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Sgombero rom: la soluzione nella notte

sgombero romDopo tre giorni di trattative con le autorità locali, per i 39 rom coinvolti nello sgombero forzato di Val d’Ala, a Roma, è stata finalmente individuata una soluzione.
Venerdì 11 luglio, poco prima dello scoccare della mezzanotte, i rom, tra cui bambini di pochi mesi e persone affette da gravi patologie, sono stati trasferiti provvisoriamente in una struttura di accoglienza in città, dove risiederanno fino all’individuazione di ulteriori soluzioni.
[tfg_social_share]Si è così scongiurato il rischio, per queste persone, di altre notti all’addiaccio dopo che le loro abitazioni, nella mattinata del 9 luglio, erano state rase al suolo dalle ruspe cittadine.
Dall’inizio dello sgombero, gli attivisti delll’Associazione 21 luglio, insieme ad Amnesty International, hanno costantemente monitorato la situazione e supportato, anche materialmente, i 39 rom ritrovatisi improvvisamente senza tetto.
Con due comunicati stampa congiunti con Amnesty International, il primo il 9 luglio e il secondo l’11 luglio, l’Associazione ha dapprima denunciato le violazioni dei diritti umani e degli standard internazionali perpetrati con lo sgombero forzato e poi rivolto un appello urgente al sindaco  di Roma Ignazio Marino e all’Assessore al Sostegno Sociale e alla Sussidiarietà Rita Cutini al fine di trovare una soluzione immediata per far fronte all’emergenza creata dallo stesso sgombero.
Subito dopo lo sgombero, infatti, le famiglie rom sono state letteralmente abbandonate a loro stesse dalle istituzioni e per sbloccare la situazione si sono rese necessarie ore di trattative con le autorità locali.

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Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni

Amnesty International rom

I rom davanti alla sede del Municipio Roma III


[tfg_social_share]Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni. Per 39 rom ancora nessuna soluzione alternativa è stata individuata dalle autorità di Roma Capitale dopo lo sgombero forzato dell’insediamento informale in zona Val d’Ala. Associazione 21 luglio e Amnesty International rivolgono un appello urgente al sindaco di Roma Marino e all’Assessore Cutini: «Serve una soluzione immediata per rispondere all’emergenza che queste persone, tra cui minori e malati, stanno affrontando».
I 39 rom rumeni sono stati sgomberati lo scorso 9 luglio dall’insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria di Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma. Lo sgombero, come denunciato in un comunicato congiunto da Associazione 21 luglio e Amnesty International,  ha violato «i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali».
In particolare, lo sgombero – hanno denunciato le due organizzazioni – non è stato accompagnato da una genuina consultazione con le persone coinvolte né da una notifica formale scritta. In più, nessuna soluzione abitativa alternativa adeguata è stata offerta loro, come invece prescritto dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Dopo lo sgombero, nella stessa giornata, i rom si sono recati davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere una soluzione alternativa. Sul posto erano presenti anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio, di Amnesty International e l’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio III Eleonora Di Maggio. In quella sede, tuttavia, nessuna soluzione adeguata è stata offerta alle famiglie sgomberate, se non la divisione dei nuclei familiari (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte). Soluzione – la stessa proposta ai rom al momento dello sgombero – che non può essere ritenuta adeguata e che le famiglie hanno comprensibilmente rifiutato.
Successivamente i rom si sono spostati sullo stesso terreno dal quale erano stati sgomberati, dove hanno trascorso la notte riparandosi dalla pioggia con mezzi di fortuna. La mattina dopo, tuttavia, le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare le famiglie una seconda volta.
A quel punto i rom, accompagnati dagli attivisti di Associazione 21 luglio e Amnesty International, si sono spostati nella sede del Municipio Roma III, in piazza Sempione, nel cui atrio, in seguito a un accordo con le autorità municipali, hanno potuto trascorrere la notte in attesa di un pronto intervento da parte delle istituzioni capitoline per affrontare e risolvere l’emergenza in cui i 39 rom sono stati costretti dallo sgombero.
«Il tempo passa e le autorità di Roma Capitale non hanno ancora trovato nessuna soluzione all’emergenza che esse stesse hanno creato con un’azione inutile, costosa e frutto di una totale amnesia istituzionale», scrivono oggi Associazione 21 luglio e Amnesty International.
«Dopo essere stati vittime di due sgomberi in due giorni, i rom sono stati letteralmente abbandonati a loro stessi. Rivolgiamo quindi un appello alla sensibilità del sindaco Ignazio Marino e dell’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà di Roma Capitale Rita Cutini – affermano le due organizzazioni –  affinché, urgentemente, venga individuata una soluzione abitativa adeguata per questi uomini, donne e bambini».
«Una volta che la situazione alloggiativa di questa comunità sia stata risolta – concludono le due organizzazioni – il sindaco Ignazio Marino e le altre autorità competenti dovranno verificare perché gli sgomberi continuano ad essere compiuti con modalità che violano gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate, e creare i presupposti perché tali violazioni di diritti umani non si ripetano ulteriormente, ad esempio attraverso l’adozione di una circolare che guidi il comportamento di ufficiali impegnati nelle operazioni di sgombero».

