#ConfiniAlCentro

#ConfiniAlCentro presenta la Strategia contro la povertà a Lorenzo Fioramonti

La tre giorni di #ConfiniAlCentro si è conclusa oggi a Roma con la presentazione di un documento strategico per il contrasto alla povertà urbana in Italia. Il Comitato Scientifico della Convention al deputato Lorenzo Fioramonti: «chiediamo che i punti programmatici enunciati oggi vengano inseriti nel contratto di governo».
Roma, 13 maggio 2018#ConfiniAlCentro è giunto oggi al termine. Tre intensi giorni di confronto, dibattito e formazione con più di 100 partecipanti e oltre 30 relatori da tutta Italia, si sono conclusi con la presentazione di un documento programmatico per il contrasto alla povertà urbana in Italia: “Strategia nazionale di contrasto alla povertà”.

La presentazione della Strategia a Lorenzo Fioramonti

Il testo è stato presentato e consegnato al deputato On.le Lorenzo Fioramonti, esponente del Movimento 5 stelle. Mentre in questi giorni proseguono le trattative per la formazione del nuovo governo, è stata espressa oggi la richiesta di includere all’interno del contratto di governo punti e obiettivi elencati nel documento affinché diventino nuove linee guida programmatiche all’attenzione dei decisori politici che si apprestano a governare il nostro Paese.

I tavoli di lavoro e la situazione in Italia

Educazione, abitare, povertà estreme e media. Sono questi i quattro i tavoli tematici su cui hanno lavorato in questi tre giorni professionisti, studiosi e esperti da tutta Italia e da cui il Comitato Scientifico di #ConfiniAlCentro ha estrapolato il documento strategico conclusivo.
In Italia non esistono misure sufficienti di protezione dal rischio di povertà, le politiche di contrasto sono state fino ad oggi sporadiche o sperimentali e anche il REI (Reddito di Inclusione), introdotto dall’ultima legislatura, non può essere considerata una strategia sufficiente. A farne le spese sono soprattutto i minori, le famiglie con tanti figli a carico e le aree più depresse del Paese, specialmente il Mezzogiorno. Interventi seri finalizzati a un cambiamento vanno concentrati sull’infanzia, perché essere bambini poveri porta uno svantaggio maggiore. La deprivazione vissuta durante l’infanzia ha un impatto sulla vita dell’individuo più profondo e duraturo, per questo anche la “Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” deve marcare il passo delle politiche pubbliche se si vuole aggredire seriamente i problemi strutturali della povertà urbana.

Cosa chiede la Strategia elaborata da #ConfiniAlCentro

«Chiediamo con fermezza di abbandonare ogni scorciatoia in termini emergenziali e di non cadere nella trappola di politiche estemporanee nei confronti di presunte emergenze. Nel nostro Paese, la situazione grave di povertà familiare, il cumulo di svantaggi verso i bambini e le nuove generazioni, la concentrazione di povertà in specifici quartieri marginali e l’assenza di misure per favorire la de-segregazione, non sono un fenomeno che possa essere aggredito con misure estemporanee o una tantum, né con interventi di presunta “temporaneità” come nel caso delle brutte esperienze dei campi nomadi/rom o dei “residence”». Lo ha enunciato con forza durante la presentazione dei punti programmatici del documento Tommaso Vitale, rappresentante di Associazione 21 luglio, membro del Comitato Scientifico della Convention #ConfiniAlCentro e professore dell’Università Sciences Po di Parigi.

La risposta di Lorenzo Fioramonti

«Quello che avete detto oggi mi trova pienamente d’accordo e mi impegnerò a portare nell’agenda politica queste questioni – ha dichiarato il deputato Lorenzo Fioramonti – credo che siano necessarie misure che affrontino questi temi con un duplice approccio: uno strutturale che aggredisca il problema alla radice promuovendo il cambiamento sul lungo periodo, e un altro che agisca nell’immediato e che sia in grado di mostrare da subito segnali di miglioramento».

Un auspicio per il futuro

#ConfiniAlCentro si è conclusa dunque con la richiesta e l’auspicio di aprire una nuova stagione, prevedendo la redazione di una “Strategia nazionale di contrasto alla povertà” in favore delle aree più povere e segregate delle città italiane. Deve essere una Strategia vera, che non sia composta solo di parole chiave e obiettivi morali, ma sia vincolante, contenga impegni di spesa, tempi certi, finanziamenti sicuri e adeguati, vincoli all’azione dei diversi livelli di governo, sanzioni per le inadempienze, obiettivi misurabili e verificabili, criteri di metodo per l’implementazione, e relative valutazioni di impatto. Deve essere una Strategia che guidi l’azione verso un cambiamento reale e con un impatto verificabile sulla vita e le opportunità delle persone. Non può essere una sola dichiarazione di intenti.
 



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Povertà urbana

#ConfiniAlCentro: politiche di contrasto alla povertà urbana

L’11 maggio avrà inizio a Roma la tre giorni di #ConfiniAlCentro, una Convention nazionale sulla povertà urbana organizzata da Associazione 21 luglio Onlus, Università di Roma Tor Vergata e la Rete Reyn Italia.
Roma, 9/5/2018 – Apriranno tra due giorni i lavori della Convention #ConfiniAlCentro, il primo incontro nazionale sui temi della povertà urbana che ha l’obiettivo di sviluppare un documento programmatico di proposte e riflessioni per elaborare strategie e politiche di contrasto alla povertà urbana sempre più diffusa in Italia. Associazione 21 luglio Onlus, come organizzatore di questo appuntamento insieme all’Università di Roma Tor Vergata e alla Rete Reyn Italia, ha scelto di ripartire dal quartiere di Tor Bella Monaca – periferia romana – per immaginare e ridisegnare insieme i contorni di una città più inclusiva e egualitaria. I lavori apriranno alle 15 di venerdì 11 maggio presso l’auditorium Ennio Morricone della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata. All’iniziativa è stata conferita, come premio di rappresentanza, una medaglia del Presidente della Repubblica.

