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Roma: Ignazio Marino mette al bando il termine "nomadi"

Ignazio Marino Roma

Il sindaco Ignazio Marino al termine dell’incontro dello scorso 22 marzo con l’Associazione 21 luglio.


[tfg_social_share]Da oggi, a Roma, i rom e i sinti non saranno più chiamati  “nomadi”. Lo ha deciso il sindaco della Capitale Ignazio Marino che ha firmato una circolare in cui vieta l’uso del termine “nomadi” in tutti gli atti del Comune. «Il fattore culturale è centrale per superare le discriminazioni», ha detto Marino che ha così dato seguito immediato alla prima delle richieste avanzategli nei giorni scorsi dall’Associazione 21 luglio.
«Credo che uno dei fattori centrali per superare le discriminazioni sia quello culturale, affinché l’approccio metodologico di tipo emergenziale possa essere abbandonato a favore di politiche capaci di perseguire l’obiettivo dell’integrazione – si legge nella circolare firmata dal sindaco l’8 aprile, Giornata internazionale dei rom e sinti – . In questo processo anche la proprietà terminologica utilizzata può essere, ad un tempo, indice e strumento culturale per esprimere lo spessore di conoscenza e consapevolezza degli ambiti su cui si è chiamati ad intervenire: in proposito devo registrare come, nel linguaggio comune, le comunità Rom, Sinti e Caminanti vengano impropriamente indicate con il termine di ‘nomadi’. Per questo motivo chiedo che d’ora in poi – nelle espressioni della comunicazione istituzionale e nella redazione degli atti amministrativi – in luogo del riferimento al termine ‘nomadi’ sia più correttamente utilizzato quello di «Rom, Sinti e Caminanti».
La decisione di Marino giunge a pochi giorni da un incontro privato, avvenuto lo scorso 22 marzo in Campidoglio, tra una delegazione dell’Associazione 21 luglio e il primo cittadino romano. In quell’occasione, l’Associazione 21 luglio aveva avanzato alcune richieste precise alla Giunta capitolina, nell’intento di voltare pagina nelle politiche rivolte alle comunità rom e sinte a Roma.
Prima di tali richieste era proprio l’abolizione dell’utilizzo, da parte dell’Amministrazione, del termine “nomadi” in riferimento ai rom e ai sinti. «I rom non sono “nomadi” e continuare a definirli come tali, specie negli atti pubblici,  giustifica, a Roma e in Italia, la politica segregativa e ghettizzante dei “campi”, basata appunto sul presupposto infondato che tali comunità siano “nomadi”», era la posizione espressa dall’Associazione 21 luglio davanti al sindaco il quale, al termine dell’incontro, aveva promesso un immediato intervento al fine di non reiterare, da quel momento in poi, l’uso dell’espressione “nomadi” nella città di Roma.
«Auspico che, anche attraverso questa apparentemente semplice attenzione terminologica – ha affermato Marino nella circolare – possa essere testimoniata la considerazione che l’amministrazione Capitolina rivolge a tutte le persone che vivono nel suo territorio. Un atto simbolico per il superamento di ogni forma di discriminazione».
L’Associazione 21 luglio esprime profondo apprezzamento per l’impegno assunto dal sindaco. «Da oggi, a Roma, rom e sinti non saranno più chiamati “nomadi”. Si tratta di un primo, importante passo per mettere fine alle discriminazioni verso tali comunità e cominciare un percorso di reale inclusione sociale. Un passo al quale dovranno però seguirne altri, nella direzione della chiusura e del superamento dei “campi” nella Capitale», afferma l’Associazione 21 luglio che ieri, in occasione della Giornata internazionale dei rom e sinti, ha inviato, assieme ad Amnesty International Italia e altre nove organizzazioni della società civile, una lettera aperta a Marino dal titolo “Chiudere i campi nomadi a Roma, sostenere la città”.
L’effetto del divieto del termine “nomadi” negli atti ufficiali del Comune di Roma è già visibile su quello che, fino a ieri, era la pagina web dell’Ufficio Nomadi di Roma Capitale. Da oggi, infatti, la dicitura che compare sul sito istituzionale del Comune è “Ufficio Rom, Sinti e Caminanti“. Tuttavia, segnala con rammarico l’Associazione 21 luglio, il termine “nomadi” è ancora presente per tre volte all’interno della descrizione dell’Ufficio sulla stessa pagina web.
 

