LabRom: Laboratori sulla “questione rom” in Italia


A Tor bella Monaca, quartiere dell’estrema periferia orientale di Roma, caratterizzato da un’alta concentrazione di disagio sociale e giovani, Associazione 21 luglio propone un play hub itinerante, con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e creare opportunità di crescita fin dalla prima infanzia .
Il lunedì in Largo Mengaroni e il martedì in Piazza Castano, dalle 9.30 alle 12.30, arriva quella che sembra una piccola roulotte bianca e rossa trainata da un’auto. Quando si apre, però, diventa una vera e propria ludoteca con educatori, giochi e un servizio di prestito di libri e giocattoli.
Sia per le caratteristiche accattivanti del carrello che per l’offerta di giochi e attività proposte, questa nuova attività è accolta con grande interesse e curiosità dalle famiglie e dai loro bambini, che per motivi diversi non frequentano l’asilo nido e quindi sono esclusi dai circuiti educativi formali.
I quattro educatori che animano l’attività, di cui due di origine rom, affermano che il programma giornaliero può variare a seconda del gruppo dei partecipanti. Dapprima i bambini possono esplorare e interagire in autonomia con le attrezzature ludico-didattiche a disposizione e poi viene presentato un laboratorio strutturato: attività per sviluppare la manualità fine, esercizi psicomotori, attività esperienziali, laboratori sensoriali, educazione alla natura, letture animate. I partecipanti provengono non solo dall’area del quartiere adiacente alle piazze ma anche, seppur in numero minore, da altre aree.
I bambini hanno l’opportunità di interagire, giocare e trascorrere del tempo di qualità con i loro coetanei, in un periodo della loro vita in cui rischierebbero di non farlo. Lo stesso si può osservare per i genitori o gli accompagnatori che, durante il soggiorno del bambino, possono condividere con altri caregiver le proprie esperienze.
Inoltre, grazie all’attivazione della biblioteca del giocattolo, i beneficiari hanno la possibilità di prendere in prestito giochi e libri di qualità, selezionati per la loro specifica fascia di età. Dopo aver preso visione del regolamento, i genitori sono invitati a compilare il modulo di iscrizione nel quale si impegnano a restituire integro il materiale preso in prestito entro 1 settimana. Al momento del prestito vengono registrati i dati anagrafici del genitore e il codice di registrazione dell’oggetto. Tutti i materiali vengono igienizzati al momento del prestito e della restituzione.
La biblioteca del giocattolo è una grande opportunità per i bambini e le loro famiglie, non solo perché hanno accesso a giochi e libri di qualità, ma anche perché, grazie al prestito, scoprono il valore della condivisione e della cura e sviluppano senso di responsabilità e attenzione agli altri e alla comunità.
(foto di Fabio Moscatelli)
PRIMA INFANZIA – Nelle ultime settimane, abbiamo assistito a una massiccia mobilitazione della minoranza rom in Europa contro l’ingiustizia e gli esiti devastanti dell’antiziganismo. I recenti eventi nella Repubblica ceca mostrano tristemente come la discriminazione, l’esclusione sociale e la violenza esercitata dalla polizia contro la minoranza rom possano portare a tragiche circostanze in cui sono in gioco vite umane.
Tali eventi dovrebbero ricordarci che i pregiudizi, la discriminazione e l’uso violento del potere spesso portano a risultati devastanti. Non c’è modo di giustificare tali azioni. Dobbiamo parlare e far luce sulla presenza della discriminazione e dell’antiziganismo in Europa. Quando si perde una vita umana, è già troppo tardi.
La promozione dei valori della democrazia come l’uguaglianza, l’equità e l’inclusione e l’apprendimento della giustizia sociale iniziano nei primissimi anni di vita. Fin dalla più tenera età, i bambini iniziano a dare un senso alla diversità che esiste intorno a loro e imparano ad apprezzarla. L’International Step by Step Association (ISSA) e l’International Child Development Initiatives (ICDI) chiedono a tutte le parti interessate europee di sfruttare l’attuale slancio di protesta per iniziare subito a dare priorità allo status della minoranza rom in Europa, garantendo che le giovani generazioni crescere in società sicure, giuste e educative, dove ogni bambino sarà in grado di sviluppare il proprio potenziale unico con dignità. Non possiamo semplicemente aspettare che avvenga il cambiamento; dobbiamo disporre di meccanismi reattivi e sostenibili per combattere l’antiziganismo, la discriminazione e l’esclusione sociale.
