Nel cuore della Kasbah di Mazara del Vallo – in Sicilia – oltre ai profumi e ai ritmi arabeggianti della comunità nordafricana che vive in città, si sono affiancate da anni anche culture e tradizioni rom. Akmet e Emma, fratello e sorella classe ’88 e ’91, vivono nell’isola da circa ventiquattro anni e hanno partecipato alla terza edizione del Corso per attivisti rom e sinti organizzato anche quest’anno dall’Associazione 21 luglio, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERCC) e Amnesty International sezione Italiana.
I due fratelli siciliani hanno origini rom kosovare e sono nati da madre serba e papà macedone. Negli anni ’90 scappano dall’ex Jugoslavia per via delle guerre balcaniche e sbarcano prima in Puglia, poi raggiungono alcuni parenti a Sciacca dove si appoggiano per qualche tempo. Dopo essersi stabiliti a Mazara, Akmet e Emma crescono lì con la loro famiglia andando a scuola con suor Rossana che entrambi ricordano con affetto.
Nello scorrere della vita quotidiana vengono a galla anche le difficoltà che pone spesso la burocrazia. Pur godendo di permesso di soggiorno illimitato, Emma aspetta il passaporto dall’ambasciata croata da oltre dieci anni. È nata in Croazia ma ha vissuto lì solo nei primi sei mesi di vita, per questo le autorità competenti l’hanno indirizzata verso le istituzioni dei paesi di origine dei genitori ma il tanto sognato documento ancora non arriva. Emma vorrebbe partire con le sue amiche ma non può viaggiare fuori dall’Italia, «tanto hai pura dell’aereo», ironizza il fratello.
Emma e Akmet hanno sempre partecipato attivamente alla vita di Mazara collaborando con la Casa della Comunità Speranza, un Centro aggregativo giovanile che offre varie attività educativo-didattiche nel post scuola per accrescere le capacità di sviluppo e crescita di bambini e ragazzi. Akmet contribuisce ad arricchire l’offerta del Centro anche grazie alla proposta di attività sportive, «lo sport è fondamentale per imparare a stare insieme» – ricorda – «nel rispetto dell’altro e delle regole». Emma ama danzare, dedicandosi specialmente ai balli tradizionali della cultura rom. «La maggior parte della gente non ci conosce davvero e rimane attaccata ai pregiudizi», racconta Emma, «mi piace andare in giro per le città italiane e far conoscere i nostri abiti e le nostre tradizioni». L’amore per la musica e il ballo unisce i due fratelli, oltre alle danze della tradizione Akmet coltiva anche una passione per il rap. Scrive i testi e canta, per dare voce ai suoi pensieri e sfogare la sua rabbia contro le ingiustizie.
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/Emma-e-Akmet.jpg223300Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-29 12:15:042015-05-29 12:15:04Perle di Sicilia: Akmet e Emma, vita da attivisti tra musica e danze
La tragedia di due giorni fa nella Capitale – un gravissimo fatto di cronaca trasformato in una campagna d’odio anti-rom – ha dato il la al leader della Lega Nord Matteo Salvini per avventarsi su quanto accaduto e reiterare, a pochi giorni dal voto regionale, la sua personale crociata a base di discorsi d’odio (hate speech) nei confronti dei rom e sinti in Italia.
Una campagna, che ha come effetto quello di soffiare sul fuoco dell’ostilità e dell’intolleranza verso tali comunità, partita già lo scorso dicembre, quando Salvini presentò la lista “Noi con Salvini” in vista della campagna elettorale per le elezioni regionali 2015. Abbiamo analizzato i discorsi di Salvini, individuandone le tesi principali (vedi sotto). Ne emerge un quadro di frasi, slogan propagandistici e retorica stigmatizzante che amplifica e replica stereotipi e pregiudizi negativi, sfociando nel rischio concreto di una graduale sedimentazioneed escalation dell’antiziganismo, il sentimento d’odio verso rom e sinti.
Gli effetti di una tale diffusione e di un tale grado di accettazione dell’antiziganismo sono vari, ma si possono riassumere in tre principali ripercussioni:
Ripercussioni materiali, in termini di trattamenti o atteggiamenti discriminatori, sulla vita quotidiana di rom e sinti, in particolare nella sfera dell’impiego e dell’abitare;
Un graduale innalzamento della soglia di accettazione nei confronti di discorsi e retoriche apertamente ed esplicitamente penalizzanti e stigmatizzanti, con il rischio di facilitare occasionali derive violente;
Un enorme ostacolo per l’applicazione di politiche effettivamente inclusive rivolte a rom e sinti, dovuto al fatto che un’elevata diffusione di sentimenti antizigani funge da enorme fattore deterrente per l’attuazione di politiche di inclusione sociale da parte delle amministrazioni locali.
