Archivio per mese: Gennaio, 2016

Campi di concentramento in Italia: l'internamento di Vittoria Levakovich

Vittoria Levakovich, “zingara” italiana (così vengono chiamati nei documenti ufficiali i rom e i sinti presenti in Italia durante il fascismo), sta scontando il confino sull’isola di Ustica insieme al marito quando l’uomo muore improvvisamente. È il 1940, lo stesso anno in cui l’Italia entra in guerra.
Vittoria è rimasta completamente sola, il suo compagno è morto, parte della sua famiglia sta scontando la pena di “internamento libero” nel comune di Porpetto, in Friuli. Suo figlio Lionello è arruolato nelle file dell’esercito italiano, per prestare servizio in un paese in cui la politica e le istituzioni non intendono considerare gli “zingari” parte del proprio tessuto sociale e della propria storia.
Vittoria viene trasferita in diversi campi di concentramento, prima a Vinchiaturo, in provincia di Campobasso, poi è deportata ad Agnone – nel 1943 – nell’ex convento di San Bernardino. Questo edificio raccoglieva inizialmente ebrei e oppositori politici, poi viene riservato alla detenzione dei soli rom e sinti. Le condizioni di vita in questo campo sono particolarmente dure: non ci sono riscaldamenti né stufette, il vitto è molto scarso, i prigionieri soffrono di malnutrizione e anche le condizioni igienico-sanitarie sono molto precarie.
Durante la prigionia della madre, Lionello è molto preoccupato per le misere condizioni di vita della donna e dal fronte scrive più volte alle istituzioni per chiedere di liberarla. Forse per effetto delle sue preghiere, forse per coincidenza, Vittoria viene scarcerata ma da quel momento di lei non si hanno più notizie nei documenti d’archivio. Si ha testimonianza però delle sorti del figlio, registrato negli elenchi dei deportati nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, dove muore a causa di privazioni e sforzi fisici.
La vita di Vittoria Levakovich e della sua famiglia è stata raccontata da Rosa Corbelletto, ricercatrice dell’Università degli Studi di Torino, durante il convegno al Senato che si è tenuto in occasione della Giornata della Memoria: “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo”.
Durante la ricostruzione della vita di Vittoria, la ricercatrice ha sottolineato l’arbitrarietà dei criteri con cui le istituzioni preposte consideravano la “pericolosità” delle persone deportate, internate e confinate.
Foto di PietrabbondanteBlog

Attività con i minori rom: riprendono i laboratori di "Amarò Foro"

Sono ripartite le attività educative del progetto “Amarò Foro – La nostra città” – finanziato da Nando Peretti Foundation e dalla Fondazione Alta Mane Italia – avviato l’anno scorso dall’Associazione 21 luglio e destinato ai minori rom tra i 7 e gli 11 anni.
Attraverso laboratori di break dance, canto e musica (soprattutto strumenti a fiato e percussioni), i bambini diventano produttori attivi di arte, riappropriandosi del ruolo di protagonisti dentro quella città da cui troppo spesso vengono esclusi a causa delle condizioni di disagio in cui vivono. La novità di quest’anno è l’avvio di un laboratorio di rap, che coinvolgerà anche giovani adolescenti tra i 12 e i 15 anni.
Nel percorso tracciato da “Amarò Foro” il bambino è un veicolo di cambiamento ed emancipazione, oltre che di sé stesso anche del contesto in cui vive. Per questo gli operatori dell’Associazione 21 luglio, parallelamente alle attività di laboratorio con i ragazzi, lavorano anche con le famiglie per assicurare loro l’accesso ai servizi fondamentali come sanità e iscrizioni scolastiche.
Durante l’anno i bambini parteciperanno a visite guidate nei tanti luoghi d’interesse a Roma e saranno accompagnati ad eventi ludici e culturali, per arricchire la loro formazione artistica e rafforzare la costruzione del percorso intrapreso verso una cittadinanza attiva.
Il video dello spettacolo dei bambini di “Amarò Foro” al Teatro Vascello di Roma.

