Oltre le baraccopoli: l'agenda per i candidati sindaco a Roma

A Roma, il fenomeno delle baraccopoli, dove per trent’anni hanno vissuto circa 100 mila baraccati italiani, non si è esaurito negli anni Ottanta con l’abbattimento delle ultime baracche. Anche oggi, circa 8 mila persone – tra cittadini italiani, comunitari ed extracomunitari – vivono nelle baraccopoli romane e, come allora, il prossimo sindaco della Capitale sarà chiamato ad affrontare con urgenza la questione individuando soluzioni abitative alternative, incentrate sul disagio sociale delle persone piuttosto che sulla loro appartenenza etnica.
Lo afferma Associazione 21 luglio che stamane, in una conferenza stampa a Palazzo Valentini, ha presentato ai candidati sindaco nella Capitale il documento “Roma: oltre le baraccopoli. Agenda politica per ripartire dalle periferie dimenticate”: un piano concreto per chiudere in cinque anni le baraccopoli romane, sottoscritto da 13 intellettuali e realizzato in collaborazione con Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia presso Sciences Po – Università La Sorbona di Parigi. Hanno partecipato all’iniziativa i candidati sindaco a Roma Virginia Raggi, Roberto Giachetti e Stefano Fassina.
Il documento si attiene alla definizione di “baraccopoli” fornita dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN-HABITAT, secondo cui questi luoghi, svantaggiati ed emarginati, sono caratterizzati da una condizione di povertà e da grandi agglomerati fatiscenti, estromessi dai principali servizi base, i cui abitanti non hanno la sicurezza del possesso e sono esposti a sgomberi, malattie e violenza.
Il fenomeno delle baraccopoli romane, ufficialmente chiuso negli anni Ottanta ma riproposto con l’arrivo delle nuove comunità rom jugoslave prima e rumene dopo – si legge nell’Agenda – è stato regolamentato nella città di Roma attraverso un approccio culturalista che ha affondato le sue radici in un abbaglio: i nuovi migranti sono diversi da quelli giunti nel dopoguerra, sono cittadini “nomadi” che non sanno e non desiderano vivere in abitazioni ordinarie.
L’alternativa alla baracca, per queste persone, non è stata più considerata la casa, come era stato fino al decennio precedente, ma il “campo nomadi”, ribattezzato successivamente “villaggio attrezzato” e “villaggio della solidarietà”.
«In campagna elettorale ai candidati sindaco viene puntualmente chiesto come pensano di affrontare il problema dei rom – ha affermato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – Ma una domanda di questo tipo ha al suo interno la trappola dell’etnicità. Quando si è messa definitivamente la parola fine sulle baraccopoli romane, il sindaco Petroselli non si è mai posto la questione dell’origine etnica delle persone ma ha pensato a garantire un alloggio dignitoso a tutti i cittadini che non sono in grado di averlo. La domanda giusta da porre ai candidati dovrebbe dunque essere: “Qual è il suo programma sulle baraccopoli (che sono abitate da persone di cittadinanza italiana, rumena, serba, peruviana, bosniaca…”?».
Eppure, il piano straordinario per l’emergenza abitativa della Regione Lazio, che ha stanziato 250 milioni di euro per 1.200 alloggi nella Capitale, ha escluso, ancora una volta, gli abitanti delle baraccopoli, limitando il sostegno abitativo ai nuclei in graduatoria per un alloggio popolare, agli abitanti dei residence e delle occupazioni.
L’Agenda sottoposta ai candidati sindaco da Associazione 21 luglio presenta un piano concreto per la prossima Amministrazione, costituito da quattro macro-azioni, per la chiusura graduale e definitiva di tutte le baraccopoli romane nel quinquennio 2016-2021, attraverso: 1) un’analisi del fenomeno e delle risorse, che preveda una mappatura delle baraccopoli e il censimento delle molteplici e diversificate soluzioni abitative da offrire alla famiglie, a seconda dei loro bisogni; 2) la regolarizzazione giuridico-amministrativa, con il coinvolgimento di Prefettura, Questura, Ambasciate e Consolati, degli abitanti delle baraccopoli e l’adozione di linee guida in materia di sgomberi; 3) l’elaborazione di un piano strategico, in cui fondamentale sarà il monitoraggio delle azioni realizzate; 4) la costruzione del consenso attraverso il dialogo con i media e con la società civile.
«È quanto mai urgente che il prossimo primo cittadino si impegni a superare la piaga delle baraccopoli romane, offrendo una risposta di carattere sociale ai reali bisogni delle periferie e mettendo fine a decenni di politiche di segregazione, esclusione e caratterizzate da ingenti sprechi di denaro pubblico e dinamiche corruttive – ha concluso Stasolla – Del resto, il prossimo sindaco, appena eletto, troverà sulla sua scrivania almeno quattro situazioni che sarà chiamato ad affrontare e sulle quali dovrà dimostrarsi preparato: la fuoriuscita di 325 persone da un centro dove vivono ex baraccati; la chiusura della baraccopoli La Barbuta disposta dal Tribunale Civile dove vivono 555 persone; il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione UE che riguarderà, in primo luogo, proprio la Capitale; e una delibera di iniziativa popolare sul superamento dei “campi” che andrà discussa in seno al Consiglio Comunale, proposta da 9 organizzazioni aderenti al Comitato Accogliamoci».
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Roma, il Comune lascia per strada 123 famiglie

