Archivio per anno: 2015

Giornata Infanzia: in Italia 17 mila minori rom in condizioni di grave disagio

Nel nostro Paese, circa 17 mila bambini e adolescenti rom continuano a vivere in condizioni di grave disagio abitativo, igienico e sanitario, vittime di discriminazione ed emarginazione.
Lo denuncia l’Associazione 21 luglio in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che si celebra domani per ricordare l’adozione, il 20 novembre 1989, della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La questione abitativa dei rom in Italia, che continua ad essere affrontata dalle istituzioni attraverso approcci discriminatori e basati su una visione emergenziale, è alla radice del profondo disagio che caratterizza il presente e il futuro dei bambini e adolescenti rom. Oggi, infatti, nel nostro Paese circa 11 mila minori rom vivono nei quasi 200 insediamenti formali, ovvero creati e gestiti dalle istituzioni, mentre più di 6.000 risiedono in insediamenti informali costituiti da tende e baracche. Un numero in costante aumento per effetto di politiche non lungimiranti e inefficaci, che tendono non a risolvere ma ad aggravare la problematica, reiterando le ormai consolidate dinamiche dell’esclusione sociale.
Una delle conseguenze più evidenti delle condizioni abitative in cui vivono i minori rom è quella legata alle “malattie della povertà” che si declina, nella vita del bambino o dell’adolescente, nelle cosiddette “patologie da ghetto”. La vita nel ghetto incide fortemente sull’aspettativa di vita dei rom, che risulta mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione.
La condizione abitativa ha inoltre un impatto negativo sul percorso scolastico dei minori rom, caratterizzato dall’abbandono e da una frequenza discontinua. Chi vive nei cosiddetti “campi nomadi” avrà possibilità prossime allo 0 di accedere ad un percorso universitario, mentre quelle di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%. In 1 caso su 5, del resto, il minore rom abitante del “campo” non inizierà mai il percorso scolastico.
Ad incidere sul disagio dei bambini e degli adolescenti rom vi è infine la questione degli sgomberi forzati degli insediamenti informali, che hanno conseguenze drammatiche sulla vita dei minori e rendono ancora più vulnerabili le loro famiglie, spostandole da una parte all’altra della città.
Particolare preoccupazione suscita l’impennata di sgomberi forzati registratisi nella Capitale in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Francesco: sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che l’Associazione 21 luglio ha voluto portare all’attenzione della pubblica opinione attraverso il lancio della campagna #PeccatoCapitale, una raccolta firme per chiedere alle autorità capitoline una moratoria sugli sgomberi forzati alla quale hanno già aderito 25 associazioni e personaggi noti come Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Piotta, Sabina Guzzanti e Padre Alex Zanotelli.
Malgrado lo sgombero forzato di un insediamento, così come l’allontanamento di un minore rom dalla famiglia naturale, venga giustificato dal “superiore interesse del minore”, spesso si rileva dietro queste azioni un carattere di sproporzionalità che porta a compromettere, talvolta in maniera irrimediabile, una condizione familiare e sociale già difficile dalla nascita.
«Nonostante il drammatico quadro – afferma l’Associazione 21 luglio – le amministrazioni locali e nazionali sembrano muoversi in una direzione contraria alla risoluzione della problematica del disagio dei bambini e degli adolescenti rom in Italia. Anche nella Giornata che verrà celebrata domani, sembra essere l’amnesia la vera protagonista delle politiche che si continuano a mettere in atto. Costruzione di nuovi “campi”, azioni di sgombero, politiche scolastiche differenziate, discorsi d’odio e di discriminazione: questo è il leitmotiv che anche oggi condiziona il futuro dei minori rom. Bambini e giovani che rappresentano la cartina di tornasole della civiltà e del livello di democrazia del nostro Paese che predilige nascondere le problematiche sotto il tappeto ed affrontare all’insegna dell’emergenza una questione che meriterebbe riflessione e programmazione nel lungo periodo».
Per approfondire:
Rapporto Terminal Barbuta: presente e futuro dei minori nel campo “La Barbuta” a Roma
Rapporto “Figli dei campi”: libro bianco sull’infanzia rom in emergenza abitativa in Italia
Rapporto “Mia Madre era rom”. Le adozioni dei minori rom nel Lazio
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Contatti:

Danilo Giannese
Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
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Ai giovani della Primavera Romanì il premio Cild per le Libertà Civili