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La bufala dei rom che gettano i cani sotto le auto in corsa

medium_2478635948[tfg_social_share]Rom che scagliano i cani sotto le auto in corsa e che poi chiedono il risarcimento all’ignaro autista. Questa notizia, nei giorni scorsi, ha fatto il giro del web ed è stata pubblicata da numerosi quotidiani, suscitando nell’opinione pubblica un’ondata di indignazione generalizzata verso le comunità rom.
Dagli accertamenti effettuati dall’Associazione 21 luglio, tuttavia, emerge che la notizia è priva di fondamento e che chi ha provveduto alla sua diffusione non si è preoccupato di verificare le informazioni.
Secondo quanto riportato da diversi quotidiani on line lo scorso 31 gennaio, tra cui Leggo, Libero e Il Mattino, i rom che vivono in un insediamento informale di Acilia, nei pressi di Roma, avrebbero escogitato una truffa dai contorni cruenti ai danni degli automobilisti.
I rom, è stato scritto, getterebbero i cani randagi tra le ruote delle auto in corsa, si fingerebbero poi disperati per quanto accaduto al proprio fedele amico a quattro zampe e incolperebbero del misfatto il malcapitato autista che, a quel punto, si vedrebbe costretto dagli stessi rom a un risarcimento in denaro.
Secondo quanto riportato da Il Mattino “la denuncia arriva da un comitato di abitanti della zona che si è già rivolto alle forze dell’ordine”. L’Associazione 21 luglio, nell’intento di verificare la notizia, ha potuto contattare i carabinieri di Acilia i quali hanno smentito che nella zona vi sia in atto tale truffa nonché di aver ricevuto denunce e segnalazioni dai cittadini.
La notizia è stata rilanciata anche dall’esponente del movimento “Primavera NazionaleStefano Tersigni, il quale, in un flash dell’agenzia Omniroma, ha affermato di aver ricevuto le informazioni dai cittadini di Acilia. Tersigni ha quindi chiesto «un immediato sopralluogo delle forze dell’ordine», auspicando che «i cani presenti nell’accampamento vengano tolti a questa gente e affidati a strutture adeguate».
La notizia ha subito generato una reazione forte degli utenti del web che, in numerosi casi, hanno accusato indistintamente l’intera comunità in Italia di rendersi autrice di gesti di tale gravità.
Commenti di questo genere hanno raggiunto anche la pagina Facebook dell’Associazione 21 luglio: «Bella gente difendete, proprio bella gente», è stato il commento di un utente.
«Notizie di tale gravità possono arrecare un danno enorme all’intera comunità rom in Italia, alimentando nell’opinione pubblica un clima ostile e di intolleranza nei loro confronti – afferma l’Associazione 21 luglio – È fondamentale che i media, secondo quanto sancito anche dalla Carta di Roma, osservino la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti la popolazione romanì evitando “la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte”».
photo credit: akk_rus via photopin cc

I rom non scelgono di essere apolidi e senza fissa dimora

L'articolo di Bruno Ferraro su Libero.

L’articolo di Bruno Ferraro su Libero.


