Camping River

Camping River: il "campo" non chiude. Cambia la forma ma non la sostanza?

Il “Piano bufala” del Comune di Roma si è finalmente svelato con una delibera di Giunta: il “campo” Camping River potrebbe cambiare solo il nome senza essere superato. «Associazione 21 luglio: incredibile mistificazione della realtà sulla pelle dei rom».
ROMA – 28/9/2017. Il “Piano per il superamento dei campi rom” della Giunta Raggi è arrivato alla prova dei fatti e i nodi vengono al pettine. Il primo “campo” da chiudere secondo il Piano di Giunta rischia di cambiare solo il nome. Il superamento del Camping River, decretato per il 30 settembre 2017, potrebbe essere solo fittizio e le famiglie rom fino ad ora residenti continueranno probabilmente temporaneamente ad abitarvi.
GLI ANTEFATTI
Da alcuni mesi Associazione 21 luglio ha sollevato ripetutamente l’attenzione sulla poca trasparenza del Comune di Roma nella gestione del superamento di Camping River, dove vivono dal 2005 circa 400 persone di origine rom.  L’insediamento, affidato da 12 anni all’ente gestore secondo la procedura diretta, doveva essere chiuso a seguito della sollecitazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC). Il Comune di Roma si era quindi affrettato ad indire un bando di gara per una nuova assegnazione. A chiusura del bando per l’affidamento dei servizi e al momento dell’apertura del plico pervenuto negli uffici del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale, l’unica offerta pervenuta risultava essere quella dello stesso ente che dal 2005 gestisce l’accoglienza delle famiglie nel Villaggio River. In questa occasione Associazione 21 luglio aveva inviato un esposto all’ANAC nel quale si segnalava come la gara d’appalto sembrasse essere stata redatta proprio in funzione dell’unico concorrente.
In seguito alla mancata aggiudicazione del bando e dopo la presentazione del “Piano per il superamento dei campi rom”, con la deliberazione n. 146 del 28 giugno 2017 la Giunta Capitolina ha inserito – oltre a “La Monachina” e “La Barbuta” – il “villaggio” rom di Camping River come primo insediamento da chiudere, includendo le misure di sostegno economico per le famiglie beneficiarie previste dal Piano per le famiglie in condizioni di fragilità sociale. In questo documento si parla di «incentivo finalizzato a finanziare la compartecipazione alla spesa per l’utilizzo di moduli abitativi», terminologia sospetta perché differente rispetto a quella utilizzata nella Delibera del Piano in cui si parla invece di «civile abitazione». Paventando l’eventualità che si trattasse di un escamotage, Associazione 21 luglio ha inviato una nuova segnalazione all’ANAC adombrando il sospetto che rientrasse nell’intenzione delle autorità Capitoline quella di collocare le famiglie rom negli stessi moduli abitativi presenti nell’insediamento che in realtà si prevedeva di chiudere.
Oggi, a seguito della pubblicazione della deliberazione n. 201 del 15 settembre 2017, il sospetto ha trovato conferma: per ovviare alla scadenza dell’assegnazione di gestione all’ente attualmente competente, a partire dal 30 settembre gli attuali residenti avranno la possibilità di «utilizzare le misure di sostegno all’inclusione abitativa anche per l’accesso a strutture ricettive dirette all’ospitalità temporanea […] a decorrere dal 30.09.2017, data prevista per la chiusura del villaggio e fino al 31.03.2018. […] L’Amministrazione capitolina resta esclusa da qualsiasi responsabilità nei confronti della struttura ricettiva, sia in ordine al pagamento delle spese per l’ospitalità, che per la permanenza nella struttura medesima».  Il risultato? I rom potranno reperire nelle prossime 48 ore una struttura ricettiva adeguata o restare nell’attuale camping regolarmente autorizzato. Il “campo” resta ma cambia nome, passando da “villaggio attrezzato” a “struttura ricettiva temporanea”.
L’ESCAMOTAGE
A luglio i circa 420 ospiti della struttura erano stati avvisati dell’imminente “chiusura” (il 30 settembre) e veniva ribadita la possibilità, per le famiglie in condizioni di indigenza, di accedere alle misure di sostegno economico previste dal Piano. Contestualmente i residenti, dietro insistenza dei rappresentanti comunali, apponevano la propria firma a un modulo preposto per l’adesione al Patto di Solidarietà, necessario per accedere agli strumenti di sussidio previsti per la fuoriuscita dal “campo” delle famiglie più fragili. Ma una volta completati gli accertamenti patrimoniali della Guardia di Finanza, i nuclei risultati idonei – stragrande maggioranza sul totale dei residenti – sono stati praticamente abbandonati al loro destino. L’attività di monitoraggio di Associazione 21 luglio ha permesso infatti di constatare che i colloqui tra queste famiglie e gli assistenti sociali dell’Amministrazione Capitolina, non sono stati di alcun supporto né facilitazione per il raggiungimento dell’obiettivo di fuoriuscita entro i limiti di tempo stabiliti. Alle famiglie è stato semplicemente proposto di provvedere autonomamente alla stipula di un contratto di locazione a seguito del quale l’Amministrazione avrebbe provveduto ad elargire un contributo parziale.
Di fronte all’impossibilità oggettiva delle famiglie a reperire tale soluzione alloggiativa, l’Amministrazione ha proposto l’inserimento per 6 mesi in una struttura ricettiva temporanea come potrebbe essere quella del Camping sulla via Tiberina. Le spese risulteranno a carico del Comune di Roma con un contratto stipulato dalle stesse famiglie rom.
QUALE FUTURO?
«Il modo in cui l’Amministrazione Comunale sta aggirando la questione, assume i contorni della mistificazione – ha commentato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – nei confronti delle famiglie rom del Camping River in primis, ma anche verso tutti coloro che avevano creduto in un reale superamento del “campo” attraverso un regolare processo di inclusione. “Villaggio attrezzato o “struttura ricettiva temporanea”: cambia il nome ma non la sostanza».
Resta poi un nodo fondamentale da sciogliere: quale sarà il destino di queste famiglie allo scadere dei 6 mesi stabiliti nella Delibera visto che il denaro destinato alla loro inclusione sarà interamente speso per la loro accoglienza?

