Giugliano; che stanno portando a termine la costruzione di nuovi insediamenti a Latina, Lecce, Merano e Cosenza e che si stanno attivando a ristrutturazioni di “campi nomadi” ad Asti, Savona, Vicenza e Torino – prosegue l’Associazione 21 luglio -. -.  Dalla Capitale e dall’impegno assunto dall’assessore Danese per la chiusura del “Best House Rom” bisogna partire per dare un segnale forte e chiaro a tutto il Paese».
Una presa di posizione in linea con quanto dichiarato dallo stesso presidente della Commissione diritti umani Manconi: «La Commissione chiede oggi al Governo di adottare misure urgenti ed efficaci nell’ambito delle politiche generali di inclusione sociale per il miglioramento delle condizioni di vita di Rom, Sinti e Camminanti».

«Il Best House Rom va chiuso immediatamente»

«Nel centro di accoglienza “Best House Rom” è in atto una sistematica violazione dei diritti umani. Circa 300 rom, di cui più della metà minori, vivono in una condizione di segregazione abitativa e sociale. La struttura, priva di finestre e punti luce, va chiusa così come vanno superati i “campi rom” attraverso l’individuazione dei percorsi di inclusione sociale previsti dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti in Italia».
Lo affermano, in una nota congiunta, Luigi Manconi e Manuela Serra, della Commissione Diritti Umani del Senato, Carlo Stasolla, dell’Associazione 21 luglio, e il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, dopo essere tornati oggi al “Best House Rom”, nella periferia est della Capitale.
Alla visita ha preso parte anche l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese che ha definito il centro «un mostro, una bruttura figlia delle proroghe dietro le quali si è insediato il malaffare».
«In questo edifico, in stanze piccolissime dove vivono anche fino a dodici persone, ammassate, ci sono bambini che non possono vedere la luce del sole perché non esistono finestre – ha detto Francesca Danese -. Il centro, che ha costi altissimi per l’amministrazione comunale, oltre 700 euro al mese a persona e che non possiede i requisiti igienico-sanitari, deve essere chiuso. Mi sto preoccupando di trovare un sistema di accoglienza rispettoso dei diritti delle persone e stiamo effettuando un monitoraggio al riguardo. Entro un paio di mesi conto di sistemare tutto».
Il “Best House Rom” è uno dei quattro centri di raccolta, riservati a soli rom, gestiti dal Comune di Roma. Inaugurato nel 2012 per accogliere le famiglie rom sgomberate dagli insediamenti informali, nel dicembre 2013 è stato ampliato per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dall’ex “villaggio attrezzato” di via della Cesarina. Il centro presenta spazi angusti e inadeguati, non ci sono finestre né punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale all’interno di stanze dove vivono in media cinque persone. Il Comune di Roma ha speso nel 2014 per questa struttura quasi 3 milioni di euro.
Sul “Best House Rom” si era di recente espresso anche il sindaco Ignazio Marino, in una lettera indirizzata a Carlo Stasolla e a Riccardo Magi, che avevano iniziato uno sciopero della fame, impegnandosi «a trovare una soluzione alternativa per le donne, gli uomini e i bambini che oggi vivono in condizioni non dignitose».
«È più che mai urgente – affermano Manconi, Serra, Stasolla e Magi – chiudere al più presto questa struttura e avviare percorsi di inclusione sociale rivolti alle persone che lì vivono. Si tratterebbe del primo, concreto passo verso una nuova politica della città di Roma nei confronti delle comunità rom, private finora di ogni opportunità e segregate nei campi».

Best House Rom: esposto all'Autorità Nazionale Anticorruzione

L’Associazione 21 luglio ha presentato un esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, guidata dal presidente Raffaele Cantone, per accertare la trasparenza degli atti che hanno portato all’apertura e al funzionamento del Centro di raccolta rom “Best House Rom”, situato a Roma in via Visso 12.
Il centro, classificato dall’Agenzia del territorio come struttura riservata per deposito di merci, è gestito dalla Cooperativa Inopera, nata alla fine del 2008.
Il 6 luglio 2012, con una determinazione dirigenziale a firma di Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento Promozione delle Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale, oggi indagato per associazione di tipo mafioso e corruzione aggravata, il Comune di Roma, con affidamento diretto, ha assegnato alla Cooperativa il servizio di accoglienza dei rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di Castel Romano.
Il 16 dicembre 2013, con una nuova determinazione dirigenziale, l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale ha disposto un ampliamento dell’accoglienza per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dal «villaggio attrezzato» di via della Cesarina.
I locali del “Best House Rom”, dove in questi anni sono stati accolti giornalmente circa 300 rom – tra cui 160 minori – oltre a non garantire la metratura minima prevista dalla legge, non sono dotati di finestre o punti luce dai quali possano filtrare l’aria e la luce naturale.
Il 12 novembre 2014 la senatrice Manuela Serra, membro della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato, dopo aver visitato la struttura aveva dichiarato alla stampa: «Qui mancano i diritti umani, è un anno che ci occupiamo di campi rom, e non ho mai visto niente del genere. Qui le persone sono terrorizzate dal parlare con l’esterno».
Nonostante il “Best House Rom” non rispetti i requisiti strutturali e organizzativi previsti dalla normativa regionale che regola l’apertura e il funzionamento delle strutture socio-assistenziali nella Regione Lazio, la struttura continua ad accogliere famiglie rom con costi elevatissimi. Nel 2014 la gestione del Centro è costata all’Amministrazione Comunale una cifra stimata superiore ai 3 milioni di euro.
«Alla luce della documentazione allegata all’esposto – afferma l’Associazione 21 luglio – spetterà all’Ufficio diretto da Raffaele Cantone stabilire se procedere con un’attività di vigilanza sul “Best House Rom”, una struttura priva delle adeguate autorizzazioni, dal costo economico apparentemente spropositato per il servizio offerto, in cui sono violati sistematicamente i diritti umani delle donne, degli uomini e dei bambini rom che vi vivono».

Lo sterminio del popolo rom nel nazifascismo e la nuova intolleranza

Introduce:
Luigi Manconi
Presidente Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato

Coordina:
Patrizio Gonnella
Presidente Cild

Partecipano:
Stefano Pasta
Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali dell’Università Cattolica di Milano
L’Europa nazista e i rom. Una storia dimenticata

Luca Bravi
Università di Chieti – L’Europa del Porrajmos/Samudaripen. Ascoltare oggi

La voce dei testimoni

Ernesto Grandini
Paolo Galliano

Conclude:
Carlo Stasolla
Presidente Associazione 21 luglio


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