Rapporto “Cento Campi” 2025: la fine di un’epoca per Rom e Sinti in Italia

l 9 aprile 2026, presso il Senato della Repubblica, l’Associazione 21 Luglio ha presentato l’edizione 2025 del report annuale sulla condizione di rom e sinti. Il titolo, “Cento Campi”, evoca una storia complessa che sta finalmente giungendo al termine: il sistema dei campi rom in Italia, basato per decenni su una segregazione spacciata per “nomadismo culturale”, è in una fase di declino inarrestabile.

I numeri del cambiamento

Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha visto una riduzione drastica della presenza negli insediamenti: il numero dei siti formali è sceso del 34%, mentre la popolazione residente è crollata del 63%, passando da 28.000 a circa 10.200 persone. Il 2025 ha segnato il definitivo superamento di cinque grandi insediamenti ad Asti, Reggio Calabria, Rovereto, Lucca e Latina. Il presidente Carlo Stasolla ha paragonato questa transizione alla chiusura dei manicomi, segnando la fine di un’architettura della discriminazione.

Le ferite aperte: salute e pregiudizio

Nonostante i progressi, le condizioni di chi ancora vive nelle baraccopoli restano allarmanti. L’aspettativa di vita in questi contesti è di 12,5 anni inferiore rispetto alla media nazionale, con un’età media di soli 25,7 anni. Si tratta di una popolazione giovanissima (il 55% sono minori) e profondamente legata all’Italia, dato che il 70% possiede la cittadinanza.

L’area più critica rimane la zona metropolitana di Napoli, dove risiede il 30% della popolazione totale dei campi italiani. Qui, come nel resto del Paese, la sfida non è solo logistica ma culturale: l’82% degli italiani percepisce ancora un forte pregiudizio verso i rom, alimentando episodi di violenza e odio che nel 2025 hanno colpito comunità a Cossoine e Giugliano.

Politiche di inclusione e futuro

Il superamento fisico dei campi è oggi guidato dal modello MA.REA. (MAppare e REAlizzare), che sostituisce l’approccio etnico con percorsi partecipati verso l’edilizia convenzionale. Sebbene l’Italia segua la Strategia Nazionale 2021-2030 in linea con le direttive UE, il documento manca ancora di una ratifica parlamentare vincolante.

Attualmente, i processi di chiusura sono attivi in altri 13 siti, inclusi i grandi insediamenti di Roma (come Candoni e Castel Romano) e della Campania. La sfida dei prossimi anni sarà abbattere gli ultimi muri fisici dei campi e, contemporaneamente, quelli invisibili del pregiudizio sociale, garantendo a queste famiglie il diritto a un’abitazione dignitosa e a una vita pienamente integrata.

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Dati e diritti “Sotto la lente”: presentato al Senato il nuovo report dell’Associazione 21 luglio

Giovedì 8 maggio 2025, nella suggestiva cornice della Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, si è tenuto il convegno internazionale “Sotto la lente. Analisi comparata della metodologia utilizzata nei paesi europei per raccogliere dati sulla presenza delle comunità rom”, promosso su iniziativa del senatore Francesco Verducci e organizzato dall’Associazione 21 luglio ETS.

L’incontro ha segnato la presentazione ufficiale del report “Sotto la lente”, frutto di un’indagine approfondita che ha messo a confronto le metodologie utilizzate in Europa per raccogliere ed elaborare i dati statistici relativi alle comunità rom e sinte, con un focus specifico sull’Italia.

Il report parte da una constatazione tanto semplice quanto allarmante: in Europa, mancano dati certi, coerenti e ufficiali sulle condizioni di vita delle comunità rom e sinte. Una carenza che rende difficile, se non impossibile, pianificare interventi efficaci, monitorarne i risultati, distribuire risorse in modo mirato e combattere efficacemente stereotipi e discriminazioni. I dati oggi utilizzati per definire le politiche pubbliche provengono quasi esclusivamente dai report della FRA (Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali), ma, come mostra il report, presentano limiti di attendibilità e rappresentatività.

Attraverso l’analisi comparata di due survey europee (2012 e 2022), il documento ricostruisce nel dettaglio i criteri di costruzione del campione, le modalità di contatto con le comunità, il ruolo delle “organizzazioni rom” coinvolte, la formazione degli intervistatori e l’impatto di questi fattori sulla qualità dei dati raccolti. Ne emerge un quadro che, pur riconoscendo il valore delle indagini promosse a livello europeo, evidenzia le criticità di un sistema che, in assenza di fonti nazionali autonome e trasparenti, rischia di produrre rappresentazioni parziali, distorte o addirittura stigmatizzanti.