Coltivare i valori europei della diversità dovrebbe essere al centro del nostro lavoro, indipendentemente dal campo o dall’età. Essere un esempio per le nostre giovani generazioni è fondamentale. L’ISSA e l’ICDI continuano a rimanere impegnati nella promozione di pratiche inclusive di cui c’è un disperato bisogno, specialmente in tempi in cui l’incidenza della discriminazione è in aumento.
La costruzione di una società inclusiva in cui la diversità sia vista come un’opportunità di crescita e sviluppo deve iniziare nei primi anni, quando i bambini iniziano a costituire le basi per il loro sviluppo lungo tutto l’arco della vita. Ecco perché, attraverso la sua iniziativa, il Romani Early Years Network (REYN), ISSA e i partner promuovono i valori della giustizia sociale e abbracciano la diversità.
REYN sostiene l’accesso a uno sviluppo della prima infanzia di qualità per i bambini Rom e nomadi, la professionalità nei servizi per la prima infanzia e una migliore rappresentanza di Rom e nomadi nella forza lavoro della prima infanzia. Partendo dall’inizio della storia, REYN contribuisce alla creazione di società che si oppongono all’antiziganismo, alla discriminazione e all’esclusione sociale.
L’educazione e cura della prima infanzia di alta qualità (ECEC) è una base essenziale per tutti i bambini. Le disparità nell’accesso a un’istruzione di qualità e la crescente segregazione nelle scuole iniziano in giovane età e colpiscono maggiormente i bambini con un background Rom, minoritario e migrante.
TOY for Inclusion mira a combattere la segregazione, promuovere l’inclusione e migliorare l’esperienza di passaggio dei bambini vulnerabili alle scuole. Il progetto è attivo in 15 comuni di 8 paesi dell’UE e promuove il lavoro intersettoriale, soluzioni flessibili e risposte contestualizzate ai bisogni specifici dei bambini e delle loro famiglie. L’integrazione e la coesione sociale vengono rafforzate riunendo bambini e famiglie provenienti da ambienti diversi, con un’attenzione particolare alle comunità rom. Sono riuniti per giocare, incontrarsi e prendere parte ad attività creative e sociali in spazi educativi inclusivi non formali di alta qualità (Play Hub).
Questo approccio sviluppa le capacità genitoriali e migliora la cooperazione tra la società civile e le agenzie locali coinvolte nella promozione del benessere e dell’istruzione dei bambini piccoli. L’approccio promuove anche l’organizzazione di attività intergenerazionali tra gli anziani ei bambini piccoli.
L’inclusione sociale è responsabilità di tutti
Queste due iniziative sono un esempio di come ISSA e ICDI promuovono pratiche inclusive nella vita dei bambini e delle loro famiglie in Europa e nel mondo. L’inclusione sociale inizia nei primi anni con i bambini e la loro voglia di giocare e imparare.
Sebbene i bambini fin da piccoli riconoscano le differenze tra le persone, la discriminazione non è qualcosa con cui nascono, è qualcosa che imparano. Dovremmo lavorare tutti insieme per una società più inclusiva. Dobbiamo celebrare l’importanza dell’inclusione e della diversità e insegnare ai bambini a trattare tutti con uguale rispetto.
foto di Fabio Moscatelli
tratto da https://www.issa.nl/content/social-justice-begins-early-childhood
di Hyrmet Dibran (Articolo 34)
Spesso si sente dire che i campi rom permettono di mantenere e “proteggere” la cultura nomade e che sono il modo in cui i rom vogliono vivere, cosa che può anche sembrare generoso da parte di chi fa queste affermazioni. Eppure quasi nessuno presta attenzione ai danni sociali e umani che può creare il vivere in un campo a una persona. Per questo ho voluto fare un’intervista a una madre rom che ha vissuto in un campo gran parte della vita e che poi è riuscita a trasferirsi in una casa in città, per capire che effetto ha avuto questo cambiamento sulla sua vita.
Senada* è una donna, madre di quattro figli di 9, 10, 11 e 15 anni. Ha vissuto in un campo rom da quando è venuta in Italia all’età di 8 anni, ora ne ha 37 e da 6 anni abita in un appartamento procurato dai servizi sociali.
Come era una tua giornata tipo, quando vivevi nel campo?