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Elena Risi
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Camping River.

Il "Piano rom" e la chiusura di Camping River: totale incertezza sulle sorti dei 420 residenti

Si chiude il primo insediamento previsto dal Piano rom della Giunta Raggi. Preoccupazione di Associazione 21 luglio: «il superamento di Camping River non si trasformi in uno sgombero forzato».
ROMA, 4/9/2017. La chiusura dei cancelli del Camping River – disposta dal Piano per il superamento dei campi rom dalla Giunta Raggi – è imminente, ma le sorti dei suoi circa 420 residenti ancora incerte. Per questo il 31 agosto, Associazione 21 luglio ha inviato una lettera a diversi soggetti incaricati, a livello nazionale e internazionale della tutela dei diritti umani e alla dottoressa Michela Micheli – direttrice dell’ufficio Speciale, Rom, Sinti e Caminanti di Roma Capitale – esprimendo profonda preoccupazione per la repentina chiusura dell’insediamento, prevista per il 30 settembre, e per la poca chiarezza dell’Amministrazione Comunale con i nuclei famigliari coinvolti sulle strategie di fuoriuscita dal “campo”.
Con la deliberazione n. 146 del 28 giugno 2017 la Giunta Capitolina aveva inserito il “villaggio” rom di Camping River come il primo insediamento da chiudere all’interno del “Piano di indirizzo di Roma Capitale per l’inclusione delle Popolazioni Rom, Sinti e Caminanti”.
Solo il 4 luglio scorso i 420 ospiti dell’insediamento sono stati avvisati della sua imminente chiusura  con una lettera, dove si comunicava contestualmente che i residenti «dovranno lasciare liberi da persone o cose gli spazi affidati», assicurando che «le persone in condizioni di bisogno potranno accedere alle misure di sostegno previste dal Piano di Roma Capitale per l’inclusione delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti», presentando la domanda corredata dal modello ISEE e dalla firma del Patto di Responsabilità solidale, previsto sempre nel Piano. La firma del Patto, si legge nella missiva «prevede quale principale impegno a carico delle famiglie, la fuoriuscita dal villaggio entro la data ultima del 30 settembre 2017».
Ad un mese dalla data di chiusura, l’attività di monitoraggio di Associazione 21 luglio ha permesso di constatare che fino ad oggi non si è ancora attivata la “valutazione di fragilità degli ospiti”, né è stata effettuata una genuina consultazione degli interessati sulle soluzioni alloggiative alternative, tanto che – durante le numerose interviste effettuate dagli operatori di Associazione 21 luglio – è stato rilevato come molte delle famiglie residenti non conoscono il contenuto dei moduli su cui, dietro costante insistenza dei rappresentanti comunali, hanno apposto inconsapevolmente la propria firma.
Nella lettera si fa inoltre presente che il Patto di Responsabilità solidale redatto dal Comune di Roma e presentato il 31 maggio dalla sindaca Raggi, «non prevede al suo interno l’impegno a carico della famiglia di fuoriuscire dall’insediamento entro una data definita», si parla anzi di un processo dai tempi lunghi (comunque non inferiori a 36 mesi), scandito dalla costante consultazione e dal coinvolgimento delle famiglie.
Di fronte a questa situazione di incertezza, Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione per la sorte delle famiglie ospitate presso il Camping River, ravvisando il grave rischio che dietro l’egida della dimissione del “Villaggio” Camping River, la chiusura si tramuti in uno sgombero forzato senza l’individuazione di alternative alloggiative adeguate per i residenti coinvolti. Ulteriore preoccupazione riguarda il percorso scolastico dei circa 250 minori dell’insediamento regolarmente iscritti alla scuola dell’obbligo e che oggi appare gravemente compromesso. Sicuramente in questa situazione di totale incertezza, non ci sarà la possibilità di riprendere il regolare inizio delle scuole con un elevato rischio di interruzione del ciclo scolastico.
«Sorprende constatare – afferma Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – come la Giunta Capitolina intenda superare l’insediamento Camping River non prevedendo per i beneficiari l’inserimento in abitazioni convenzionali bensì la sola “compartecipazione alla spesa per l’utilizzo di moduli abitativi”, come recita la Deliberazione n.146 del 28 giugno 2017. Cosa si nasconde dietro questa dicitura? Ma ancor più sorprendente è l’assenza di qualsiasi consultazione con le famiglie, che essendo all’oscuro di tutto vivono con ansia l’incertezza di un futuro che qualcuno ha forse già scritto per loro. Attendiamo quindi il 30 settembre, data del superamento del Camping River per conoscere finalmente il vero volto del Piano per l’inclusione delle comunità rom del Comune di Roma, sbandierato come un modello da prendere ad esempio in tutta Europa».

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sgomberi forzati

Il ritorno delle ruspe: nuovo brief sugli sgomberi forzati a Roma

A Roma negli ultimi 8 mesi gli sgomberi forzati verso i rom sono aumentati del 133%. Associazione 21 luglio: «Servono provvedimenti sociali abbandonando l’approccio sicuritario».

ROMA –  12/7/2017. Nella Capitale le ruspe sono tornate in piena attività. Lo dicono i dati raccolti nell’ultimo report di Associazione 21 luglio – “Il ritorno delle ruspe. Briefing sui recenti sgomberi forzati nei confronti di rom e migranti in transito nella città di Roma” – che riportano un incremento degli sgomberi forzati pari al 133% negli ultimi otto mesi (1° novembre 2016 – 30 giugno 2017) rispetto agli otto precedenti.