325 persone, tra cui 139 minori e decine di anziani gravemente malati, si ritroveranno improvvisamente per strada, senza un tetto sopra la testa, in seguito alla decisione del Comune di Roma di dimettere tutti gli ospiti accolti nel “centro di raccolta rom” di via Salaria 971, senza concedere loro alcuna alternativa abitativa adeguata.
Secondo quanto riportato nei fogli di dimissioni notificati alle famiglie e firmati dal Dipartimento Politiche Sociali e secondo le informazioni raccolte dall’Associazione 21 luglio, gli ospiti dovranno abbandonare la struttura «entro e non oltre la data del 28 marzo 2016».
L’Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione per l’intervento che il Comune intende porre in atto perché questo avrebbe come sola conseguenza quella di rendere ulteriormente vulnerabili uomini, donne e bambini e di interrompere inevitabilmente il percorso scolastico di 55 minori che attualmente frequentano regolarmente la scuola.
A destare preoccupazione, in più, sono le motivazioni espresse dal Comune nei fogli di dimissioni. Si fa infatti riferimento al superamento «del tempo di permanenza presso la struttura, in considerazione del carattere di temporaneità dell’accoglienza». Tuttavia, sottolinea l’Associazione 21 luglio, l’entità del periodo di accoglienza nel centro di via Salaria non è presente in alcun regolamento della struttura, né è mai stato comunicato alle famiglie al momento dell’ingresso.
L’altra motivazione addotta dal Comune risulta invece l’infrazione, da parte delle famiglie, di regole fondamentali previste dal regolamento della struttura, quali il divieto di «ospitare irregolarmente persone esterne all’interno del centro». Prescrizioni particolarmente restrittive, tuttavia, che fanno riferimento a un regolamento non trasparente e non acquisibile per consultazione neanche dagli stessi ospiti, secondo l’Associazione 21 luglio.
Più volte, nel corso degli ultimi anni, l’Associazione 21 luglio ha puntato i riflettori sul centro di via Salaria, sottolineando la necessità di superare con urgenza una struttura priva dei requisiti strutturali e organizzativi previsti dalla legge regionale e nazionale e in cui, dal novembre 2009, sono concentrate comunità rom su base etnica e in violazione dei diritti fondamentali. Il centro, peraltro, è gestito dal Consorzio Casa della Solidarietà, che è stato commissariato in virtù degli sviluppi dell’inchiesta su “Mafia Capitale”.
«Superare questa struttura attraverso dimissioni collettive che non prevedono alternative abitative adeguate – afferma l’Associazione 21 luglio – è però la scelta peggiore tra le opzioni possibili. Mettere sulla strada 123 nuclei familiari, interrompere la frequenza scolastica dei bambini, negare l’accoglienza a decine di anziani con invalidità anche gravi: è questa l’interpretazione della Strategia Nazionale per l’inclusione dei Rom che il Comune di Roma intende declinare sul territorio?».
L’Associazione 21 luglio chiede pertanto al Comune di Roma una immediata sospensione della chiusura del “centro di raccolta” di via Salaria e l’apertura di un Tavolo, che veda coinvolti i rom, per la definizione di scelte che vadano verso il superamento del “centro di raccolta” secondo tempi congrui e nel rispetto dei diritti umani delle 325 persone accolte.