Per contrastare il fenomeno dell’hate speech, occorrerebbe anzitutto un cambiamento culturale che coinvolga l’insieme della società: dai politici agli insegnanti, ai professionisti dell’informazione fino all’insieme dell’opinione pubblica. Per facilitare tale processo, sono più che mai necessari strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, di cui tuttavia il nostro Paese non dispone in maniera sufficiente rendendosi così terreno fertile per la diffusione dell’hate speech e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.
«Gli Stati parte devono dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli», si legge nella Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio diffusa a fine 2013 dal Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD).
Di fronte alla valanga di dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, settimane e giorni dal leader leghista Matteo Salvini, di fronte alla constatazione della scarsità di strumenti, in Italia, per mettere un argine ai discorsi d’odio, di fronte alle ricadute devastanti che tali discorsi hanno sulle vite di rom e sinti e sulla percezione pubblica nei loro confronti, il rischio, per chi vorrebbe un’Italia libera da discriminazioni e pregiudizi, è di lasciarsi travolgere dal senso di rassegnazione e dalla constatazione del vanificarsi dei propri sforzi. Si verrebbe così tentati dall’alzare bandiera bianca, non provare più a scardinare stereotipi e luoghi comuni, restare in silenzio.
Eppure sappiamo bene che non possiamo, e mai potremo farlo, perché quella dei diritti umani è una sfida che si gioca e che si vince a poco a poco, un tassello dopo l’altro. Per questo la nostra Associazione – insieme, ne siamo certi, a tutti gli uomini e le donne in Italia che condividono le nostre preoccupazioni e la nostra sfida – continuerà a denunciare e a raccontare fatti e storie nell’intento di decostruire gli stereotipi negativi e i pregiudizi diffusi nei confronti di rom e sinti. Quell’onda antizigana che Matteo Salvini ha cavalcato pur di guadagnarsi il consenso elettorale. Sulla pelle dei rom.
MATTEO SALVINI E LA RETORICA ANTI – ROM
Non vogliono lavorare e integrarsi
Salvini: “Ma i rom rubano tutti?” “Troppi. Ce ne saranno 3 che lavorano non so 5… su 180 mila che sono in Italia” (15 aprile 2015, Matrix, Canale 5).
Oggi nel nostro Paese, sono circa 35 mila i rom e i sinti che vivono nei cosiddetti “campi rom”, 1 su 5 del totale dei circa 170-180 mila rom e sinti presenti in Italia. Tutti gli altri vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono una vita come quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente sul territorio nazionale. Le loro storie, purtroppo, sono poco conosciute, sia perché molto spesso i media prediligono dare spazio a notizie dove rom e sinti sono protagonisti in negativo, sia perché i rom e sinti che conducono una vita “normale” preferiscono restare “mimetizzati” e non rivelare la propria identità. I “campi rom” non sono pertanto i luoghi dove queste persone vorrebbero vivere “per cultura”, bensì il posto che le istituzioni hanno individuato per relegarvi, su base etnica, tali comunità. Si tratta di luoghi di marginalizzazione, dove le persone sono di fatto escluse dal tessuto sociale, e che certamente favoriscono anche fenomeni di devianza e criminalità. Questi luoghi, creati e gestiti dalle istituzioni, costano diversi milioni di euro alle casse pubbliche. Nella Capitale, nel solo 2013, per mantenere in vita il “sistema campi” sono stati spesi 24 milioni di euro: un ingente flusso di denaro affidato senza bando pubblico, in maniera diretta, a enti e cooperative per la sola gestione dei “campi”, mentre quasi nulla è stato destinato all’inclusione sociale delle persone e alla prospettiva di una loro fuoriuscita da questi luoghi. Un sistema nel quale è potuta infiltrarsi anche la Mafia Capitale.
Hanno troppi privilegi. Prima gli italiani
Salvini: “Non esiste che ci siano migliaia di queste persone a cui gli italiani pagano luce, acqua, e gas. Non esiste che non paghino l’Imu” (8 aprile 2015, Otto e Mezzo, La7). “Ci sono tanti toscani magari alluvionati che dicono anch’io vorrei avere una casa per 15 persone con l’affitto pagato e vorrei campare senza fare una mazza dalla mattina alla sera” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7). Vivere in un “campo rom” non è un privilegio; al contrario, è una condanna. Significa subire quotidianamente violazioni dei propri diritti umani, dal diritto all’alloggio al diritto all’istruzione, dal diritto alla salute al diritto al gioco, sino al diritto alla famiglia. I “campi nomadi”, rappresentano da anni un’anomalia tutta italiana (il nostro Paese è l’unico in Europa dove esistono “campi per soli rom” istituzionali) e buona parte di essi rientra nella definizione di “baraccopoli” adottata dalla agenzia delle Nazioni Unite UN Habitat.