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Roma, Associazione 21 luglio e Amnesty International contro l'ennesimo sgombero

amnesty international sgombero[tfg_social_share]Ci sono anche 11 minori, di cui alcuni di pochi mesi, e persone affette da gravi patologie tra i 39 rom che sono stati sgomberati questa mattina da un insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma.
Le famiglie, rese senza tetto dallo sgombero forzato, hanno appena raggiunto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune per chiedere un’alternativa adeguata. Per Associazione 21 luglio e Amnesty International, che hanno assistito alle operazioni, lo sgombero viola i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali.
Le operazioni di sgombero sono cominciate questa mattina intorno alle ore 7.30 alla presenza degli ufficiali della Polizia di Roma Capitale (guarda le foto). Le abitazioni dei 15 nuclei familiari sono state abbattute e i 39 rom, tutti originari della Romania, sono stati allontanati dall’insediamento nel quale vivevano.
Appresa l’intenzione delle autorità comunali di sgomberare i 39 rom, tra cui alcune persone che necessitano di cure per via delle gravi patologie di cui soffrono, l’Associazione 21 luglio, lo scorso 4 luglio, aveva scritto alla Direzione Accoglienza e Inclusione del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere un intervento immediato volto a evitare la realizzazione di uno sgombero forzato, illegale e in violazione dei diritti umani.
L’8 luglio, Amnesty International aveva chiesto chiarimenti al Comune di Roma in merito allo sgombero e alle misure adottate per garantire il rispetto degli standard vigenti. Da tale dialogo è emersa l’assenza di un’offerta di alloggio alternativo alle famiglie interessate dallo sgombero.
Di fronte all’assenza di un intervento in grado di riportare tale operazione entro un ambito di legalità, pertanto, Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno dovuto constatare che, così come sono state condotte, le operazioni non hanno rispettato le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Lo sgombero di stamane, infatti, non è stato accompagnato da una genuina consultazione con gli interessati né da una notifica formale e nessuna alternativa abitativa adeguata è stata offerta loro – se non la divisione familiare (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte) che le persone hanno comprensibilmente rifiutato – rendendo così i 39 rom, in particolare i bambini, vulnerabili a ulteriori violazioni di diritti umani.
Con quello di oggi, sale a 30 il numero di sgomberi forzati di insediamenti informali rom realizzati nella Capitale dall’attuale Giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino, sottolinea l’Associazione 21 luglio. Lo sgombero odierno, secondo i dati dell’Associazione, è inoltre costato al Comune circa 50 mila euro mentre per i 30 sgomberi sono stati spesi, in totale, circa 1,5 milioni di euro.
Subito dopo essere state sgomberate, le famiglie rom coinvolte hanno deciso di recarsi davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma, in viale Manzoni 16, per chiedere una soluzione abitativa adeguata.
Sul posto si trovano anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio e di Amnesty International, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio Roma III Eleonora Di Maggio, che ha assistito allo sgombero.
«Lo sgombero forzato di questa mattina rende evidente l’urgenza di una circolare che indichi le modalità con cui gli sgomberi devono essere realizzati, quando strettamente necessari, rispettando gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate», afferma Amnesty International. «Il Sindaco Marino ed il governo italiano non possono guardare dall’altra parte mentre dei bambini vengono lasciati per strada».
«Perpetrando una politica basata sugli sgomberi forzati e sulla segregazione dei rom nei cosiddetti “villaggi della solidarietà” – affermano Associazione 21 luglio e Amnesty International – Roma non solo dimostra di non attuare la Strategia di Inclusione dei Rom e Sinti ma persiste nell’utilizzo di ingenti risorse economiche – che potrebbero essere riconvertite in progetti rivolti a tutti i cittadini, rom e non, in emergenza abitativa – per violare i diritti umani dei rom contribuendo ad alimentare il clima di ostilità nei loro confronti».
GUARDA LE FOTO DELLO SGOMBERO