[tfg_social_share]L’Associazione 21 luglio condanna le affermazioni sui rom contenute in un articolo del Presidente Aggiunto Onorario della Corte di Cassazione Bruno Ferraro pubblicato quest’oggi sul quotidiano Libero. L’articolo – sostiene l’Associazione – offre un’immagine distorta della realtà dei rom nel nostro Paese e alimenta stereotipi e pregiudizi negativi nei confronti di tali comunità.
Nell’articolo, intitolato “Ius soli, Cie e campi rom, quante bugie ci hanno raccontato”, Bruno Ferraro argomenta prima il suo no all’introduzione del principio dello ius soli in Italia e poi ripercorre la questione dell’immigrazione e dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) per gli immigrati.
Cimentandosi con il tema rom, che definisce «un falso problema», Ferraro scrive: «Un autentico rom è soggetto che sceglie di rimanere apolide, senza patria e senza fissa dimora; soprattutto rinunziando per scelta di vita ad un lavoro sedentario».
Queste parole, sostiene l’Associazione 21 luglio, forniscono ancora una volta l’immagine stereotipata e negativa dei  rom-nomadi diffondendo così nell’opinione pubblica un’idea sbagliata, e che non corrisponde alle ambizioni, i sogni e i desideri di queste comunità, per cui i rom non vorrebbero vivere una vita pienamente inclusa nella società, assieme al resto dei cittadini.
Anche la Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani del Senato, del resto, nel “rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Camminanti in Italia” del febbraio 2011 aveva affermato chiaramente come il concetto di nomadismo fosse ormai ampiamente superato:
« A differenza di quanto comunemente si crede, la stragrande maggioranza dei Rom, Sinti e Camminanti presenti sul territorio italiano non è nomade e ha anzi uno stile di vita sedentario», si legge nel rapporto.
A conclusione dell’articolo, Bruno Ferraro invita poi i rom a continuare «a fare i rom senza disturbare e senza essere disturbati» affermando che «i campi rom non sono luogo di segregazione ma opportunità che i rom sono liberi di accettare o rifiutare…senza protestare».
Per l’Associazione 21 luglio, che nei mesi scorsi ha lanciato un appello nazionale con raccolta firme per chiedere l’abrogazione delle leggi regionali che istituiscono i “campi nomadi”, i “campi rom” sono invece dei veri e propri ghetti, creati e gestiti dalle istituzioni, dove i diritti dei rom, e in particolare dei minori, vengono sistematicamente violati e che rendono impossibile ogni possibilità di inclusione sociale.
Su questo punto, nel 2012, il Comitato sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) si è pronunciato sull’Italia reiterando la preoccupazione che «le popolazioni Rom, Sinti e Caminanti vivano in una situazione di segregazione de facto dal resto della popolazione in campi che spesso mancano delle strutture per soddisfare i bisogni più elementari», sollecitando quindi lo Stato italiano «ad astenersi dal sistemare i rom in campi fuori dalle aree popolate».
I “campi rom” rappresentano una risposta al problema oramai giudicata del tutto anacronistica e condannata anche dalla Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti. Questa infatti afferma: «La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa».
 

Moni Ovadia dice "Stop all'apartheid dei rom!"

L’artista Moni Ovadia aderisce alla campagna dell’Associazione 21 luglio “Stop all’apartheid dei rom!” e invita a firmare il nostro appello per l’inclusione delle comunità rom e sinte in Italia e il superamento della politica dei “campi nomadi”.
«I campi sono dei lager – dice l’artista in questo video -. Bisogna abrogare le leggi che istituiscono i “campi nomadi” nel nostro Paese, mettere fine all’apartheid in cui abbiamo costretto queste comunità e permetterne finalmente l’integrazione».

