Salvini.

"Non è reato se prendi a bastonate uno zingaro che ruba"

L’area legale dell’Associazione 21 luglio sta lavorando per un esposto alla Procura della Repubblica nei confronti del Consigliere Municipale del I Municipio di Roma Luca Aubert a seguito del post pubblicato sul suo profilo Facebook nella giornata di oggi. Il Consigliere del Gruppo “Noi con Salvini” ha infatti scritto: “Banda di zingaracci in azione a via Andrea Doria. Bisognerebbe fare una modifica al codice penale: “non è reato se prendi a bastonate uno zingaro che ruba”. Siete con me?”.
L’Associazione 21 luglio ritiene che le affermazioni del Consigliere Municipale, oltre ad essere lesive della dignità umana, possano essere suscettibili di incitare all’odio razziale, a sentimenti xenofobi e alla discriminazione.
«Parole di tale tenore – sostiene l’Associazione 21 luglio – attaccano apertamente un determinato gruppo etnico, contribuendo ad alimentare tra i lettori del post allarme sociale, rinfocolando pregiudizi e incitando a comportamenti intolleranti e xenofobi».
Tali affermazioni del resto, si pongono in contrasto con quanto ribadito da varie Convenzioni e organismi internazionali che si sono ampiamente espressi sulla questione dei discorsi d’odio. Secondo il Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale delle Nazioni Unite (CERD), per esempio, «l’esercizio del diritto alla libertà di espressione comporta particolari doveri e responsabilità tra cui l’obbligo di astenersi dal diffondere idee fondate sulla superiorità o l’odio razziale».
In riferimento alla posizione espressa da Luca Aubert, l’Associazione 21 luglio intende anche chiedere una netta presa di posizione al presidente dell’Associazione vaticana SS. Pietro e Paolo, organizzazione impegnata in iniziative assistenziali e in un servizio di vigilanza al Santo Padre presso la quale il Consigliere Municipale afferma – nel suo profilo pubblico presente sul sito del Comune di Roma – di svolgere servizio di volontariato.

discorsi d'odio

Discorsi d'odio contro i rom: quasi un caso al giorno

Nei primi sei mesi del 2015, l’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio ha rilevato 183 casi di hate speech (discorsi d’odio) contro tali comunità, con una media di quasi un episodio al giorno.
Secondo i dati semestrali dell’Osservatorio 21 luglio, relativi al periodo 1 gennaio – 15 luglio 2015, oltre la metà degli episodi riscontrati (105 su 183) è classificata come “gravi“, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom, i cui autori sono nella maggior parte dei casi esponenti politici attraverso dichiarazioni sulla stampa e sui social media.
I restanti 78 episodi riscontrati, invece, si configurano come “discorsi stereotipati“, categoria nella quale confluiscono tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.
antiziganismo
Rispetto all’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio 21 luglio, si è registrato un leggero calo nella media giornaliera dei discorsi d’odio contro rom e sinti. Tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, infatti, l’Osservatorio aveva rilevato 428 casi complessivi, per una media di 1,17 casi al giorno.
Rispetto agli episodi rilevati, sono state 40 le azioni correttive intraprese dall’Osservatorio tra gennaio e luglio 2015, tra cui segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, lettere di diffida, segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (Oscad) e esposti all’Ordine dei Giornalisti in caso di episodi appannaggio dei professionisti dell’informazione.
A questo proposito, proprio nei giorni scorsi, l’Osservatorio ha ricevuto comunicazione da parte del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia circa l’apertura di due procedimenti disciplinari nei confronti di due giornalisti i cui articoli, secondo gli esposti presentati dall’Osservatorio, si configuravano come discriminatori e stigmatizzanti dei confronti dell’intera comunità rom e sinta.
«Nonostante il lieve calo riscontrato nella media giornaliera dei discorsi d’odio nei primi sei mesi del 2015, quella dell’antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica, plurale e inclusiva sulla quale occorre mantenere alta la guardia – sostiene l’Associazione 21 luglio – . La facilità con cui i discorsi d’odio rivolti a rom e sinti trovano terreno fertile nel nostro Paese ha come conseguenza, infatti, quella di rendere sempre più accettabili e condivisibili, da parte dell’opinione pubblica, posizioni estreme e penalizzanti nei confronti di tali comunità, contribuendo così ad alimentarne un’immagine negativa e stereotipata».
 