“Lavavo e pulivo la baracca, non avevo un lavoro né i documenti, vivevamo alla giornata ed era mio marito a occuparsi di portare a casa la cena. Non avevo una routine tranquilla e regolare, in più al campo c’era molto gossip, tutti sapevano tutto di te e tu tutto di loro, ognuno aveva da ridire. I miei figli erano sempre sporchi di fango per via delle pozze di pioggia e della sabbia. Al campo facevo fatica a lavarli e lavare i loro vestiti, poiché mancava l’acqua e l’elettricità, non solo a me ma a tutti gli abitanti del campo. Passavo giorni interi a scaldare l’acqua nel pentolone e a lavarli a mano. I miei figli per 4 anni, quando abitavamo a Tirrenia, non hanno frequentato la scuola, lo scuolabus non passava dal campo. Poi però quando assistenti sociali, educatori o forze dell’ordine venivano a farci visita mi sentivo dire che ero io a non voler mandare i bambini a scuola, e mi hanno anche denunciato, anche se sapevano della mancanza del servizio del bus, che era stato tolto proprio dal Comune. Per questo i bambini non potevano studiare ma nemmeno farsi degli amici italiani.”
Come è la tua giornata tipo nella casa in cui vivi ora ?
“È da sei anni che non vivo più al campo, ora abito in una casa, il proprietario che ci ha accettato per primo è stato molto gentile e comprensivo, sapeva anche che sono rom. Sono riuscita ad avere questa casa grazie all’aiuto dell’Associazione Articolo 34 di Pisa, che mi ha seguita in quel momento difficile e tutt’ora sta seguendo i miei bambini per l’istruzione. Il proprietario mi aveva dato anche un lavoretto, andavo a fare le pulizie a casa sua, anche perchè nel frattempo mi ero separata dal mio ex-marito e avevo bisogno di mantenere i miei bambini, mi piaceva molto l’idea di avere un lavoro, anche se ci andavo poche ore. Non è facile nemmeno ora trovare un lavoro stabile, è quello che mi manca di più. Non avevo mai avuto i documenti ma, piano piano, sono riuscita a metterli a posto, e anche i bimbi hanno fatto i vaccini, hanno il dottore e hanno curato i denti.
Lo scorso anno abbiamo cambiato casa, adesso io e i miei figli abbiamo una routine, ci hanno anche aiutato durante il Covid anche se è stato difficile. I bimbi vanno a scuola tutti i giorni e ora che è estate andranno ai campi solari. In più hanno tanti amici italiani, quasi non frequentano più i bambini rom del campo. Abitare in una casa fuori dal campo mi ha portata a vedere il mondo vero, in tutti i suoi aspetti. Quest’anno ho anche fatto qualche lezione di italiano, per imparare a scrivere e a leggere e mi piacerebbe trovare un lavoro vero e prendere la patente. Io al campo non vorrei proprio tornare, anche quando me lo hanno proposto ho rifiutato.”
Ascoltando Senada, rifletto, chiedendomi se davvero i gagè (persone non rom), quando pensano al campo come una forma di protezione per la cultura rom, sono onesti o lo dicono solo perché temono persone diverse da loro o
addirittura se le preferiscono ai margini, ritenendole un corpo estraneo della società, un pericolo.
Non capisco come le persone possano definire quella che è una forma socialmente accettata di segregazione e ghettizzazione, che permette di lasciare degli individui fuori dal mondo, come una sorta di “protezione culturale”.
Qualcuno ha mai pensato se davvero i campi possono essere utili per proteggere la cultura rom? D’altra parte la coerenza non è proprio il massimo quando si parla di rom… infatti ci sono anche sempre pronte delle ruspe a buttare giù delle povere dimore e rigettare per strada, senza nulla, le persone che ci abitano… Ah, forse anche questo fa parte della protezione culturale dei rom, per mantenere viva la cultura nomade. Del resto di recente una becera politica, che prende molti voti grazie alla sua demagogia sulla pelle degli ultimi, ha sostenuto in TV: “Sei nomade? Allora devi nomadare!”
*(nome di fantasia)
di Guendalina Curi
Luogo aperto quattro mattine a settimana all’interno del Polo Ex Fienile situato nel quartiere periferico di Tor Bella Monaca, a Roma, che accoglie gratuitamente bambini da zero a tre anni, accompagnati da un familiare, in genere le mamme, che spesso partecipano anche ad altre attività e corsi organizzati da associazione 21 Luglio.