I temi e i relatori

Quattro i macrotemi e i tavoli di lavoro a cui i partecipanti, dalle professionalità più svariate, sono chiamati a dare il proprio contributo attraverso un attivo scambio di conoscenza ed esperienze dirette, dal diritto all’abitare a educazione e infanzia, dai media alle povertà estreme, mentre a condurre i tavoli e moderare i dibattiti saranno oltre 30 relatori, tra esperti, accademici, associazioni del terzo settore, attivisti e giornalisti*, oltre che deputati e consiglieri regionali. Al termine dei tre giorni di lavoro, le riflessioni e i contenuti emersi verranno presentati in forma di documento programmatico per la lotta alla povertà urbana.

Numeri e dati della povertà urbana nel mondo

Parlare di povertà urbana risulta quanto mai urgente, lo spiega il briefing di introduzione all’apertura dei lavori della Convention curato da Associazione 21 luglio. Nel documento si legge come, secondo le ultime stime fornite dal Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, più della metà della popolazione mondiale vive oggi in aree urbane, per un totale che costituisce il 54,4% della popolazione del pianeta, cifra che – seguendo questo trend – è destinata a raggiungere il 60% entro il 2030. Accanto a questo processo di urbanizzazione diffuso, il World Inequality Report 2018, ha registrato un aumento delle diseguaglianze a livello globale. Se tra il 1980 e il 2016 l’1% della popolazione mondiale più ricco ha beneficiato di 27 centesimi per ogni dollaro di incremento del reddito mondiale, il 50% ha ricevuto solo 12 centesimi.

La situazione in Europa e in Italia

Questo processo di polarizzazione ha colpito anche l’Unione Europea che, secondo gli ultimi dati forniti da Eurostat, ha visto un aumento complessivo del fenomeno rispetto al 2008. Il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale ad oggi raggiunge la soglia dei 118 milioni, il 23,5% della popolazione che in valori assoluti rappresenta il numero di 806 mila unità in più. Tra gli stati membri è l’Italia il paese in cui – in termini assoluti – il tasso è cresciuto di più (3 milioni) davanti alla Spagna (2 milioni) e la Grecia (700 mila). Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2016 in Italia si stimano 1 milione 619 mila famiglie in condizione di povertà assoluta, sono 4 milioni e 742 mila persone pari al 7,9% della popolazione. Il quadro più preoccupante è quello relativo alla situazione di minori e giovani, tra i quali il tasso di povertà assoluta è aumentato sensibilmente dal 3,9% del 2005 al 12,5% del 2015 che equivale a 1 milione e 292 mila persone. Non meno preoccupante l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie numerose, quelle con cinque o più componenti, dove il tasso supera il 17%. Continua a pesare inoltre il divario tra nord e sud del Paese.

La sfida della Convention #ConfiniAlCentro

Di fronte a un simile scenario, #ConfiniAlCentro vuole costituire un momento di riflessione oltre che uno strumento per l’elaborazione di una proposta concreta che risponda al crescente fenomeno di “urbanizzazione della povertà”, caratterizzata da un modello di segregazione del disagio sociale nelle aree più periferiche, sempre più distaccati dal centro e dai ceti benestanti. Parallelamente negli anni, dagli ’80 ad oggi, si è consolidata la “politica dei campi” ma anche la formazione dei ghetti per lavoratori stagionali, centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Un sistema di relegazione e iper-ghettizzazione che marca una distanza spaziale oltre che relazionale, delineando così un percorso di impoverimento ulteriore all’interno delle nostre città.
La sfida che lancia #ConfiniAlCentro è quella di ripartire da questi luoghi, sollevando un dibattito tra esperti, professionisti e addetti ai lavori, per attivare strategie integrate di prevenzione e tutela. Perché una città più inclusiva è un valore aggiunto per tutti.
SCARICA IL BRIEFING: “CONFINI AL CENTRO. Cittadinanza ai margini e povertà urbana. Verso una nuova giustizia sociale”.
Vai al sito della Convention #ConfiniAlCentro
*In ordine di intervento durante la tre giorni: Franco Salvatori, direttore del Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società presso l’Università di Roma “Tor Vergata”; Annamaria Rivera, antropologa e attivista antirazzista, Giulio Cederna; curatore dell’Atlante dell’Infanzia a rischio per Save the Children; Antonio Tosi, già professore di Sociologia urbana presso il Politecnico di Milano; Maurizio Bergamaschi, professore associato di Sociologia presso l’Università di Bologna, Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia presso l’Università Sciences Po; Piero Vereni, professore associato di Antropologia culturale presso l’Università di Roma “Tor Vergata”; Enrica Morlicchio, professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi Federico II di Napoli; Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”; Carlo Cellamare, professore associato di Urbanistica presso l’Università La Sapienza; Francesco Careri, professore associato di Architettura presso l’Università Roma Tre; Mario Cecchetti, centro sociale El Chentro; Enrico Puccini, architetto; Chiara Paganuzzi, esperta in educazione e diritti dell’infanzia; Luca Randazzo, insegnante e scrittore; Matteo Bianchini, insegnante; Stefano Pasta, giornalista, Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali dell’Università Cattolica di Milano; Matteo Scarlino, direttore di Roma Today; Roberto Mazzoli, ricercatore sociale; Antonio Ciniero, docente di Sociologia delle Migrazioni, Università del Salento; Gennaro Avallone, ricercatore presso Università di Salerno; Sergio Bontempelli, presidente dell’Associazione Africa Insieme; Annalisa Camilli, giornalista; Valentina Brinis, Agenzia ONU per i rifugiati; Valentina Calderone, A Buon Diritto; Ahmad Al Rousan, Medici Senza Frontiere; Federico Bonadonna, antropologo; Luca Liverani, giornalista; Pina Cocci, attivista; Paolo Lo Judice, vescovo ausiliare di Roma Sud; Augusto Battaglia, Comunità di Capodarco; Maria Carosio, Comunità di Sant’Egidio; Cinzia Giubbini, giornalista; Massimo Pasquini, Unione Inquilini; Aurora Sordini, Associazione 21 luglio; Carmen Vogani, giornalista; Danilo Chirico, Associazione antimafie Da sud; Marco Genovese, Associazione Libera; Andrea Colafranceschi, Associazione Torpiùbella; Elio Lo Cascio, Save the Children.