In pieno contrasto con quanto raccomandato dagli enti internazionali di monitoraggio sui diritti umani, gli sgomberi forzati continuano ad annoverarsi tra le principali violazioni che colpiscono le comunità più vulnerabili, quelle che quotidianamente vivono segregazione e discriminazione.
Secondo il monitoraggio quotidiano di Associazione 21 luglio nel periodo di riferimento, sono stati 28 solo quelli che hanno coinvolto le comunità rom, una media mensile pari a 3,5 sgomberi, numero nettamente superiore rispetto a quello registrato negli otto mesi precedenti e pari a 1,5. Il picco delle azioni è stato riportato nel Municipio XI per una cifra complessiva di 6 sgomberi. Il numero stimato di persone coinvolte è di 478 unità per un costo totale di circa 600.000 euro.
Tutto questo a fronte di un numero davvero esiguo di persone rom che vivono in insediamenti informali nella Capitale. Se nell’ultimo quinquennio il numero era quantificato intorno alle 2.200/2.500 unità, oggi il numero non supera le 1.000 unità. Il calo è giustificato in minima parte da rientri nel Paese i origine o da spostamenti in altri Paesi Europei, ma è spiegato soprattutto dal passaggio dall’insediamento informale a strutture industriali occupate senza titolo. In una città che ha 2,9 milioni di abitanti, dunque, i rom che vivono in insediamenti informali costituiscono solo lo 0,03% della popolazione.
Un’altra importante cartina di tornasole che evidenzia la necessità di strutturare e programmare politiche abitative inclusive è rappresentata dalla situazione dei migranti transitanti che, privi di assistenza pubblica, sono presenti nel quartiere Tiburtino.
Solo nel periodo 15 aprile –  30 giugno sono stati 5 gli sgomberi forzati dei transitanti collocati a ridosso della Stazione Tiburtina, hanno coinvolto una media di 120 persone, tra cui anche minori, e hanno comportato la distruzione di tende da campeggio, sacchi a pelo e lenzuola donate da privati cittadini.
In relazione alle recenti azioni di sgombero forzato organizzate nei confronti delle comunità rom presenti negli insediamenti informali e dei gruppi di migranti transitanti, Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione perché le stesse violano gli obblighi assunti dall’Italia sui diritti umani.
«È necessario abbandonare l’approccio sicuritario e strutturare una programmazione politica e sociale che includa quanti risiedono negli insediamenti informali della Capitale – raccomanda Associazione 21 luglio Onlus  – altrimenti si rischia di inaugurare una nuova stagione di ostilità e tensione sociale che, con una campagna elettorale alle porte, potrebbe rappresentare il combustibile ideale per il suo propagarsi  e il suo degenerare in azioni incontrollate».
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nasoni roma

Un flashmob per salvare i “nasoni” di Roma dalla chiusura

Le associazioni Terra! e 21 luglio saranno in piazza con Vandana Shiva e altre realtà ambientaliste e della società civile per chiedere di rispettare il diritto umano di accesso all’acqua e contrastare la siccità con politiche improntate alla giustizia climatica

ROMA – Oggi 10 luglio alle 17,30, in piazza del Campidoglio a Roma, Terra! e Associazione 21 luglio  organizzano, insieme a numerose realtà ambientaliste e della società civile, un flash mob per esortare la sindaca Virginia Raggi a non chiudere le fontanelle pubbliche, rispettare il diritto umano all’acqua e prendere misure contro la siccità che non vìolino il concetto di giustizia climatica.
Sarà presente anche Vandana Shiva, che ha svolto in India un’analoga battaglia per il diritto all’acqua. Il flash mob consisterà nel reggere un bicchiere vuoto in segno di protesta lungo la scalinata che porta alla Sala della Protomoteca.
All’iniziativa hanno già aderito Navdanya International, Coordinamento Romano Acqua Pubblica, A Sud Onlus, Casetta Rossa, Arci Roma, A Buon Diritto, Scup, Link Roma, Baobab Experience, Uisp Roma, Ostia per l’Africa Onlus, Coop Agricola Co.r.ag.gio, ReTer – Reti e Territorio, Roma Pirata.
Perché chiudere i “nasoni” è un atto inutile e ingiusto
Dietro esortazione del Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, l’ACEA ha cominciato a chiudere i “nasoni”, le storiche fontanelle simbolo della città costruite nel 1874. Sono 2800, e il piano prevede lo “spegnimento” di 30 punti acqua al giorno, finché non ne resteranno appena 85. Un gesto estremo, in risposta alla siccità che rosicchia le riserve idriche in tutta Italia. Ma è davvero così? Secondo i dati diffusi dal Coordinamento Romano Acqua Pubblica, i nasoni “sprecano” solo l’1% dell’oro blu che dai bacini del Lazio arriva nella capitale. Il vero scandalo sono piuttosto le perdite delle vecchie tubature, che disperdono il 40% del volume complessivo. Perché la sindaca Raggi e il Comune di Roma, azionista di ACEA, non si sono opposti a questa misura inutile?
Le istituzioni non possono più ignorare che le condizioni meteorologiche estreme si faranno sempre più intense con il riscaldamento globale: servono politiche di adattamento improntate al concetto di giustizia climatica, strettamente legato alla giustizia sociale, per non lasciare sole fasce di popolazione che non hanno i mezzi per risollevarsi da siccità, alluvioni, inondazioni e ondate di caldo sempre più intense in gran parte del mondo.
Nel 2010, il diritto all’acqua è stato inserito dall’ONU nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nel 2015 è stato oggetto di una storica risoluzione del Parlamento Europeo.
Chiudere le fontanelle pubbliche a Roma contrasta con il principio chiave dell’accesso universale a questo bene comune. Inoltre, rappresenta un’interruzione di pubblico servizio e obbliga (chi può) ad acquistare bottiglie di plastica che in pochi minuti diventano rifiuti. Infine, mette a rischio l’accesso all’acqua potabile di circa 10 mila persone senza fissa dimora, che li utilizzano per rinfrescarsi e dissetarsi ogni giorno. Non sono loro ad aver causato il riscaldamento globale, perché devono pagarne le conseguenze?