I trenta giovani giovani rom, sinti e non rom autori del Manifesto Primavera Romanì sono stati premiati con il Premio Cild per le Libertà Civili nella categoria “Voce collettiva“.
Il premio, promosso dalla Coalizione italiana per le Libertà e i Diritti Civili, è stato consegnato ieri in una cerimonia ufficiale svoltasi al Palazzo delle Esposizioni, a Roma.
I forti contenuti del testo, frutto di un intenso lavoro, rappresentano una forte motivazione per premiare ragazzi che sognano un’Italia diversa“, si legge nelle motivazioni espresse dalla giuria che ha assegnato i premi.
L’obiettivo del premio CILD è quello di riconoscere e incoraggiare gli sforzi di quelli che, durante l’anno, hanno preso posizione nella promozione e nella protezione delle libertà civili, offrendo il loro contributo nella diffusione della cultura dei diritti umani nel nostro Paese.
I giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri, provenienti da varie parti d’Italia, hanno redatto il loro Manifesto politico per un’Italia unita e libera, senza odio e discriminazioni, al termine della Convention Primavera Romanì, una tre giorni di lavori promossa dall’Associazione 21 luglio dal 19 al 21 settembre scorsi. In quell’occasione, i giovani hanno presentato il documento in un evento pubblico al Senato e lo hanno consegnato alla senatrice Manuela Serra, della Commissione Diritti Umani del Senato.
«Sono stati tre giorni di lavoro molto intensi, a cui hanno partecipato rappresentanti delle comunità rom, sinte e anche non rom. Alcuni di origine straniera ed altri italiani – ha affermato Serena Raggi, di Bologna, una delle autrici del Manifesto – . Abbiamo avuto, e ci tengo a sottolinearlo, il sostegno del capo dello Stato, che ci ha mandato una lettera augurandoci di fare un buon lavoro e grazie a questo abbiamo iniziato la Convention con uno spirito molto propositivo. Adesso la cosa più difficile è quella di diffondere questo Manifesto e far sapere alla gente che abbiamo lavorato per contribuire a combattere tutti quegli stereotipi negativi che circondano l’universo rom. Si sa come vengono trattati questi temi dal mondo dell’informazione: si preferisce insistere sugli aspetti negativi, piuttosto che su quelli in grado di dare un contributo positivo alla società».

 

 
 

Training con attivisti e professionisti rom e non rom

Abbracciare la diversità. Creare delle società più giuste attraverso la trasformazione personale.
È il titolo del training, organizzato da International Step by Step Association (Issa), in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, che si sta svolgendo da questa mattina a Roma e che vede riuniti 30 tra attivisti e professionisti, rom e non rom, che lavorano con le comunità rom in Italia.
Da Lecce a Vicenza, da Reggio Calabria a Bergamo, passando per Roma e per Bologna, i partecipanti al training provengono da tutta Italia. Alcuni di loro sono giovani attivisti rom e sinti, che negli anni scorsi hanno frequentato i Corsi di formazione promossi dall’Associazione 21 luglio; altri sono professionisti impegnati in organizzazioni o università, tra cui OsservAzione, Popica Onlus, ABCittà, Moci (Movimento per la Cooperazione internazionale), ASCE (Associazione sarda contro l’Emarginazione) e Università del Salento.
Il training avrà una durata di tre giorni e ha come obiettivi principali quelli di fornire ai partecipanti una conoscenza approfondita sui concetti più rilevanti legati all’intercultura, all’equità e alla giustizia sociale, nonché le competenze necessarie per lavorare in e per contesti diversi, promuovere il rispetto per le differenze e la diversità ed integrare principi di equità nel proprio lavoro quotidiano.
Il training, condotto da Zorica Trikic, responsabile dei programmi di Issa, e Jelena Vranjesevic, dell’Università di Belgrado, fa parte di un programma promosso da ISSA e dalla fondazione Bernard Van Leer.
L’Associazione 21 luglio collabora all’organizzazione delle giornate di formazione anche in virtù del suo ruolo di coordinamento della neonata rete REYN Italia (Romanì Early Years Network), un network di professionisti che lavorano quotidianamente per la tutela e la promozione dei diritti dei bambini rom e delle loro famiglie. La rete REYN, promossa da Issa in partenariato con Open Society Foundations, è già attiva in numerosi Paesi europei.