Campi Nomadi s.p.a: a Roma il "sistema campi" vale 24 milioni

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Oltre 24 milioni di euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per segregare e concentrare i rom nei “villaggi della solidarietà” e nei “centri di raccolta rom” e sgomberarli dagli insediamenti informali. Un vero e proprio “sistema”, quello dei “campi” nella Capitale, all’interno del quale operano 35 enti pubblici e privati, che impiegano un personale di oltre 400 individui, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici.
È il quadro che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, presentato stamane in Campidoglio dall’Associazione 21 luglio: un fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi” e che per le comunità rom non si traduce in alcun beneficio in termini di inclusione sociale ma che alimenta, al contrario, la percezione negativa nei loro confronti da parte dell’opinione pubblica.
Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, di cui più della metà bambini -, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione dei “campi” e per la vigilanza e la sicurezza all’interno degli stessi; il 13,2% è stato rivolto ad interventi di scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.
Per la gestione degli 8 “villaggi della solidarietà” presenti a Roma, nei quali vivono 4.391 persone, il Comune di Roma ha speso più di 16 milioni di euro. Tra questi, il “campo” di Castel Romano, dove risiedono 989 rom, risulta il più costoso: oltre 5 milioni di euro nel solo 2013. Dalla sua nascita, nel 2005, per una famiglia composta da 5 persone il Comune di Roma ha già speso oltre 270 mila euro.
Il “centro di raccolta rom” di via Amarilli, uno dei tre esistenti a Roma (costati circa 6 milioni di euro nel 2013), risulta invece l’insediamento formale con la spesa procapite più alta: per ognuno dei 130 abitanti nel “centro”, nel solo anno considerato dal rapporto, il Comune di Roma ha speso 906 euro al mese, a fronte di un investimento per l’inclusione sociale dei rom pari allo 0%.
Per spostare da un punto all’altro della città circa 1.200 rom attraverso 54 azioni di sgombero forzato, infine, si sono impiegati quasi 2 milioni di euro.
Come in una vera e propria “municipalizzata”, nella “Campi Nomadi s.p.a.”, emerge dall’indagine dell’Associazione 21 luglio, sono coinvolti 35 enti pubblici e privati. Stimando, per ognuno di essi, un coinvolgimento medio di 12 operatori, risultano più di 400 i soggetti individuali impiegati all’interno dell’indotto che si muove attorno alla “questione rom”. Preoccupante è la percentuale di affidamenti diretti dei finanziamenti, senza ricorrere pertanto a bandi pubblici, che in alcuni casi raggiunge il 100%.
Tra i soggetti operanti nel “sistema campi”, Consorzio Casa della Solidarietà e Risorse per Roma risultano, nel 2013, i due destinatari principali dei finanziamenti: 4.242.028 euro il primo, 3.757.050 euro il secondo. Per gli altri soggetti, invece, i finanziamenti sono compresi tra i 2 milioni di euro e i 100 mila euro annui.
A fronte di costi economici e sociali così elevati, il superamento definitivo dei “campi” si presenta come l’unica via che conduce a una inversione di tendenza e che si incrocia con quella dei diritti umani.
Le alternative possibili ai “campi” sono molteplici e l’Associazione 21 luglio, nel rapporto, ne ha proposto un esempio concreto: un progetto di autorecupero, così come codificato dalla Legge Regionale n.55 del 1998, che darebbe alloggio a 22 famiglie, tra cui 2 famiglie rom, una famiglia di rifugiati, una famiglia di immigrati e altre famiglie italiane in disagio abitativo. Un progetto, questo, che partirebbe dall’individuazione di un edificio dismesso tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati presenti attualmente sul territorio comunale.
Soluzioni abitative extra-campo, finalizzate all’inclusione sociale, del resto, sono già state attuate in altre città italiane, come Messina e Padova, dove, grazie a progetti di autorecupero e autocostruzione, si spenderanno in 5 anni rispettivamente 10 mila euro e 50 mila euro per una famiglia rom di 5 persone. A Roma, la stessa tipologia di famiglia che vive nel “campo” de La Barbuta costerà alle casse comunali 155 mila euro in cinque anni.
«Segregare, concentrare e allontanare i rom ha un costo altissimo che Roma non può e non deve più permettersi – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiediamo pertanto all’amministrazione un impegno concreto volto a mettere la parola fine alla “politica dei campi” e al “sistema” che vi si cela dietro e a riconvertire le risorse in progetti di reale inclusione sociale a beneficio di cittadini rom e non. È quanto mai urgente, quindi, che il sindaco Marino intervenga per sospendere il progetto di rifacimento del nuovo “campo” in via della Cesarina, che l’Assessorato alle Politiche Sociali intende realizzare nei prossimi mesi e che andrebbe a incidere significativamente sulle spese previste nel 2014 per il “sistema campi”».
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Campi Nomadi s.p.a: a Roma il "sistema campi" vale 24 milioni