I rom scrivono al Commissario Europeo per i Diritti Umani

Il "villaggio attrezzato" della Cesarina, a Roma

Il “villaggio attrezzato” della Cesarina, a Roma


[tfg_social_share]«Veniamo trattati come “pacchi”, spostati da una parte all’altra della città senza essere interpellati, e nel timore di essere dimenticati all’interno di un centro segregato, dove gli spazi sono angusti e asfittici, le condizioni igienico-sanitarie difficili e dove ci è proibito ricevere visite».
Si sono rivolte direttamente al Commissario Europeo per i Diritti Umani Nils Muižnieks alcune delle famiglie rom che nelle scorse settimane sono state trasferite dal “villaggio attrezzato” della Cesarina al centro per soli rom di via Visso, a Roma.
Con la lettera a Strasburgo, i rom vogliono portare all’attenzione del Commissario la «grave condotta da parte dell’Amministrazione di Roma» nei loro confronti dopo che, il mese scorso, lo stesso Muižnieks aveva esortato la Giunta Marino ad individuare «soluzioni abitative ordinarie» per rom e sinti nella Capitale.
Il 16 dicembre, i 180 rom della Cesarina sono stati trasferiti nel centro di accoglienza per soli rom di via Visso 12, denominato “Best House Rom” e dove già vivono altri 180 rom. Nella lettera al Commissario le famiglie rom denunciano come all’interno del “villaggio attrezzato” le condizioni di vita fossero effettivamente «inaccettabili», a causa di «condizioni alloggiative totalmente inadeguate e dei ripetuti episodi vessatori» ai quali erano sottoposte.
La soluzione individuata dall’Amministrazione capitolina, tuttavia, è stata il trasferimento nell’ennesimo luogo di segregazione per soli rom. Un trasferimento, secondo le famiglie rom firmatarie, avvenuto peraltro senza alcuna consultazione adeguata.
«Contestiamo fortemente la totale assenza di consultazioni e il fatto che non si sia esplorata alcuna ulteriore alternativa rispetto all’unica opzione messa a disposizione dal Comune, che riteniamo inadeguata dato che replica una condizione di segregazione, essendo riservata a soli rom», si legge nella lettera al Commissario Muižnieks.
«Inoltre – proseguono i rom – non solo veniamo trattati come “pacchi”, spostati da una parte all’altra della città, ma ci ritroviamo anche in una condizione di estrema incertezza riguardo al futuro nostro e dei nostri figli».
Nelle intenzioni del Comune, il trasferimento sarebbe una misura temporanea in attesa del rifacimento del “villaggio attrezzato” della Cesarina. Tuttavia, scrivono i rom al Commissario, nessuna tempistica sulla loro permanenza nel centro è stata loro comunicata dall’Amministrazione né tantomeno sull’inizio dei lavori di rifacimento del “campo”.
Tutto ciò alimenta «il nostro timore di venire dimenticati all’interno di un centro segregato e inadeguato per chissà quanto tempo, come già successo ad altre persone rom che in precedenza sono state trasferite in questo e in altri centri di accoglienza per soli rom della città di Roma».
Nella risposta alla lettera di novembre inviata da Strasburgo al sindaco Marino, l’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà Rita Cutini aveva garantito al Commissario Muižnieks che «la volontà e i passi intrapresi dalla nostra amministrazione vanno nella direzione di una piena attuazione delle indicazioni contenute nella Stratega nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, abbandonando definitivamente l’approccio emergenziale in favore di una gestione di sistema del fenomeno».
Nella loro lettera, però, i rom mettono in evidenza un’altra realtà: «Come le ha recentemente scritto l’Assessore Cutini, anche noi – scrivono i rom a Muižnieks – le inviamo il nostro invito a venire a visitarci nel nuovo centro per riscontrare di persona la condizione in cui siamo stati costretti dalle autorità della città di Roma: spazi angusti e asfittici, proibizione di ricevere visite, condizioni igienico-sanitarie difficili, regolamenti vessatori».

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Lettera alla Questura di Roma per il tweet anti rom

Il tweet comparso sull'account Twitter della Questura di Roma.

Il tweet comparso sull’account Twitter della Questura di Roma.


[tfg_social_share]In piene vacanze natalizie, nel giorno di Santo Stefano, un tweet pubblicato dall’account ufficiale Twitter della Questura di Roma paragonava il riordino di uno sgabuzzino allo sgombero di un “campo nomadi”. L’Associazione 21 luglio ha inviato all’organo statale una lettera con richiesta urgente di verifiche.
«Ho risistemato lo sgabuzzino…m’è sembrato lo sgombero in un campo nomadi…meno male che sono preparata!». Questo tweet è stato pubblicato ieri, giorno di Santo Stefano, alle ore 18.20, dall’account ufficiale della Questura di Roma.
Il tweet ha subito fatto il giro della rete ed è stato intercettato da alcuni utenti che, indignati, lo hanno segnalato all’Associazione 21 luglio. Qualcuno, come l’utente Twitter Barbara Collevecchio, ha anche risposto direttamente al tweet in questione.
«Con la sottile differenza @QuesturadiRoma che nei campi nomadi ci sono esseri umani, bambini, anziani. Senza parole!», twittava l’utente.
In seguito alle rimostranze degli utenti, la Questura di Roma ha provveduto alla rimozione del tweet e ne ha pubblicato prontamente un altro (screenshot in basso) in cui disconosceva la paternità della dichiarazione e annunciava di aver intrapreso verifiche in merito.
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L’Associazione 21 luglio, che con il suo Osservatorio nazionale sull’incitamento alla discriminazione e all’odio razziale monitora dichiarazioni, comizi e interviste  su giornali locali, nazionali e sul web, ha inviato alla Questura di Roma una lettera nella quale sottolinea la gravità delle asserzioni a scapito delle popolazioni rom e il loro contenuto razziale, discriminatorio e lesivo della dignità umana.
«Dichiarazioni di tale tenore – si legge nella lettera dell’Associazione 21 luglio – sono suscettibili di veicolare messaggi con effetti dannosi non solo per i gruppi “target” ma anche per la popolazione maggioritaria che viene “impregnata” di stereotipi e pregiudizi. Le stesse provenendo poi da un organo di Stato hanno il duplice effetto di rendere concepibili e tollerabili esternazioni di tal fatta».
L’Associazione 21 luglio ha quindi specificato che l’episodio non può ritenersi risolto con la semplice rimozione e divulgazione di una comunicazione di verifiche in corso.
Pertanto ha chiesto alla Questura di Roma «di procedere tempestivamente e senza ritardi alle verifiche predisposte e di divulgare nel più breve tempo possibile l’esito degli accertamenti e delle relative misure correttive intraprese».