Legge della Regione Emilia Romagna: ennesima occasione persa

Con una lettera inviata alla Giunta Regionale e ai consiglieri della Regione Emilia-Romagna, l’Associazione 21 luglio, dopo aver analizzato la nuova Legge Regionale n. 11/2015 “Norme per l’Inclusione sociale dei rom e dei sinti”, ha espresso il proprio commento e reso pubbliche le posizioni in merito al testo legislativo.
La nuova Legge Regionale, la prima scritta in Italia dopo la presentazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, abroga la previgente Legge Regionale n. 47/1988 “Norme per le minoranze nomadi in Emilia Romagna”. Ancora una volta la questione abitativa è centrale in una Regione dove sono state censite 2.745 persone appartenenti alle comunità sinte e rom con una presenza massiva di sinti italiani che costituiscono il 90,6% delle presenze registrate sul territorio comunale. Nel testo legislativo la soluzione abitativa delle microaree è fortemente caldeggiata come la principale soluzione per le comunità rom e sinte presenti sul territorio rispetto a soluzioni abitative convenzionali.
Per tale ragione, a seguito di un’attenta analisi, l’Associazione 21 luglio ha scritto alle autorità regionali parlando di ennesima «occasione mancata» ed esprimendo una risposta critica basandosi essenzialmente su tre motivi ampiamente articolati all’interno della lettera:

  • La nuova Legge verrebbe a confermare come modello abitativo pressoché esclusivo per le comunità sinte e rom dell’Emilia-Romagna quello dei “campi”, ovvero di aree di piccole dimensioni realizzate su base etnica.
  • Per rispondere agli indirizzi della nuova Legge si assisterà ad una parcellizzazione degli insediamenti sinti e rom con conseguente loro moltiplicarsi sul territorio regionale con il rischio di creare, soprattutto in riferimento alle aree private, dei luoghi autorizzati in deroga alla legge secondo criteri meramente etnici.
  • Non sembra essere considerato dal legislatore il dato ineludibile che nell’arco temporale di alcuni anni l’aumento demografico delle comunità sinte e rom presenti nelle microaree farà perdere alle stesse la caratteristica della piccola dimensione. Si ricorda che la maggior parte degli attuali mega insediamenti monoetnici che insistono sul territorio italiano sono nati a partire dagli anni Novanta come insediamenti di dimensioni piccole e medie per poi ingrandirsi seguendo la linea di crescita demografica dei residenti e in assenza di adeguati interventi socio-inclusivi. La micro-area, così come l’area sosta o alcuni degli insediamenti formali realizzati sul territorio italiano, rappresentano spesso la fase embrionale dei mega-insediamenti condannati dalla stessa Strategia Nazionale a cui la Legge sostiene di ispirarsi in nome di presunti tratti culturali propri della cultura sinta o rom.

Alla luce delle considerazioni esposte la nuova Legge della Regione Emilia-Romagna n. 11/2015 “Norme per l’inclusione sociale di Rom e Sinti” rappresenta un’occasione mancata. Nella suddetta Regione la presenza consolidata di aree-sosta di piccole dimensioni avrebbe potuto facilmente condurre all’elaborazione di un ventaglio di percorsi abitativi non escludenti e segreganti piuttosto che optare in maniera preponderante in decisioni riconducibili comunque alla “politica dei campi”. Al contrario, sanare l’irregolarità delle attuali aree-sosta private attraverso norme non approntate su base etnica, da una parte, e promuovere primariamente soluzioni abitative convenzionali, quali ad esempio l’autocostruzione dall’altra, avrebbe potuto garantire la fine della “stagione dei campi” nella Regione Emilia-Romagna in linea con la Strategia Nazionale e con quanto raccomandato dai principali organismi internazionali che si occupano della “questione rom e sinta” nel nostro Paese.
Su Twitter, intanto, il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini difende la legge della sua giunta.