Gestione "campi rom": Associazioni chiedono alle coop di non candidarsi al nuovo bando

A seguito della pubblicazione – lo scorso febbraio – dei bandi di gara del Comune di Roma per la gestione dei “campi rom”, Associazione 21 luglio, Associazione Popica Onlus, Associazione Radicali Roma e Associazione Cittadinanza e Minoranze, hanno scritto una lettera alle organizzazioni in possesso dei requisiti richiesti invitandole ad astenersi dal candidarsi.
Le cinque organizzazioni in oggetto (Arci Solidarietà Onlus, Croce Rossa Italiana, Consorzio di Cooperazione Sociale Onlus Alberto Bastiani, Cooperativa Sociale Bottega Solidale Onlus e Cooperativa Sociale Ermes) sono infatti considerate le poche in grado di partecipare alla gara perché, come riportato nel Disciplinare, hanno realizzato «negli ultimi tre esercizi (2012-2013-2014) un fatturato per servizi analoghi al settore oggetto della gara non inferiore al 20% dell’importo a base di gara del lotto per il quale concorrere al netto dell’IVA».
L’importo totale messo a disposizione dal bando del Comune di Roma, da investire nei sei “villaggi attrezzati” della Capitale fino a dicembre 2017, è pari a 5.022.045,59 € (+ IVA) e prevede la riproposizione delle stesse mansioni svolte nei “campi” fino al 2014 e che – come il passato ci insegna – sono ben lontane dai principi di integrazione e promozione sociale necessari per avviare un processo virtuoso di “superamento dei campi”.
Come già riportato dal comitato Accogliamoci nella lettera al Commissario Straordinario Paolo Tronca, nonostante le premesse dei capitolati richiamino espressamente la Strategia di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, nei fatti il bando ripropone una gestione dei “villaggi” della Capitale che segue la stessa logica emergenziale e assistenzialista che ha caratterizzato il “sistema campi” fino ad oggi.
Colpisce anche l’approccio securitario che emerge nel testo del bando nel capitolo dedicato alla “Promozione della Sicurezza”. Infatti le disposizioni di sorveglianza previste inaspriscono, addirittura, le regole stabilite durante la cosiddetta “Emergenza Nomadi”, in vigore nel periodo dell’Amministrazione Alemanno e dichiarata incostituzionale dal TAR del Lazio nel 2009. Oltre a limitare la privacy degli abitanti dei “campi”, le attività del “Servizio di Guardiania” costituiscono una palese violazione della libertà di circolazione, tutelata peraltro dall’Art.16 della Costituzione Italiana.
Anche i corsi di formazione previsti tra le azioni di promozione dell’igiene personale e i corsi di educazione civica rivolti ai rom residenti nei “villaggi”, assumono una valenza negativa, fortemente discriminante e stigmatizzante.
«Poniamo alla vostra attenzione di considerare – scrivono le 4 organizzazioni – che in caso di vostra partecipazione al bando e successivo affidamento di un lotto, porreste i vostri operatori in condizione di svolgere attività suscettibili di ledere le libertà fondamentali costituzionalmente garantite e discriminatorie poiché su base etnica e non qualificabili come discriminazioni positive. Le attività di “Promozione della Sicurezza” e di “Servizio di Guardiania” porrebbero il vostro lavoro sociale in palese violazione dell’art. 16 della Costituzione Italiana»
Oltre dunque a richiedere alle organizzazioni di non partecipare al bando, le Associazioni firmatarie concludono la lettera con l’auspicio di definire «eventuali future azioni congiunte per sostenere la richiesta ai nuovi amministratori che governeranno Roma, di una versione diversa del bando che, per contenuti e principi, porti verso la fine della triste stagione dei “campi nomadi” nella Capitale».
Foto di Stefano Sbrulli

Rom, Comitato Accogliamoci scrive a Tronca: "Serve radicale revisione bando"