Con “Sotto la lente”, l’Associazione 21 luglio lancia un appello per ripensare radicalmente la raccolta dei dati in Italia: non solo per migliorare la qualità delle politiche pubbliche, ma per restituire finalmente voce e dignità alle persone rom e sinte, troppo spesso ridotte a numeri imprecisi o a etichette semplificatrici.

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“Bagliori di speranza” – Rapporto annuale 2024 sulla condizione di rom e sinti

L’Italia è ancora il “Paese dei campi” per le persone di origine rom. Dall’attività di monitoraggio e raccolta dati condotta nel 2024 da Associazione 21 luglio, emerge “l’infelice primato di nazione europea che dedica maggiori risorse, sia umane che economiche, alla gestione di strutture abitative con un chiaro profilo discriminatorio”.

È questo uno degli elementi al centro del Rapporto annuale dell’Associazione 21 luglio, giunto alla sua nona edizione, dal titolo “Bagliori di speranza. La condizione delle comunità rom e sinte in Italia“, presentato oggi, mercoledì 9 aprile, al Senato, su iniziativa della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato, in occasione della Settimana per la promozione della cultura romanì e per il contrasto all’antiziganismo 2025 e all’indomani della Giornata internazionale dei rom, sinti e camminanti, che si celebra l’8 aprile.

Alla conferenza odierna hanno partecipato Stefania Pucciarelli, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato, Mattia Peradotto, Presidente Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali, Mauro Palma, Presidente del Centro di ricerca European Penological Center dell’Università Roma Tre, Carlo Stasolla e Veronica Alfonsi, Associazione 21 luglio, Tommaso Vitale, professore di sociologia, Dean della Urban School di Sciences Po, CEE, Benoni Ambarus, Vescovo ausiliario della Diocesi di Roma, Roberta Gaeta, Consigliera della Regione Campania, con alcune testimonianze di persone abitanti nei campi rom.

“Nonostante gli sviluppi degli ultimi anni – si legge nel rapporto – sia dal punto di vista politico che di autonoma spinta alla fuoriuscita degli stessi abitanti, e tendano verso il tramonto della stagione degli insediamenti monoetnici, l’Italia stenta a distaccarsi in modo unanime e deciso dalle politiche abitative segregative che hanno caratterizzato gli ultimi quarant’anni”.

Attraverso il portale www.ilpaesedeicampi.it è possibile acquisire in tempo reale dati quantitativi aggiornati sui 106 insediamenti monoetnici formali abitati da persone rom e sinte in Italia.

I numeri contano

La questione di quanti siano i rom, dei reali numeri che possano descrivere queste comunità, è cruciale. Soprattutto perché i numeri, quando sovrastimati, creano allarmi e pregiudizi.

La Strategia Nazionale di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030 “ha rilevato la presenza di 516 insediamenti sparsi sul territorio italiano. […] In totale le persone stimate sono state circa 30.000”. Si registrerebbe dunque un calo significativo di circa 10.000 unità nell’arco di un decennio. Questi dati, tuttavia, secondo il monitoraggio condotto negli anni da Associazione 21 luglio, al fine di raccogliere dati aggregati sulle persone residenti negli insediamenti monoetnici delle regioni italiane, non sarebbero esatti. Secondo il rapporto annuale, “Il numero delle persone presenti all’interno degli insediamenti sarebbe inferiore. Sovrastimare i numeri, in maniera più o meno consapevole, potrebbe portare sicuramente a evidenziare il problema, a stimolare l’attenzione delle istituzioni governative, a garantire finanziamenti per progetti nel settore sociale, soprattutto nel breve termine”. Ma “questa pratica porta un danno nel lungo periodo per coloro che vivono direttamente il problema”, perché “rafforza lo stigma sociale, alimenta paure collettive, fornisce legittimità a dichiarazioni di “stato di emergenza” e politiche speciali oltre a favorire comportamenti discriminatori”, si legge ancora nel rapporto presentato oggi al Senato.

In realtà, sono dunque 11.100 circa i rom e sinti stimati che vivono in insediamenti monoetnici, pari allo 0,02% della popolazione italiana. Ad oggi sono 21 le comunità rappresentate in Italia. Attualmente, si registra una diminuzione complessiva del 53% delle persone di etnia rom presenti in Italia, corrispondente a una riduzione di circa 14.900 presenze rispetto al 2016.

Qualora fosse comunque ritenuta valida la stima al rialzo del Consiglio d’Europa sul numero complessivo dei rom e sinti in Italia (180.000 unità), è possibile sostenere che di essi solo il 6% viva in emergenza abitativa.

10.580 circa sarebbero infatti i rom e sinti presenti negli insediamenti formali (baraccopoli e macroaree). Nelle 64 macroaree vivono 4.931 sinti; nelle 38 baraccopoli vivono 5.649 rom.