Roma, rom trasferiti dal "campo" al centro di raccolta

Il "villaggio attrezzato" della Cesarina, a Roma

Il “villaggio attrezzato” della Cesarina, a Roma

[tfg_social_share]Nonostante l’esortazione di Strasburgo a superare la politica dei “campi nomadi” nella Capitale, il sindaco Marino, con il primo intervento della sua Giunta rivolto a rom e sinti, ripropone la segregazione su base etnica di tali comunità, il “campo” come unico spazio dell’abitare rom e lo spreco di ingenti risorse economiche che potrebbero essere utilizzate per favorire reali percorsi di inclusione sociale.
Da ieri è infatti in corso il trasferimento, condotto dagli operatori del Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale, di 180 rom dal «villaggio della solidarietà» de La Cesarina al centro di raccolta rom di via Visso 12: una misura, temporanea nelle intenzioni dell’Amministrazione, in attesa della ristrutturazione, a fronte di elevati costi sociali ed economici, del “villaggio attrezzato” in zona Nomentana.

Il 12 novembre scorso il Commissario europeo per i diritti umani Nils Muižnieks, in una lettera inviata al sindaco Marino, aveva raccomandato l’individuazione di «normali condizioni abitative» per le comunità rom e sinte volte a favorirne l’inclusione sociale.
Il centro di raccolta rom di via Visso, dove già vivono da 18 mesi quasi 200 persone rom, non risponde invece in alcun modo alle raccomandazioni giunte da Strasburgo.
Esso infatti si configura come un luogo caratterizzato dalla segregazione su base etnica – essendo riservato esclusivamente a persone rom in disagio abitativo –; da una apparente temporaneità – dato che nei 3 centri di raccolta rom esistenti a Roma vivono tuttora famiglie rom dal novembre 2009; dalla mancanza di reali percorsi di inclusione sociale.
Il centro di raccolta di via Visso, come del resto quelli di via Salaria e via Amarilli, si caratterizza inoltre per gli altissimi costi di gestione.  Nelle tre strutture vivono circa 870 rom il cui costo procapite è stimato in 20 euro al giorno per una spesa complessiva annua di 6.350.000 euro. Per l’Amministrazione comunale si traduce in una spesa mensile a nucleo familiare di circa 2.700 euro.
Tali sono le cifre che il Comune di Roma spende per discriminare e segregare le comunità rom e sinte. Con cifre decisamente minori, come dimostrato fin da subito in un documento congiunto presentato da Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà lo scorso 9 settembre, si potrebbero invece promuovere reali percorsi di inclusione.
Nel documento le due organizzazioni avevano infatti proposto una pluralità di soluzioni, da realizzare attraverso consultazioni individuali con rom e sinti,  che avrebbero concretamente portato entro 18 mesi alla chiusura definitiva del “villaggio attrezzato” de La Cesarina.
Secondo l’Associazione 21 luglio la chiusura dell’insediamento de La Cesarina, viste le sue condizioni igienico-sanitarie e il fenomeno estorsivo presente al suo interno, è prioritaria e improcrastinabile. Tale chiusura dovrebbe però essere definitiva e avvenire in linea con gli standard internazionali passando attraverso una effettiva consultazione della popolazione residente indirizzata a porre fine ad una segregazione abitativa.
Segregare i 180 rom nel centro di raccolta di via Visso e provvedere alla ristrutturazione del campo de La Cesarina, così come è invece nelle intenzioni dell’Amministrazione comunale, oltre che andare contro le raccomandazioni formulate dal Commissario europeo, si pone in netto contrasto con i principi della Strategia nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Caminanti che l’Amministrazione ha dichiarato di aver adottato.
L’Associazione 21 luglio condanna pertanto la scelta dell’Amministrazione capitolina di optare per una decisione onerosa, lesiva dei diritti umani e che reitera una politica già vista, dagli effetti discriminatori e che ripropone il centro di raccolta rom o il “campo nomade” come unico spazio dell’abitare rom.
L’Associazione 21 luglio invita il Comune di Roma a riconsiderare l’utilizzo delle risorse economiche per dare invece inizio a un nuovo corso che dia l’accesso anche ai rom alle normali e convenzionali soluzioni abitative in assenza di discriminazione.