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Oltre 24 milioni di euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per segregare e concentrare i rom nei “villaggi della solidarietà” e nei “centri di raccolta rom” e sgomberarli dagli insediamenti informali. Un vero e proprio “sistema”, quello dei “campi” nella Capitale, all’interno del quale operano 35 enti pubblici e privati, che impiegano un personale di oltre 400 individui, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici.
È il quadro che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, presentato stamane in Campidoglio dall’Associazione 21 luglio: un fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi” e che per le comunità rom non si traduce in alcun beneficio in termini di inclusione sociale ma che alimenta, al contrario, la percezione negativa nei loro confronti da parte dell’opinione pubblica.
Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, di cui più della metà bambini -, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione dei “campi” e per la vigilanza e la sicurezza all’interno degli stessi; il 13,2% è stato rivolto ad interventi di scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.
Per la gestione degli 8 “villaggi della solidarietà” presenti a Roma, nei quali vivono 4.391 persone, il Comune di Roma ha speso più di 16 milioni di euro. Tra questi, il “campo” di Castel Romano, dove risiedono 989 rom, risulta il più costoso: oltre 5 milioni di euro nel solo 2013. Dalla sua nascita, nel 2005, per una famiglia composta da 5 persone il Comune di Roma ha già speso oltre 270 mila euro.
Il “centro di raccolta rom” di via Amarilli, uno dei tre esistenti a Roma (costati circa 6 milioni di euro nel 2013), risulta invece l’insediamento formale con la spesa procapite più alta: per ognuno dei 130 abitanti nel “centro”, nel solo anno considerato dal rapporto, il Comune di Roma ha speso 906 euro al mese, a fronte di un investimento per l’inclusione sociale dei rom pari allo 0%.
Per spostare da un punto all’altro della città circa 1.200 rom attraverso 54 azioni di sgombero forzato, infine, si sono impiegati quasi 2 milioni di euro.
Come in una vera e propria “municipalizzata”, nella “Campi Nomadi s.p.a.”, emerge dall’indagine dell’Associazione 21 luglio, sono coinvolti 35 enti pubblici e privati. Stimando, per ognuno di essi, un coinvolgimento medio di 12 operatori, risultano più di 400 i soggetti individuali impiegati all’interno dell’indotto che si muove attorno alla “questione rom”. Preoccupante è la percentuale di affidamenti diretti dei finanziamenti, senza ricorrere pertanto a bandi pubblici, che in alcuni casi raggiunge il 100%.
Tra i soggetti operanti nel “sistema campi”, Consorzio Casa della Solidarietà e Risorse per Roma risultano, nel 2013, i due destinatari principali dei finanziamenti: 4.242.028 euro il primo, 3.757.050 euro il secondo. Per gli altri soggetti, invece, i finanziamenti sono compresi tra i 2 milioni di euro e i 100 mila euro annui.
A fronte di costi economici e sociali così elevati, il superamento definitivo dei “campi” si presenta come l’unica via che conduce a una inversione di tendenza e che si incrocia con quella dei diritti umani.
Le alternative possibili ai “campi” sono molteplici e l’Associazione 21 luglio, nel rapporto, ne ha proposto un esempio concreto: un progetto di autorecupero, così come codificato dalla Legge Regionale n.55 del 1998, che darebbe alloggio a 22 famiglie, tra cui 2 famiglie rom, una famiglia di rifugiati, una famiglia di immigrati e altre famiglie italiane in disagio abitativo. Un progetto, questo, che partirebbe dall’individuazione di un edificio dismesso tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati presenti attualmente sul territorio comunale.
Soluzioni abitative extra-campo, finalizzate all’inclusione sociale, del resto, sono già state attuate in altre città italiane, come Messina e Padova, dove, grazie a progetti di autorecupero e autocostruzione, si spenderanno in 5 anni rispettivamente 10 mila euro e 50 mila euro per una famiglia rom di 5 persone. A Roma, la stessa tipologia di famiglia che vive nel “campo” de La Barbuta costerà alle casse comunali 155 mila euro in cinque anni.
«Segregare, concentrare e allontanare i rom ha un costo altissimo che Roma non può e non deve più permettersi – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiediamo pertanto all’amministrazione un impegno concreto volto a mettere la parola fine alla “politica dei campi” e al “sistema” che vi si cela dietro e a riconvertire le risorse in progetti di reale inclusione sociale a beneficio di cittadini rom e non. È quanto mai urgente, quindi, che il sindaco Marino intervenga per sospendere il progetto di rifacimento del nuovo “campo” in via della Cesarina, che l’Assessorato alle Politiche Sociali intende realizzare nei prossimi mesi e che andrebbe a incidere significativamente sulle spese previste nel 2014 per il “sistema campi”».
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Ad aprile il convegno "Italia Romanì": iscrizioni on line