102 sono gli insediamenti formali all’aperto (baraccopoli e macroaree) in Italia, presenti in 75 comuni e in 13 regioni. 2.000 circa sono i rom stimati presenti nelle baraccopoli informali.

Le più grandi baraccopoli formali sono concentrate nella Città Metropolitana di Napoli e a Roma. Napoli è la città nella quale è presente la più alta concentrazione di rom in emergenza abitativa. In Italia esistono poi 2 centri di accoglienza riservati esclusivamente a persone rom nei Comuni di Latina e Napoli dove si accolgono in totale 150 persone rom.

La più grande area di edilizia residenziale pubblica monoetnica si trova in Calabria, nel Comune di Gioia Tauro.

L’aspettativa di vita di quanti presenti in baraccopoli è di almeno dieci anni inferiore a quella della popolazione italiana. Il 55% dei residenti ha meno di 18 anni. Dei rom e sinti presenti negli insediamenti istituzionali si stima che circa il 65% abbia la cittadinanza italiana. Sono meno di 1.000 i cittadini rom in emergenza abitativa a forte rischio apolidia in Italia.

I dati evidenziano inoltre come il superamento del “sistema campi” sia ormai un processo irreversibile. Da un lato, “si assiste a un crescente desiderio delle nuove generazioni di intraprendere percorsi di uscita autonoma, accompagnato dall’abbandono e dal degrado dei principali mega insediamenti, che spinge le famiglie a cercare soluzioni abitative alternative.

Dall’altro sempre più amministrazioni comunali e regionali, riconoscendo il fallimento del “sistema campi” – un residuo cieco di un modello di “accoglienza” che, con costi economici e sociali rilevanti, non accoglie né integra, ma segrega – stanno investendo risorse e attuando politiche orientate al superamento del sistema e all’inclusione”.

Ampio spazio del report è dedicato ai singoli casi e città, da Nord a Sud, e si conferma, come detto, la “grave condizione di precarietà estrema che interessa le comunità rom presenti all’interno della Città Metropolitana di Napoli”.

Gli ultimi due capitoli del testo sono dedicati in modo specifico allo stato dell’arte rispetto al superamento dei campi, con un’analisi di ogni territorio in cui si sta affermando questa realtà, e ai discorsi d’odio e agli episodi di discriminazione contro le persone di etnia rom, con una panoramica dei processi in corso.

“Come quasi mezzo secolo fa, con la Legge Basaglia, si iniziava il processo di superamento della realtà manicomiale, così oggi è in atto in Italia il processo di superamento di un’altra istituzione totale, quella dei campi rom – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio -. Nel 2010 erano 40.000 le persone concentrate al loro interno: oggi ne restano poco più di 10.000. Questo dato, mostra che, anche grazie all’instancabile lavoro di Associazione 21 luglio, è possibile ipotizzare che nei prossimi anni la triste stagione del sistema campi volga al tramonto. Su questo siamo e resteremo in prima fila perché sicuramente un Paese senza ghetti etnici sarà un Paese migliore”.

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L’area metropolitana di Napoli è il luogo peggiore in Italia per le persone rom in emergenza abitativa

L’Area Metropolitana di Napoli è la zona più complessa e problematica per le persone rom in emergenza abitativa in Italia. Lo denuncia l’Associazione 21 luglio nel report “Figli dell’abbandono”.

A Napoli e nel suo hinterland c’è il tasso più alto di persone di etnia rom che vivono in emergenza abitativa. Si tratta di 3.000 persone, pari allo 0,11% sul totale degli abitanti dell’Area metropolitana, contro un tasso nazionale dello 0,03%. Ed è sempre qui che negli anni sono sorte e si sono sviluppate le più grandi baraccopoli d’Italia, dove vive un quarto dei rom e sinti presenti negli insediamenti italiani. Si tratta di otto insediamenti formali in cinque comuni e dodici informali nei comuni di Napoli e Giugliano in Campania. A Napoli si registra inoltre un centro di accoglienza monoetnico e la presenza diffusa di famiglie rom su terreni agricoli o all’interno di immobili occupati.

(l’articolo prosegue dopo l’immagine)

Nel report sono identificate e riportate le gravi criticità, a partire dalle condizioni igienico sanitarie, rese ancora più precarie dall’assenza in alcuni casi di un sufficiente accesso all’acqua. Negli insediamenti formali e informali sono spesso presenti cumuli di rifiuti a pochi passi dalle abitazioni, con un forte impatto in termini di igiene e salute. Infine, le condizioni di vita sono rese peggiori dalla distanza dai servizi essenziali e dai problemi di registrazione anagrafica e regolarizzazione documentale.