LEGGI LA LETTERA INTEGRALE

Papa Francesco abbraccia i rom, Roma li sgombera

Questa mattina Papa Francesco ha ricevuto in udienza 5.000 rom provenienti da almeno venti nazioni del mondo. Nel frattempo, tuttavia, le autorità di Roma Capitale proseguono senza sosta, in vista del Giubileo, le azioni di sgombero forzato delle comunità rom per “ripulire” la città dai cosiddetti insediamenti informali.
«I vostri problemi e le vostre inquietudini interpellano non soltanto la Chiesa ma anche le autorità locali – ha detto il Pontefice rivolgendosi ai rom ricevuti nella sala Nervi -. Ho potuto vedere le condizioni precarie in cui vivono molti di voi e ciò contrasta col diritto di ogni persona ad una vita dignitosa». Papa Francesco ha quindi parlato della necessità dell’«integrazione» dei rom e ha ribadito che «nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti».
Dignità e diritti che tuttavia – denuncia l’Associazione 21 luglio – si continuano a calpestare nella Capitale con la pratica sistematica degli sgomberi forzati, che hanno come unica conseguenza quelle di rendere ancora più vulnerabili uomini, donne e bambini, relegandoli ai margini della società.
L’Associazione 21 luglio esprime forte preoccupazione soprattutto per il netto incremento degli sgomberi forzati realizzati dalle autorità capitoline in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Bergoglio, avvenuto il 13 marzo scorso.
Da allora, gli sgomberi forzati a Roma sono triplicati, passando da una media di 2,8 sgomberi al mese nei tre mesi precedenti l’annuncio a una media mensile di 10 sgomberi forzati dal 13 marzo 2015 a oggi. Dal 13 marzo, infatti, sono stati realizzati 70 sgomberi forzati che hanno coinvolto circa 1.150 persone per una spesa stimata di 1,5 milioni di euro.
«Gli sgomberi forzati violano il diritto internazionale, perché non rispettano le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite. Ma soprattutto queste azioni calpestano i diritti umani di uomini, donne e bambini, che continuano ad essere spostati da una parte all’altra della città e privati di un tetto, seppur precario, sopra la testa», afferma l’Associazione 21 luglio, che ha lanciato la campagna internazionale #PeccatoCapitale per chiedere una moratoria sugli sgomberi forzati a Roma durante il periodo giubilare.
«Auspichiamo che le parole di oggi di Papa Francesco rappresentino uno stimolo decisivo per le autorità di Roma Capitale al fine di voltare una volta per tutte la pagina delle politiche dell’esclusione e della discriminazione nei confronti dei rom, che oggi continuano a trovare compimento nella ghettizzazione di tali comunità nei cosiddetti “villaggi attrezzati” e nell’attuazione sistematica di sgomberi forzati», conclude l’Associazione.
Con l’appello #PeccatoCapitale, che ha già raccolto 1.200 firme, l’Associazione 21 luglio chiede alle autorità capitoline di fermare le azioni di sgombero – inutili, inefficaci, dispendiose e lesive dei diritti umani – nel periodo del Giubileo della Misericordia e di avviare con urgenza un tavolo di concertazione per individuare alternative possibili agli sgomberi.
Hanno finora aderito all’appello Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Sabina Guzzanti, Piotta, Assalti Frontali, Paul Polansky e Padre Alex Zanotelli. Oltre a loro, 25 organizzazioni della società civile.
«Io non voglio un Giubileo del business. Ma un Giubileo che metta al primo posto i ‎rom, che oggi sono maltrattati e emarginati. Dobbiamo fare arrivare questo nostro appello anche a Papa Francesco per mettere fine a questi sgomberi forzati!», è il messaggio del missionario comboniano Padre Alex Zanotelli.
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Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
Email: stampa@21luglio.org


Foto: Repubblica.it
 

Appuntamento con la Biblioteca Vivente dedicata al mondo rom

 
Mercoledì 28 ottobre, presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo, in via Castellaneta 10, a Roma, dalle ore 16.30 alle ore 19.00, la Biblioteca Vivente interamente dedicata al mondo rom vi aspetta per un nuovo appuntamento. L’evento è promosso da ABCittà, in collaborazione con l’Associazione 21 luglio e il Servizio Intercultura delle Biblioteche di Roma, nell’ambito del progetto Sar San 2.0 finanziato dalla Bernard Van Leer Foundation.
Per tutte le informazioni sull’evento, visita la pagina: http://bit.ly/1Gp5P29

Ginevra e Maia: gemelline rom nel campo di Salone

Com’è la vita di un minore all’interno di un “campo rom” e quale futuro lo aspetta?
Attraverso l’esperienza di Ginevra e Maia, gemelline di due anni nate nel “campo” di via di Salone a Roma, la mamma Miriana racconta una storia di disagi, aspettative, paure e sogni per i suoi figli.