Sono spesso delimitati da recinzioni e sistemi di videosorveglianza e di controllo degli ingressi; in molti casi sono collocati al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, come scuole, ospedali e supermercati; sono spesso caratterizzati da condizioni igienico-sanitarie critiche, sono sovraffollati e si compongono di unità abitative prive di spazi adeguati. Il “campo rom”, inoltre, si configura come luogo discriminatorio su base etnica, in quanto riservato esclusivamente a persone di “etnia rom”. Per altre categorie di persone in emergenza abitativa nel nostro Paese, infatti, il “campo” rom non è contemplato tra le soluzioni per rispondere alle loro esigenze.
Quanto al “prima gli italiani”, infine, non è da dimenticare che oltre la metà dei rom e dei sinti presenti in Italia sono cittadini italiani, cui si aggiunge una consistente fetta di persone nate e cresciute in Italia, ma prive della cittadinanza italiana, che non hanno neanche mai visitato il Paese di origine dei genitori e che non ne conoscono la lingua. Hanno solo diritti, diritti. E niente doveri
Salvini: “Mi domando perché quando parlo di rom ci sono sempre diritti, diritti, diritti e i doveri arrivano in sedicesima fila” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).
Quando si parla di diritti dei rom si fa riferimento ai loro diritti umani, quei diritti cioè sanciti per primi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che appartengono a ogni persona al mondo in quanto, appunto, essere umano. I diritti umani dei rom in Italia sono costantemente violati, in particolare, dalla “politica dei campi” che il nostro Paese continua ad attuare nei loro confronti.
Le condizioni al di sotto degli standard che si registrano nei “campi rom” hanno del resto attirato l’attenzione e le condanne da parte di numerosi enti di monitoraggio internazionali ed europei e organizzazioni per la tutela dei diritti umani, dal Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite al Consiglio d’Europa, dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali alla Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza. Solo pochi mesi fa, per esempio, la Commissione Europea ha richiesto all’Italia informazioni sulle condizioni abitative dei rom nel nostro Paese, paventando l’ipotesi dell’apertura di una procedura d’infrazione: «Dispositivi di alloggio di questo tipo risultano limitare gravemente i diritti fondamentali degli interessati, isolandoli completamente dal mondo circostante e privandoli di adeguate possibilità di occupazione e istruzione», si legge nella lettera della Commissione.
Sfruttano i bambini e non li mandano a scuola
Salvini: “Il diritto umano viene violato da queste persone che sfruttano i bambini e non li mandano a scuola e li usano per accattonare e per fare altro” (22 aprile 2015, Il Fatto Quotidiano).
Sono la segregazione abitativa, l’esclusione sociale e la discriminazione, anche istituzionale, ad avere conseguenze devastanti sulla condizione di vita dei minori rom. Un minore rom che nel nostro Paese vive in un insediamento formale o informale, esposto a situazioni potenzialmente nocive per la salute, avrà una aspettativa di vita mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione e avrà un alto rischio di contrarre le cosiddette “patologie da ghetto”, come ansie, fobie e disturbi del sonno e dell’attenzione.
La precarietà e l’inadeguatezza dell’alloggio, inoltre, hanno evidenti conseguenze sul percorso scolastico: in 1 caso su 5 un minore rom in emergenza abitativa non inizierà mai il percorso scolastico e avrà probabilità prossime alle 0 di accedere ad un percorso universitario. Le sue possibilità di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%, mentre da maggiorenne avrà 7 possibilità su 10 di sentirsi discriminato a causa della propria etnia.
Salvini: “Perché i tribunali dei minorenni vanno a rompere le palle alle mamme e ai papà italiani se hanno qualche problema e non vanno a casa di questa gente” (10 aprile 2015, Mattino 5, Canale 5).
Secondo la ricerca “Mia madre era rom” dell’Associazione 21 luglio, che ha preso in considerazione i fascicoli relativi a minori rom affrontati dal Tribunale per i Minorenni di Roma tra il 2006 e il 2012, un minore rom, a Roma e nel Lazio, rispetto ad un suo coetaneo non rom, ha 60 volte la probabilità di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e 50 volte la probabilità che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Di conseguenza, è il dato più emblematico, un bambino rom ha 40 volte la probabilità di essere adottato rispetto a un bambino non rom.