Il rapporto “Figli dell’abbandono” conclude evidenziando le criticità maggiori che ostacolano l’avvio di percorsi di fuoriuscita dagli insediamenti: un’amministrazione pubblica paralizzata che impedisce ogni azione di tipo strutturale, una mancanza di visione politica, una comunità rom in condizioni particolarmente deprivate, un associazionismo schiacciato sulla mera emergenza, una forte presenza della criminalità organizzata, soprattutto rispetto al traffico di rifiuti.

Ad oggi nessun insediamento rom dell’Area Metropolitana di Napoli risulta essere in effettivo superamento, malgrado in Italia il numero dei “campi rom” si vada riducendo grazie a politiche di inclusione praticate da sempre più amministrazioni comunali.

A partire dai risultati del report, scaricabile sul sito dell’Associazione 21 luglio, l’11 dicembre alle ore 10:30 nella sede della Conferenza Episcopale Campana in Piazza Bartolo Longo 1 a Pompei si è tenuto il Convegno “Superare i campi rom? Si può fare”.

Nel corso del convegno i rappresentanti istituzionali delle città di Asti, Collegno e Roma hanno illustrato le politiche di superamento realizzate con successo all’interno dei loro territori e ispirate al modello MA.REA., una prassi innovativa che l’Associazione 21 luglio sta disseminando sul territorio nazionale. Secondo i relatori del convegno è auspicabile, al fine di rimuovere una condizione di immobilismo istituzionale, praticare il modello MA.REA. anche sul territorio campano, avviando un processo partecipativo che veda coinvolte le comunità rom presenti negli 8 insediamenti formali dell’Area Metropolitana di Napoli, dove vivono circa 1.700 persone.

Secondo Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, “A partire dall’insediamento di via Carrafiello, di Giugliano in Campania, il “campo rom” dove si scontano le peggiori condiziono di vita e dove i diritti dell’infanzia risultano drammaticamente violati, è possibile applicare il modello MA.REA. per avviare finalmente un processo concreto e sostenibile di superamento definitivo. Occorre per questo massima determinazione e volontà politica considerato che ingenti risorse economiche sono già impegnate e disponibili per percorsi di inclusione sociale”.

Secondo il Prefetto Michele Di Bari “Siamo sulla buona strada, ma le difficoltà sono tante. Non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo creare condizioni forti, percorrere strade mai percorse. Abbiamo un’idea di fondo che ci unisce, cioè l’umanità. Abbiamo la possibilità di unirci attraverso l’umanità”.

L’Assessore Regionale Mario Morcone ha affermato: “Il modello Ma.rea. proposto da Associazione 21 luglio potrà ottenere buoni risultati utilizzando il metodo condiviso di un’alleanza tra stakeholders. Proveremo a fare questo anche in Campania”.

“Nella complessità di situazioni che sembrano ingessate, crediamo che tutto possa cambiare, soprattutto quando ci si ritrova insieme mettendo al centro il problema. Insieme si diventa una forza capace di smuovere situazioni cristallizzate e che sembravano non modificabili. È il principio della rete: il segreto è unire le forze. Il problema dei “campi” non si risolve dalla sera alla mattina, ma è un cammino. Il problema non è avviare i processi, ma accompagnarli”, ha concluso Monsignor Giuseppe Mazzafaro.

 

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Questa azione è finanziata dall’Unione europea. I punti di vista e le opinioni espresse sono tuttavia esclusivamente
quelli dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione europea o della Commissione
europea, Direzione generale Giustizia e consumatori. Né l’Unione europea né la Commissione europea, Direzione
generale Giustizia e consumatori, possono essere ritenute responsabili.
Progetto: “RISE – Roma Inclusion and Support Effort”.

 

Presentato il Rapporto Annuale di Associazione 21 luglio sulla condizione dei rom in Italia

Roma, 9 aprile 2024 – Presentato questo pomeriggio presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, il Rapporto annuale di Associazione 21 luglio che fotografa la condizione delle comunità rom e sinte in Italia. L’evento è stato organizzato su iniziativa della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato e ha visto la partecipazione di rappresentanti istituzionali di diverse città italiane.

Baraccopoli di comunità rom in Italia

In Italia sono presenti diverse forme di alloggio che mirano ad accogliere nuclei familiari rom e sinti individuati su base etnica. Nella maggior parte dei casi, tali soluzioni non rispettano i criteri di adeguatezza stabiliti dagli standard internazionali per il diritto a una sistemazione idonea, mostrando spesso la reiterazione di un carattere segregante e discriminatorio.