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Sabrina: "Noi rom non siamo come ci dipingono i media"

Sabrina, 23 anni, vive nel "campo rom" di San Nicolò d'Arcidano, in Sardegna

Sabrina, 23 anni, vive nel “campo rom” di San Nicolò d’Arcidano, in Sardegna


[tfg_social_share]Sabrina Milanovic ha 23 anni, è italiana e vive in un “campo rom” a San Nicolò d’Arcidano, in provincia di Oristano, in Sardegna. È stanca dei pregiudizi e degli stereotipi negativi diffusi nei confronti della sua comunità e vorrebbe impegnarsi per promuovere e valorizzare i diritti dei rom nella sua cittadina e nel resto d’Italia.
«Noi rom veniamo continuamente discriminati e questo succede non perché la gente sia cattiva o in malafede. Ma semplicemente perché non ci conosce e di noi sa solo le cose brutte che scrivono i giornali. Ma noi non siamo come ci dipingono i media e non è giusto che per colpa di alcuni a subirne le conseguenze debbano essere tutti i rom»
Dallo scorso ottobre Sabrina frequenta il Corso di formazione per attivisti rom e sinti organizzato dall’Associazione 21 luglio e dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC).
«Io voglio fare qualcosa in prima persona per combattere contro i pregiudizi nei confronti del mio popolo, per affermare i nostri diritti e per promuovere un’immagine differente di noi».
A San Nicolò d’Arcidano, la comunità rom è costituita da circa un centinaio di persone, il 3,5% della popolazione totale, composta da 2.800 abitanti. Dal 2011 i rom vivono in un nuovo “campo” dopo che un incendio aveva distrutto l’insediamento provvisorio in cui viveva la comunità.
Sabrina non vorrebbe vivere in un “campo” ma in una casa come ogni altro cittadino italiano.
«Vivere in un campo vuol dire vivere la vita in maniera amplificata. Le casette sono tutte attaccate e non hai un minimo di privacy».
Nel “campo” di San Nicolò d’Arcidano, “campo” realizzato dal Comune, gli abitanti rom vivono in baracche di 40 mq ciascuna all’interno delle quali, in alcuni casi, arrivano a dividere lo spazio anche 11 persone.
Secondo il Comitato per la Prevenzione della Tortura, istituito dal Consiglio d’Europa, lo spazio minimo nelle celle per ogni detenuto dovrebbe essere di 7 mq, cioè il doppio dello spazio a disposizione di alcuni residenti rom nel “campo” in provincia di Oristano.
Per Sabrina la strada per rafforzare i diritti delle comunità rom passa attraverso il lavoro.
«Bisogna che anche i rom abbiano opportunità lavorative. Questo servirà a combattere i pregiudizi, a favorire l’integrazione e il vivere insieme. In questo modo potremo non essere più giudicati per quello che non siamo».
L’appello
Nell’ambito della Campagna “Stop all’apartheid dei Rom!“, l’Associazione 21 luglio ha lanciato un appello nazionale con raccolta firme, rivolto ad otto Presidenti di Regione, per chiedere l’abrogazione delle Leggi regionali che istituiscono i “campi nomadi” in Italia, ghetti che alimentano la segregazione delle comunità rom e sinte e rendono impossibile l’inclusione sociale. Tra le regioni considerate figura anche la Sardegna. Per firmare l’appello “Inclusione per le comunità rom e sinte in Italia” clicca qui

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Blitz a sorpresa dei senatori nei "campi rom" della Capitale

I senatori Palermo e Donno durante la visita nei "campi rom"

I senatori Palermo e Donno durante la visita nei “campi rom”