 

Se i giornalisti incitano all'odio contro i rom

Il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha avviato due procedimenti disciplinari nei confronti dei giornalisti Mariacristina Lani e Luca La Mantia, autori di alcuni articoli pubblicati sulle testate “Milano Post” e “Noiroma.tv“, segnalati dall’Osservatorio 21 luglio in quanto discriminatori nei confronti di rom e sinti.
L’apertura dei due procedimenti segue la presentazione di due differenti esposti all’Ordine da parte dell’Osservatorio 21 luglio, nell’ambito delle sue attività di monitoraggio dei discorsi d’odio a livello nazionale.
Al centro dell’azione disciplinare nei confronti della giornalista pubblicista Mariacristina Lani, in particolare, vi sono due articoli pubblicati sulla testata on line “Milano Post” rispettivamente il 16 aprile e il 23 aprile 2013.
“Il problema nomadi assilla l’Europa che sa solo rispondere con il tema dell’integrazione allocando fondi, alimentando così un metodo di vita parassitario di alcune genti”, scriveva la giornalista in uno degli articoli, discostandosi così, secondo l’Osservatorio 21 luglio, dagli obblighi deontologici per i giornalisti e diffondendo congetture di carattere discriminatorio fondate su base etnica.
Nell’altro articolo, molto critico nei confronti del sindaco di Milano Pisapia, la stessa Mariacristina Lani scriveva: “La città é di tutti: sarà per lui dei Rom che se ne fottono di Milano, spendendo e rubando i soldi dei cittadini, ma è anche dei bambini di Milano a cui viene rubata una scuola”.
Articoli di tale tenore – è l’opinione dell’Osservatorio 21 luglio sottoposta all’attenzione dell’Ordine dei giornalisti lombardo -, anziché limitarsi alla cronaca dei fatti accaduti, attaccano apertamente un determinato gruppo etnico, dando ampio spazio a dichiarazioni congetturali e generalizzanti, e contribuendo all’alimentazione dell’allarme sociale, rinfocolando i pregiudizi e incitando a comportamenti intolleranti e xenofobi.
Questi articoli, del resto, si pongono in contrasto con quanto ribadito da varie Convenzioni e organismi internazionali che si sono ampiamente espressi sulla questione dei discorsi d’odio. Secondo la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (CERD), per esempio, «gli Stati contraenti s’impegnano a adottare immediate ed efficaci misure, in particolare nei campi dell’insegnamento, dell’educazione, della cultura e dell’informazione per lottare contro i pregiudizi che portano alla discriminazione razziale».
Anche nell’articolo firmato dal giornalista professionista Luca La Mantia, pubblicato sul giornale on line “Noiroma.tv” il 9 aprile 2014 e intitolato “Nomade a chi?”, l’Osservatorio 21 luglio ha rilevato la presenza di congetture a sfondo discriminatorio verso rom e sinti, in grado di trasmettere un’immagine stereotipata e criminosa di un intero gruppo di persone.
In seguito all’apertura dell’esposto da parte del Consiglio dell’Ordine della Lombardia, tuttavia, l’articolo è stato rimosso dal portale e l’Osservatorio 21 luglio ha ricevuto una apprezzabile email di scuse, rivolte all’intera comunità rom e sinta, dallo stesso autore dell’articolo.
Non è la prima volta, del resto, che la testata “Noroma.tv” si segnala per pubblicazioni di tale tenore. A dicembre 2014, il direttore Michele Ruschioni era stato sanzionato con un’ammonizione dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio per un editoriale in cui scriveva: “Ho le scatole piene di zingari, nomadi, rom o come diamine vanno chiamati questa gentaglia che si aggira per la città con il chiaro intento di rubare, fregare, scippare, inculare il prossimo”.
Con l’apertura dei procedimenti disciplinari nei confronti di Mariacristina Lani e Luca La Mantia, l’Ordine della Lombardia avrà ora il compito di verificare la violazione delle norme deontologiche che regolano la professione giornalistica, con particolare riferimento al divieto di discriminazione per ragioni di razza.
Foto: cartadiroma.org

Salvini e i rom: più che ruspe, informazione

La tragedia di due giorni fa nella Capitale – un gravissimo fatto di cronaca trasformato in una campagna d’odio anti-rom – ha dato il la al leader della Lega Nord Matteo Salvini per avventarsi su quanto accaduto e reiterare, a pochi giorni dal voto regionale, la sua personale crociata a base di discorsi d’odio (hate speech) nei confronti dei rom e sinti in Italia.
Una campagna, che ha come effetto quello di soffiare sul fuoco dell’ostilità e dell’intolleranza verso tali comunità, partita già lo scorso dicembre, quando Salvini presentò la lista “Noi con Salvini” in vista della campagna elettorale per le elezioni regionali 2015.
Abbiamo analizzato i discorsi di Salvini, individuandone le tesi principali (vedi sotto). Ne emerge un quadro di frasi, slogan propagandistici e retorica stigmatizzante che amplifica e replica stereotipi e pregiudizi negativi, sfociando nel rischio concreto di una graduale sedimentazione ed escalation dell’antiziganismo, il sentimento d’odio verso rom e sinti.
Gli effetti di una tale diffusione e di un tale grado di accettazione dell’antiziganismo sono vari, ma si possono riassumere in tre principali ripercussioni:

  • Ripercussioni materiali, in termini di trattamenti o atteggiamenti discriminatori, sulla vita quotidiana di rom e sinti, in particolare nella sfera dell’impiego e dell’abitare;
  • Un graduale innalzamento della soglia di accettazione nei confronti di discorsi e retoriche apertamente ed esplicitamente penalizzanti e stigmatizzanti, con il rischio di facilitare occasionali derive violente;
  • Un enorme ostacolo per l’applicazione di politiche effettivamente inclusive rivolte a rom e sinti, dovuto al fatto che un’elevata diffusione di sentimenti antizigani funge da enorme fattore deterrente per l’attuazione di politiche di inclusione sociale da parte delle amministrazioni locali.

 
Per contrastare il fenomeno dell’hate speech, occorrerebbe  anzitutto un cambiamento culturale che coinvolga l’insieme della società: dai politici agli insegnanti, ai professionisti dell’informazione fino all’insieme dell’opinione pubblica. Per facilitare tale processo, sono più che mai necessari strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, di cui tuttavia il nostro Paese non dispone in maniera sufficiente rendendosi così terreno fertile per la diffusione dell’hate speech e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.
«Gli Stati parte devono dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli», si legge nella Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio diffusa a fine 2013 dal Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD).
Di fronte alla valanga di dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, settimane e giorni dal leader leghista Matteo Salvini, di fronte alla constatazione della scarsità di strumenti, in Italia, per mettere un argine ai discorsi d’odio, di fronte alle ricadute devastanti che tali discorsi hanno sulle vite di rom e sinti e sulla percezione pubblica nei loro confronti, il rischio, per chi vorrebbe un’Italia libera da discriminazioni e pregiudizi, è di lasciarsi travolgere dal senso di rassegnazione e dalla constatazione del vanificarsi dei propri sforzi. Si verrebbe così tentati dall’alzare bandiera bianca, non provare più a scardinare stereotipi e luoghi comuni, restare in silenzio.
Eppure sappiamo bene che non possiamo, e mai potremo farlo, perché quella dei diritti umani è una sfida che si gioca e che si vince a poco a poco, un tassello dopo l’altro. Per questo la nostra Associazione – insieme, ne siamo certi, a tutti gli uomini e le donne in Italia che condividono le nostre preoccupazioni e la nostra sfida – continuerà a denunciare e a raccontare fatti e storie nell’intento di decostruire gli stereotipi negativi e i pregiudizi diffusi nei confronti di rom e sinti. Quell’onda antizigana che Matteo Salvini ha cavalcato pur di guadagnarsi il consenso elettorale. Sulla pelle dei rom.


 

 

MATTEO SALVINI E LA RETORICA ANTI – ROM


Non vogliono lavorare e integrarsi

Salvini: “Ma i rom rubano tutti?” “Troppi. Ce ne saranno 3 che lavorano non so 5… su 180 mila che sono in Italia” (15 aprile 2015, Matrix, Canale 5).
Oggi nel nostro Paese, sono circa 35 mila i rom e i sinti che vivono nei cosiddetti “campi rom”, 1 su 5 del totale dei circa 170-180 mila rom e sinti presenti in Italia. Tutti gli altri vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono una vita come quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente sul territorio nazionale. Le loro storie, purtroppo, sono poco conosciute, sia perché molto spesso i media prediligono dare spazio a notizie dove rom e sinti sono protagonisti in negativo, sia perché i rom e sinti che conducono una vita “normale” preferiscono restare “mimetizzati” e non rivelare la propria identità.
I “campi rom” non sono pertanto i luoghi dove queste persone vorrebbero vivere “per cultura”, bensì il posto che le istituzioni hanno individuato per relegarvi, su base etnica, tali comunità. Si tratta di luoghi di marginalizzazione, dove le persone sono di fatto escluse dal tessuto sociale, e che certamente favoriscono anche fenomeni di devianza e criminalità. Questi luoghi, creati e gestiti dalle istituzioni, costano diversi milioni di euro alle casse pubbliche. Nella Capitale, nel solo 2013, per mantenere in vita il “sistema campi” sono stati spesi 24 milioni di euro: un ingente flusso di denaro affidato senza bando pubblico, in maniera diretta, a enti e cooperative per la sola gestione dei “campi”, mentre quasi nulla è stato destinato all’inclusione sociale delle persone e alla prospettiva di una loro fuoriuscita da questi luoghi. Un sistema nel quale è potuta infiltrarsi anche la Mafia Capitale.