rom sinti italia

La Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre, dove si svolgerà il convegno.


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ISCRIVITI ON LINE
Nell’ambito della campagna “Stop all’apartheid dei rom!“, l’Associazione 21 luglio organizza, dal 3 al 5 aprile 2014, a Roma, il Convegno nazionale ITALIA ROMANÌ. L’inclusione dei rom e dei sinti in Italia. Quale strategia?
Il Convegno, che si svolgerà presso l’Aula Magna della Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre, in largo Giovanni Battista Marzi 10, a Roma, è rivolto a esperti, ricercatori, professionisti, studenti e tutti coloro che vorrebbero avvicinarsi o approfondire il tema delle politiche rivolte alle comunità rom e sinte.
Per partecipare occorre iscriversi compilando il modulo on line. La partecipazione è gratuita.
Alla base dell’iniziativa vi è un duplice obiettivo. Da una parte fotografare la condizione sociale e giuridica delle comunità rom e sinte nel nostro paese. Dall’altro individuare limiti e prospettive della “Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti”, quel documento adottato dal governo italiano in sede europea nel febbraio 2012 che mira al superamento dei “campi nomadi” in Italia e all’attuazione di reali percorsi di inclusione.
Il contesto
Oggi, in Italia, vivono circa 170-180 mila rom e sinti, che rappresentano lo 0,23% della popolazione. Di questi, circa 40 mila vivono nei cosiddetti “campi”, la maggior parte dei quali sono concentrati nelle periferie delle grandi città.
La vita nei “campi”, per i suoi abitanti, è caratterizzata dalla marginalizzazione sociale e dalla violazione di alcuni diritti umani fondamentali, dall’alloggio all’istruzione, sino al diritto alla salute. In più, lo stato di “emergenza nomadi”, dichiarato a maggio 2008 dall’allora governo Berlusconi, con le sua azioni basate su un approccio sicuritario ha marcato in maniera ancora più netta una profonda linea di demarcazione istituzionale tra l’abitante del “campo nomadi” e la società maggioritaria.
Solamente negli ultimi due anni, si è assistito al debole tentativo di affermare politiche segnate dall’uguaglianza, dalla parità di trattamento e dalla titolarità dei diritti fondamentali.
Il programma del convegno
Al convegno ITALIA ROMANÌ parteciperanno rappresentanti istituzionali e delle organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti di rom e sinti, nonché studiosi ed esperti della materia.
Le tre giornate di lavori si articoleranno nelle seguenti nove sessioni:

    • SESSIONE 1: Memoria tra presente e passato
    • SESSIONE 2: Cittadinanza, discriminazione e status giuridico
    • SESSIONE 3: L’abitare rom tra condizioni ghettizzanti e sgomberi forzati
    • SESSIONE 4: La formazione e la sfida del lavoro
    • SESSIONE 5: Abitare il margine ed esercitare i diritti. La salute dei rom e dei sinti
    • SESSIONE 6: Politiche sicuritarie e invenzione dell’etnicità
    • SESSIONE 7: La Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti. Limiti e prospettive
    • SESSIONE 8: Governance e diritti
    • SESSIONE 9: Nuove politiche possibili