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"nasoni" roma

Al via oggi il piano Acea di chiusura dei "nasoni": Associazione 21 luglio inizia un'azione di Duran Adam

COMUNICATO STAMPA
Al via oggi il piano Acea per la progressiva chiusura dei “nasoni” a Roma. Associazione 21 luglio: “Nella Roma del 2017, viene improvvisamente negato l’accesso all’acqua a migliaia di persone in condizioni di indigenza”.
ROMA, 3/7/2017 – Per contrastare l’effetto della siccità a Roma, da oggi diventa operativo il piano Acea di progressiva chiusura dei 2800 “nasoni” della città, le storiche fontanelle che erogano acqua pubblica nelle strade della Capitale dal centro alla periferia. Saranno 30 al giorno le fontanelle che “chiuderanno i rubinetti”, solo 85 resteranno escluse dal piano.
Associazione 21 luglio ha sollevato da subito l’attenzione sugli effetti devastanti di questo provvedimento sui circa 10 mila indigenti (migranti, senzatetto e rom in emergenza abitativa) che abitano a Roma, troppo spesso dimenticati dalle istituzioni e dall’opinione pubblica.
Secondo un’indagine relativa alla condizione delle persone che vivono in povertà estrema realizzata tre anni fa – a seguito di una convenzione tra Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora e Caritas Italiana – sono 7.700 a Roma le persone senza fissa dimora che utilizzano i servizi mensa o accoglienza notturna della Caritas. Ma il numero non è certo esaustivo e ad essi andrebbero aggiunte almeno altre 2000 unità per comprendere transitanti e migranti al di fuori del circuito di assistenza, oltre che le famiglie rom in emergenza abitativa che vivono in insediamenti informali. Per tutte queste persone i “nasoni” costituiscono l’unica fonte di approvvigionamento di acqua per svolgere funzioni quotidiane vitali: non soltanto bere, ma anche cucinare, igienizzare alimenti o indumenti e lavarsi.
Calcolando il totale di indigenti distribuito sul numero complessivo di “nasoni” si può stimare che con la chiusura delle prime 30 fontanelle, soltanto oggi non avranno accesso all’acqua circa 110 persone, numero che è destinato ad aumentare esponenzialmente con la progressiva attuazione del piano. Tutto a fronte di una percentuale di spreco, rappresentato appunto dalle fontanelle pubbliche, pari all’1% del totale immesso nella rete idrica.
«L’interruzione dell’erogazione dell’acqua dalle fontanelle della Capitale – ha commentato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – non risolverà in alcun modo il problema della siccità a Roma ma avrà invece effetti  devastanti sulla vita giornaliera di migliaia di persone tra cui anche bambini e neonati nella Roma del 2017».
Per difendere l’accesso all’acqua, un diritto che l’ONU con risoluzione 64/292 del 28/7/2010 ha riconosciuto come “diritto umano fondamentale”, lo staff e i volontari di Associazione 21 luglio si ritroveranno in Piazza del Campidoglio a partire da oggi, 3 luglio 2017, alle 16.30 per porre sotto i riflettori la gravità della situazione attraverso un’azione di “Duran Adam” (di cui sarà possibile avere aggiornamenti in diretta sulla Pagina FB di Associazione 21 luglio), una forma di protesta silenziosa e simbolica, durante la quale i partecipanti stringeranno in mano un bicchiere vuoto.
Obiettivo sarà quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze di quanto sta accadendo e chiedere una revisione dell’inutile provvedimento che possa tenere conto soprattutto delle fasce più fragili e meno tutelate della popolazione.


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Foto di Aljazeera.com

Associazione 21 luglio svela (e critica) il piano rom della Giunta Raggi

Roma, 5 giugno 2017  –  Fake Plan, “Piano Bufala”. E’ questo il termine utilizzato da Associazione 21 luglio nel corso della conferenza stampa organizzata oggi, per entrare nel merito del “Piano di superamento dei campi rom” presentato in Campidoglio il 31 maggio scorso dalla sindaca Virginia Raggi e dall’assessore alla Persona, Scuola e Comunità solidale Laura Baldassarre.
«Il 31 maggio – ha affermato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – per la prima volta ci siamo trovati di fronte alla presentazione di un Fake Plan, un “Piano Bufala” che ha rivelato la preoccupante incapacità di questa Amministrazione di comprendere e risolvere la questione. Nel corso della conferenza stampa organizzata dalle autorità capitoline si sono elencati principi generali di buon senso e date indicazioni di massima in ordine all’abitare delle comunità rom in emergenza abitativa, al processo di scolarizzazione e di inserimento lavorativo senza però che nessuno riuscisse realmente a comprendere obiettivi del “Piano”, azioni, tempi e budget. La cosa sorprendente, poi, è stata che è stato presentato un Piano in assenza dello stesso, visto che nessuno, né prima né dopo l’evento, ha avuto modo di visionarne il testo».
L’unico dato concreto espresso dalla sindaca è stato l’impegno di superare, attraverso l’utilizzo di fondi europei, i due insediamenti La Barbuta e Monachina. Per farlo – ha spiegato la prima cittadina – verranno impiegati 3,8 milioni di euro con un tempo previsto per il superamento non superiore ai 24 mesi.
E’ su questa azione che Associazione 21 luglio ha operato nei giorni scorsi un approfondito lavoro di ricerca che ha portato al reperimento del “Piano Operativo di Roma Capitale”, redatto dalle autorità capitoline nell’aprile 2017, per l’utilizzo dei 37.770.000 euro assegnati dalla Commissione Europea alla Capitale attraverso il PON Metro (Programma Operativo Nazionale “Città Metropolitane 2014 – 2020”). All’interno dell’Asse 3 sono riportate le azioni previste per l’inclusione delle comunità attraverso un’azione denominata “Tutte le strade portano a Rom” per la quale è previsto, come dichiarato dalla sindaca, un impegno di spesa di 3,8 milioni di euro.
Saranno sufficienti tali risorse per superare entro due anni gli insediamenti di Monachina e La Barbuta come assicurato dalla prima cittadina?
Il progetto ha come punto di partenza un target di riferimento i 505 rom di origine bosniaca e macedone presenti a La Barbuta e i 113 rom di origine prevalentemente bosniaca residenti a Monachina per un totale di 113 nuclei familiari. Quale però il target reale destinatario dell’azione? «Si stima – si legge nel Piano Operativo – che circa il 10% dei Rom presenti nei campi deciderà di sottoscrivere il Patto di Responsabilità Solidale e di partecipare attivamente ai percorsi di accompagnamento all’occupazione e alla casa». I risultati attesi dall’Azione prevedono infatti il coinvolgimento, entro la fine del progetto, di «60 individui». Saranno pertanto solo una decina le famiglie rom, ad uscire entro tre anni dai due insediamenti.
Il progetto si articola su 4 azioni: Mappatura delle risorse, Azioni per l’inclusione lavorativa (con attivazione di tirocini formativi e il sostegno economico utile all’avvio di piccole realtà imprenditoriali), Azioni per l’inclusione abitativa (che si sviluppa in: reperimento di alloggi per quanti già autonomamente possano sostenere le spese; supporto motivazionale e materiale per quanti già capaci di autonomia; reperimento di alloggi attraverso l’Associazionismo per nuclei in condizioni di particolare fragilità); Monitoraggio e valutazione.
Secondo il cronoprogramma fissato, nelle prossime settimane verrà presentato il bando e si procederà all’aggiudicazione del progetto; dal 1° ottobre 2017 si inizieranno le azioni che termineranno il 30 marzo 2020. Il cronoprogramma finanziario prevede una spesa di 50.000 euro nel 2018, di 672.000 euro nel 2019, di 1.389.000 euro nel 2020, di 1.689.000 nel 2021.
In sintesi l’azione concreta fissata dal “Piano di superamento dei campi rom” della Capitale prevede entro la Primavera del 2020 la fuoriuscita dall’insediamento di La Barbuta e Monachina di 11 famiglie (circa 60 persone) per una spesa a famiglia pari a 345.454 euro ed una spesa procapite superiore ai 63.000 euro.
Ma non è la sola azione. Il prossimo 30 giugno, infatti, è prevista la fine della convenzione tra il Comune di Roma e l’ente gestore del Camping River, dove sono accolte 120 famiglie rom. A seguito degli esiti della Commissione che il 1° giugno 2017 ha giudicato come inidonea l’unica offerta presentata all’interno del Bando per il «reperimento di un’area attrezzata bel territorio del Municipio XV o limitrofi» per l’accoglienza delle suddette famiglie, l’Amministrazione Capitolina, in assenza di qualsiasi programmazione, sarà chiamata a reperire in un mese una soluzione adeguata alle 550 persone che, altrimenti, si ritroverebbero per strada.
«Approssimazione, incoerenza, dilettantismo. Sono questi – secondo Associazione 21 luglio – i tratti svelati dal Fake Plan. La sindaca ha sostenuto che è finita con questa Giunta la “mangiatoia di Mafia Capitale”. In realtà, il progetto di superamento di La Barbuta e Monachina potrà riformare l’humus ideale nel quale interessi criminali troveranno spazio per attecchire e radicarsi attorno alla “questione rom”. Con il Fake Plan della Giunta Raggi si è però fatta chiarezza. Nelle prossime settimane riporteremo in Consiglio Comunale la Delibera di iniziativa popolare del Comitato Accogliamoci per il superamento dei campi rom e i consiglieri capitolini saranno chiamati a decidere tra il Fake Plan della Raggi, che ora conosciamo, e la proposta sottoscritta da 6.000 cittadini romani».
 