Chiediamo a tre operatrici di raccontarci in che consiste l’attività.
Marcella: proponiamo attività di manipolazione e gioco libero con giocattoli didattici all’interno della struttura e, nella bella stagione, con attrezzature per bambini di cui è dotato il giardino dell’associazione. Grazie alla alla biblioteca mobile del giocattolo che contiene giochi e materiali didattici possimo portare una vera e propria stanza dei giochi attrezzata negli spazi verdi del Polo Ex Fienile. Alcuni giorni a settimana i familari sono coinvolti attivamente in piccoli laboratori di artigianato da svolgere insieme ai bambini. L’utenza è estrememnte varia, ci sono famiglie italiane ma anche straniere, la maggior parte di loro proviene dall’Africa subsahariana e dal Magreb, ci sono anche famiglie sudamericane e provenenti dall’Est Europa. Ogni tanto anche qualche mamma Rom viene a trascorrere la mattinata con noi. L’attività all’aperto, fondamentale in questo periodo di pandemia, permette il contatto con la natura e spesso vengono proposti a bambini e genitori percorsi e passeggiate all’interno del giardino e dell’orto.
Dzemila: Quando stiamo all’aperto utilizziamo moltissimi elementi naturali nelle nostre attività: rametti e foglie, sabbia, terra e semi per i travasi, frutti ed elementi dell’orto e del giardino, come le fragole e i gelsi, sia da mangiare che per colorare o fare lavoretti di decupage e altro anche insieme alle mamme che si divertono e partecipano con entusiasmo. Abbiamo anche seminato alcuni ortaggi. L’ultima volta erano semi di fagiolini e sono già spuntate le prime piantine.
Come è composta la vostra equipe di lavoro?
Dzemila: Lavoriamo in turni da 3 o 4 operatori ma in totale siamo cinque, tre di noi sono di origine rom.
Qual è il vostro percorso professionale?
Marcella: io sono laureata in psicologia e da diversi anni lavoro in attività con minori da zero a tredici anni.
Miriana: Io sono un’operatrice rom, ho partecipato a moltissime formazioni sul tema della prima infanzia organizzate da associazione 21 Luglio con cui lavoro da circa dieci anni.
Il fatto di essere un’operatrice rom che lavora sulla prima infanzia per te cosa significa, anche rispetto all’utenza rom e non rom?
Miriana: per me non c’è molta differenza, forse sono un po’ più avvantaggiata e a mio agio nel lavorare con i bambini all’aperto. Per me è fondamentale il lavoro e lo scambio con i colleghi ma sopratutto con le mamme che non hanno pregiudizi nei miei confronti in quanto rom. Vedere che le mamme, con origini così diverse, si fidano di noi e portano da noi i loro bambini è una bella rivincita rispetto ad alcune situazioni di discriminazione vissute da ragazzina. Quando ero piccolina i genitori degli altri bambini non volevano che i loro figli frequentassero una bambina rom. Invece da educatrice non ho mai avuto problemi di discriminazione.
Dzemila: Io da operatrice rom che ha lavorato per tanti anni nel sociale, prima in un centro per rifugiati, poi in una casa famiglia e poi con associazione 21 luglio, trovo che la cosa più bella sia avere tante origini e provenienze diverse nella nostra utenza. Fare un’attività per un’utenza monoetcnica credo sia una forma di razzismo al contrario. Credo che lavorare con chi è diverso da te porti a una maggiore apertura mentale. Mi ha aiutato moltissimo nel mio lavoro la mia esperienza di vita come rom ma sopratutto come donna. Essere rom forse mi ha aiutato a evitare etichette e pregiudizi.
Marcella, avevi già lavorato con colleghi rom?
Marcella: no, è la prima volta che ho colleghi rom, conoscevo già famiglie rom ma non mi era mai capitato di lavorarci insieme. Mi trovo molto bene a lavorare con loro, sarà una questione caratteriale. Sono tutti e tre molto pragmatici trovano una soluzoine per qualunque cosa, aggiustano le cose che si rompono e se serve si arrampicano anche sugli alberi. Inoltre sono molti predisposti all’ascolto, anche le mamme vedo che parlano volentieri con loro, danno buoni consigli, anche in virtù delle esperienze passate, magari di quando vivevano al campo circondati da tanti bambini.