Ruspe nei campi rom. Sgomberarli tutti
Salvini: “Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi rom. Nella nostra Italia noi mandiamo una letterina a questi signori dicendo fra tre mesi si sgombera. Organizzati. Fra tre mesi qua arrivano le ruspe. Organizzati. La casa la compri, la affitti, chiedi la casa popolare, fai il mutuo ma non puoi più campare alle spalle degli italiani. Fra tre mesi si sgombera, basta vai a fare il rom da qualche altra parte” (28 febbraio 2015, comizio a Piazza del Popolo, Roma) È vero: nella nostra Italia non ci dovrebbe esser spazio per i “campi rom”. Per via delle ripetute violazioni dei diritti umani che essi comportano, come già descritto nei precedenti punti. I “campi”, dunque, andrebbero superati, come l’Italia si è del resto già impegnata a fare con il varo, nel febbraio 2012, della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti. La soluzione per il superamento dei “campi”, tuttavia, non è la ruspa, come propone Matteo Salvini, anche perché terminata l’azione distruttiva delle ruspe uomini, donne e bambini non svanirebbero di certo nel nulla. La soluzione per superare i “campi” e l’assistenzialismo inutile e inefficace risiede invece nel l’attuazione di efficaci percorsi di inclusione sociale volti a favorire la fuoriuscita da tali ghetti etnici di persone in emergenza abitativa. In questo modo, d’altra parte, si eviterebbe di continuare a utilizzare ingenti risorse pubbliche per mantenere in piedi il “sistema campi”, senza che un euro venga destinato all’inclusione sociale dei loro abitanti, ma investito nel reiterare un circolo vizioso di discriminazione, povertà e marginalizzazione.
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/Salvini-ruspa.jpg223300Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-29 09:48:292015-05-29 09:48:29Salvini e i rom: più che ruspe, informazione
La notizia della tragedia avvenuta ieri a Roma in prossimità della fermata metro Battistini, nella quale una donna di 44 anni ha perso la vita e otto persone sono state ferite, travolte da un’auto che viaggiava a folle velocità, addolora e sconvolge.
Con l’auspicio che il corso delle indagini conduca all’individuazione dei responsabili di tale gesto, l’Associazione 21 luglio non può non constatare, tuttavia, che la notizia, come è stata riportata da molti media locali e nazionali, rischia di sfociare in una pericolosa deriva etnica dei fatti accaduti, in quanto ad essere sottolineata con forza è la presunta origine etnica dell’autista dell’autovettura che ha provocato la strage.
Le colpe di un gesto di tale gravità non possono e non debbono ricadere sull’insieme di persone appartenenti alla stessa comunità degli autori della strage, a Roma e nel resto d’Italia. E gli organi di informazione dovrebbero prendere tutte le opportune precauzioni perché questo non accada, evitando per esempio titoli, articoli e servizi che diano rilevanza maggiore all’origine etnica dei responsabili piuttosto che al fatto – gravissimo – in sé.
L’etnicizzazione delle notizie, infatti, rischia di esacerbare il già esasperato clima di ostilità e odio diffuso nell’opinione pubblica nei confronti di rom e sinti. Simili trattamenti delle notizie portarono già, ad esempio, a derive fortemente violente, in passato, a Ponticelli (Napoli) nel 2008 e a Torino nel 2011, quando contro i “campi rom” si svilupparono, in seguito alla diffusione di notizie poi rivelatesi infondate, veri e propri raid incendiari.
Per chi sarà chiamato ad indagare e per i giudici, nella ricostruzione dei fatti e nella successiva auspicabile condanna, poco importa l’origine etnica della persona colpevole, o la sua cittadinanza o il colore della sua pelle. Alla guida di quella macchina c’era una persona che va perseguita. Questo basta e avanza. Se dovesse scoprirsi che dietro quel volante omicida c’era una persona di origini islamiche dovremmo tornare a invocare le misure del post 11 settembre 2001? O se c’era una persona di origini campane o venete dovremmo aprire una discussione sulla presenza di tali comunità nella nostra città?
L’isteria mediatica, declinata in una “etnicizzazione del reato” fa danni. Così come lo fa il razzismo. E razzismo è anche ricondurre il DNA di un popolo al crimine di un individuo.
Foto: La Repubblica – Roma
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Nell’insediamento informale di Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma, una comunità rom di 25 persone rischia lo sgombero forzato. Tra le famiglie sono presenti anche sette minori e una donna incinta.
Nell’ultima settimana le autorità si sono recate più volte sul posto per avvisare verbalmente dell’imminenza dello sgombero forzato, sebbene nessuna consultazione con le persone direttamente coinvolte sia stata ancora avviata. Questo approccio – tipico delle operazioni di sgombero forzato – non rispetta le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite. Oltre a non ascoltare le richieste dei diretti interessati, infatti, non viene data alcuna notifica formale né sono previste soluzioni abitative alternative.