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superamento campi rom

Piano superamento "campi rom" di Roma Capitale: «fallimento annunciato» secondo Associazione 21 luglio

Presentato oggi in Campidoglio il Piano per il superamento dei “campi rom” a Roma. Associazione 21 luglio: “Un Piano vuoto, confuso e privo di concretezza. Sulla questione si preferiscono slogan optando per un preannunciato fallimento”.

È negativo il giudizio che esprime Associazione 21 luglio alla presentazione del Piano per il superamento dei “campi rom” organizzata dall’Amministrazione Comunale nel corso dell’odierna conferenza stampa.

Dall’uso dei fondi europei ad un Patto di Responsabilità, da un generico incremento occupazionale ad un vago sostegno economico: una serie di principi vengono scanditi in successione senza che vengano indicati tempistiche, priorità, obiettivi, azioni.
Nel Piano – secondo Associazione 21 luglio – c’è un deficit di conoscenza del fenomeno (i rom in emergenza abitativa della Capitale non sono 4.500 in 9 “villaggi” bensì 5.300 in 19 insediamenti formali e 2.200 in insediamenti informali) e di visione strategica. Nel Piano presentato dalla Giunta Raggi vengono elencati principi generali senza però affrontare nel dettaglio ogni singola problematica.
Sul tema della scolarizzazione si prevede «il contrasto dell’abbandono scolastico». Non viene detto nulla su quali azione promuovere.
Sul tema dell’occupazione il Piano prevede di «incrementare l’occupazione al fine di diminuire il tasso di criminalità e accrescere produttività complessiva eliminando ogni possibilità di lavoro nero» senza indicare modalità operative che portino al raggiungimento di questi risultati.
Sul tema centrale dell’alloggio si conta di «riscontrare persone economicamente autosufficienti presenti nei campi» e sostenere, per i bisognosi «interventi di supporto» in assenza di una chiara indicazione su come declinare tale impegno e su quale ventaglio di soluzioni proporre.
Sul tema della salute si punta ad «implementare la medicina preventiva e l’educazione alla salute». Nulla viene specificato su come raggiungere tali obiettivi.
Non basta – sostiene Associazione 21 luglio – enfatizzare l’utilizzo dei fondi europei quando questi non sono certi e richiederanno comunque un uso in tempi non prossimi. È fuorviante garantire «il ritiro di tutti i bandi coinvolti in Mafia Capitale» se questo è già avvenuto con la passata Giunta.
«La drammatica situazione di quanti vivono oggi nelle baraccopoli romane – afferma Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – non richiede slogan improntati sul rispetto della legalità e la trasparenza e impegni di massima sui quali tutti, o quasi, siamo concordi. C’è urgenza, oggi più che mai, di un Piano sociale vero, che indichi tempi, insediamenti da superare, quantificazione delle risorse umane ed economiche da impiegare, perché tale problematica la si risolve aggredendola con operazioni incisive, chiare e definite. In passato avevamo indicato all’Assessorato alla Persona, alla Scuola e Comunità Solidale delle strade percorribili ma evidentemente questa Amministrazione preferisce elencare “buoni propositi” piuttosto che affrontare di petto la questione. Anticipiamo, per questo Piano, un fallimento certo e purtroppo, come già avvenuto nel passato, sarà probabilmente il tempo a darci ragione».