Hanno troppi privilegi. Prima gli italiani

Salvini: “Non esiste che ci siano migliaia di queste persone a cui gli italiani pagano luce, acqua, e gas. Non esiste che non paghino l’Imu” (8 aprile 2015, Otto e Mezzo, La7).
“Ci sono tanti toscani magari alluvionati che dicono anch’io vorrei avere una casa per 15 persone con l’affitto pagato e vorrei campare senza fare una mazza dalla mattina alla sera” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).
Vivere in un “campo rom” non è un privilegio; al contrario, è una condanna. Significa subire quotidianamente violazioni dei propri diritti umani, dal diritto all’alloggio al diritto all’istruzione, dal diritto alla salute al diritto al gioco, sino al diritto alla famiglia. I “campi nomadi”, rappresentano da anni un’anomalia tutta italiana (il nostro Paese è l’unico in Europa dove esistono “campi per soli rom” istituzionali) e buona parte di essi rientra nella definizione di “baraccopoli” adottata dalla agenzia delle Nazioni Unite UN Habitat.
Sono spesso delimitati da recinzioni e sistemi di videosorveglianza e di controllo degli ingressi; in molti casi sono collocati al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, come scuole, ospedali e supermercati; sono spesso caratterizzati da condizioni igienico-sanitarie critiche, sono sovraffollati e si compongono di unità abitative prive di spazi adeguati. Il “campo rom”, inoltre, si configura come luogo discriminatorio su base etnica, in quanto riservato esclusivamente a persone di “etnia rom”. Per altre categorie di persone in emergenza abitativa nel nostro Paese, infatti, il “campo” rom non è contemplato tra le soluzioni per rispondere alle loro esigenze.
Quanto al “prima gli italiani”, infine, non è da dimenticare che oltre la metà dei rom e dei sinti presenti in Italia sono cittadini italiani, cui si aggiunge una consistente fetta di persone nate e cresciute in Italia, ma prive della cittadinanza italiana, che non hanno neanche mai visitato il Paese di origine dei genitori e che non ne conoscono la lingua.

Hanno solo diritti, diritti. E niente doveri

Salvini: “Mi domando perché quando parlo di rom ci sono sempre diritti, diritti, diritti e i doveri arrivano in sedicesima fila” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).
Quando si parla di diritti dei rom si fa riferimento ai loro diritti umani, quei diritti cioè sanciti per primi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che appartengono a ogni persona al mondo in quanto, appunto, essere umano. I diritti umani dei rom in Italia sono costantemente violati, in particolare, dalla “politica dei campi” che il nostro Paese continua ad attuare nei loro confronti.
Le condizioni al di sotto degli standard che si registrano nei “campi rom” hanno del resto attirato l’attenzione e le condanne da parte di numerosi enti di monitoraggio internazionali ed europei e organizzazioni per la tutela dei diritti umani, dal Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite al Consiglio d’Europa, dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali alla Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza. Solo pochi mesi fa, per esempio, la Commissione Europea ha richiesto all’Italia informazioni sulle condizioni abitative dei rom nel nostro Paese, paventando l’ipotesi dell’apertura di una procedura d’infrazione: «Dispositivi di alloggio di questo tipo risultano limitare gravemente i diritti fondamentali degli interessati, isolandoli completamente dal mondo circostante e privandoli di adeguate possibilità di occupazione e istruzione», si legge nella lettera della Commissione.

Sfruttano i bambini e non li mandano a scuola

Salvini: “Il diritto umano viene violato da queste persone che sfruttano i bambini e non li mandano a scuola e li usano per accattonare e per fare altro” (22 aprile 2015, Il Fatto Quotidiano).
Sono la segregazione abitativa, l’esclusione sociale e la discriminazione, anche istituzionale, ad avere conseguenze devastanti sulla condizione di vita dei minori rom. Un minore rom che nel nostro Paese vive in un insediamento formale o informale, esposto a situazioni potenzialmente nocive per la salute, avrà una aspettativa di vita mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione e avrà un alto rischio di contrarre le cosiddette “patologie da ghetto”, come ansie, fobie e disturbi del sonno e dell’attenzione.
La precarietà e l’inadeguatezza dell’alloggio, inoltre, hanno evidenti conseguenze sul percorso scolastico: in 1 caso su 5 un minore rom in emergenza abitativa non inizierà mai il percorso scolastico e avrà probabilità prossime alle 0 di accedere ad un percorso universitario. Le sue possibilità di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%, mentre da maggiorenne avrà 7 possibilità su 10 di sentirsi discriminato a causa della propria etnia.
Salvini: “Perché i tribunali dei minorenni vanno a rompere le palle alle mamme e ai papà italiani se hanno qualche problema e non vanno a casa di questa gente” (10 aprile 2015, Mattino 5, Canale 5).
Secondo la ricerca “Mia madre era rom” dell’Associazione 21 luglio, che ha preso in considerazione i fascicoli relativi a minori rom affrontati dal Tribunale per i Minorenni di Roma tra il 2006 e il 2012, un minore rom, a Roma e nel Lazio, rispetto ad un suo coetaneo non rom, ha 60 volte la probabilità di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e 50 volte la probabilità che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Di conseguenza, è il dato più emblematico, un bambino rom ha 40 volte la probabilità di essere adottato rispetto a un bambino non rom.