Il convegno ITALIA ROMANÌ è organizzato con il patrocinio della Commissione Europea e dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).
Sono partner scientifici del convegno l’Università degli Studi Roma Tre, l’International Centre of Interdisciplinary Studies on Migration e il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria.
La Campagna “Stop all’apartheid dei rom!” è realizzata grazie al sostegno di Bernard Van Leer Foundation.
Per maggiori informazioni sul convegno visita il sito www.italiarom.org

L'Associazione 21 luglio riesce a fermare uno sgombero forzato

sgombero rom roma

Sgombero bloccato: i rom riportano i loro beni nelle baracche.


[tfg_social_share]Lo sgombero forzato di un insediamento rom, in corso da stamane a Roma, è stato bloccato dalle forze dell’ordine perché non stava avvenendo in condizioni di legalità. Soddisfatta l’Associazione 21 luglio che, sul posto, aveva a lungo dialogato con le autorità al fine di fermare le operazioni.
Via Morandi, periferia est della Capitale. Questa mattina le forze dell’ordine si erano presentate nell’insediamento rom per sgomberare le venti persone che vi vivevano, tra cui 9 minori, alcuni dei quali frequentavano regolarmente la scuola.
Ricevuta la notizia, gli operatori dell’Associazione 21 luglio si erano subito recati sul posto per monitorare quanto stava accadendo e accertarsi che i diritti umani delle persone coinvolte fossero rispettati.
Secondo l’Associazione 21 luglio, lo sgombero in atto stava però configurandosi come una chiara violazione dei diritti in quanto nessuna delle garanzie procedurali previste dal Comitato Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali era rispettata.
Ai rom coinvolti, infatti, non era stata data alcuna notifica dello sgombero, con congruo e ragionevole preavviso, e non era stata avviata nessuna genuina consultazione con la comunità. In più, le autorità non avevano offerto loro una adeguata alternativa allo sgombero dato che l’unica soluzione prospettata alle persone era stata la separazione dei nuclei familiari: donne e bambini in strutture di accoglienza, uomini altrove.
A questo c’è da aggiungere che i bambini che frequentavano la scuola sarebbero probabilmente stati costretti a interrompere bruscamente il loro percorso scolastico.
La decisione di arrestare lo sgombero forzato è arrivata in seguito a un lungo dialogo tra gli operatori dell’Associazione 21 luglio e le autorità presenti, nel corso del quale l’Associazione ha fatto leva su tutte le violazioni dei diritti che lo sgombero, eseguito in quel modo, stava comportando.
L’ordine di bloccare le operazioni è arrivato dal vice comandante della polizia municipale presente sul posto il quale ha riconosciuto che «non sussistono le condizioni per garantire le operazioni di sgombero».
I venti rom coinvolti, dunque, hanno potuto riportare i loro pochi beni nelle loro baracche.
L’Associazione 21 luglio si dice molto soddisfatta per aver contributo a bloccare, grazie al dialogo e al riferimento al rispetto dei diritti umani, uno sgombero forzato che stava palesemente avvenendo nella illegalità e che rappresentava una chiara violazione dei diritti di uomini, donne e bambini.
Il blocco dello sgombero giunge nello stesso giorno in cui le autorità capitoline hanno convocato un tavolo tecnico per l’attuazione a Roma della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom.

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Roma, ancora una sgombero forzato dei rom

sgombero roma rom marino

Una foto dello sgombero in corso in via Morandi.