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«È peggio di quanto immaginavo. I rom sono buttati lì in un limbo giuridico, lasciati a se stessi, senza alcuna attenzione delle istituzioni: una situazione disperante».
Sono le parole pronunciate ieri da Francesco Palermo, senatore della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, al termine di una visita a sorpresa in due “campi rom” della città di Roma, alla quale ha partecipato assieme a un’altra senatrice della Commissione, Daniela Donno.
Nel corso della visita, alla quale hanno preso parte anche alcuni giornalisti, i due parlamentari sono stati accompagnati da una delegazione dell’Associazione 21 luglio e hanno potuto appurare in prima persona le condizioni di vita di uomini, donne e bambini rom all’interno del centro di raccolta rom di via Salaria 971 e del “villaggio attrezzato” della Cesarina, in zona Nomentana.
L’iniziativa dell’Associazione 21 luglio rientra nella Campagna “Stop all’apartheid dei Rom!”, tra i cui obiettivi vi è quello di informare i rappresentanti politici e istituzionali sulle conseguenze negative che le attuali politiche rivolte in Italia nei confronti di rom e sinti hanno sulla vita quotidiana di queste comunità.
Il centro di raccolta rom
Nel centro di raccolta di via Salaria, dove in un primo momento ai senatori è stata negata l’autorizzazione ad entrare, vivono circa 380 rom, di cui 200 minori.
Nonostante sia stata inaugurata, nel 2009, come struttura transitoria per far fronte a situazioni di emergenza, a quattro anni dalla sua conversione i servizi offerti all’interno di questa ex cartiera sono scarsi e inadeguati a bisogni di lunga accoglienza, di assistenza e di supporto nei diversi percorsi che una struttura di assistenza deve garantire. Inoltre, accogliendo al suo interno quasi esclusivamente persone rom con cittadinanza rumena, si connota come un luogo di discriminazione istituzionalizzata su base etnica, caratterizzata da esclusione sociale, segregazione spaziale e precarietà abitativa dove mancano percorsi finalizzati all’integrazione e al reinserimento sociale delle famiglie accolte.
Il “villaggio attrezzato” della Cesarina
In questo “villaggio attrezzato”, il più piccolo degli otto presenti a Roma, vivono circa 180 rom, di cui la metà sono minori. Tra le principali criticità di questo “campo” vi è il precario stato generale delle condizioni strutturali dell’insediamento e una serie di minacce alla sicurezza rappresentate dall’assenza di sistemi antincendio, dal frequente uso domestico di bombole gpl a causa del basso voltaggio disponibile che non permette di usare stufe elettriche e la presenza di alti alberi con molti rami spezzati che potrebbero cadere da un momento all’altro.
Gli abitanti, inoltre, denunciano di vivere in un clima di costante paura e ricatto a causa della gestione del tutto arbitraria e poco trasparente del gestore del campo: «Il gestore ci obbliga a dargli 50 euro al mese, anche se questo versamento non è previsto nel regolamento del Comune di Roma – hanno raccontato le persone ai senatori -. Per punirci ci stacca di frequente la corrente e in più per avere l’acqua per lavarci o per lavare i vestiti dobbiamo andare all’autobotte fuori dal campo. Qui non ci trattano come essere umani ma come animali. E le conseguenze peggiori sono per i bambini, che non riescono a studiare, a giocare e a vivere una vita degna di tale nome».
La reazione dei senatori
« È chiaro che chiunque viva in queste condizioni poi possa cadere nella disperazione – ha affermato la senatrice Daniela Donno al termine della visita nei “campi” -. Gli accordi internazionali prevedono una normativa che dà la possibilità a queste persone di vivere in modo dignitoso. Il Comune di Roma invece spende tanti soldi ogni giorno per non dare tutti i servizi che occorrono a queste persone, come nell’ultimo campo visitato, (La Cesarina ndr) dove gli stessi ospiti devono pagare a un privato per avere alcuni servizi».
Per il senatore Francesco Palermo serve un intervento del Parlamento: «I Comuni, invece di gestire tutto questo in silenzio, dovrebbero fare rete e fare pressione sul Parlamento affinché ci sia quella base giuridica minima per fare azioni che abbiano un senso. Io ho visto tanti campi rom in giro per l’Europa – dice ancora il senatore – ma nessuno a questo livello. Neanche in Serbia o Romania».
Secondo l’Associazione 21 luglio, «la politica dei campi, che a Roma ha un costo annuo di 20 milioni di euro,  si è dimostrata fallimentare e totalmente inefficace ai fini dell’inclusione sociale dei rom. Essa è stata attuata indistintamente da amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra e sta continuando inesorabilmente anche oggi con il preoccupante immobilismo dimostrato finora dalla giunta Marino».
 

PER APPROFONDIRE:

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