Quel pregiudizio che mi rende triste

Sulta è la matriarca della sua famiglia, ha 8 figli e 37 nipoti sparsi per il mondo. Si rattrista per l’atteggiamento discriminatorio che percepisce nei suoi confronti camminando per la strada: «Quando entro in un negozio vedo la gente mettere subito la mano al portafoglio: vorrei dire loro che non sono lì per rubare!». 
Sulta porta i segni degli anni sul volto, molti dei quali vissuti in Italia. Quando è arrivata, nel’75, all’epoca esisteva ancora la Jugoslavia, suo Paese di origine. Aveva già partorito tre figli e appena giunta qui è nata la quarta. Non sapeva ancora parlare la lingua e si è fatta tatuare sul polso l’anno di nascita della sua bambina.
Racconta che ad oggi solo quattro dei suoi otto figli sono rimasti in Italia, gli altri sono emigrati in Paesi diversi. Ha quasi perso il conto di tutti i suoi nipoti, che si moltiplicano considerando i figli di fratelli e sorelle, ma è un sollievo pensare che stanno tutti bene.
Della guerra in Jugoslavia sa poco o niente, l’ha vissuta da lontano e preferisce pensare alle persone che vivono in pace.
Guardando indietro verso il passato ricorda: «Tante volte siamo andati a dormire senza mangiare. Se andavo a chiedere l’elemosina mangiavamo, altrimenti no».
Eppure sente sempre gli sguardi addosso quando cammina per le strade della città, di occhi che la guardano con diffidenza e con la lente del pregiudizio: «Quando entro in un negozio vedo la gente mettere subito mano al portafoglio. Mi piacerebbe dire loro che non sono lì per rubare».

Rom contrari alla scolarizzazione? Mio figlio va all’università

I figli di Dzemila sono nati in un “campo”. Crescendo, la madre si è battuta perché frequentassero la scuola sin dall’asilo. Voleva che i suoi bambini avessero le stesse opportunità di tutti i loro coetanei. «C’è chi dice che le mamme rom non vogliono mandare i propri bambini a scuola, ma non è vero. Oggi mio figlio è iscritto all’università».
Dzemila è nata in Montenegro ma vive in Italia fin da quando aveva tre anni. È vissuta in diverse parti d’Italia ma poi si è stabilizzata a Roma dove ha vissuto nel grande “campo” Casilino 900. Qui è rimasta per ben 23 anni. Nel frattempo si è sposata e ha avuto dei figli. Suo marito è un non rom e, insieme, hanno deciso di continuare a vivere nel “campo” sia per manifestare solidarietà nei confronti degli altri abitanti, sia per dare una testimonianza agli occhi dei non rom, dimostrando che è possibile vivere in un “campo” lavorando onestamente.
È diffuso il pregiudizio nella società che le famiglie rom non vogliano mandare i figli a scuola per scelta. In realtà le difficoltà relative alla scolarizzazione di alcuni minori sono legate ad una serie di criticità riguardanti le condizioni di vita in cui versano le loro famiglie. Prima fra tutte la questione dell’alloggio. Chi vive in insediamenti informali è soggetto a continui spostamenti a causa degli sgomberi forzati durante i quali –oltretutto – vengono distrutti i pochi effetti personali posseduti, tra cui anche i libri scolastici.
Non è più semplice la situazione di quanti risiedono nei “campi” istituzionali, collocati in luoghi molto distanti dal tessuto urbano e quindi anche dagli istituti scolastici. Alcuni hanno raccontato di raggiungere il proprio istituto scolastico dopo due ore di viaggio già distrutti fisicamente. Dove invece sono predisposti i servizi di navetta, esclusivamente per bambini rom, i pullman sono molto spesso in ritardo e alcuni minori sono costretti a saltare la prima e l’ultima ora di lezione.
La povertà, l’esclusione sociale e la precarietà delle condizioni abitative hanno ripercussioni devastanti non solo sulle condizioni di vita ma anche sullo stato di salute fisica e psichica dei minori rom, influendo negativamente sulle possibilità di accesso all’istruzione e, spesso, sul rendimento scolastico stesso.
Molti dei bambini che barcamenandosi tra i tanti ostacoli continuano a frequentare la scuola, vivono una condizione di esclusione ed emarginazione dovuta alle loro origini o alla situazione di povertà. Un bambino che viene dal “campo” sarà sempre diverso agli occhi di compagni e insegnanti.
«Nonostante tutte le difficoltà i miei figli sono sempre andati a scuola. Tutti i giorni», riferisce Dzemila, e racconta di come successivamente a lei e la sua famiglia sia capitato di ricevere una bellissima opportunità, quella di diventare responsabili di un centro di accoglienza per rifugiati. «Si è aperto un nuovo capitolo della nostra vita», ricorda, «in cui eravamo noi a dare accoglienza piuttosto che essere accolti». Si parlavano cento lingue stando a contatto con altrettante culture diverse, si viveva nella condivisione con le altre persone della struttura in un contesto pieno di stimoli che ha contribuito all’arricchimento reciproco.
Ora uno dei suoi figli frequenta l’università e sta per laurearsi, l’altro vive a Berlino e lavora come attivista per progetti finalizzati alla tutela dei diritti umani. Non vivono più in un centro o in un “campo”, ma in una casa normale come tutti.
Tra le altre cose, oggi Dzemila si occupa dei processi di apprendimento e inserimento scolastico dei minori rom che vivono in condizioni di disagio. «Se alle persone dai un’opportunità, le porte e il futuro si aprono per tutti. Anche per i rom che oggi vivono ai margini».