Miriana: sì, ascoltiamo e diamo buoni consigli, è vero, ma qualche volta ci capita anche di rimproverare le mamme che si comportano male!!
Spazio baby, a place for early childhood, welcomes families of an outskirt of Rome.
Spazio baby is a space, open four mornings a week at the Polo Ex Fienile, a former barn turned into a polyfunctional building, located in the suburb of Tor Bella Monaca, in Rome. It welcomes children from zero to three years old, accompanied by a family member, usually the mother, who often also participate in other activities and courses organized by Associazione 21 Luglio.
We ask to three operators to tell us what the activity consists of.
Marcella: we offer handling and free play activities with educational toys inside the structure and, in the sunny days, with children’s equipment of our garden. Thanks to the mobile play hub which contains games and teaching materials, we can bring a real equipped playroom to the green spaces of the Polo Ex Fienile. Few days a week the family members are actively involved in small craft workshops carried out with the children. The origins of the families are extremely diverse, there are are both Italian and foreign families, most of them come from sub-Saharan Africa and Maghreb, there are also families from South America and Eastern Europe. Sometimes even some Roma mothers and children come to spend their morning with us. Outdoor activity, essential in this pandemic period, allows contact with nature and often paths and walks in the garden and vegetable garden are offered to children and parents.
Dzemila: When we are outdoors we use many natural elements in our activities: twigs and leaves, sand, soil and seeds for decanting activities, fruits and elements of the vegetable garden, such as strawberries and mulberries, both to eat and to color or to do decupage with mothers who have fun and participate with enthusiasm. We have also sown some vegetables. Last time they were green bean seeds and the first seedlings have already sprouted.
How is your work team composed?
Dzemila: We work in shifts of three or four educators but in total we are five, three of us have Roma origin.
What is your career path?
Marcella: I have a degree in psychology and for several years I have been working in project with minors from zero to thirteen years.
Miriana: I am a Roma educator, I have participated in many training sessions on the subject of early childhood organized by Associazione 21 Luglio with which I have been working for about ten years.
What does the fact of being a Roma educator working on early childhood mean for you, also releted to Roma and non-Roma families?
Miriana: For me there is not much difference, maybe I am a little more advantaged and comfortable working with children outdoors. For me it is essential to work and have experience exchange with colleagues but above all with mothers who have no prejudices to me as a Roma woman. Seeing that mothers, with such different origins, trust us and bring their children to us is a nice compensation compared to some situations of discrimination experienced as a young girl. When I was little, the parents of the other children didn’t want their children to spend time with a Roma girl. As an educator, on the other hand, I never had problems with discrimination.
Dzemila: As a Roma worker who has worked for many years in the social sector, first in a refugee center, then in a foster home and then with Associazione 21 Luglio, I find that the best thing is to have many different origins and backgrounds among the families we work with. I think doing an activity for mono-ethnic familes is a form of racism on the contrary. I believe that working with those who are different from you leads to a greater open-mindedness. My life experience as a Roma, but above all as a woman, has helped me a lot in my work. Being Roma perhaps helped me to avoid labels and prejudices.
Marcella, did you already work with Roma colleagues?
Marcella: No, it is the first time that I have Roma colleagues, I already knew Roma families but it had never happened to me to work together. I am very happy working with them, maybe it’s a matter of personality. All three are very pragmatic, they find a solution for anything, they fix broken things and, if needed, they even climb trees. Moreover, they are predisposed to listening, I see that they talk willingly with parents, giving good advice, perhaps learned in past experiences, when they lived surrounded by so many children.
Miriana: Yes, we listen and give good advice, it’s true, but sometimes we also get to scold mothers who behave badly !!
Durante il primo lock-down la scuola si è trovata a dover inventare nuovi modi per restare in contatto con i propri alunni, e gli istituti scolastici, sotto la spinta del Ministero dell’Istruzione, hanno avviato la Didattica a Distanza. Nata come un modo per non disperdere la socialità, essa si è presto trasformata in una brutta copia della scuola – già molto trasmissiva – a cui siamo abituati.
Era soltanto aprile quando già si guardava con l’amaro in bocca alla trasformazione dei processi educativi relazionali: un’insegnante attenta, una parola particolare detta al momento giusto, la presenza dei compagni, in un attimo “sono stati sfrondati o addirittura eliminati, come se fossero un surplus“[1]. La quantità ha assunto valore predominante: mentre molti alunni si sono trovati a subire passivamente lezioni unidirezionali e a rincorrere consegne da eseguire entro scadenze incalzanti, di altri bambini e ragazzi sono rimasti solo i silenzi e le assenze.