Gli insediamenti formali consistono in aree create e, solitamente, gestite dalle istituzioni comunali con l’obiettivo di favorire l’accoglienza basata su criteri etnici. Tra questi è possibile registrare anche i cosiddetti insediamenti semiformali o “tollerati”, con i quali si intendono quelle aree situate su suolo pubblico, riconosciute in passato come formali, che a causa della progressiva assenza di servizi sono scivolate nella semi-formalità e di conseguenza inserite nella categoria degli insediamenti “tollerati”.

Gli insediamenti informali, che si trovano principalmente nelle periferie delle grandi città italiane, si contraddistinguono per l’utilizzo di tende o abitazioni auto-costruite, spesso immerse nella vegetazione o in zone remote e di difficile accesso.

In Italia sono circa 15.800 i rom e sinti che vivono nelle baraccopoli formali e informali, pari allo 0,03% della popolazione italiana. Circa 13.300 abitano nelle 119 baraccopoli istituzionali, presenti in 75 comuni e in 13 regioni. Nelle baraccopoli informali sono stimati circa 2.500 rom (per ulteriori info: www.ilpaesedeicampi.com).

L’aspettativa di vita di quanti presenti in insediamenti monoetnici all’aperto è di almeno 10 anni inferiore a quella della popolazione italiana. Il 55% dei residenti ha meno di 18 anni e sono circa 1.000 i cittadini rom a forte rischio apolidia in Italia.

Nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti la quasi totalità delle persone presenti risulta essere di origine rumena, mentre dei rom e sinti presenti nelle baraccopoli istituzionali si stima che circa il 62% abbia la cittadinanza italiana.

Il numero di rom e sinti presenti negli insediamenti formali e informali è in costante calo dal 2016, anno del primo rilevamento di Associazione 21 luglio, con un decremento totale ad oggi del 44%, ovvero 12.200 persone in meno.

L’Area Metropolitana di Napoli è quella nella quale è presente la più alta concentrazione di rom in emergenza abitativa e la città di Napoli registra le più grandi baraccopoli informali d’Italia. La città con il maggior numero di baraccopoli istituzionali è invece la città di Roma.

Le principali aree residenziali monoetniche sono registrate nella Regione Calabria, nello specifico nei comuni di Cosenza e Gioia Tauro.

In Italia esistono 3 centri di accoglienza riservati esclusivamente a persone rom. Sono i Centri di Raccolta Rom, presenti nei comuni di Brescia, Latina e Napoli e accolgono un totale di 330 persone riconosciute come rom.

Oltre agli insediamenti fin qui riportati, si registrano anche insediamenti privati, terreni di proprietà, spesso ad uso agricolo, nei quali numerose famiglie rom e sinte hanno scelto di stabilirsi nel corso degli anni.

Nelle grandi città metropolitane si possono riscontrare, in forma sempre più diffusa, situazioni in cui nuclei familiari rom di nazionalità rumena ed ex jugoslava, colpiti da sgomberi forzati, trovano rifugio occupando ex fabbriche, capannoni industriali abbandonati o alloggi destinati all’edilizia residenziale pubblica.

La Strategia Nazionale 2021-2030

La Strategia Nazionale di uguaglianza, di inclusione e di partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030 è stata adottata con decreto direttoriale del 23.05.2022 e ha sollevato numerose critiche da parte sia della Commissione Europea che dalla società civile. La prima ha espresso critiche che riguardano anzitutto l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che risulterebbe mancante dell’autorità necessaria per adempiere con un ruolo adeguato al coordinamento e al monitoraggio delle azioni previste nella Strategia Nazionale 2021-2030.

Anche il “Rapporto di monitoraggio della società civile sulla qualità del quadro strategico nazionale per l’uguaglianza, l’inclusione e la partecipazione dei rom in Italia” ha posto in evidenza, attraverso un’accurata analisi critica, gli specifici punti di debolezza della Strategia Nazionale 2021-2030, legati principalmente a una Strategia non vincolante che non prevede sanzioni a quelle Amministrazioni che violano apertamente i suoi princìpi.

La politica dei campi

In Italia fino al 2018 i propositi di superamento dei campi rom si sono tradotti quasi sempre nella loro costruzione e gestione in nome dell’emergenza sociale e di una presunta temporaneità. Dal 2019 sempre più Amministrazioni locali si sono adoperate per avviare e portare a compimento processi di superamento degli insediamenti monoetnici.

Nell’ultimo biennio (2022-2023) le Amministrazioni comunali di Asti, Lamezia Terme, Prato, Collegno e Roma si sono impegnate in azioni volte al superamento degli insediamenti presenti sui rispettivi territori.

Da segnalare, come esperienza virtuosa, quella del Comune di Collegno, che nell’estate 2023 ha definitivamente superato l’insediamento presente in Strada della Berlia abitato dal 1997 da una comunità rom proveniente dall’ex Jugoslavia. Tutti gli abitanti sono stati ricollocati in abitazioni convenzionali. Anche l’Amministrazione di Roma Capitale, nell’estate 2023, ha approvato il “Piano d’azione cittadino” per il superamento di 6 “villaggi attrezzati” della Capitale in cui sono attualmente presenti più di 2.000 persone.