Foto: Giovanni Pulice

Storie di donne rom durante il fascismo: la vita di Rosa Raidich

Non solo Germania e Polonia, anche l’Italia si è macchiata dell’orrore dei campi di internamento. Durante il fascismo la Sardegna è stata terra di deportazioni e tra il ‘38 e il ‘40 è diventata meta forzata dei rom e dei sinti – italiani e non – residenti in Istria o altre zone di confine, che subirono rastrellamenti durante il regime.
Rosa Raidich è una delle tante donne rom italiane a cui viene inflitta in maniera arbitraria la pena del confino, cui è condannata per 5 anni nel 1938 dalla Commissione provinciale di Pola.
Rosa è nata e cresciuta a Castelverde di Pisino, nell’Istria che prima appartiene agli Asburgo poi all’Italia. Quando scatta l’ordinanza di confino contro di lei, Rosa ha 27 anni e due figli piccoli, Marcello e Vittorio. Partono per Chiaramonti, in provincia di Sassari, tra le campagne polverose di una Sardegna all’epoca ancora molto povera ed isolata.
Durante la permanenza forzata sull’isola, Rosa è condannata più volte per accattonaggio, un reato a cui è di fatto condannata: sola e con quattro figli (durante il confino dà alla luce altri due bambini) non ha i soldi per sfamare e vestire la sua famiglia e persino il sussidio che le spetterebbe di diritto tarda ad arrivare. Viene spostata da una località all’altra, rifiutata da tutti: dopo Chiaramonte, la mandano a Busachi, Ovodda poi Perdasdefogu. Scrive lettere disperate alle istituzioni per chiedere il sussidio e un luogo meno freddo in cui abitare. Le istituzioni sono molto lente nel rispondere e allo scadere della pena, anziché rimpatriarla le prolungano ulteriormente il periodo obbligatorio di confino. I commercianti non le fanno più credito e anche i suoi figli ne fanno le spese: sono “scalzi, deperiti e pallidini” nelle testimonianze d’archivio.
Mussolini istituisce nel ’26 il confino come misura repressiva, e parlandone alla Camera a maggio dell’anno successivo lo definisce un “modo intelligente” di fare repressione, «non è terrore, è igiene sociale» – affermava – «si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto». Il prefetto presiedeva la commissione provinciale che deliberava il confino, e con criteri del tutto discrezionali definiva i “soggetti socialmente pericolosi” da condannare al confino.
La vita di Rosa Raidich è stata raccontata da Licia Porcedda, ricercatrice presso l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, durante il convegno “La deportazione e l’internamento: storie di donne rom durante il fascismo”, organizzato al Senato in occasione della Giornata della Memoria.
Conoscere la storia di Rosa significa conoscere e capire la sorte a cui è stata condannata l’intera popolazione dei rom e dei sinti durante il regime e la guerra. Oltre al confino e la deportazione, i reati di cui è stata accusata, come l’accattonaggio, sono di fatto reati a cui le stesse istituzioni l’avevano condannata. «Moltiplicate quello che vi ho raccontato per 500 rom e sinti» – ha concluso Licia Porcedda – «tanti sono i nomi ritrovati nei documenti d’archivio – confinati, internati, deportati in Italia durante la seconda guerra mondiale. E chissà quanti nomi mancano».
Foto di Sardiniapost.it

Giorno della Memoria: al Senato il ricordo dello sterminio dei rom, a Roma l'ennesimo sgombero