Dai dati Istat e dalle indagini Censis, sono emerse infatti drammatiche disuguaglianze: tra il 12 e il 20% degli alunni (a seconda dell’area geografica) non avevano accesso alle lezioni per mancanza di un device; il gap educativo tra gli studenti con più mezzi e i più poveri è aumentato del 75%; la dispersione scolastica è stata superiore al 5% nel 40% delle scuole.
Lo scoppio della pandemia ha messo in luce la fragilità e forse anche l’insufficienza del quotidiano lavoro di inclusione delle fasce di popolazione scolastica più a rischio di insuccesso. Il primo elemento di fragilità è costituito dallo status socio-economico di provenienza: nel 2018 in Italia erano più di 3 milioni i minori a rischio di povertà o esclusione sociale e 1,6 milioni quelli che vivevano in condizioni di povertà assoluta. La povertà materiale è significativamente correlata alla povertà educativa, testimoniata sia da più basse performance cognitive, sia da un minore accesso all’offerta culturale.
Anche l’origine straniera determina un chiaro svantaggio: gli alunni stranieri hanno tassi di scolarità nelle scuole superiori sensibilmente minori a quelli dei loro coetanei italiani (il 65,8% contro il 79,7%). I ragazzi più a rischio fanno parte delle prime generazioni (circa il 47% del totale) e trovano maggiori difficoltà per ragioni linguistiche e culturali nel raggiungere livelli minimi di apprendimento.
Essi a fronte dell’interruzione della didattica in presenza, sono potenzialmente più a rischio dispersione. Un’ultima condizione che richiede particolare attenzione e cura, è quella degli alunni con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento, per i quali ancora di più la presenza del docente e la socialità che si instaura nelle aule scolastiche sono insostituibili.
Per fronteggiare l’impatto della crisi, occorre avviare un piano straordinario per l’infanzia e l’adolescenza, per il rafforzamento delle infrastrutture sociali ed educative territoriali, puntando sulla resilienza delle comunità locali e tenendo ben presente la necessità di misure rivolte ai minori più vulnerabili.
Pensiamo che dovrebbe essere seriamente colta l’opportunità che era stata avanzata nei “patti educativi di comunità”, in cui scuola e agenzie educative extrascolastiche dovrebbero essere a supporto dei bambini e degli adolescenti, in un’ottica di collaborazione e implementazione dei reciproci ruoli.
Chiediamo al Governo di predisporre al più presto, in maniera simile a quanto stabilito da molti altri paesi europei, la riapertura delle scuole di ogni ordine e grado, e comunque di non prevedere in futuro alcuna chiusura per i gradi che sono rimasti in presenza, poiché in base a diversi studi effettuati sia in Inghilterra[2] che in Germania[3] si è documentato che non esiste un ruolo della riapertura delle scuole nell’aumento dei casi di COVID-19.
Invitiamo il Ministro della Pubblica Istruzione a studiare soluzioni che consentano il rientro nelle classi in sicurezza, a fornire gli strumenti economici e di personale docente per affrontare la crisi generale in cui versa la scuola, a sviluppare una rete informatica con connessioni rapide e funzionanti, a prevedere che i libri scolastici e i device informatici siano forniti gratuitamente o in comodato d’uso ai ragazzi che ne abbiano bisogno in ogni ordine e grado di scuola, a lavorare per la promozione di strumenti educativi innovativi per rendere la scuola veramente inclusiva ed attiva, e a monitorare gli effetti che le politiche educative e le scelte didattiche hanno sull’esclusione e la dispersione scolastica.
Chiediamo alle Regioni di investire sul potenziamento e la capillarizzazione dei trasporti pubblici, soprattutto nelle fasce orarie di maggiore utilizzo da parte degli studenti, in modo che essi non rappresentino un pericolo per gli assembramenti e non favoriscano la diffusione dei contagi durante la pandemia, e che prevedano un uso gratuito o a costi calmierati degli stessi servizi per gli studenti e le fasce deboli, anche in considerazione della necessità di riduzione del traffico veicolare privato in vista dell’urgente sfida climatica.