Il commento di Associazione 21 luglio

Secondo Associazione 21 luglio si registra una marcata consapevolezza da parte di Amministrazioni comunali di diversi colori politici sulla necessità di superare definitivamente i dispositivi architettonici monoetnici denominati impropriamente “campi nomadi” realizzati a partire dagli anni ’80.

Dal 2021 Associazione 21 luglio lavora a sostegno delle Amministrazioni comunali interessate dalla presenza di comunità rom e sinte in condizione di segregazione ed emergenza abitativa proponendo il modello MA.REA. (MAppare e REAlizzare comunità), dal carattere fortemente innovativo e con un approccio partecipativo, già fatto proprio da alcune Amministrazioni.

«Il momento è storico – afferma Carlo Stasolla di Associazione 21 luglio – e particolarmente favorevole per le 75 Amministrazioni comunali che governano i territori su cui insistono i 119 insediamenti monoetnici, affinché possano, con coraggio e determinazione, avviare processi di superamento, per cancellare in forma definitiva quella “vergogna sociale” che fa sì che l’Italia dall’anno 2000 venga considerata nel panorama europeo come il “Paese dei campi”».

È possibile scaricare scaricare il Rapporto Annuale di Associazione 21 luglio ETS “Vie di uscita – La condizione delle comunità rom e sinte in Italia” cliccando QUI

TORBELLAMONACA – Ricerca-azione di una comunità al femminile nella periferia romana

TORBELLAMONACA – Ricerca-azione di una comunità al femminile nella periferia romana è il nuovo report di Associazione 21 luglio. Il report raccoglie la voce, l’opinione e le necessità di 290 donne rispetto alle difficoltà che concernono il vivere in un quartiere come questo, conosciuto come il “quartiere delle case popolari”, non a caso Tor Bella Monaca detiene il primato nazionale in termini di alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica con una percentuale di abitazioni di proprietà del patrimonio pubblico pari all’82%.

È possibile scaricare il report https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2022/05/Ricerca-TBM-13-05.pdf.

Rapporto 2021 – L’esclusione nel tempo del Covid

Rapporto_2021_L’esclusione nel tempo del Covid

Presentato il Rapporto annuale di Associazione 21 luglio – In Italia meno famiglie rom in emergenza abitativa; aumentano dei processi di superamento da parte di Amministrazioni virtuose.

Roma, 12 ottobre – L’approccio etnico, in Italia più che in Europa, ha consentito – e poi consolidato – la costruzione di un sistema abitativo per soli rom parallelo a quello proprio della società maggioritaria. Denominata non a caso il ‘Paese dei campi’, l’Italia ha assistito negli ultimi 40 anni a una presenza progressiva di baraccopoli monoetniche sull’intero territorio nazionale anche se nell’ultimo biennio si sottolineano importanti elementi di discontinuità già evidenziati negli anni precedenti.

Il Rapporto di Associazione 21 luglio, giunto ormai alla sua sesta edizione, intitolato quest’anno ‘L’esclusione nel tempo del Covid’ offre uno spaccato della situazione in Italia e nella città di Roma in un arco temporale compreso tra il primo gennaio 2020 e il 30 giugno 2021 e fortemente segnato dalla pandemia da Covid-19. Il lavoro di Associazione 21 luglio mette in rilievo luci e ombre: il consolidarsi del fenomeno di fuoriuscita dagli insediamenti; l’avvio di processi virtuosi di superamento degli stessi da parte di sempre più Amministrazioni locali; l’organizzazione di sgomberi forzati anche dopo il Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020 che prevedeva «una moratoria delle esecuzioni degli sgomberi a causa dell’emergenza pandemica».

Dati e numeri in Italia: un calo di presenze che in 5 anni raggiunge il 36%. In Italia solo 1 rom su 10 vive nei “campi”

In Italia sono 109 gli insediamenti formali – ovvero progettati, costruiti e gestiti dalle Amministrazioni locali – distribuiti in 63 comuni e 13 regioni. In totale sono circa 17.800 i rom e sinti che vivono nelle baraccopoli formali e informali, pari allo 0,03% della popolazione italiana. Di questi 11.300 sono presenti nelle baraccopoli formali e 6.500 nelle baraccopoli informali e microinsediamenti. Dei rom e sinti presenti nelle baraccopoli istituzionali si stima che circa il 49% abbia la cittadinanza italiana, il 41% sia in possesso della nazionalità dei Paesi dell’ex Jugoslava, il 10% la cittadinanza rumena, con meno di 1.000 cittadini a rischio apolidia. Il numero delle persone residenti negli insediamenti monoetnici italiani è sceso, tra il 2016 e il 2021 di ben 10.000 unità, con un decremento pari al 36,5% (del 37% negli insediamenti formali e del 35% negli insediamenti informali),

Le cause vanno ricercate nel desiderio delle nuove generazioni residenti nei “campi” di intraprendere un percorso di fuoriuscita autonomo; le azioni di sgombero forzato che hanno spinto molte famiglie alla dispersione sul territorio; il ritorno nel Paese di origine per i cittadini comunitari; il processo virtuoso di alcune Amministrazioni locali verso il superamento dei “campi rom”.