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Rapporto Annuale

Rapporto Annuale 2017: in Italia 26 mila rom ancora in emergenza abitativa

Presentato in Senato il Rapporto Annuale 2017 di Associazione 21 luglio. Sono 26 mila i rom in emergenza abitativa in Italia, il monito: «Ancora inadeguate le politiche volte al superamento dei campi, mancano orientamento strategico e coordinamento nazionale delle politiche desegregative».

Roma – 6 aprile 2018. Il giudizio degli Enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani* appare chiaro: anche nel 2017 l’Italia ha continuato ad essere il “Paese dei campi”, perseverando nell’utilizzo di politiche discriminatorie e segreganti nei confronti delle popolazioni rom e sinte presenti sul territorio nazionale oltre che nelle persistenti operazioni di sgombero forzato.
È stato presentato oggi in Senato, alla presenza del neo direttore UNAR Luigi Manconi, il Rapporto Annuale 2017 di Associazione 21 luglio che come ogni anno – in vista della Giornata Internazionale dei Rom e Sinti celebrata l’8 aprile – fa il punto sullo stato dei diritti delle popolazioni rom e sinte in condizioni di emergenza abitativa e residenti all’interno di baraccopoli formali e informali italiane.

Rom e Sinti in emergenza abitativa in Italia

Secondo i dati raccolti sul campo da Associazione 21 luglio, a fronte di un totale stimato compreso tra 120 e 180 mila presenze di cittadini di origine rom e sinta, sono circa 26 mila quelli in emergenza abitativa che vivono in baraccopoli formali e informali o nei centri di raccolta monoetnici, numero pari allo 0,04% della popolazione italiana. Rispetto all’anno precedente si registra quindi una leggera flessione di presenze (nel 2016 erano 28 mila unità) dettata non da una graduale risoluzione della questione ma piuttosto dalle drammatiche condizioni di vita all’interno di questi insediamenti che hanno spinto alcuni degli abitanti – prevalentemente comunitari – a spostarsi in altri Paesi o a tornare nelle città di origine.

I numeri

In Italia sono 148 le baraccopoli formali, distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all’interno di insediamenti informali. A fine 2017 in Italia risultavano ancora attivi 2 centri di accoglienza monoetnici riservati alle comunità rom per un totale di 130 residenti, uno nella città di Napoli e uno a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia. Dei rom e sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43% abbia la cittadinanza italiana; mentre sono 9.600 i rom originari dell’ex Jugoslavia di cui circa il 30% – pari a 3.000 unità – è a rischio apolidia. Nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti, infine, vivono nell’86% dei casi cittadini di origine rumena.

La condizione dei minori e gli sgomberi forzati

A vivere sulla propria pelle le tragiche conseguenze della segregazione abitativa sono molti minori, il 55% secondo le stime di Associazione 21 luglio, con gravi ripercussioni sulla salute psico-fisica e sul loro percorso educativo e scolastico. A incidere sui livelli di scolarizzazione contribuiscono infatti in modo significativo sia le condizioni abitative sia la forte catena di vulnerabilità perpetrata dalle operazioni di sgombero forzato attuate in assenza delle garanzie procedurali previste dai diversi Comitati delle Nazioni Unite.
Nella sua costante attività di monitoraggio, Associazione 21 luglio ha registrato in tutto il 2017 un totale di 230 operazioni: 96 nel Nord Italia, 91 al Centro (di cui 33 nella città di Roma) e 43 nel Sud.

Antiziganismo e discorsi d’odio

L’antigitanismo rimane uno degli elementi che continua a caratterizzare la nostra società. Nel 2017 l’Osservatorio 21 luglio ha registrato un totale di 182 episodi di discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti, di cui 51 (il 28,1% del totale) sono stati classificati di una certa gravità. È da segnalare quindi un incremento del 4% rispetto al 2016, anno in cui l’Osservatorio aveva rilevato un totale di 172 episodi.

La situazione a Roma

La città di Roma detiene il triste primato del maggior numero di insediamenti presenti, 17 in totale di cui 6 formali e 11 cosiddetti “tollerati”. Nella Capitale, nonostante le aspettative create a fine 2016 con la Memoria di Giunta e il “Progetto di Inclusione Rom” presentato il 31 maggio dalla sindaca Raggi che aveva come obiettivo il graduale superamento dei “campi” presenti all’interno della città – piano di cui Associazione 21 luglio aveva fin da subito evidenziato le fragilità – nel 2017 non è stato di fatto avviato alcun processo di inclusione. Caso esemplare quello dell’insediamento di Camping River, per il cui superamento la Giunta ha promosso una serie di azioni che si sono dimostrate fallimentari e non hanno fatto altro che “declassare” l’insediamento da formale a informale.

Le dichiarazioni

«Non è più il momento di tergiversare, non è più il momento di risposte nostalgiche che guardano alle soluzioni del passato – ha dichiarato Tommaso Vitale dell’Università Sciences Po, intervenuto oggi nel corso della presentazione del Rapporto – Questo è il momento del diritto anti-discriminatorio. In Europa le città stanno procedendo verso politiche di opportunità e integrazione, il tempo delle misure speciali, segreganti e discriminanti è definitivamente scaduto».
«Ancora una volta ci troviamo a dover constatare il fallimento delle politiche di inclusione rivolte a rom e sinti in emergenza abitativa – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – non ci sono progressi nell’implementazione della Strategia e le politiche non hanno prodotto alcun processo di inclusione. Sono necessari un chiaro orientamento strategico e un coordinamento a livello nazionale rispetto alle politiche di desegregazione abitativa».
SCARICA IL RAPPORTO ANNUALE 2017


*European Union Agency for Fundamental Rights (FRA); Human Rights Council (HRC); Committee on the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) e European Parliament Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs (LIBE).