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Rapporto Annuale 2016

Presentato in Senato il Rapporto Annuale 2016

Presentato in Senato il Rapporto Annuale di Associazione 21 luglio e per la prima volta resa pubblica la mappatura degli insediamenti rom In Italia: «Nel nostro Paese, a fronte di 28.000 rom in emergenza abitativa, malgrado gli impegni assunti si persevera nella “politica dei campi”».
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Roma, 7/4/2017 – Come rimarcato da vari enti di monitoraggio internazionale l’Italia anche nel 2016 ha perseverato con la “politica dei campi” e l’attuazione della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti ha continuato a soffrire di pesanti ritardi non traducendosi in un concreto miglioramento delle condizioni di vita delle comunità rom e sinte residenti nel nostro Paese. È questo il risultato emerso dalle ricerche e dal lavoro di monitoraggio effettuato da Associazione 21 luglio per l’elaborazione del nuovo Rapporto Annuale sulla condizione di rom e sinti in emergenza abitativa in Italia, presentato oggi in Senato in occasione della Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti che ricorre l’8 aprile di ogni anno.
Non esistono dati certi sulla composizione etnica della popolazione rom e i numeri sulle presenze complessive in Italia corrispondono prevalentemente a stime che si attengono all’interno di una forbice molto ampia compresa tra le 120.000 e le 180.000 unità. Secondo la mappatura resa pubblica per la prima volta da Associazione 21 luglio sono 28.000 i rom in emergenza abitativa in Italiacirca lo 0,05% della popolazione italiana – distribuiti tra baraccopoli istituzionali, centri di raccolta per soli rom e insediamenti informali.
Le baraccopoli istituzionali, insediamenti monoetnici totalmente gestiti dalle autorità pubbliche, sono 149 in totale e si distribuiscono su 88 comuni dal Nord al Sud del Paese. Ben 18.000 sono le persone di origine rom che vivono in questi insediamenti, tra questi, il 55% ha meno di 18 anni, il 37% possiede la cittadinanza italiana mentre sono 3000 i rom provenienti dall’ex Jugoslavia che si stima siano a rischio apolidia, tra essi la metà sono minori. Negli insediamenti informali è stata calcolata la presenza di circa 10.000 unità – per il 90% di nazionalità rumena – mentre i centri di raccolta per soli rom attualmente attivi sono 3, due al Nord e uno al Sud. Le condizioni di vita dei rom che vivono in questi insediamenti sono nettamente al di sotto degli standard igienico-sanitari e l’aspettativa di vita tra queste persone è di 10 anni inferiore rispetto alla media della popolazione italiana. Negli insediamenti informali e nei micro insediamenti il 92% dei residenti sono di cittadinanza rumena. Nel 2016 i principali insediamenti informali sono stati registrati in Campania mentre la città di Roma vanta il più altro numero di insediamenti gestiti e realizzati dalle istituzioni.
La questione dell’alloggio è l’ambito della Strategia che ha registrato i risultati più scarsi e nel corso del 2016 tre enti internazionali di monitoraggio dei diritti umani hanno diffuso le loro raccomandazioni sull’Italia: il Comitato consultivo della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (ACFCNM), la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) e il Comitato sull’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite (CERD).
Nonostante la preoccupazione espressa dagli organi internazionali nulla è cambiato e in Italia continuano ad essere perpetrate politiche discriminatorie nei confronti delle popolazioni rom e sinte soprattutto in materia alloggiativa. Proprio oggi a Napoli, in via del Riposo, è stato aperto un nuovo “campo” monoetnico destinato all’accoglienza di 27 famiglie di origine rom provenienti dallo sgombero di Gianturco. Tale soluzione abitativa si presenta come discriminatoria, nettamente al di sotto degli standard internazionali e ha richiesto la spesa di una cifra superiore al mezzo milione di euro.
Nel 2016 si è inoltre concretizzato il rischio che il “superamento dei campi” intraprendesse derive lesive dei diritti umani tramutandosi di fatto in sgomberi forzati: è accaduto a Milano con l’insediamento di via Idro, a Roma con la chiusura dei centri di raccolta rom di via Salaria e Via Amarilli e a Giugliano con gli abitanti dell’insediamento informale di Masseria del Pozzo.
Secondo il costante monitoraggio effettuato da Associazione 21 luglio, escludendo Roma e Milano sono stati 250 gli sgomberi forzati nel corso dell’anno passato, tutti numeri a cifra tonda: 100 al Nord, 90 al Centro e 60 al Sud.
Riguardo gli episodi di antiziganismo e discriminazione, i dati e le ricerche dell’Osservatorio nazionale 21 luglio riportano l’immagine di un’Italia ancora fortemente permeata da stereotipi e pregiudizi, il più delle volte motivati da una scarsa conoscenza delle comunità rom e sinte e da un generale clima di ostilità.
Nel corso del 2016 sono stati infatti registrati 175 episodi di discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti – corrispondenti a una media giornaliera di 0,48 – di cui 57 (pari al 32,6%) di una certa gravità. Dato incoraggiante è però il netto calo rispetto all’anno precedente, il 2015, durante il quale ne erano stati riportati ben 265. Gli esponenti politici che hanno fatto del discorso d’odio il proprio tratto distintivo sono stati soprattutto esponenti del centro destra e della Lega Nord cui si attribuiscono il 28,6% degli episodi monitorati.
Il Rapporto Annuale 2016 dedica un focus alla città di Roma, che mantiene il primato per il maggior numero di baraccopoli istituzionali in Italia con 7 insediamenti abitati da 3.772 rom e sinti in emergenza abitativa, cui vanno aggiunti 11 “campi” definiti “tollerati” dalle istituzioni locali. Un numero stimato tra le 2.200 e le 2.500 unità è presente negli insediamenti informali della città. Drammatica risulta essere la condizione di vita dei circa 2.000 minori presenti nelle aree per soli rom presenti nella Capitale.
«Il 2016 è stato l’anno dell’attesa di un profondo cambiamento, che l’insediarsi di nuove Amministrazioni locali nelle principali città italiane aveva suscitato – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – attesa che è presto svanita a fronte di politiche rivolte alle comunità rom e sinte che non hanno evidenziato elementi di discontinuità rispetto al passato. Gli esiti dei monitoraggi svolti da autorevoli organismi internazionali nel 2016 consentono di affermare che, nel panorama europeo, l’Italia continua a confermarsi, per un cittadino di etnia rom che viva in condizione di povertà e fragilità sociale, il peggior Paese in cui decidere di abitare. Il suo destino, infatti, non potrà essere che quello di finire in una baraccopoli o, peggio ancora, in quegli spazi di discriminazione istituzionale che le autorità capitoline hanno sfacciatamente il coraggio di chiamare “villaggi della solidarietà”».
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ANAC