Ruspe nei campi rom. Sgomberarli tutti

Salvini: “Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi rom. Nella nostra Italia noi mandiamo una letterina a questi signori dicendo fra tre mesi si sgombera. Organizzati. Fra tre mesi qua arrivano le ruspe. Organizzati. La casa la compri, la affitti, chiedi la casa popolare, fai il mutuo ma non puoi più campare alle spalle degli italiani. Fra tre mesi si sgombera, basta vai a fare il rom da qualche altra parte” (28 febbraio 2015, comizio a Piazza del Popolo, Roma)
È vero: nella nostra Italia non ci dovrebbe esser spazio per i “campi rom”. Per via delle ripetute violazioni dei diritti umani che essi comportano, come già descritto nei precedenti punti. I “campi”, dunque, andrebbero superati, come l’Italia si è del resto già impegnata a fare con il varo, nel febbraio 2012, della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti. La soluzione per il superamento dei “campi”, tuttavia, non è la ruspa, come propone Matteo Salvini, anche perché terminata l’azione distruttiva delle ruspe uomini, donne e bambini non svanirebbero di certo nel nulla. La soluzione per superare i “campi” e l’assistenzialismo inutile e inefficace risiede invece nel l’attuazione di efficaci percorsi di inclusione sociale volti a favorire la fuoriuscita da tali ghetti etnici di persone in emergenza abitativa. In questo modo, d’altra parte, si eviterebbe di continuare a utilizzare ingenti risorse pubbliche per mantenere in piedi il “sistema campi”, senza che un euro venga destinato all’inclusione sociale dei loro abitanti, ma investito nel reiterare un circolo vizioso di discriminazione, povertà e marginalizzazione.
 
Foto: Umbria24.it

odg lombardia

Odg Lombardia, procedimenti disciplinari per due giornalisti

L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha aperto un doppio procedimento disciplinare nei confronti dei giornalisti Serena Coppetti e Salvatore Todaro, rispettivamente del quotidiano Il Giornale e della testata on line Milano Post, in seguito agli esposti presentati dall’Associazione 21 luglio e dall’Associazione Carta di Roma riguardo a una serie di articoli contenenti congetture discriminatorie su base etnica in grado di alimentare allarme sociale e pregiudizi nei confronti di rom e sinti.
Con l’apertura del procedimento, il Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia verificherà le eventuali violazioni, da parte dei due giornalisti, della Carta dei doveri del giornalista, che vieta la discriminazione per ragioni di razza, e del Codice deontologico sul trattamento dei dati personali che impone il rispetto della persona sotto il profilo razziale all’interno delle pubblicazioni.
A Serena Coppetti, giornalista de Il Giornale, si contestano in particolare tre articoli pubblicati tra il luglio e il novembre 2012.
In due articoli dal titolo “Non bastano le case riservate. Ai rom anche un lavoro sicuro” e “Dopo le agevolazioni per la casa anche un lavoro sicuro per i rom”, l’autrice, secondo Associazione 21 luglio e Associazione Carta di Roma, si discosta dall’obbligo deontologico di attenersi alla verità accertata dei fatti, pubblicando congetture discriminatorie perché fondate su base etnica.
«Pare ancora troppo poco garantire l’accesso privilegiato alle case Aler, il permesso di costruirsi la casa da soli e l’avviso di sgombero – scrive Serena Coppetti -. Perché non dare anche la possibilità ai rom di avere una corsia di accesso agevolato al lavoro? Per esempio affidando direttamente le commesse di Amsa e Comune, o incoraggiando la raccolta di materiali di recupero come il ferro e il rame nella quale sono piuttosto esperti?»
La diffusione di questi articoli – sostengono le due associazioni promotrici dell’esposto – trasmette un’immagine criminosa di un intero gruppo di persone, ne lede la dignità e contribuisce, attraverso l’uso di termini dispregiativi e generalizzazioni, ad alimentare l’allarme sociale basato su stereotipi e pregiudizi negativi.
L’apertura del procedimento disciplinare nei confronti di Salvatore Todaro, invece, è stata stabilita per verificare eventuali violazioni contenute in 14 articoli pubblicati sulla testata on line Milano Post, di cui Todaro, tra il giugno e il novembre 2012, era il direttore responsabile. Gli articoli in questione portano tutti la firma di Antonio Marino, che non risulta però iscritto all’Ordine dei Giornalisti.
Anche in questo caso gli articoli, che riportano titoli come “Sparatoria di Pieve Emanuele, l’ombra di rom e tratta di minori”, “Il rom diventa imprenditore, ma non si capisce cosa e come imprende”, “I rom tornano a invadere Viale Corsica e Forlanini. I cittadini hanno paura”, presentano un linguaggio improprio, che non rispetta quanto stabilito dalla Carta di Roma e che può suscitare allarmi ingiustificati.
In un articolo riguardante un fatto di cronaca nera, ad esempio, l’autore, senza prova alcuna, riporta l’appartenenza etnica dell’aggressore, «sarebbe stato un rom», rincarando la dose scrivendo che «la descrizione dell’aggressore condurrebbe in maniera abbastanza inequivocabile ad una persona di etnia rom» e, successivamente, «gli inquirenti, comunque, sembrano abbastanza sicuri del fatto che l’aggressione non volesse limitarsi al solo scippo della borsa ma sia stata data soprattutto dalla volontà di rapire la bambina, crimine sul quale i rom sono tristemente specialisti».
L’articolo, secondo Associazione 21 luglio e Associazione Carta di Roma, anziché limitarsi alla cronaca dei fatti, insiste sulla presunta appartenenza etnica dell’aggressore, arrivando persino ad attribuire numerosi rapimenti di bambini a una sorta di comportamento tipico di una minoranza, contribuendo così ad aumentare il pregiudizio nei confronti di rom e sinti.
Tutti gli articoli oggetto dell’esposto, infine, sono caratterizzati, quindi, dalla deliberata associazione di un reato non al singolo colpevole, ma al gruppo di appartenenza, dalla presenza di stereotipi e pregiudizi diffamatori, da accuse aleatorie e congetture discriminatorie su base etnica.