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Associazione 21 luglio è tra i nuovi fellow Ashoka!

Associazione 21 luglio è stata riconosciuta come agente del cambiamento e con il Presidente Carlo Stasolla entra ufficialmente nella comunità degli Ashoka Fellow Italiani. La presentazione a Roma il 22 marzo.
Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, entra a far parte della comunità degli Ashoka Fellow Italiani in quanto innovatore sociale che, attraverso l’organizzazione di cui è a capo, ha prodotto un cambiamento ad alto impatto nel settore in cui opera.

Le cerimonia di riconoscimento

“Risposte concrete ai problemi sociali – come gli imprenditori sociali cambiano l’Italia”, è questo il titolo della presentazione che si terrà il 22 marzo dalle ore 17 presso il Palazzo Orizzonte Europa in Via Altiero Spinelli, 30, Roma (prenotazioni QUI), durante il quale Carlo Stasolla per Associazione 21 luglio entrerà ufficialmente nella rete di innovatori più grande al mondo. Insieme a lui, quest’anno, Daniel Tarozzi per Italia che Cambia, Massimo Vallati per il Calcio Sociale e Eleonora Voltolina per la Repubblica degli Stagisti.

Il lavoro di Associazione 21 luglio

Il lavoro di Associazione 21 luglio è stato riconosciuto per l’impegno nel trasformare il modo in cui le istituzioni italiane affrontano la marginalizzazione e la segregazione abitativa delle comunità rom. Esso ha l’obiettivo di disseminare un approccio innovativo per coinvolgere i diversi attori – dai decisori politici ai giornalisti, dagli accademici ai professionisti – in un cambio di paradigma che miri a smantellare il “sistema campi rom” di cui il nostro Paese è riconosciuto in Europa come il principale responsabile.

Chi è Ashoka

Ashoka, in Italia dal 2014, è la più grande rete globale di imprenditori sociali che da 37 anni seleziona, forma e connette innovatori sociali di tutto il mondo, per massimalizzarne l’impatto sociale, creare alleanze trasversali e cambiare il sistema nel complesso. Fondata nel 1981, opera in 93 Paesi e conta più di 3.500 Fellows e per il secondo anno consecutivo Ashoka è stata confermata la quinta ONG più influente al mondo per innovazione.

La dichiarazione di Carlo Stasolla

«Riceviamo questo riconoscimento come un grande onore – ha commentato Carlo Stasolla – e come un’ulteriore conferma dell’importanza del nostro lavoro. Sarà un incentivo per continuare con sempre maggiore impegno nella difesa dei diritti umani».

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sgombero forzato

Sgombero forzato per 250 rom. Associazione 21 luglio: «grave violazione dei diritti fondamentali»

Associazione 21 luglio condanna con fermezza lo sgombero forzato che ha coinvolto 250 persone di origine rom avvenuto questa mattina a Roma: «ennesima ferita di una città incapace di dare risposte».
Roma, 13/2/2018. Sono iniziate all’alba di questa mattina le operazioni di sgombero forzato di 250 persone di origine rom – tra cui circa 130 minori, donne incinte e anziani – che occupavano lo stabile di via Tiburtina 781 a Roma, un capannone industriale di proprietà della Società Romana Tiburtina Immobiliare S.p.A.
Le forze dell’ordine, un dispiego di Polizia Municipale, Carabinieri e Polizia di Stato, si sono presentate in tenuta antisommossa e hanno iniziato le operazioni di sgombero in evidente violazione degli obblighi internazionali e senza rispettare alcuna delle garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite, in parte fatte proprie dal Decreto Minniti (legge 48/2017). L’operazione non è stata infatti preceduta da alcuna notifica scritta alle famiglie e – soprattutto – non è stata fornita alcuna soluzione abitativa alternativa.
I residenti, di origine rumena, abitavano nello stabile da circa un anno e provenivano da ripetuti sgomberi di insediamenti informali. Nel 2017 sono state 33 le operazioni di sgombero forzato a Roma, che hanno coinvolto 557 persone, tutte appartenenti alla comunità rom.
Come denuncia da sempre Associazione 21 luglio, gli sgomberi forzati non fanno che aggravare le condizioni di vulnerabilità delle persone coinvolte e, oltretutto, interrompono irrimediabilmente il percorso scolastico dei minori coinvolti. Numerosi infatti le bambine e i bambini sgomberati oggi che frequentavano le scuole del quartiere (Istituto Comprensivo di Via Cortina e Istituto Comprensivo Palombini) e che difficilmente riusciranno a riprendere gli studi con regolarità.
Si tratta del primo sgombero forzato dopo quello di Piazza Indipendenza e dopo la circolare del Ministero dell’Interno – la n. 11001/123/11(1) – nella quale si ribadisce la necessità di tutelare i nuclei familiari più vulnerabili e in condizioni di grave disagio economico.
«Dopo il giusto clamore suscitato lo scorso agosto dallo sgombero di Piazza Indipendenza – ha sottolineato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – si prova amarezza nel constatare il silenzio che ha accompagnato lo sgombero odierno. Quella di oggi è una gravissima violazione dei diritti fondamentali – aggiunge – che provoca un’ennesima ferita nel corpo di una città incapace di ascoltare e di dare risposte a fasce di popolazione doppiamente discriminate: perché povere, perché di etnia rom».

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Giornata della Memoria.

Giornata della Memoria: urgente e doveroso riconoscimento Porrajmos


Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, ma lo sterminio degli almeno 500 mila rom e sinti vittime del “Porrajmos” durante il nazi-fascismo resta ancora oggi privo di riconoscimento istituzionale. Associazione 21 luglio: «Riconoscimento urgente e doveroso».