Si stima che tra i caduti per mano del regime nazifascista vi siano tra i 500.000 e 1,5 milioni di rom e sinti. La persecuzione, l’internamento, il confino e lo sterminio di tali comunità, tuttavia, restano ancora una pagina di storia, italiana ed europea, oscurata e dimenticata.
Se ne è parlato quest’oggi, in occasione della Giorno della Memoria, durante il convegno “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo” organizzato dalla Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e la CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato.
«Spiace constatare come nel giorno in cui nel mondo si commemorano le tante vittime rom e sinte del nazifascismo, a Roma, nel cuore del Giubileo della Misericordia, le autorità locali abbiano effettuato proprio oggi l’ennesimo sgombero forzato di un insediamento rom nella Capitale: un’azione che calpesta e viola i diritti umani di uomini, donne e bambini», ha affermato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, in riferimento allo sgombero di oggi a Roma, nei pressi della stazione Nomentana.
Lo sterminio di rom e sinti – da alcuni battezzato come “Porrajmos”, (il grande divoramento, in lingua romanès), da altri come “Samudaripen” (tutti morti) – non ha avuto un riconoscimento ufficiale durante i processi di Norimberga del 1945, nonostante fosse richiamato più volte negli atti presentati ai tribunali militari internazionali.
Lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington D.C. riporta che solo nel 1979 il Parlamento Federale della Germania dell’Ovest ha riconosciuto la persecuzione per motivi razziali perpetrata dal regime nazista nei confronti del popolo rom.
Il 15 aprile 2015 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione per istituire la Giornata internazionale per la commemorazione dell’Olocausto dei rom (International Roma Holocaust Memorial Day), da celebrarsi il 2 agosto di ogni anno, in ricordo dei 2.897 rom uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 (Guarda la video testimonianza del sopravvissuto Piero Terracina).
Anche l’Italia, durante il fascismo, ha conosciuto il fenomeno delle persecuzioni e del rastrellamento delle comunità rom e sinte. Tuttavia, nel nostro Paese non è ancora avvenuto un riconoscimento ufficiale per commemorare questo capitolo di storia nazionale. A tal proposito, lo scorso anno, i senatori Luigi Manconi, Manuela Serra, Francesco Palermo e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato, hanno presentato un disegno di legge che prevede di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria (la legge n.11 del 20 luglio 2000), che si celebra il 27 gennaio di ogni anno.
«Dimenticando la parola “rom” nelle commemorazioni delle vittime si toglie a questa minoranza una parte importante della sua storia – ha detto oggi il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Manconi – In Italia circa 25 mila rom e sinti sono stati internati ai tempi del fascismo e in un momento come quello odierno, in cui i rom sono il bersaglio di una forte ondata di odio, è più che mai opportuno ricordare le persecuzioni di cui sono stati vittime, per restituire loro dignità e riconoscerli come titolari di diritti».
Le persecuzioni di rom e sinti in Italia, ai tempi del fascismo, sono avvenute attraverso quattro tappe temporali, a cominciare dai primi interventi diretti del regime nei confronti degli “zingari” stranieri presenti sul territorio nazionale.
Il 19 febbraio 1926 una circolare del Ministero degli Interni disponeva infatti il respingimento delle carovane in entrata nel territorio nazionale «anche se muniti di regolare passaporto», e di espulsione di quelle già soggiornanti in Italia e di origine straniera. La disposizione verso queste persone veniva ribadita nell’estate successiva e ne veniva sottolineata «la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica».
Gli anni tra il 1938 e il 1942 sono stati invece segnati dall’esecuzione di una regolare pulizia etnica alle frontiere. A partire dal gennaio del ’38 venivano raccolte le liste dei nomi delle famiglie rom presenti in Istria e dal mese successivo avvenivano le prime deportazioni verso il confino, dal porto di Civitavecchia verso la Sardegna. Dal 1940 la stessa sorte toccava agli “zingari” intercettati in Trentino Alto Adige.
Dall’11 settembre 1940 il capo della Polizia ordinava un sistematico rastrellamento di tutti i rom «di nazionalità italiana certa o presunta» ancora presenti sul territorio nazionale. In numerose località italiane venivano predisposti diversi luoghi di concentramento: alcuni riservati solo agli “zingari” (Agnone, Boiano, Tossicia, Gonars, Prignano sulla Secchia, Berra); in altri venivano deportati rom e non solo (Vinchiaturo, Isole Tremiti, Casacalenda). Ai rimanenti toccava la reclusione all’interno delle carceri o la fuga sul Monte Maiella.
Nell’ultimo periodo, tra il 1943 e il 1944, veniva attuata la “soluzione finale” attraverso le deportazioni nei campi di sterminio nazisti.
Tra le vittime delle persecuzioni, numerose erano le donne. Le loro storie, e quelle delle loro famiglie, sono state ricordate, nel corso del convegno al Senato, dalle ricercatrici Licia Porcedda (École des hautes études en sciences sociales di Parigi) e Rosa Corbelletto (Università degli Studi di Torino).
In particolare, è stata ricordata la vita di Rosa Raidich durante il periodo dei rastrellamenti, madre di due bambini, che venne inviata al confino in Sardegna nel 1938 all’età di 27 anni. Nel 1943 sarebbe dovuto scadere il periodo di confino, ma – anziché rientrare a casa – a Rosa venne prolungato per altri cinque anni, in quanto «zingara pregiudicata pericolosa per l’ordine e la sicurezza pubblica».
Costretta in una terra che non conosceva e dove non era la benvenuta, si ritrovò povera tra gente povera, isolata e con quattro figli da vestire e sfamare (durante la segregazione diede alla luce altri due bambini). Per sopravvivere e dar da mangiare alla sua famiglia, la donna fu costretta a prostituirsi e a chiedere l’elemosina.
Per commemorare le vittime di ieri e tenere alta l’attenzione sulle discriminazioni che ancora oggi colpiscono rom e sinti in Italia, nel corso del convegno è intervenuta anche Ivana Nikolic, giovane attivista rom, da Torino, che ha parlato del Manifesto Primavera Romanì, un documento per un’Italia unita, libera e che abbracci la diversità culturale di cui è composta, redatto da 25 giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri, tra cui la stessa Ivana. Ivana Nikolic è peraltro stata tra le organizzatrici del flash mob “Attenti a non ripetere”, che si è tenuto a Torino il 24 gennaio scorso, per ricordare tutte le vittime del nazifascismo.
«Il genocidio dei rom – ha detto il presidente della Cild Patrizio Gonnella, in conclusione del convegno – deve essere ricordato sempre e da tutti, altrimenti non saremo mai capaci di costruire una società senza razzismo e violenza».