Buonanno rom

«I rom sono la feccia della società». Esposto in procura contro Buonanno

«I rom sono la feccia della società». In seguito alle dichiarazioni di Gianluca Buonanno, eurodeputato della Lega Nord, nel corso della trasmissione Piazza Pulita andata in onda lunedì 2 marzo in prima serata su LA7, l’Associazione 21 luglio, nell’ambito del suo Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio verso rom e sinti, si è attivata per redigere e presentare in brevissimo tempo un esposto in Procura nei confronti dell’eurodeputato.
La frase contro i rom è stata pronunciata da Buonanno, e ripetuta più volte, all’interno di un dibattito in studio al quale ha preso parte anche Djana Pavlovic, attivista rom candidata alle scorse elezioni europee con la lista “L’altra Europa con Tsipras”.
«La gente non può andare in giro che gli rubano la roba. È vero o no che ci sono un sacco di rom e zingari che sono dei ladri e farabutti?», ha urlato l’eurodeputato che ha quindi tacciato più volte l’intera comunità rom di essere «la feccia della società».
Oltre ad aver provocato la reazione indignata di Djana Pavlovic, la frase di Buonanno è stata seguita dalla presa di distanze del conduttore di Piazza Pulita Corrado Formigli. «Posso dire che un applauso a chi dice che gli zingari sono la feccia della società è un applauso di cui io mi vergogno per questo pubblico? – ha detto Formigli – Se il pubblico, se le persone di questo studio si sentono offese per quello che detto possono non presentarsi la prossima volta alla puntata: non c’è problema ma trovo che ci sia un limite a tutto nella polemica e nelle discussione. Non mi piace un applauso su una frase del genere, mi dispiace».
Gianluca Buonanno, infine, ha respinto l’invito del conduttore a scusarsi per la frase pronunciata.

Articolo anti rom, l'Odg Lombardia apre procedimento disciplinare su Mario Giordano