Svelato il mistero del nuovo "campo" a Roma: Associazione 21 luglio invia esposto all'ANAC

Finalmente svelato il “mistero” del nuovo campo rom a Roma: i rom resteranno nel vecchio insediamento grazie a un bando redatto in modo da escludere altri potenziali concorrenti. Associazione 21 luglio invia esposto all’ANAC: «Violate le norme in materia di concorrenza e appalti».

Roma, 3/4/2017 – Il 31 marzo scorso presso il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale è stato aperto dalla Commissione nominata l’unico plico pervenuto in risposta alla procedura di gara: “Reperimento di un’area attrezzata Municipio Roma XV o Municipi limitrofi per l’accoglienza e soggiorno di 120 nuclei familiari di etnia Rom e affidamento del servizio di gestione sociale e vigilanza”. E’ stato così finalmente svelato il “mistero” che da mesi accompagna a Roma la vicenda della costruzione di un insediamento destinato, come si legge nel bando «all’accoglienza e al soggiorno temporaneo di 120 nuclei di cui 109 attualmente ospiti presso il “Villaggio River” sito in Roma via Tenuta Piccirilli, 207 (Municipio Roma XV)».
Nei mesi scorsi, a più riprese, di fronte all’accusa di voler costruire un nuovo insediamento per soli rom, le autorità capitoline si erano sempre affrettate a rettificare: «Non si tratta di un nuovo campo».
Effettivamente l’unico plico pervenuto e aperto il 31 marzo scorso è a firma proprio della stessa Cooperativa operante nel settore sociale che dal 2005 gestisce l’accoglienza delle comunità rom nel “Villaggio River” che dal medesimo insediamento dovrebbero invece uscire. Negli ultimi anni, per la gestione dell’insediamento, classificato dal Comune di Roma come uno dei 7 “villaggi attrezzati” della Capitale, le autorità capitoline hanno speso quasi 1.200.000 euro annui per l’accoglienza di circa 500 persone. Il tutto attraverso una procedura negoziata senza bando di gara che negli anni ha visto la firma di dirigenti comunali coinvolti nell’inchiesta denominata “Mafia Capitale”.
Davanti all’impossibilità di proseguire con tale modalità operativa – a seguito di una relazione di analisi delle modalità di affidamento dei servizi dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) nella quale sono state anche segnalate le irregolarità – il Comune di Roma, anziché provvedere ad un ventaglio di soluzioni abitative alternative per le 109 famiglie rom, come raccomandato dalla Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom, ha deciso di rendere pubblica, l’8 luglio 2016, la procedura di gara per il reperimento di una nuova area attrezzata per 15 mesi per un importo complessivo a base di gara di 1.549.484,26 euro. Il 21 dicembre 2016 il Dipartimento Politiche Sociali ha disposto la sospensione del bando in autotutela per poi confermare la procedura il 7 marzo 2017.
Il 31 marzo scorso, dopo l’apertura dell’unico plico, Associazione 21 luglio ha inviato un esposto all’ANAC nel quale è segnalato come la gara d’appalto sembrerebbe essere stata redatta in funzione dell’unico concorrente, da anni affidatario del servizio di gestione nel “Villaggio River”, «unico soggetto, questo, avente i requisiti strutturali, la capacità economica e finanziaria e le competenze tecnico-professionali espressamente richieste dal bando di gara».
Nell’esposto viene richiamata «l’esistenza di una forte similitudine tra i requisiti strutturali, le prestazioni e i servizi richiesti e forniti sino ad ora» nel “Villaggio River”, e quelli previsti dal recente bando. In quest’ultimo, le restrizioni territoriali (XV Municipio o Municipi limitrofi), quelle legate alla capacità tecnica (esperienza simile negli ultimi tre anni), quelle relative alla capacità economica (fatturato degli ultimi 3 anni non inferiore al 20% dell’importo a base di gara) sono tali che è possibile affermare – come si legge nell’esposto – che al di fuori della Cooperativa in oggetto «non vi siano altri concorrenti, né nel territorio del XV Municipio né in quelli limitrofi, in possesso né di una struttura rispondente ai requisiti strutturali previsti […], né aventi le capacità tecniche, economiche e finanziarie richieste dal bando oggetto del presente esposto».
«Si paventa il forte sospetto – si conclude nell’esposto presentato da Associazione 21 luglio – che la gara sia stata strutturata in modo tale da permettere la partecipazione della sola realtà appartenente al terzo settore» e pertanto «si ponga in violazione della normativa di settore e in dispregio dei basilari principi di concorrenza, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità in quanto volta a celare dietro il ricorso a procedura aperta, palesi distorsioni del mercato».
«Dopo quanto avvenuto negli anni passati – afferma Carlo Stasolla presidente di Associazione 21 luglio – non ci saremo certo aspettati di incorrere nuovamente in elementi di forte opacità come quelli rilevati nel bando. Auspichiamo pertanto un pronto intervento non solo dell’Ufficio diretto dal dott. Raffaele Cantone ma anche degli organi politici dell’Amministrazione Capitolina volto a riportare chiarezza e trasparenza sull’intera, gravissima vicenda che sembra rievocare, nella città di Roma, i fantasmi del passato».
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superamento campi rom

Associazione 21 luglio sul percorso di superamento dei "campi rom" a Roma: lesivo dei diritti umani e costoso

Presentato il percorso di superamento dei campi rom del Comune di Roma. Associazione 21 luglio: «Programma improvvisato, lesivo dei diritti umani e costoso. Chiediamo immediato cambio di rotta».