Alla luce di questi numeri, se fosse confermata la stima del Consiglio d’Europa di una presenza di persone rom in Italia pari a 180.000 unità, si potrebbe affermare che allo stato attuale, nel nostro Paese, meno di 1 cittadino rom su 10, può essere identificato come un abitante del “campo”. Una verità – secondo Associazione 21 luglio – destinata da sola a smontare un caleidoscopio di “leggende urbane” ancorate a stereotipi e pregiudizi.

La politica dei campi: la strada verso il loro superamento

Risale al 2018 l’ultima realizzazione, nel Comune di Afragola, di un insediamento per soli rom. Nello stesso anno si è andata rafforzando una politica locale del loro superamento attraverso processi inclusivi a partire dai Comuni di Moncalieri e Sesto Fiorentino. Su questa scia sempre più Amministrazioni hanno dimostrato consapevolezza sull’importanza di porre fine a tali spazi di segregazione etnica da Ferrara a Palermo, da Olbia a Siracusa.

Nel periodo compreso dal Rapporto, malgrado le difficoltà dettate dal periodo pandemico, risultano essere stati superati 4 insediamenti nei Comuni di Firenze, Cerea, Porto Torres e Roma. Sono invece ben 15 i “campi rom” le cui azioni di superamento dovrebbero concludersi nei prossimi 18 mesi.

Tali esperienze, con i loro successi e fallimenti, aprono nuove strade verso la chiusura definitiva della triste stagione dei “campi rom” e andrebbero supportate da una nuova “Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom” che dovrà risultare più incisiva e vincolante.

Diminuiscono, ma non si arrestano, le azioni di sgombero forzato

Malgrado il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020 prevedesse «una moratoria delle esecuzioni degli sgomberi a causa dell’emergenza pandemica» non si sono arrestate in Italia le azioni di sgombero forzato nei confronti delle comunità rom presenti negli insediamenti informali. Tra il gennaio del 2020 e il giugno del 2021 sono state ben 70 (35 nel Nord Italia, 24 nel Centro e 11 nel Sud Italia) in calo del 52% rispetto al 2019. Si segnala il forte peso specifico riconosciuto alle azioni organizzate dal Comune di Roma, con ben 17 sgomberi effettuati, un quarto di quelli registrati su scala nazionale.

Nel periodo segnato dalla pandemia da Covid-19 sono state due le azioni di sgombero più violente: quella realizzate a Roma (insediamento del Foro Italico sgomberato l’11 agosto 2020) e a Torino (insediamento di Germagnano esterno sgomberato il 20 agosto 2020). Non è un caso che le due città siano le uniche nelle quali sia prevalente l’approccio etnico con un “Ufficio Speciale” dedicato alla “questione rom” in seno all’Amministrazione e un “Piano rom” espressamente rivolto alle comunità riconosciute come tali.

Associazione 21 luglio: ora occorre l’impulso del Governo centrale

Secondo Associazione 21 luglio nel periodo dell’emergenza da Covid-19 si è assistito a un’accelerazione del processo di riflessione sulla necessità di superare gli insediamenti monoetnici, riconosciuti ormai da tutti come troppo impegnativi economicamente e lesivi dei diritti fondamentali.

«Mai come in questo momento risulta fondamentale – sostiene Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – dare impulso a processi virtuosi, chiudere “Uffici Speciali”, sostenere le famiglie che da questi ghetti vogliono uscire, facilitare l’accesso a servizi ordinari. La battaglia, anzitutto culturale, che da più di un decennio Associazione 21 luglio sta conducendo per la fine di questa “vergogna nazionale” denominata “sistema campi” – conclude Stasolla – sta andando nella giusta direzione e nei prossimi anni risulterà decisivo l’intervento del Governo centrale al fine di sostenere Amministrazioni locali, troppo spesso isolate nell’affrontare questa sfida che, se vinta, consentirà al Paese di chiudere finalmente una buia parentesi storica che parla il linguaggio dalla discriminazione e l’esclusione sociale».