Il caso di Val d’Ala, in particolare, è emblematico di quanto sia miope la politica degli sgomberi forzati. Come rilevato nell’ultimo rapporto annuale dell’Associazione 21 luglio, questo insediamento informale era stato sgomberato il 9 luglio 2014 e, in seguito alle proteste, le famiglie, sostenute dagli attivisti di Associazione 21 luglio e Amnesty International, erano state temporaneamente accolte nell’ex fiera di Roma per essere poi rimpatriate in Romania a novembre dello stesso anno. Il costo complessivo stimato per queste operazioni è stato di circa 170 mila euro ma evidentemente questo tipo di provvedimenti non sono stati risolutivi. Le stesse identiche persone si sono infatti reinsediate nella medesima area a febbraio 2015 e sono oggi nuovamente sotto minaccia di sgombero forzato. Questo è il meccanismo perverso perpetrato dal Comune che l’Associazione 21 luglio ha significativamente appellato “gioco dell’oca”.
«Alla luce di questi fatti – ha dichiarato il presidente Carlo Stasolla – l’Associazione 21 luglio chiede di cogliere questa occasione per intavolare una consultazione con le famiglie coinvolte, per dare un segnale di rottura con il passato e cercare soluzioni alternative che ascoltino le richieste sia degli abitanti del quartiere sia delle comunità direttamente coinvolte».
Il “gioco dell’oca” dello sgombero forzato di Val d’Ala
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/copertina-150x76.png76150Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-25 16:01:072015-05-25 16:01:0725 rom a rischio sgombero: evitare un nuovo inutile gioco dell'oca
«Sono arrivata in Italia per dare un futuro migliore a mio figlio, ma non si può vivere in un posto come questo: siamo ammassati gli uni agli altri e ci sentiamo esclusi dal resto della società».
Denisa, 32 anni, rumena, racconta come si vive nel centro di via Salaria, uno dei tre “centri di raccolta” per soli rom presenti oggi a Roma. Lo fa davanti a una delegazione della Commissione Diritti Umani del Senato nel corso di una visita alla struttura organizzata dall’Associazione 21 luglio, alla quale ha partecipato anche il consigliere capitolino Riccardo Magi.
Denisa non ha paura di parlare e spera che la visita della Commissione possa servire a fare luce sulle condizioni di vita dei rom all’interno di centri come quello di via Salaria. «Non tutti avranno il coraggio di raccontarvi le cose come stanno, perché temono poi di essere mandati via. Ma io voglio far valere i miei diritti e quelli delle altre persone accanto a me», spiega la donna, che quest’anno ha partecipato a un corso di formazione per attivisti rom e sinti promosso da Associazione 21 luglio, Amnesty International – sezione italiana e dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom.
Nel centro di raccolta di via Salaria, nella periferia nord della Capitale, vivono 385 persone, tra cui 169 minori. Tutti rom, in prevalenza provenienti dalla Romania. La struttura, una ex cartiera classificata come edificio industriale, ospita famiglie rom dal novembre 2009, quando fu utilizzata per dare alloggio a 130 rom sgomberati dal Casilino 700; successivamente è stata ampliata e ha continuato ad accogliere le famiglie rom vittime dei continui sgomberi forzati in città.
Le condizioni di vita nel centro sono particolarmente precarie: i servizi igienici sono privi di finestre o sistemi di areazione e risulta disponibile un solo bagno per ogni 20 persone, gli spazi dei padiglioni sono suddivisi da divisori mobili per separare le famiglie e ogni nucleo, composto in media da 4-5 persone, dispone di circa dodici metri quadrati di spazio. Inoltre, non vi sono aree coperte per attività collettive o di socializzazione, e agli ospiti non è consentito cucinare all’interno della struttura (i pasti – colazione e cena – sono serviti da un catering esterno e solo dal 2013 sono state allestite delle piccole strutture esterne adibite a cucine di fortuna). A pochi metri, peraltro, da un impianto dell’Ama (Azienda Municipalizzata Ambiente) per il trattamento e la selezione dei rifiuti solidi urbani.
Davanti alla delegazione della Commissione del Senato, i rom di via Salaria hanno potuto esprimere anche gli ultimi motivi del loro malcontento: l’impianto elettrico che non ha funzionato per alcuni giorni e il sistema di riscaldamento che anche al momento della visita non poteva essere spento nonostante le alte temperature registratesi a Roma in questo periodo. Hanno poi raccontato che da alcuni giorni a questa parte sono costretti a firmare la propria presenza quotidiana nella struttura: un fatto del tutto anomalo che va ad aggiungersi all’ impossibilità del ricevere visite di amici e familiari, se non con previa autorizzazione.