Ai Dirigenti e ai Docenti chiediamo di sforzarsi ad utilizzare tutti gli spazi concessi dalla normativa per permettere agli studenti di rimanere in presenza; di lavorare per creare e rafforzare legami con i territori, le associazioni e il terzo settore alla realizzazione di una comunità educante territoriale che ponga particolare attenzione ai minori che, per qualunque condizione socio-economica, culturale o di difficoltà di apprendimento, rischiano di vedere aumentato il proprio gap educativo e di andare incontro al fenomeno dell’abbandono scolastico precoce.
Invitiamo anche la scuola tutta a riflettere sui propri tempi, su cosa vuol dire coinvolgere i ragazzi, comprendere una volta per tutte che la socializzazione è l’unico modo di apprendere. La comunità scolastica a nostro parere dovrebbe approfittare dell’emergenza in cui siamo incappati per cambiare radicalmente i modi della didattica: riformulare i tempi, gli spazi, i contenuti, i rapporti tra i ragazzi e la didattica, tenendo presenti i più fragili, e usando la fantasia per reinventare gli ambienti e i modi di apprendimento, al fine di affrontare quelle criticità che il Coronavirus non ha fatto che acuire.
REYN Italia
Associazione 21 luglio, Associazione Articolo 34, Università Tor Vergata, Circolo culturale Popilia, Casa della Comunità Speranza, Asai
[1] (Mazzoneschi, Internazionale 24/04)
[2] https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.11.01.20222315v1.full?fbclid=IwAR1VyjRpPZwNM8dA0uBghpEZxXZuTENsVdv8quuhT0jh-3szOHsNtD9gC0k
[3] http://ftp.iza.org/dp13790?fbclid=IwAR0Ym4-7yagX8RiWOmuizYBq1BXNyvNaML9UHj1AF5gCwI0y9My80vDwDYI
Si chiama Enzo, è un educatore professionista rom e racconta la storia della sua vita ponendo attenzione sull’importanza della scuola, perché credere nei propri sogni significa anche poterli realizzare.
Il racconto che vi proponiamo è inserito all’interno del progetto Reyn International. Buona lettura!
Sono Enzo, dall’Italia. Partendo da dove sono ora, e tornando indietro ai miei primi anni di vita, vi accompagnerò nel viaggio che mi ha portato ad essere la persona che sono oggi. Condividerò momenti importanti della mia vita – analizzando gli eventi che mi hanno reso forte e presentandovi le persone che mi hanno sostenuto – tra le tante sfide che ho intrapreso nel mio viaggio.
Sono orgoglioso di essere rom, di chi sono ora e del mio sogno di crescere. Lavoro in un un progetto chiamato “Giovani rom, costruttori di speranza” che consiste nell’offrire sostegno scolastico ai bambini rom e organizzare corsi di formazione ed eventi di sensibilizzazione. Ma non solo, rivesto diversi ruoli! Sono anche un tutor che accompagna i giovani del circuito giudiziario nei percorsi di inserimento lavorativo e di integrazione sociale. Quando avevo 29 anni, ho conseguito la laurea in Lingue e Scienze dell’Educazione. Dopo la laurea ho deciso di proseguire gli studi e frequentare il corso di laurea magistrale in Scienze Pedagogiche.
All’età di 15 anni dopo aver lasciato la scuola superiore, ho iniziato un periodo di formazione di durata biennale presso un’agenzia formativa professionale e scolastica. Inoltre, ho cominciato a svolgere volontariato nella stessa associazione che mi ha sostenuto quando ero bambino.
Quando frequentavo le elementari andavo molto bene a scuola ed ero sostenuto nello svolgimento dei compiti da un’associazione locale. Tuttavia ho dovuto affrontare molte difficoltà a causa delle mie origini rom. Alle medie, sono stato inserito in una classe dove erano presenti tutti i ragazzi rom iscritti nella scuola. Nonostante ciò, sono riuscito a instaurare relazioni positive anche con i compagni non rom.
Dai 3 ai 6 anni, ho frequentato regolarmente un centro educativo domiciliare. Mi sono divertito molto con gli altri bambini. Anche se molti italiani credono che tutti i rom non siano italiani, io lo sono. Sono nato in Italia da genitori italiani. Grazie alla mia cittadinanza ho potuto accedere ai servizi di base per la prima infanzia e vivere in una casa popolare con la mia numerosa famiglia.