Roma, 26/1/2018. Si celebra domani 27 gennaio la Giornata della Memoria, una ricorrenza istituita in Italia con la legge n.211/2000 in ricordo delle vittime perseguitate e uccise nei campi di concentramento e sterminio durante il nazi-fascismo. Manca tuttavia un riconoscimento ufficiale degli almeno 500 mila rom e sinti caduti per mano di questi regimi, un genocidio – ricordato in lingua romanès con i termini “Porrajmos” (grande divoramento”) e “Samudaripen” (“tutti morti”) – perpetrato per ragioni puramente razziali e rimasto a tutt’oggi una pagina di storia da molti rimossa.

Porrajmos, il mancato riconoscimento

In vista di questa Giornata sono iniziate celebrazioni, commemorazioni e dibattiti ma l’amnesia relativa allo sterminio di queste comunità resta una profonda lacuna soprattutto sul piano politico e istituzionale. Non è stato infatti discusso da questa legislatura il disegno di legge presentato nel 2015 dai senatori Luigi Manconi, Manuela Serra, Francesco Palermo e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato che prevedeva di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria. Ne consegue che la persecuzione etnica di questi popoli non ha, ad oggi, ricevuto alcun riconoscimento istituzionale.

Associazione 21 luglio celebra il Porrajmos a Gioia del Colle

Associazione 21 luglio, in quanto organizzazione che supporta e tutela comunità in condizioni di segregazione e discriminazione, celebrerà quest’anno la Giornata della Memoria presso Gioia del Colle (BA) dove ha organizzato, in collaborazione con il Comune e l’Associazione Sic! ProgettAzioni Culturali, un convegno dal titolo “Porrajmos. La persecuzione dei rom e dei sinti durante il fascismo” al quale parteciperanno Luca Bravi (università di Firenze), Stefano Pasta (Università Sacro Cuore di Miano), Eva Rizzin (Università di Verona) e Ernesto Grandini (Associazione Sinti di Prato). A seguire verrà rappresentato, presso il Teatro Comunale Rossini, “Il mio inv(f)erno. Vita da zingaro”, uno spettacolo di Maurizio Vacca prodotto da Sic! ProgettAzioni Culturali e Comune di Gioia del Colle dedicato alla storia del pugile Johann Trollmann, detto Rukeli, campione e vittima del nazi-fascismo.

Uno spettacolo dedicato a Rukeli

“Il mio inv(f)verno…vita da zingaro” è la storia di un uomo e allo stesso tempo di un intero popolo. La rappresentazione ripercorre infatti non soltanto la deportazione nei campi di concentramento e lo sterminio, ma anche la persecuzione e la discriminazione esacerbata da leggi razziali sempre più dure nei confronti di un popolo di persone degradate dal regime al livello di «non umani».

Il commento di Associazione 21 luglio

«La rimozione dalla memoria collettiva dello sterminio delle comunità rom e sinte durante il nazifascismo è una ferita ancora aperta che spiega bene perché, ancora oggi, queste comunità siano tenute ai margini della vita sociale collettivaha sottolineato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – È invece fondamentale riportare quelle comunità rom e sinte che in Italia vivono in condizioni abitative ghettizzanti al centro di azioni politiche inclusive, abbandonando l’approccio pregiudizievole e stigmatizzante. Il riconoscimento del “Porrajmos”, che a questo punto diventa un atto urgente e doveroso, potrebbe rappresentare un’importante tappa in questa direzione».

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Matrimoni precoci: nelle baraccopoli romane superano il record del Niger

Dalla ricerca di Associazione 21 luglio sui matrimoni precoci, un dato shock sul fenomeno: il tasso raggiunge il 77% nelle baraccopoli romane superando il record mondiale del Niger. «Indispensabile superare le baraccopoli per garantire i diritti dell’infanzia».

ROMA, 24 NOVEMBRE 2017
. Ogni anno nel mondo 15 milioni di ragazze si sposano prima di aver compiuto la maggiore età. In Italia non esistono studi e statistiche sul fenomeno che, considerato residuale, viene generalmente letto attraverso una lente culturalista e attribuito solo a comunità rom o famiglie di recente immigrazione.
Per quantificare il fenomeno e comprendere la natura di queste unioni, Associazione 21 luglio ha curato il report “Non ho l’età. I matrimoni precoci nelle baraccopoli della città di Roma”, che verrà presentato oggi a partire dalle 15 presso L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) alla vigilia della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.
La ricerca è stata condotta nell’estrema periferia della città di Roma presso 8 differenti realtà abitative (sette baraccopoli e un’occupazione) abitate da più di 3000 persone e prendendo in considerazione i matrimoni avvenuti negli ultimi due anni (2014-2016). Dai dati raccolti è emerso un risultato shock: sul totale dei 71 matrimoni riscontrati nel periodo di riferimento, il tasso di unioni precoci osservato presso gli insediamenti analizzati è del 77%, numero che supera il record mondiale detenuto dal Niger (pari al 76%) e di gran lunga il tasso più alto detenuto in Europa come quello della Georgia (17%) e della Turchia (14%). Tra coloro che si sono sposati ancora minorenni nel 72% dei casi i nubendi avevano un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, mentre nel 28% dei casi i contraenti avevano tra i 12 e i 15 anni. Il genere incide in maniera determinante sulla precocità del matrimonio: una ragazza su due si sposa tra i 16 e i 17 anni, una su cinque ha tra i 13 e i 15 anni.
La ricerca sottolinea come le dinamiche emerse durante le interviste e i focus group, siano trasversali a diversi gruppi e comunità appartenenti a contesti molto distanti dalle baraccopoli romane e tuttavia interessati dal fenomeno. La trasversalità della diffusione dei matrimoni precoci è testimonianza e prova di come la questione dipenda dalle condizioni socio-economiche in cui versano le famiglie piuttosto che dalle specificità culturali dei singoli gruppi.
Non è un caso che le unioni tra minori registrino un tasso doppio nelle aree rurali rispetto alle aree urbane e che una ragazza in possesso di un’istruzione scolastica elementare sia doppiamente esposta al matrimonio precoce rispetto ad una coetanea con istruzione superiore. Sulla connessione con l’istruzione scolastica è necessaria una specifica: se nel caso dei matrimoni forzati e combinati, l’interruzione del percorso scolastico è indicata come una delle conseguenze più dannose del matrimonio in giovane età; quando l’unione è voluta e scelta in prima persona dagli sposi (circostanza che nella ricerca corrisponde al 49% dei casi sul campione analizzato) è vero il contrario: è il fallimento dell’esperienza scolastica che contribuisce ad orientare verso la scelta del matrimonio precoce.
In un contesto di deprivazione socio-economica come quello delle baraccopoli romane caratterizzato da una forte assenza di stimoli esterni e da un altissimo tasso di disoccupazione, soprattutto femminile, il matrimonio rappresenta un’opportunità per investire tempo, energie e capacità. Lo svantaggio socio-economico e il condizionamento della collettività di uno spazio generalmente ristretto e densamente abitato, diventano vincolanti nel contesto delle baraccopoli e favoriscono il perpetrarsi di questa pratica.
«Per garantire i diritti dell’infanzia e promuovere un sano sviluppo delle bambine e dei bambini, è necessario un cambio di rotta radicale nel nostro Paese – ha commentato Associazione 21 luglio –  a cominciare dall’urgenza di contrastare la povertà urbana ed educativa iniziando con il superamento delle baraccopoli presenti nelle periferie delle principali metropoli italiane, luoghi di segregazione e deprivazione economico-sociale che impediscono il godimento dei diritti dell’infanzia e dei più basilari diritti umani».