Vivere in un campo rom non è un privilegio: è una condanna

«Era il mese di gennaio del 2010. Faceva molto freddo. Vennero all’improvviso, al mattino. C’erano i vigili e le ruspe. Avevamo poco tempo e non siamo riusciti a prendere tutte le nostre cose. Non sapevo dove ci avrebbero portati. A me e ai miei nove figli. “Dove mi porti, mamma?”, continuava a ripetermi il mio bambino».
Shida ricorda i giorni dello sgombero del Casilino 900, il “campo rom” storico nella periferia orientale di Roma, abitato da famiglie rom già dalla fine degli anni Sessanta, mentre nel decennio prima ospitava gli sfollati della Seconda Guerra Mondiale.
Prima dello sgombero ci vivevano oltre 600 persone, di cui quasi la metà minori, di origine bosniaca, montenegrina, macedone, serba, croata e kosovara. Vi erano anche cittadini italiani. Sulla promessa di sgomberare l’insediamento, in nome della sicurezza e della legalità, si giocò la partita elettorale tra i due candidati a sindaco della Capitale: Francesco Rutelli e Gianni Alemanno.
Ebbe la meglio quest’ultimo che procedette così all’abbattimento delle abitazioni delle famiglie del Casilino 900.
«Il sindaco e i suoi uomini ci avevano promesso una sistemazione migliore. Ci dissero che avremmo finalmente potuto abitare in case normali. Ci hanno ingannati per farci uscire con le buone», racconta Shida, che è originaria del Montenegro.
Dopo lo sgombero, la donna e la sua famiglia furono trasferite nel “villaggio attrezzato” di via di Salone. Doveva essere una sistemazione temporanea, secondo le promesse delle autorità.
«Invece sono passati quasi sei anni e siamo ancora qui – racconta Shida, lo sguardo dimesso – Viviamo in un container, ammassati gli uni agli altri perché lo spazio è insufficiente. Ricordo ancora che quando arrivammo per la prima volta in questo “campo” avevo la sensazione di aver messo piede in un altro paese. Era così triste, orribile, deprimente. L’unica speranza era solo quella di doverci restare poco. E invece…».
Il “villaggio attrezzato” di Salone è uno dei sette presenti oggi a Roma. L’Italia è l’unico Paese in Europa dove le istituzioni creano e gestiscono “campi per soli rom”. Nella Capitale, nel 2013, sono stati spesi oltre 24 milioni di euro per mantenere in piedi il “sistema campi”. Più volte, nel corso degli anni, il nostro Paese è stato richiamato dagli organismi internazionali sulla politica dei campi, ghettizzante e discriminatoria su base etnica. Nel 2012, l’Italia si è impegnata per il superamento di questi luoghi e nell’attuazione di percorsi di inclusione sociale.
«Siamo in Italia da 30 anni e abbiamo sempre vissuto nei campi. I campi esistono solo qui. Nella loro vita i miei figli non hanno vissuto nient’altro che la realtà dei campi. Questo è il pensiero che più mi assilla, da madre. Vorrei che i mei figli avessero una vita normale», continua Shida.
«Qui è pieno di topi, i sistemi di fognature non funzionano e le condizioni igieniche e sanitarie sono al limite dell’umano. E poi siamo lontani da tutto e da tutti. L’ospedale e il supermercato sono molto distanti e ci sentiamo esclusi dal resto della società. Almeno quando eravamo a Casilino 900 avevamo tanti amici nel quartiere, eravamo integrati e i bambini andavano a scuola con facilità», conclude Shida che poi dice che la cosa che le fa più male è «quando sento la gente o i politici dire che i rom nei campi sono pieni di privilegi. Vivere in un campo rom non è un privilegio, semmai è una condanna».

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