Insulto De Rossi, «Auspichiamo intervento giustizia sportiva»

In seguito all’insulto rivolto dal calciatore della Roma Daniele De Rossi nei confronti dell’attaccante croato della Juventus Mario Mandzukic («Muto, zingaro di m…»), in occasione della partita di calcio tra le due squadre giocata domenica sera a Torino, Associazione 21 luglio e Popica Onlus, organizzazioni impegnate nella promozione dei diritti umani di rom e sinti in Italia, auspicano un pronto intervento da parte della giustizia sportiva, così come avvenuto solo pochi giorni fa in occasione della lite tra gli allenatori di Napoli e Inter, Maurizio Sarri e Roberto Mancini.
L’ingiuria rivolta da De Rossi a Mandzukic, ripresa dalle telecamere e diffusa dai media e sul web, si connota per l’utilizzo di un linguaggio improprio e altamente offensivo che ha come conseguenza ultima quella di arrecare un danno alle persone appartenenti alla comunità rom e sinta e di contribuire a diffondere pregiudizi e stereotipi negativi nei loro confronti.
La parola “zingaro”, infatti, è un eteronimo imposto dalla società maggioritaria nei confronti di un gruppo che non si definisce così. Il termine è percepito come offensivo dai rom e dai sinti che vivono nel nostro Paese e, nel tempo, ha acquistato una accezione fortemente negativa, paragonabile a un insulto razziale come “negro”, per citare un esempio.
L’ingiuria di domenica sera allo Juventus Stadium giunge soltanto a pochi giorni dai pesanti insulti (“frocio”, “finocchio”) rivolti dall’allenatore del Napoli Sarri al tecnico interista Mancini. 
Parole, che hanno creato una forte ondata di indignazione, che sono costate al tecnico partenopeo due giornate di squalifica in Coppa Italia, sebbene il giudice sportivo non abbia considerato l’aggravante discriminatoria.
Di fronte ai fatti di Torino, pertanto, Associazione 21 luglio e Popica Onlus si attendono dalla giustizia sportiva una risposta almeno dello stesso livello, in modo da scoraggiare, in futuro, comportamenti simili da parte dei protagonisti del mondo del calcio e porre un deciso argine alla diffusione di sentimenti ostili e incitanti all’odio, che non possono e non devono trovare spazio nelle cronache domenicali dello sport più amato e seguito nel nostro Paese.
Foto: Roma Today

Giornata della Memoria: al Senato storie di donne rom durante il fascismo

Tra le vittime delle persecuzioni nazifasciste, che si ricordano il 27 gennaio di ogni anno in occasione della Giornata della Memoria, si stima vi siano tra i 500.000 e 1,5 milioni di rom e sinti.
Il confino, la deportazione e l’internamento di rom e sinti caratterizzarono profondamente anche il nostro Paese e riguardarono, in un primo momento, gli “zingari” stranieri che vivevano nei pressi delle frontiere italiane, in particolare in Istria. Da lì, queste persone furono deportate soprattutto nei luoghi di confino e internamento presenti in Sardegna, come quello di Perdasdefogu, così come in altre località sul territorio nazionale. Stessa sorte toccò poi agli “zingari” di nazionalità italiana.

Tra di loro numerose erano le donne.  Per ricordare le loro storie e quelle delle loro famiglie,  la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e la Cild (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili), in collaborazione con l’Associazione 21 luglio

invitano al convegno

La deportazione e l’internamento.
Storie di donne rom durante il fascismo

27 gennaio 2016 – ore 11
Sala Caduti di Nassirya – Senato della Repubblica
Piazza Madama 11 – Roma

Introduce

Luigi Manconi
Presidente Commissione Diritti Umani del Senato

Coordina

Carlo Stasolla
Presidente Associazione 21 luglio

Intervengono

Rosa Corbelletto
Università degli Studi di Torino

Licia Porcedda
École des hautes études en sciences sociales, Parigi

Ivana Nikolic
Attivista rom

Conclude 

Patrizio Gonnella
Presidente CILD

L’accesso alla sala è consentito sino al raggiungimento della capienza massima.
Per gli uomini sono obbligatorie giacca e cravatta.
Si ricorda che per accedere al Senato è obbligatorio l’accredito.
Per informazioni e accrediti: 06. 67065299 dirittiumani@senato.it
I giornalisti devono accreditarsi presso l’Ufficio stampa del Senato
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Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611
Email: stampa@21luglio.org 

