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Superare lo “strabismo etnico” per superare i “campi rom”. Verso una nuova Strategia Nazionale

Abstract dell’intervento di Carlo Stasolla (Presidente Associazione 21 luglio Onlus) in programma nel Convegno “Riconoscimento, tutela e promozione sociale delle comunità rom e sinte in Italia. Quali azioni promuovere?, previsto per il 20 febbraio, presso la Sala degli Atti Parlamentari, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, Piazza della Minerva 38, Roma. (SCARICA LA LOCANDINA)

La “Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom 2012-2020” ha rappresentato sicuramente un importante spartiacque, un punto di non ritorno che, dopo le drammatiche conseguenze del triennium horribile dell'”Emergenza Nomadi”, assume un valore e un significato ancora più importante. Eppure ogni volta, come accadeva anche nel passato, quando si giunge alla prova dei fatti e ci scontriamo con la realtà, si rivive l’ennesima frustrazione del fallimento e del ritrovarsi nel punto di partenza. Nelle parole abbiamo sicuramente registrato dei passi in avanti ma nella prassi fatichiamo a dare concretezza a propositi e obiettivi.

Il “peccato originale” della Strategia

Questo perché esiste un peccato originale che ha una genesi antica ma che nel 2012, anno della presentazione della Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom, è rimasto intatto. Abbiamo assunto la Strategia Nazionale come bussola ideale ma non abbiamo mai smesso di utilizzare un “approccio culturalista” che nel tempo ci ha provocato una grave forma di “strabismo” facendoci dirottare verso una pericolosa “deriva etnica”.

Si comprende bene come dal 2012 ad oggi le principali azioni condotte a livello istituzionale e le proposte legislative non abbiano posto al centro il superamento dei mega insediamenti monoetnici, azioni di contrasto alla povertà estrema e alla discriminazione, o la lotta alle azioni di sgombero forzato e alla violazione dei diritti fondamentali. Abbiamo piuttosto assistito a proposte per il riconoscimento linguistico, per salvaguardare la realizzazione di micro aree nel Nord Italia dove insistono dignitose case mobili, per tutelare specifiche tradizioni artistiche. Battaglie legittime ma che nell’Italia segnata da 150 baraccopoli istituzionali, non possiamo sicuramente considerare prioritarie!

Le comunità rom e sinte in Italia

In una revisione della Strategia Nazionale, prevista nel 2020, andrà posta al centro la parola “diritti fondamentali” e, in termini di “diritto all’inclusione”, alla base dell’azione della Strategia, sarà doveroso disegnare una mappa dell’esclusione sociale vissuta dalle comunità rom. Da questo punto di vista in Italia non esistono, come in altri Paesi, sfumature ma due grossi blocchi distinti. Esistono comunità “a rischio discriminazione” e comunità “discriminate”; comunità “a rischio esclusione sociale” e comunità che da generazioni vivono sulla loro pelle la segregazione abitativa e la marginalizzazione sociale. Non tutte subiscono con la medesima intensità, l’ostilità e l’avversione. Non tutte vedono le loro istanze rappresentate nelle opportune sedi istituzionali.

A un estremo troviamo rom e sinti di antica immigrazione che da Nord a Sud hanno raggiunto un sufficiente o alto livello di inclusione sociale. Con una forte capacità di rappresentanza – attraverso soggetti e organizzazioni che da decenni si muovono nel panorama nazionale – hanno strumenti per sostenere istanze e portare la loro voce presso le istituzioni nazionali ed europee. All’altro estremo 28.000 rom, i “senza voce”, in prevalenza di nazionalità straniera, in uno stato di povertà, marginalità, segregazione all’interno di insediamenti che altro non sono che baraccopoli. Sono loro, proprio perché “ipervisibili” le principali vittime della discriminazione e della segregazione istituzionale, delle frasi d’odio e delle azioni xenofobe. E’ anzitutto per loro che l’Europa ci ha chiesto una Strategia Nazionale, perché vittime di una Nazione denominata il “Paese dei campi”.

Come definire le questioni prioritarie

Nella nuova Strategia 2020, e in tutte le future proposte legislative che si andranno a proporre, dovemmo finalmente affrontare di petto questioni prioritarie che non sono certamente legate ad una sola salvaguardia culturale o linguistica. Questo richiede lo sforzo di non considerare più i rom, i sinti e i caminanti come una unica specificità culturale e linguistica, ma come una pluralità di individui e comunità, alcuni dei quali vittime di una sistematica discriminazione istituzionale che ha trovato la sua espressione architettonica nei mega insediamenti monoetnici. La Strategia deve parlare la lingua dell’“inclusione” e ha quindi il dovere di definire priorità di intervento adoperandosi in primis a favore di quelle comunità rom che sono le più svantaggiate di altre a causa di azioni discriminatorie e della condizione socio-economica nelle quali sono intrappolate.
E questo non solo perché ce lo chiede l’Europa.

di Carlo Stasolla