Roma, 20/3/2017 – Mancanza di rispetto dei principi raccomandati dalla Commissione Europea, assenza di finanziamenti certi e di consultazioni adeguate, processo di “scrematura” con probabile ripresa dei cicli di nuove baraccopoli e occupazioni abusive, rafforzamento di perversi e costosi circuiti assistenziali. E’ questo l’allarme lanciato oggi da Associazione 21 luglio all’interno della conferenza stampa nel corso della quale è stato presentato e analizzato il percorso di superamento dei campi rom deciso dal Comune di Roma.
Nel programma elettorale della sindaca Virginia Raggi era scritto: “Per ciò che concerne la gestione dei campi Rom, saranno attuate le misure già previste dalla Comunità Europea, come recepite dal Governo, relativamente al progressivo superamento dei campi stessi”. Oggi, a 9 mesi dall’insediamento, la Giunta Raggi sembra invece andare in una direzione opposta a quella prevista dalla Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom redatta dal Governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione Europea n. 173/2011.
Dopo la Memoria di Giunta del 21 novembre scorso che fissa il cronoprogramma delle azioni, la Delibera della Giunta Capitolina del 16 dicembre che istituisce il “Tavolo cittadino per l’inclusione delle popolazioni Rom, Sinti e caminanti”, la prima convocazione del Tavolo istituzionale con l’approvazione di una bozza semi-definitiva del “Piano di Roma Capitale per l’Inclusione delle popolazioni rom, sinti e caminanti”, è stato possibile entrare nel dettaglio del percorso previsto dal Comune di Roma visionando la documentazione depositata dall’Avvocatura Capitolina costituitasi in un procedimento pendente dinanzi al Tribunale Civile di Roma.
Tale percorso, rivolto esclusivamente ai circa 4.500 rom presenti negli insediamenti formali, e quindi dimentico dei restanti 3.000 presenti in quelli informali e tollerati, prevede tre tappe: espulsione dai “campi” dei soggetti privi di regolare documentazione, valutazione dei bisogni sociali e inserimento in strutture intermedie per l’accoglienza. Nella bozza semi-definitiva del “Piano” uscita il 31 gennaio 2017 dal Tavolo istituzionale si scende nei dettagli del percorso: viene prevista la chiusura dei servizi sociali e la sospensione, negli insediamenti dove è presente il servizio pubblico, dell’accompagnamento scolastico; tra i nuclei famigliari verranno considerati beneficiari solo quelli con residenza anagrafica e disponibili alla partecipazione a piani individualizzati di inclusione sociale subordinandoli all’adempimento degli obblighi scolastici; non viene prevista nessuna azione per regolarizzare la posizione degli “apolidi di fatto”.
Un passaggio-chiave del percorso riguarda le “strutture intermedie”. Per avviarne la realizzazione il Comune di Roma ha sbloccato nei giorni scorsi la procedura per realizzare un nuovo “campo” nel Municipio XV (o Municipi limitrofi). Un insediamento che costerà alle casse comunali più di 1,5 milioni di euro e che, per costi e caratteristiche di gestione, assomiglierà molto ai “villaggi attrezzati” voluti dall’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno, dove, a fronte di una presunta temporaneità, la spesa per l’inclusione sociale è quasi nulla e quindi sono azzerate le possibilità di superamento.
Associazione 21 luglio ha analizzato il percorso introdotto dal Comune di Roma individuando nello stesso l’assenza dei principi cardine della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, la mancanza di processi consultivi, la nascita di un nuovo perverso “sistema assistenziale per soli rom”, l’assenza di strumenti abitativi alternativi così come la mancanza di finanziamenti certi.
«Le conseguenze? – si chiede Associazione 21 luglio. Nell’immediato la spesa di 1,5 milioni di euro per realizzare un nuovo “campo rom”. Il percorso è fondato sul principio del merito e non del bisogno per cui vedremo avviarsi un pericoloso processo di scrematura del quale beneficeranno non più di 1.500 rom. Gli altri 6.000 (quelli presenti negli insediamenti formali e informali) resteranno per strada con un evidente moltiplicarsi delle baraccopoli e del ciclo delle occupazioni».
«In realtà – continua Associazione 21 luglio – se il Comune di Roma intende adeguarsi a quanto previsto dall’Europa, così come promesso in campagna elettorale dalla sindaca Virginia Raggi, la Strategia Nazionale redatta dal Governo italiano e non da associazioni per i diritti umani, parla chiaro. Spetta ai Comuni – sostiene la Strategia – valutare un ampio spettro di opzioni abitative quali: edilizia sociale in abitazioni ordinarie pubbliche, sostegno all’acquisto di abitazioni ordinarie private, sostegno all’affitto di abitazioni ordinarie private, autocostruzioni accompagnate da progetti di inserimento sociale, affitto di casolari e cascine di proprietà pubblica in disuso».
Alla luce delle criticità rilevate, Associazione 21 luglio chiede alla Giunta Raggi una rapida marcia indietro e lo fa attraverso tre specifiche richieste: la sospensione di ogni azione così come prevista dal percorso di superamento dei campi rom; la presa di contatto con la Regione Lazio per ripartire, così come previsto dagli schemi di governance riportati nella Strategia, da quanto emerso negli incontri del Tavolo Regionale che nei mesi scorsi hanno visto la partecipazione di comunità rom e associazioni; l’approvazione della Delibera di iniziativa popolare per il superamento dei campi sottoscritta da 6.000 cittadini romani e presentata dalle 9 organizzazioni del Comitato Accogliamoci che il 30 marzo prossimo verrà discussa nell’Assemblea Capitolina. La Delibera, il cui testo era stato fatto proprio anche dall’allora consigliera comunale Virginia Raggi, potrebbe rappresentare un punto di svolta ma anche un momento di verità in cui comprendere fino a dove il Comune di Roma vuole realmente spingersi per superare la vergogna delle baraccopoli nelle periferie romane o se tale impegno resta un proposito privo di qualsiasi concretezza.

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