L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di Mario Giordano, attuale direttore del TG 4, in merito a un suo articolo dal titolo “Essere rom è una giustificazione per uccidere” pubblicato sul quotidiano Libero il 17 maggio 2013.
La decisione giunge in seguito a un esposto presentato all’ordine lombardo da Associazione 21 luglio e Naga, secondo le quali, nell’articolo, l’autore si è discostato dall’obbligo deontologico di attenersi alla verità accertata dei fatti, pubblicando congetture di carattere discriminatorio fondate su base etnica.
L’articolo di Giordano fa riferimento alla sentenza di primo grado pronunciata nei confronti di Remi Nicolic, il ragazzo rom minorenne accusato dell’omicidio volontario del vigile urbano Nicolò Savarino, nel gennaio 2012. In quella sede, i giudici stabilirono la condanna a 15 anni per il ragazzo, che durante il fatto era alla guida di un Suv, concedendogli le attenuanti generiche.
Così, su Libero, l’editorialista Mario Giordano commentava l’accaduto: «Sei uno sbandato? Attenuante generica. Vivi in una famiglia di ladri? Attenuante generica. Rubi? Attenuante generica. L’unica scuola che conosci è quella del crimine? Attenuante generica. Il Tribunale di Milano ci ha finalmente chiarito la sua visione del mondo: il delinquentello che vive ai margini della società va capito e aiutato, il cittadino normale che ogni mattina timbra il cartellino e lavora tutto il giorno, senza rubare, per dire, nemmeno un portafogli, al contrario va trattato con la massima severità».
«Attenuanti generiche per il rom che ha ucciso il vigile, attenuanti generiche per i ladri, i banditi, gli spacciatori, quelli che vivono nei campi nomadi, quelli che sopravvivono d’espedienti. Attenuanti generiche per tutti i delinquenti», proseguiva Giordano nel suo articolo.
Secondo Associazione 21 luglio e Naga, dalle parole del giornalista sembra che i giudici abbiano concesso le attenuanti generiche non perché il ragazzo era minorenne e non aveva precedenti penali rilevanti, ma perché rom e quindi delinquente.
L’articolo, inoltre, trasmette un’immagine criminosa di un intero gruppo di persone ed è lesiva della dignità delle persone rom nel loro insieme, sostengono le due associazioni.
L’autore del pezzo, che non ha risparmiato l’uso di termini dispregiativi verso i rom, ha infine dato ampio spazio a dichiarazioni di carattere congetturale e generalizzante, senza evidenziarle come pure e semplici supposizioni, contribuendo così a diffondere allarme sociale e incitare all’odio e alla discriminazione.
Con l’apertura del procedimento disciplinare nei confronti di Giordano, in seguito all’esposto di Associazione 21 luglio e Naga, il Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dovrà ora verificare le violazioni delle norme deontologiche relative alla professione giornalistica da parte dell’ex editorialista di Libero, con particolare riguardo al dovere di non discriminare per ragioni di razza e di fare riferimento all’etnia solo in caso di rilevante interesse pubblico e a condizione che non sia né discriminatorio né ingiurioso.

Frasi anti-rom, cartellino giallo al giornalista Ruschioni

«Ho le scatole piene di zingari, nomadi, rom o come diamine vanno chiamati questa gentaglia che si aggira per la città con il chiaro intento di rubare, fregare, scippare, inculare il prossimo». Si rivolgeva così, indistintamente a tutti i rom e sinti della Capitale, calpestandone la dignità, il direttore della testata on line NoiRoma.tv Michele Ruschioni, in un editoriale pubblicato nel marzo 2014.  In seguito a un esposto presentato dall’Associazione 21 luglio all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Ruschioni è ora stato sanzionato con una ammonizione dal suo ordine professionale di appartenenza.
Secondo l’Ordine dei Giornalisti del Lazio, la pubblicazione dell’editoriale firmato da Michele Ruschioni non appare rispettosa dei doveri del giornalista direttore di una testata, evidenziando una palese violazione dei fondamentali principi stabiliti dalla Carta dei Doveri del Giornalista che recita che “Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche…”.
Di seguito riportiamo uno stralcio dell’editoriale di Ruschioni, dal titolo “Evviva le ronde anti-rom (e vi spiego perché)”, oggetto dell’esposto dell’Associazione 21 luglio all’Ordine dei Giornalisti del Lazio:
«Ah, dite che passo per razzista? Ah, dite che è meglio non scriverle certe cose sugli zingari? Grazie per l’avvertimento amici, ma ne ho le scatole piene di zingari, nomadi, rom o come diamine vanno chiamati questa gentaglia che si aggira per la città con il chiaro intento di rubare, fregare, scippare, inculare il prossimo… Dice: sei gonfio di pregiudizi. Rispondo: no, sono stragonfio di post-giudizi. Ovvero: giudizi che maturano dopo decenni di schifezze e ruberie a firma nomade. E allora di fronte ad una città senza regole, dove lo sport preferito è quello di rovistare nel cassonetto, di scippare il poveraccio in metropolitana, rubare rame e bruciare copertoni nei campi nomadi (abusivi), ecco, di fronte a questo scenario che prosegue da mesi dico: benvenute ronde antizingaro come annunciato da qualche comitato di quartiere dalle parti di Monteverde».
Nel presentare l’esposto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, l’Associazione 21 luglio ha sottolineato come Ruschioni, nel suo editoriale, abbia dato spazio a dichiarazioni di carattere congetturale e generalizzante, contribuendo così alla diffusione dell’allarme sociale basato su ipotesi e pregiudizi.
«Un editoriale di questo tipo – afferma l’Associazione 21 luglio, che ha accolto con soddisfazione l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti, nella speranza che tali interventi possano servire ad esortare gli operatori dei media ad esercitare la propria professione con responsabilità e rispetto della dignità delle persone oggetto dell’informazioni   – non fa che insistere sulla presunta appartenenza etnica delle persone, ricorre a stereotipi e pregiudizi aumentando ingiustificatamente l’allarme nei confronti delle persone rom. Questo stereotipo – conclude l’Associazione – si alimenta infatti con la pericolosa generalizzazione che ha portato alla pratica dell’etnicizzazione del reato, anche quando questo sia esclusivamente presunto».