 

Prima indagine nazionale sulla condizione giuridica dei rom originari dell’ex Jugoslavia

Associazione 21 luglio: «Si colma finalmente un gap conoscitivo. La conoscenza dei numeri indispensabile per politiche mirate».

 

Roma, 29 gennaio 2021 – Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, iniziata con la morte di Tito nel 1980 e la guerra civile che ne è scaturita, migliaia di cittadini sono scappati dal loro Paese di origine per trovare riparo nelle periferie delle metropoli italiane. Si stima che negli anni Ottanta e Novanta siano stati almeno 40mila i cittadini di origine rom in fuga dal conflitto balcanico e stanziatisi inizialmente all’interno di tende o di roulotte prima che venissero costruiti i cosiddetti campi rom dove concentrare persone considerate erroneamente di cultura “nomade”.

Negli ultimi 30 anni la condizione giuridica di molti di loro non è mai stata sanata. La cancellazione anagrafica disposta dal Paese di provenienza e l’impossibilità ad ottenere un permesso di soggiorno italiano li ha fatti piombare in una sorta di limbo giuridico che si è tradotto per molti in una condizione di apolidia de facto senza alcun tipo di riconoscimento. Persone senza diritti perché inesistenti per lo Stato italiano e le amministrazioni locali.

Quanti sono oggi i cittadini rom a rischio apolidia presenti negli insediamenti italiani? Sino ad oggi svariati sono stati i numeri stimati. Nel 2008 fu l’ISPO (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione) a stimare «almeno 20/25.000 giovani rom soprattutto dell’ex Jugoslavia che non hanno cittadinanza: non sono stati riconosciuti nei Paesi di origine, parlano solo italiano e romanès e sono senza documenti». Tre anni dopo la Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato ha indicato altre cifre relative alla condizione che «riguarda i minori, figli (e sempre più spesso nipoti) di rom provenienti da quella che fu la Jugoslavia: si può stimare che si tratti di circa 15.000 giovani». Tali numeri, non supportati da studi e ricerche, hanno fatto sì che negli anni si promuovessero disegni di legge, si creassero Tavoli di lavoro anche all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si impegnassero fondi per l’implementazione di progettualità su larga scala.

Associazione 21 luglio ha voluto indagare sull’entità del fenomeno e, con la ricerca ‘Fantasmi urbani’, ha condotto un’analisi meticolosa e puntuale sulla presenza, in Italia, dei cittadini di origine jugoslava a rischio apolidia. Uno studio i cui risultati marcano una forte differenza rispetto ai dati di riferimento assunti anche dal Governo italiano. L’indagine è partita da un ampio campione rappresentato dal 36,5% del totale di cittadini dell’ex Jugoslavia presenti nei “campi rom” italiani. Per raccogliere i dati sono state incontrate 2.666 persone e visitati 17 insediamenti in 8 Comuni italiani.

Alla luce dei risultati emersi, le persone originarie dell’ex Jugoslavia a rischio apolidia, perché prive di passaporto e di permesso di soggiorno, residenti nei “campi rom” italiani sono circa 860, un numero ben lontano dalla forbice sino ad ora stimata di 15.000/25.000 unità. Di essi poco meno di 500 dovrebbero essere rappresentati da minori.

Secondo Associazione 21 luglio un numero così esiguo, assai lontano dalle cifre passate non fondate su basi scientifiche, ridimensiona il fenomeno e soprattutto consente finalmente l’attivazione di politiche mirate a singoli contesti e specifiche situazioni locali.

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“Asyslum. Dalle ‘istituzioni totali’ di Goffman ai ‘campi rom’ della città di Roma

«Per definire l’oggetto del presente studio, cioè i “campi rom” voluti, finanziati e in parte realizzati da tutte le Giunte Capitoline tra il 1994 e il 2018, sono necessari un neologismo e una metafora.

La metafora è quella del “campo rom” come istituzione totale, il neologismo è AsySlum.

AsySlum è un neologismo formato da due parole, Asylums e Slum. Il primo termine richiama il titolo dell’omonimo lavoro di Goffman, a cui la presente ricerca si è ispirata. Slum – al pari di favela, baraccopoli, bidonville – è un termine che indica un insediamento urbano densamente popolato e collocato ai margini di una metropoli.

I “campi rom” allestiti a Roma dall’Amministrazione locale, quindi con i soldi pubblici, dall’inizio degli anni Novanta e la seconda decade degli anni Duemila, sono tecnicamente degli slum monoetnici, dove sono state concentrate, con
intento segregazionista (Asylum), le famiglie in emergenza abitativa assimilabili alla categoria dei rom».

Asyslum – La ricerca di Associazione 21 luglio

Periferie lontane – Rapporto annuale 2019

Periferie lontane – Rapporto annuale 2019

 

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