Per maggiori informazioni:
Elena Risi
Ufficio stampa e comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel. 06.64815620 – 388.4867611
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Giornata Internazionale dell'infanzia

Giornata Internazionale dell'infanzia, sono circa 15 mila i minori rom nelle baraccopoli

Si celebra oggi la Giornata per i diritti dell’Infanzia. Associazione 21 luglio e la rete REYN Italia: «I circa 15 mila minori rom che risiedono nelle baraccopoli italiane vivono un’esistenza di diritti negati. È necessario de-etnicizzare le politiche per una reale inclusione».

Roma, 20 novembre 2017. Come ogni anno si celebra anche in questo 2017 la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per ricordare la ratifica della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia avvenuta a New York nel 1989.
In questa occasione Associazione 21 luglio e la rete REYN Italia (Romani Early Years Network) – impegnate nella promozione dei diritti e del benessere delle bambine e dei bambini – denunciano la condizione drammatica in cui versano i circa 15 mila minori rom residenti nelle baraccopoli formali e informali del nostro Paese. Nella Capitale si stima una presenza di circa 4100 minori rom in emergenza abitativa e in condizioni di povertà: 1350 di età compresa tra gli 0 e i 6 anni, 2750 sono quelli tra i 7 e i 18. La vita di tutti questi minori è segnata dall’esclusione sociale, dallo scarso accesso ai servizi sanitari e dalla stigmatizzazione da parte della società. Per questi bambini l’aspettativa di vita è di 10 anni inferiore rispetto alla media, in un caso su 5 non inizieranno mai un percorso scolastico e avranno possibilità prossime allo 0 di intraprendere una carriera universitaria.
A ostacolare il pieno godimento del diritto all’istruzione sono – in primis – le condizioni abitative. La maggior parte delle baraccopoli si caratterizza per la lontananza da servizi essenziali, collocati nelle estreme periferie delle città e spesso a ridosso di zone inquinate e insalubri. La carenza di reddito, la discriminazione, l’esclusione sociale, la deprivazione culturale e l’inadeguatezza dello spazio abitato sono tutti fattori che hanno un forte impatto sul benessere fisico e psichico di questi minori e causano l’insorgere delle cosiddette “patologie da ghetto”: malnutrizione, scabbia, tubercolosi, o disturbi psichici come ansia e depressione.
Una ricerca di Associazione 21 luglio (“Ultimo Banco“) focalizzata sul “Progetto di scolarizzazione Rom di Roma Capitale” del periodo 2009-2015 ha riportato dati allarmanti: nella città di Roma 9 minori rom su 10 non hanno frequentato la scuola con regolarità, un minore rom su 2 è in ritardo scolastico e frequenta quindi una classe non conforme alla sua età anagrafica, infine, sulla media dei 1.800 bambini rom iscritti a scuola solo 198 hanno frequentato almeno i tre quarti dell’orario scolastico. Nell’ultimo anno scolastico monitorato, quello del 2014-2015, nella baraccopoli istituzionale di Castel Romano, la frequenza regolare ha raggiunto il suo valore più basso attestandosi al 3,1%. Questi dati dimostrano, una volta di più, come le responsabilità di tale insuccesso siano imputabili principalmente al contesto socio-economico e alle politiche abitative promosse dall’Amministrazione locale.
Gli sgomberi forzati che interessano gli insediamenti informali rappresentano un ulteriore fattore di trauma per i minori delle baraccopoli, rendono le condizioni di vita delle famiglie coinvolte ancora più precarie e costituiscono un ennesimo ostacolo al pieno godimento del diritto all’istruzione, già pesantemente compromesso, dei minori che li subiscono. A Napoli, nel quartiere di Gianturco, uno sgombero forzato ha coinvolto circa 1300 rom in emergenza abitativa, di cui circa la metà minori, provocando una vera e propria diaspora alla vigilia della Giornata Internazionale dei rom e sinti celebrata l’8 aprile di ogni anno.
Per quanto riguarda la Capitale, da un monitoraggio relativo al periodo 1° novembre 2016 – 30 giugno 2017 Associazione 21 luglio aveva registrato nella città di Roma un incremento di operazioni pari al 133% rispetto agli otto mesi precedenti e il 23 ottobre scorso, con lo sgombero forzato numero 29 si è superato il totale di operazioni effettuate dalle forze dell’ordine nell’arco dell’intero 2016.
«Politiche ventennali realizzate su base etnica e destinate ai rom in quanto rom, hanno negli anni alimentato il circolo di povertà ed esclusione sociale – afferma Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – ostacolando le famiglie rom svantaggiate e traducendosi in barriere per l’accesso a diritti fondamentali, come l’alloggio e l’educazione scolastica. Tra gli obiettivi della Rete Reyn Italia c’è anche quello di promuovere un cambio di rotta nel nostro Paese al fine di incentivare politiche realmente inclusive a partire dalla prima infanzia, all’insegna delle qualità e dell’alta professionalità”.