Antiziganismo 2.0: ogni giorno odio contro i rom nelle parole dei politici

Rom e sinti in Italia continuano ad essere vittime dei discorsi di odio pronunciati, nella gran parte dei casi, da esponenti politici: più di un caso al giorno di incitamento all’odio, discriminazione e discorso stereotipato che ha come conseguenza quella di alimentare un’immagine indistintamente negativa e penalizzante di tali comunità nel nostro Paese.
È quanto emerge da “Antiziganismo 2.0”, il rapporto 2013-2014 dell’Osservatorio nazionale sull’incitamento alla discriminazione e all’odio razziale dell’Associazione 21 luglio, giunto alla seconda edizione e finanziato da Open Society Foundations.
Dal 16 maggio 2013 al 15 maggio 2014, il monitoraggio dell’Osservatorio 21 luglio, effettuato su 129 fonti (tra cui quotidiani nazionali e locali, cartacei e on line, agenzie stampa e social media) ha rilevato 428 casi complessivi di discorsi d’odio verso rom e sinti – 1,17 casi in media al giorno – di cui più della metà (il 56,3%) classificati come episodi gravi (“incitamento all’odio” e “discriminazione”), che denotano le più significative forme di razzismo antirom.
I restanti 187 casi (il 43,7% del totale) si configurano invece come “discorsi stereotipati”, categoria nella quale sono stati inseriti tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.
Secondo i dati di “Antiziganismo 2.0”, il 79% delle segnalazioni di discorsi d’odio complessivi si riconduce a dichiarazioni, diffuse attraverso gli organi di informazione, di esponenti politici. Di questi, il 70% risulta appartenente a partiti di destra e centro-destra, con un 28% riferito esclusivamente alla Lega Nord.
Quanto alla collocazione geografica delle segnalazioni, l’88,5% è stato registrato al nord e centro-nord, con Liguria e Veneto che sono passate rispettivamente dal 2% al 7,5% e dal 6,4% al 12% rispetto all’anno precedente, mentre nel Lazio si è concentrato il 22% delle segnalazioni nazionali con Roma che, da sola, rappresenta il 21% dei casi totali. Milano si attesta al 15% delle segnalazioni nazionali, seguita da Genova (6%), Torino (5%), Vicenza (4,5%) e Lucca (2,5%).
Per quanto riguarda invece i soli episodi gravi, che si manifestano con la media di circa 1 episodio ogni due giorni, il rapporto evidenzia come nel 72% dei casi i discorsi di odio siano stati pronunciati da esponenti politici, mentre nel 18% gli autori si sono rivelati giornalisti.
Per ciò che concerne l’area politica si conferma la maggioranza delle segnalazioni relative alla destra e al centro destra (il 65%), con la Lega Nord a detenere, ancora una volta, il primato, seguita da PDL e Forza Italia (14%) e formazioni di destra e estrema destra, quali CasaPoundFiamma TricoloreForza NuovaFratelli d’Italia e La Destra (23%).
La distribuzione su scala regionale e cittadina confermano i dati precedenti con un centro-nord all’86% di episodi, con il Lazio al 18%, la Lombardia al 22% e il Veneto al 12%. Prevedibilmente Roma e Milano mantengono il record di segnalazioni sia a livello regionale (90% per Roma e 67% per Milano) che a livello nazionale (16% per Roma e 15% Milano), Genova si attesta al 67% a livello regionale e al 5% nazionale, Torino al 77% regionale e al 6% nazionale e Vicenza al 40% regionale e al 5% nazionale.
In seguito ai casi descritti, l’area legale dell’Associazione 21 luglio ha intrapreso 88 azioni correttive, tra cui 53 segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), 11 lettere di diffida, 6 esposti al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, e 2 segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (OSCAD).
«I dati del rapporto – afferma l’Associazione 21 luglio – confermano come l’antiziganismo sia una piaga altamente diffusa nel nostro Paese, che è urgente contrastare attraverso un’azione di denuncia e intervento nei confronti di chi si rende irresponsabilmente promotore di discorsi d’odio, in particolar modo se investito di una carica pubblica e/o elettiva, nei confronti di una minoranza vulnerabile cui viene costantemente privata la possibilità di replicare».
«La pericolosità di tali discorsi – conclude l’Associazione 21 luglio – è insita soprattutto nel fatto che essa rende maggiormente accettabili se non addirittura condivisibili da parte dell’opinione pubblica posizioni estreme e apertamente razziste, e risulta quindi un terreno fertile per un’eventuale ulteriore escalation di odio nei confronti di rom e sinti».
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