Per questa struttura, nel 2014, come emerge dal rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.” presentato di recente dall’Associazione 21 luglio, il Comune di Roma ha speso oltre 2 milioni di euro, pari a più di 20 mila euro in un anno a famiglia. Queste risorse, affidate senza bando pubblico al Consorzio Casa della Solidarietà, sono state utilizzate per il 78% per la sola gestione del centro, per il 15,5% per sicurezza e vigilanza, per il 6,5% per i servizi di scolarizzazione, mentre neanche un euro è stato destinato alla messa in atto di percorsi di inclusione sociale volti a favorire la fuoriuscita delle famiglie e la loro indipendenza alloggiativa e lavorativa.
«Come può il Comune spendere così tanti soldi per mantenerci in questo stato, senza darci alcuna possibilità di vivere come tutti gli altri cittadini? – si chiede Camelia, madre di quattro figli, da cinque anni abitante della struttura – Basterebbe che usassero questo denaro per darci una mano a inserirci nella società, a trovare un lavoro normale, a vivere in una casa normale».
Francesco Palermo, senatore della Commissione Diritti Umani, definisce «disumane» le condizioni di vita delle famiglie rom nel centro di via Salaria. «Non si possono chiudere gli occhi e far finta che queste persone siano invisibili e continuino a vivere ai margini della società. Non soltanto bisogna adoperarsi per superare i campi a Roma e in Italia, ma anche agire sul piano culturale perché situazioni del genere non devono essere tollerate e accettate neanche dal resto dei cittadini».
Prima che la visita nella struttura si concluda, Denisa ha il tempo per l’ultima confidenza. «Le maestre di scuola di mio figlio (che ha 9 anni e frequenta la quarta elementare nda) stanno organizzando il camposcuola. Il mio bambino vorrebbe tanto partecipare e anche io lo vorrei, ma mi hanno chiesto la tessera sanitaria. Per avere la tessera sanitaria, però, serve la residenza e anche se viviamo in questa struttura non ci è permesso di avere la residenza qui».
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/denisa.jpg223300Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-22 09:56:072015-05-22 09:56:07Nel centro di raccolta rom di via Salaria, ai margini della società
No ai fondi europei utilizzati per finanziare progetti che discriminano i rom in Italia, violandone i diritti umani fondamentali.
È una delle raccomandazioni rivolte dall’Ombudsman, il Mediatore europeo, Emily O’Reilly, alla Commissione Europea relativamente all’implementazione, da parte degli Stati membri, dei cosiddetti programmi di coesione, finanziati con i 350 miliardi di euro dei “Fondi Europei Strutturali e d’Investimento” per il periodo 2014- 2020.
La raccomandazione dell’Ombudsman si riferisce a un progetto del Comune di Napoli per la costruzione di un nuovo insediamento segregante per soli rom ed è stata inclusa tra le otto proposte avanzate alla Commissione in seguito a una richiesta formale di informazioni da parte dell’Ombudsman all’Associazione 21 luglio e al Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC), attraverso la Piattaforma per i Diritti Fondamentali dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.
«La Commissione Europea non dovrebbe permettersi di finanziare, con denaro europeo, azioni che non sono in linea con i più alti valori dell’Unione, vale a dire i diritti, le libertà e i principi riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue – ha dichiarato l’Ombudsman Emily O’Reilly in un comunicato stampa -. Tra le questioni riguardanti i diritti fondamentali di cui sono stata messa al corrente nel corso delle mie indagini figura il progetto di un’area segregante per i rom finanziato, come riportato pubblicamente, da fondi Strutturali e d’Investimento. Sono fiduciosa che la Commissione accoglierà le mie proposte in questa prima fase del periodo di finanziamenti 2014-2020».
Rispondendo alla richiesta d’informazioni giunta dall’Ombusdman, l’Associazione 21 luglio e l’ERRC avevano sottolineato il caso di Cupa Perillo, l’insediamento informale che sorge nel quartiere Scampia, a Napoli, dove vivono da circa vent’anni 800 rom, tra cui 300 minori.
Nel 2013 il Comune di Napoli aveva iniziato a lavorare a un progetto per la costruzione di un insediamento segregante temporaneo per soli rom che avrebbe dovuto ospitare 400 degli 800 rom che sarebbero stati sgomberati da Cupa Perillo. Per la realizzazione di tale progetto, il Comune partenopeo avrebbe utilizzato circa 7 milioni di euro provenienti dai fondi europei.
Venuta a conoscenza di tale progetto, una coalizione di organizzazioni della società civile composta da Associazione 21 luglio, ERRC, OsservAzione e Chi Rom e…Chi No ha inviato una serie di lettere di preoccupazione alla Commissione Europea per sottolineare sia il carattere segregante e discriminatorio del progetto che la sua incompatibilità con gli standard minimi previsti dall’edilizia sociale.