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Elena Risi
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#RiallacciaIlNasone

#RiallacciaIlNasone, parte la campagna per la riapertura dei nasoni

ROMA – 25/10/2017. Mentre oggi andava in scena la cerimonia di chiusura del summit internazionale su Acqua e Clima alla Protomoteca del Campidoglio, associazioni e movimenti hanno chiesto con un flash mob alle istituzioni locali e nazionali misure concrete per la gestione comune e sostenibile delle risorse idriche, il rispetto della giustizia climatica e del diritto universale all’acqua.
“Fiumi e laghi prosciugati dai profitti dei privati – Fuori l’acqua dal mercato” recitava lo striscione srotolato.
Gli attivisti (tra i quali Terra!, Coordinamento Romano Acqua Pubblica, Associazione 21 luglio e A Sud) hanno inoltre colto l’occasione per lanciare la campagna #RiallacciaIlNasone (http://bit.ly/RiallacciaIlNasone), con la richiesta alla Sindaca Virginia Raggi di riaprire le fontanelle pubbliche chiuse dall’Acea durante l’estate.
La speranza è che dal summit sia il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, sia la Sindaca di Roma, Virginia Raggi, abbiano imparato qualcosa per invertire la rotta di politiche insostenibili. Grazie a un suggerimento del primo e al silenzio assordante della seconda, è passato a luglio il piano dell’Acea per la chiusura di quasi tutti i 2.800 nasoni di Roma, sull’onda di una emergenza siccità smentita dai rapporti dell’Ispra, mentre oltre il 40% dell’acqua di Roma si perde a causa dei mancati investimenti. Non c’è stato il rispetto del principio di giustizia climatica, che di fronte alle crisi ambientali imporrebbe la tutela dei soggetti più fragili. Chiudendo le fontanelle romane si è deciso di negare l’accesso all’acqua a circa 10 mila persone tra senza fissa dimora, rom, migranti e indigenti, che non hanno altro modo di lavarsi o dissetarsi. E dire che l’accesso all’acqua è un principio chiave della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dal 2010, mentre nel 2015 una storica risoluzione del Parlamento europeo ha proposto di inserirlo nella legislazione dell’Ue, di escludere l’acqua dai negoziati per accordi commerciali come il CETA e il TTIP, di bloccare le privatizzazioni.
Il Governo italiano finora ha clamorosamente mancato questi importanti obiettivi, aggirando il referendum del 2011 tramite la legge Madia e sostenendo la firma del CETA, l’accordo di libero scambio Ue-Canada che apre a ulteriori privatizzazioni dei servizi pubblici.
Il Comune di Roma ha fatto altrettanto con il silenzio assenso sul piano di chiusura delle fontanelle pubbliche, pur essendo primo azionista di Acea. Il giudizio sulla gestione privata dell’acqua nella capitale è fortemente negativo, come sottolineano i dati: la rete idrica è afflitta da una tale carenza di manutenzione da registrare perdite del 40% e mentre nel 2016 gli oltre 60 milioni di euro di utili dell’azienda sono finiti in tasca agli azionisti, per rispondere a una presunta siccità si è preferito chiudere i “nasoni”, da cui passa appena l’1% dell’acqua che ogni secondo arriva a Roma.
Nemmeno a livello regionale per ora sono stati fatti passi avanti: eppure la Regione Lazio nel 2014 fu pioniera nell’approvare la prima legge che pone le basi per rendere nuovamente pubblico il servizio idrico. A pochi mesi dalle nuove elezioni, tuttavia, manca ancora l’ultima delibera dell’Assessore Fabio Refrigeri, che permetterebbe di attuare questo storico provvedimento. Allo stesso modo non si sono trovati i 2.500 euro annui sufficienti alla manutenzione degli idrometri del lago di Bracciano, ancora in crisi dopo gli allarmi di questa estate. Un’emergenza che, grazie a tre relazioni tecniche dell’Ispra pubblicate la settimana scorsa, sappiamo essere frutto non tanto della siccità, quanto delle captazioni sconsiderate per l’uso umano, soprattutto da parte di Acea.
Unendo i puntini siamo in grado di costruire una mappa delle responsabilità e delle carenze istituzionali che hanno generato uno stato di emergenza del tutto evitabile a Roma e nel Lazio. I prelievi idrici non controllati da enti indipendenti hanno causato il disastro ambientale di Bracciano, ma quegli stessi prelievi sembrano indispensabili a causa di enormi perdite nella rete idrica romana, su cui l’Acea non interviene da anni perché preferisce distribuire dividendi da capogiro agli azionisti. Il tutto a scapito delle comunità locali e dei cittadini romani, vittime della beffa di una misura ingiusta e vana come la chiusura dei nasoni.
Pensiamo che le passerelle ai summit internazionali non bastino a costruire il futuro dei territori. Per questo chiediamo a tutti i rappresentanti istituzionali – dalla Sindaca di Roma al Presidente della Regione Lazio, fino al Ministro dell’Ambiente – di assumersi le proprie responsabilità politiche: l’approccio attuale, ad ogni livello, è contrario ad una gestione partecipata, trasparente e sostenibile dell’acqua. E questo non è soltanto inaccettabile, ma rappresenta un pericolo concreto per chi vive e lavora sul territorio, sempre più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici. Chiediamo una serie di misure urgenti alla Sindaca Raggi: faccia pressioni su Acea per la riapertura dei nasoni e imponga la riparazione della rete colabrodo impiegando gli utili aziendali, pubblichi i dati sulle risorse impiegate finora nelle riparazioni delle tubature e la lista degli interventi già conclusi. Al Presidente Zingaretti chiediamo di attuare la legge 5 del 2014, per realizzare il volere di milioni di cittadini e tutelare i bacini idrografici. Al Ministro Galletti va invece la richiesta di portare alla COP 23 una parola chiara sulla gestione dell’acqua: qualunque risposta ai cambiamenti climatici che tuteli la risorsa idrica deve rigettare le regole di mercato. Non può esistere attenzione ad un bene comune e scarso se l’obiettivo del gestore è fare profitti. Tutto il resto rischia di essere solo una favola vuota, probabilmente non a lieto fine.
campi rom Roma