[tfg_social_share]È in corso, a Roma, il sedicesimo sgombero di un insediamento rom da quando in Campidoglio si è insediata la nuova amministrazione guidata dal sindaco Ignazio Marino.
Nell’insediamento, situato in via Morandi, periferia est della Capitale, vivono 20 persone, di cui 9 bambini. Alcuni dei minori frequentano regolarmente la scuola e lo sgombero in atto potrebbe significare, per loro, l’interruzione improvvisa del percorso scolastico.
Sul posto sono presenti alcuni operatori dell’Associazione 21 luglio, nell’intento di monitorare le operazioni e dialogare con le autorità per riportare lo sgombero in un alveo di legalità.
Così come sono condotte, infatti, le operazioni di sgombero non rispettano le garanzie procedurali previste dal Comitato Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e, ancora una volta, si configurano come una palese violazione dei diritti umani delle persone coinvolte.
Ai rom dell’insediamento di via Morandi non è stato infatti dato alcun preavviso ragionevole circa l’azione di sgombero; allo stesso modo, nessuna genuina consultazione è stata avviata con le persone coinvolte e, ad ora, non è stata loro proposta una adeguata soluzione alternativa allo sgombero.
«È spiacevole constatare come oggi, a Roma, stiamo assistendo a un nuovo sgombero forzato dei rom, proprio nel giorno in cui, in questa stessa città, le autorità hanno convocato un tavolo di lavoro tecnico sull’attuazione della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom. Procedere con gli sgomberi forzati vuol dire negare ogni possibilità a una reale ed efficace inclusione sociale di queste comunità», afferma l’Associazione 21 luglio.
Solo pochi giorni fa, Associazione 21 luglio e Popica Onlus avevano documentato e denunciato un altro sgombero nella Capitale, che aveva coinvolto 20 famiglie rom tra cui 40 minori, che, secondo le due organizzazioni, rappresentava l’inaugurazione del “metodo del rigore” verso i rom annunciato dal sindaco Marino.

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Tre associazioni scrivono all'Amministrazione romana

Lo sgombero dell'insediamento di via Salviati dello scorso settembre

Lo sgombero dell’insediamento di via Salviati dello scorso settembre


[tfg_social_share]
L’Associazione 21 luglio, l’Associazione A Buon Diritto e l’Associazione Cittadinanza e Minoranze hanno chiesto urgentemente all’Amministrazione di Roma Capitale di aprire un tavolo di concertazione, che coinvolga i rappresentanti delle comunità rom e il mondo dell’associazionismo, per voltare pagina nelle politiche adottate finora a Roma nei confronti di rom e sinti.
Le tre associazioni, con una lettera, si sono rivolte nello specifico al sindaco Ignazio Marino, al vicesindaco Luigi Nieri e all’Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini e hanno manifestato la propria preoccupazione per gli interventi che hanno caratterizzato i primi mesi di questa Amministrazione in relazione alla situazione delle comunità rom e sinte della Capitale.
Sotto la luce dei riflettori, vi sono soprattutto gli sgomberi di insediamenti rom ordinati negli ultimi tempi dal Campidoglio.
«Noi non sottovalutiamo la complessità e la problematicità della “questione”, ma neppure ne sottovalutiamo la delicatezza – scrivono le associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani delle minoranze – Soprattutto sappiamo che gli sgomberi, oltre ad aggravare in modo insopportabile le condizioni di vita di questa minoranza, sono misure del tutto inefficaci, anzi controproducenti, a parte i risvolti di dubbia legalità che li accompagna, se non altro per le modalità con cui vengono effettuati».
«E’ ovvio, come l’esperienza dimostra, che distruggere le abitazioni di fortuna  degli insediamenti spontanei non fa che riprodurre il problema, perché gli sfrattati non hanno altra possibilità che quella di ricostruirsene altre altrove, spesso nelle immediate vicinanze -prosegue la lettera -. Tali interventi sono inoltre controproducenti, perché rafforzano nel resto della cittadinanza la diffidenza, i pregiudizi e gli stereotipi nutriti nei confronti di coloro  che vengono indicati con lo spregiativo termine di “zingari” ed ai quali  non vengono riconosciuti né dignità, né diritti, con la conseguenza di rendere sempre più difficile  una positiva interazione con loro».
La questione Rom va dunque affrontata diversamente. Lo affermano implicitamente il Consiglio di Stato che ha negato l’esistenza di una “emergenza rom” dichiarando illegittime le ricadute che se ne erano tratte, ed esplicitamente lo stesso Governo Italiano che, in attuazione della Comunicazione n. 173/2011 della Commissione Europea,  ha adottato, come è noto, una Strategia Nazionale  d’Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti. Dunque è dando attuazione a tale Strategia che il problema della interazione con le comunità Rom va affrontato.
Da queste considerazioni la necessità, per le tre associazioni firmatarie, di richiedere all’Amministrazione un incontro urgente al fine di istituire un tavolo negoziale al quale invitare le rappresentanze delle comunità rom presenti sul territorio comunale e le associazioni impegnate sul fronte dell’antirazzismo e della solidarietà con le minoranze.

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