In seguito all’azione congiunta delle organizzazioni, il progetto è stato bloccato e il nuovo insediamento segregante per i rom di Cupa Perillo non è stato realizzato.
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/img_3227_emily_oreilly-300x221.jpg221300Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-20 12:21:342015-05-20 12:21:34L'Ombudsman Ue: «No a fondi Ue per violare i diritti dei rom»
Serena, Ivana, Andrea: sono alcuni dei giovani attivisti rom e sinti che hanno partecipato alle scorse edizioni del Corso di formazione in diritti umani organizzato dall’Associazione 21 luglio. In questi giorni, insieme ad altri giovani rom e non provenienti da cinque Paesi europei (Germania, Turchia, Macedonia, Italia e Bulgaria), si trovano a Berlino dove stanno partecipando a un progetto di scambio artistico internazionale Erasmus +.
L’obiettivo del progetto, che è iniziato il 1° maggio e che si concluderà l’11 maggio, è quello di dar vita a uno spazio di creatività senza limiti in cui i 30 giovani si cimentano in una serie di workshop teatrali, musicali e di danza nell’intento di far emergere un dialogo interculturale tra Paesi europei e tra rom e non rom, che confluiranno poi nella realizzazione del festival Herdelezi.
L’Herdelezi, la festa serba di San Giorgio, viene celebrata il 6 maggio di ogni anno dai rom originari dei Balcani, a prescindere dalla connotazione religiosa, per accogliere il ritorno della primavera e il risveglio della natura.
Serena (la prima a destra) e gli altri giovani rom e non durante i preparativi del festival Herdelezi
Giovani rom e non rom a Berlino per preparare il festival Herdelezi
Il workshop di musica, tradizionale e moderna
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Saper gestire situazioni di conflitto non è facile, specie quando si è frequentemente vittima di discriminazione. In questa giornata di formazione, gli attivisti rom e sinti si sono incontrati con Valentina Erba – di Amnesty International – che ha organizzato una lezione alternata da teoria e pratica. I partecipanti si sono calati in personaggi immaginari e hanno simulato situazioni di conflitto, imparando a scavare dentro sé stessi per utilizzare le argomentazioni più appropriate secondo i principi della non-violenza.
“Anche quest’anno ho trovato tanta voglia di partecipazione nei ragazzi”, ha detto Valentina, “e ho percepito una forte volontà di superamento delle dinamiche del conflitto”.
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/per-art-VE.jpg223300Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-07 12:39:222015-05-07 12:39:22Gestire i conflitti: teoria e pratica con Valentina Erba
A un anno dalla pubblicazione del rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, che aveva svelato l’esistenza di un “sistema campi nomadi” nella Capitale, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio completa il quadro dimostrando l’esistenza di un “sistema dell’accoglienza per soli rom” che vale 8 milioni di euro e che produce segregazione e violazione dei diritti umani. Il rapporto analizza i costi dei “centri di raccolta rom” nella Capitale e propone sette punti programmatici per il superamento della politica dei “campi”. Scarica il rapporto
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/Immagine.png210152Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-06 17:23:322024-11-09 10:22:23CENTRI DI RACCOLTA S.P.A. I centri di assistenza abitativa per soli rom. I costi a Roma nel 2014 e i percorsi per il loro superamento (maggio 2015)
Otto milioni di euro, una cifra superiore del 30% rispetto allo scorso anno. È quanto ha speso il Comune di Roma nel 2014 per segregare e violare i diritti umani di 242 famiglie rom nei cosiddetti “centri di raccolta rom”, per una spesa annuaa famiglia di circa 33 mila euro.
A un anno dalla pubblicazione del rapporto Campi Nomadi s.p.a., che aveva denunciato l’esistenza a Roma di un “sistema campi nomadi” del valore di oltre 24 milioni di euro, l’Associazione 21 luglio ha presentato oggi in Campidoglio il report Centri di Raccolta s.p.a.che completa il quadro dimostrando la presenza di un “sistema dell’accoglienza per soli rom”, parallelo rispetto all’assistenza alloggiativa prevista per i non rom, che continua a muovere denaro dal pubblico al privato senza che nulla cambi per il benessere della città e dei suoi cittadini, rom e non.
Sono intervenuti alla conferenza stampa anche il Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi, l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese, il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi e il professore associato di Sociologia presso l’Università Sciences Po di Parigi Tommaso Vitale.