I "campi rom" della Capitale non si superano e le spese lievitano

I “campi rom” a Roma non si superano e lievitano le spese per mantenerli. Associazione 21 luglio: «L’unica svolta può essere data votando la Delibera “Accogliamoci”».

 ROMA, 12/10/2017. Si è proceduto oggi presso il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale all’apertura delle buste relative alla “Procedura di gara aperta in n. 2 lotti funzionali, per l’affidamento del Progetto di inclusione sociale per le persone rom, sinti e caminanti e superamento dei campi rom La Barbuta e Monachina PON Città Metropolitane 2014-2020″.Le attese erano alte visto che il 31 maggio di quest’anno la sindaca Raggi, nel presentare il Piano di Inclusione rom aveva affermato: «Possiamo annunciare in maniera molto netta che finalmente a Roma saranno superati i campi rom. Abbiamo approvato un piano che consente di riportare Roma in Europa, abbiamo appreso le migliori prassi che hanno funzionato e le portiamo a Roma per superare i campi. Iniziamo chiaramente con due campi, La Barbuta e Monachina».

Molto presto i fatti hanno cominciato a disattendere le aspettative e con l’apertura delle buste avvenuta nella mattinata di oggi è andato in scena l’ennesimo atto di una serie di fallimenti che sino ad ora hanno contraddistinto l’operato dell’Amministrazione Capitolina. Con l’apertura del plico si è accertato infatti che la “Procedura di gara“ per Monachina è andata deserta, mentre per la Barbuta si è presentato un unico ente. La conseguenza? Il “campo” della Monachina non verrà superato, mentre presso la Barbuta sarà la Croce Rossa a prendere in carico la gestione della fuoriuscita dei circa 600 rom dall’insediamento entro il dicembre 2020.
Associazione 21 luglio, nel commentare il Piano di inclusione rom di Roma Capitale aveva a suo tempo parlato di “fallimento annunciato” e i fatti sembrano confermare la previsioni. «La Croce Rossa Italiana – sostiene Associazione 21 luglio – è un’organizzazione che lavora in contesti emergenziali e la notizia che debba gestire il delicato processo dell’inclusione dei rom nell’insediamento La Barbuta appare un segnale preoccupante e fortemente contraddittorio che indica come, ancora una volta, potrebbe essere la sicurezza il modello sotteso alle azioni istituzionali».
Ma la prova di credibilità più imminente per il “Piano” era costituito dal superamento di Camping River, e anche in questo caso i risultati sono stati deludenti e incerti. Nelle intenzioni del Campidoglio, con la delibera n. 146 del 28 giugno 2017, prima di Monachina e Barbuta era prevista appunto la chiusura di Camping River entro il 30 settembre. In realtà le azioni per il raggiungimento dell‘obiettivo si sono rivelate inefficaci, nulla è cambiato ad oggi nell’insediamento sulla via Tiberina e i tempi del suo superamento risultano indefiniti.
Nel frattempo, ciò che preoccupa Associazione 21 luglio è la lievitazione delle spese per la manutenzione degli insediamenti. Nel mese di giugno è stata pubblicata la gara pubblica per i lavori di manutenzione ordinaria nei “villaggi rom” per un importo totale di circa 600.000 euro mentre nei giorni scorsi è stato reso pubblico il bando per lo svuotamento delle vasche di accumulo dei “villaggi attrezzati” per un impegno di spesa massimo di 2.800.000 euro.
Secondo Associazione 21 luglio la strada verso il superamento dei “campi rom” è rimasta nei proclami ma nei fatti è lontana dall’essere intrapresa. Giace ancora in Campidoglio la delibera di iniziativa popolare per il superamento dei campi rom presentata dal Comitato Accogliamoci e sottoscritta da più di 6.000 cittadini romani. La delibera era stata portata nell’aula del Consiglio Comunale per la sua discussione il 30 marzo 2017. Non era stata votata per consentire un dialogo tra le autorità capitoline e i rappresentanti del Comitato ma il presidente d’Aula, Marcello De Vito si era impegnato, entro i tre mesi successivi, a calendarizzarla per la sua votazione.
«Il tempo è scaduto da parecchio – afferma Associazione 21 luglio – e i fatti ci dicono due cose: il Piano rom della Giunta Raggi è stato sino ad ora un fallimento, 6.000 cittadini romani hanno proposto un Piano alternativo che l’Assemblea Capitolina ha il compito di discutere e votare. Ci appelliamo quindi al presidente Marcello De Vito – prosegue – perché la delibera per il superamento dei campi rom venga al più presto calendarizzata. Essa potrebbe ad oggi rappresentare l’unica via di uscita da un’impasse nel quale è affondata l’intera questione rom nella Capitale».

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