Attenti a non ripetere: flash mob in ricordo delle vittime dello sterminio nazifascista

 
Anche quest’anno, in occasione della Giornata della Memoria, l’Associazione 21 luglio aderisce alla campagna “Attenti a non ripetere” per ricordare tutte le vittime dello sterminio nazifascista al tempo della Seconda Guerra Mondiale.
Nell’ambito della campagna, promossa da un gruppo di giovani tra cui l’attivista rom Ivana Nikolic – una delle co-autrici del Manifesto Primavera Romanì, presentato nei mesi scorsi in Senato  – il 24 gennaio alle ore 16 in Piazza Castello, a Torino, verrà organizzato il flash mob “Resta connesso con il passato“.
L’azione prevede la lettura di poesie e testimonianze, momenti di raccoglimento, canti e la possibilità di partecipare a una Biblioteca Vivente, promossa dall’associazione Giosef, per ascoltare le storie di persone vittime di discriminazione nell’Italia di oggi.
Si invitano tutti coloro che il 24 gennaio si troveranno nel capoluogo piemontese a prendere parte all’iniziativa.
Aderiscono alla campagna:
Maurice GLBTQ
Arcygay Torino
ASGI
Associazione 21 luglio Onlus
Handicap e Sviluppo onlus
Cantiere SoS
Asai
Bagni Pubblici via Aglie
Giuristi Democratici di Torino
Fondazione della comunita di Mirafiori onlus
Associazione Giosef
Roma Youth Active

«E chi siete fango? Anzi guano viste le vie di Roma»

«E chi siete fango? Anzi guano viste le vie di Roma».
Né dolcetti, né carbone quest’anno nella calza della Befana dell’Associazione 21 luglio. In compenso sono arrivati i tweet del vice presidente del Senato e senatore del gruppo Forza Italia – Popolo della Libertà Maurizio Gasparri, che ha paragonato l’Associazione 21 luglio, realtà impegnata da anni nella tutela e promozione dei diritti umani di rom e sinti in Italia, al guano romano.
Il senatore Gasparri, che non è nuovo a diatribe sui social con i cybernauti che entrano in contatto con lui, ha risposto a un tweet dell’Associazione 21 luglio in riferimento a una esternazione del vice presidente del Senato sulla presenza, il giorno della Befana a Piazza Navona, di associazioni e onlus al posto delle classiche bancarelle di venditori di dolciumi e giocattoli, bloccati quest’anno a causa di irregolarità nel bando, così come riscontrato dall’Autorità Anti Corruzione.
«La presenza che si annuncia di gay, rom, trans e compagnia cantando che domineranno la piazza offende una tradizione che non si richiama solo alla Befana, ma anche al presepe», aveva affermato alla stampa Gasparri, giudicando uno “sconcio” la presenza nella bellissima Piazza Navona delle associazioni, tra cui anche l’Associazione 21 luglio che partecipa all’iniziativa della Befana Solidale con un proprio banchetto.
Attraverso il suo profilo Twitter, l’Associazione 21 luglio ha quindi lanciato un tweet rivendicando la propria partecipazione all’iniziativa in Piazza Navona: «@gasparripdl non l’ha presa bene. Ma ci saremo anche noi, con i gay, trans e compagnia cantando che invaderanno Piazza Navona».
Un tweet a cui è seguita una risposta, che difficilmente ci si aspetterebbe da un rappresentante delle istituzioni, quale il vice presidente del Senato Gasparri.

La conversazione è quindi continuata a colpi di cinguettii, con l’Associazione 21 luglio che ha cercato di replicare a una serie di luoghi comuni e stereotipi su rom e sinti, che si rifanno al sentito dire piuttosto che a dati e statistiche reali, sciorinati da Maurizio Gasparri.
Finché il senatore Gasparri, respingendo al mittente l’invito ad approfondire il tema rom attraverso la campagna dell’Associazione 21 luglio “Rom, cittadini dell’Italia che verrà“, ha chiosato con un tweet in cui ha rispolverato lo slogan salviniano della ruspa per tutti, auspicando lo “sgombro” per i campi abusivi (Lo stesso Matteo Salvini, del resto, su Facebook e Twitter aveva invocato lo scorso luglio la ruspa nei nostri confronti).
E allora oggi, per il pranzo della Befana, mangeremo sgombro, un pesce molto buono…
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