Nella Capitale vi sono attualmente tre “centri di raccolta” propriamente detti: il Centro di via Salaria, il Best House Rom e il Centro di via Amarilli, campi nomadi di ultima generazione, spazi segregati e privi dei requisiti minimi stabiliti dalla normativa regionale (Legge Regionale 41/2003). Circa 900 persone, di cui la metà minori, vi vivono in situazioni spesso drammatiche, caratterizzate da spazi angusti, mancanza di privacy e condizioni igienico-sanitarie precarie, in uno stato di ricatto morale, abituati – e spesso definitivamente assuefatti – a un sistema perverso che li priva della dignità e di ogni opportunità di inclusione sociale, relegandoli ai margini della città. Ai tre centri si aggiungono quattro strutture (via san Cipirello, via Torre Morena, via Toraldo e l’ex Fiera di Roma) nelle quali risiedono circa 300 rom accolti dopo le proteste seguite agli sgomberi forzati dei loro insediamenti.
Per i sette centri l’Amministrazione di Roma Capitale ha speso nel 2014 8.053.544 euro, il 29,8% in più rispetto a quanto stanziato l’anno precedente per i centri di raccolta (6.202.869 euro). Della spesa totale impiegata nel 2014, il 90,6% è stato utilizzato per la sola gestione dei centri; il 4% per sicurezza e vigilanza; il 5,4% per la scolarizzazione,mentre nulla è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.
Per la quasi totalità, i fondi sono stati assegnati a enti e cooperative tramite affidamento diretto e senza bando pubblico. Al solo Consorzio Casa della Solidarietà, operante nei centri di via Salaria, via Amarilli, via di Torre Morena e nella ex Fiera di Roma, è andato il 49,2% delle risorse comunali (poco meno di 4 milioni di euro), seguito da Cooperativa Inopera, attiva nel Best House Rom, che ha ricevuto più di 2,5 milioni di euro (pari al 32% del totale).
Tra i centri più esosi per le casse comunali primeggia il Best House Rom – «un mostro che deve essere chiuso», come lo ha definito l’assessore Danese lo scorso 26 gennaio – costato quasi 2,8 milioni di euro nel 2014, cifra più che doppia rispetto al 2013 (+122%), pari a circa 39 mila euro all’anno per una singola famiglia. Il centro, situato in via Visso 14, risulta privo di finestre e punti luce per il passaggio di aria e luce naturale, e presenta stanze in media di 12mq ciascuna, dove vivono mediamente cinque persone. Gli altri due grandi centri di raccolta rom – via Salaria e via Amarilli – sono costati invece rispettivamente circa 2 e 1,4 milioni di euro (-23% e -1% rispetto al 2013). Per mantenere una famiglia rom nel centro di via Salaria il Comune di Roma, dal 2009, da quando cioè la struttura è nata, ha speso 231.970 euro, mentre nel centro di via Amarilli il costo annuo a famiglia, nel 2014, ammonta a 69.723 euro, pari a più di 341 mila euroa famiglia dalla nascita del centro, nel 2010.
«La gestione economica dei centri di raccolta rom rappresenta la cartina di tornasole delle politiche sociali rivolte negli ultimi anni ai rom e ai sinti della Capitale: il centro è concepito per far restare le persone accolte il più a lungo possibile, nessuna risorsa è utilizzata per la fuoriuscita attraverso percorsi virtuosi di inclusione lavorativa e abitativa», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
«Utilizzando la metafora del “Patto, si potrebbe dire che il sistema è garantito da una sorta di accordo implicito e consolidato nel tempo che potremmo chiamare “Patto dell’Invisibilità” e che si fonda su tre parole chiave: Assistenza, Invisibilità, Profitto – prosegue Stasolla -. Nel “patto” non scritto l’Amministrazione comunale garantirebbe un mero assistenzialismo all’interno delle strutture; la famiglia rom, in cambio di un alloggio sotto-standard, assicurerebbe all’Amministrazione una sorta di invisibilità che si traduce anzitutto nella mancata rivendicazione dei propri diritti; l’ente gestore sarebbe lautamente pagato per garantire l’osservanza del “patto”».
Secondo l’Associazione 21 luglio, Roma ha oggi più che mai il dovere e l’opportunità concreta di cambiare pagina rispetto alle politiche fallimentari e dispendiose che hanno caratterizzato l’operato delle varie Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni, a partire da una rigorosa e non più rimandabile programmazione di una politica efficace di superamento dei campi rom. In quest’ottica, il rapporto Centri di raccolta s.p.a. si conclude con una lista di sette principi programmatici per costruire nuovi interventi in favore dei rom a Roma, a cura del prof. Tommaso Vitale. SCARICA IL RAPPORTO
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2015/05/DSC_0060-300x200.jpg200300Stampa21Lugliohttps://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2021/11/Logo21LugliosenzaOnlus.pngStampa21Luglio2015-05-06 16:52:392015-05-06 16:52:39Roma, il sistema dell'accoglienza per soli rom