Una radicale revisione del bando pubblicato a febbraio dall’amministrazione comunale per i servizi di gestione, formazione lavoro e vigilanza a favore delle comunità rom accolte presso sei “villaggi attrezzati” di Roma Capitale, che manifesta forti elementi di preoccupazione sia per la linea politica che per il contenuto stesso.
A chiederlo, in una lettera inviata oggi al Commissario straordinario Francesco Paolo Tronca, le associazioni Radicali Roma, A Buon Diritto, Arci Roma, Asgi, Associazione 21 Luglio, Cild, Possibile e Un Ponte Per, componenti del Comitato “Accogliamoci“, che nei mesi scorsi hanno promosso e depositato una delibera d’iniziativa popolare per il superamento del “sistema campi rom” a Roma, raccogliendo le firme di oltre 6 mila cittadini.
«Nonostante nelle premesse del bando si richiami la Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, nella declinazione dei servizi si nota la riproposizione di schemi, come dimostrato dalle esperienze passate, non atti al superamento della logica emergenziale ed assistenzialista che ha caratterizzato il sistema del “villaggi” della Capitale, anche a causa della mancanza di un chiaro meccanismo di monitoraggio e valutazione delle attività poste in essere, della loro reale portata e delle finalità ultime da conseguire», scrive il Comitato “Accogliamoci” nella lettera a Tronca.
Gli oltre 5 milioni di euro accantonati in base alla Relazione Previsionale e Programmatica 2015-2017 di Roma Capitale per “chiudere i campi rom, abusivi e non, e dare la possibilità a coloro che vogliono vivere nella legalità, di avere una casa e di crearsi una vita”, oggi «risultano riallocati con finalità diverse, e cioè principalmente per servizi di gestione e vigilanza dei “villaggi”, e senza che sia stato elaborato un piano organico per il superamento dei campi».
«Il rischio, altissimo, è che si finisca per reiterare le medesime dinamiche segreganti e discriminatorie sino ad oggi in essere e che, come svelato dall’inchiesta denominata “Mafia Capitale”, vengano erogati fiumi di denaro pubblico per servizi all’interno degli insediamenti rivelatisi dispendiosi e inefficaci», si legge nella lettera.
Inoltre, alcune attività previste dal bando, come «la vigilanza e la guardiania che prevedono un database volto a registrare le persone ospiti dei cosiddetti “villaggi” inevitabilmente su base etnica, sono «suscettibili di ledere libertà fondamentali costituzionalmente garantite».
Secondo le associazioni, non si intravede, di fatto, all’interno del bando alcuna discontinuità con le dinamiche degli ultimi dieci anni mentre i fondi stanziati, se impiegati in progetti di inclusione personalizzati, potrebbero portare, anche in tempi brevi, al superamento definitivo di un “sistema”, quello dei campi rom, che costituisce una anomalia tutta italiana e che è stato più volte condannato da vari organismi internazionali.
Per questo, le associazioni del Comitato Accogliamoci, che ricordano che lo scorso maggio, con una storica ordinanza, il Tribunale Civile di Roma ha giudicato discriminatorio su base etnica il “villaggio attrezzato” La Barbuta «chiedono una radicale revisione dei contenuti del bando e delle attività progettuali in esso previste, a partire dalla individuazione di azioni concrete di monitoraggio e valutazione in funzione di chiari indicatori. Ciò con l’obiettivo di perseguire in maniera efficace le azioni e gli obiettivi volti a una reale inclusione, in linea con la Strategia Nazionale dei Rom Sinti e Caminanti e di quanto previsto dalla Relazione Previsionale e Programmatica 2015-2017 di Roma Capitale».

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Rom, «Commissione UE apra procedura d'infrazione contro l'Italia»

Roma, Londra, Budapest, 26 febbraio 2016 – Nel 2011 la Commissione europea, consapevole delle pratiche discriminatorie e della lunga storia di marginalizzazione sofferta dai rom in Europa, aveva adottato una Comunicazione in cui richiedeva agli stati membri di sviluppare strategie nazionali per l’integrazione dei rom, individuando le politiche e le misure concrete da adottare.
Il 28 febbraio 2012, il governo italiano aveva quindi adottato la sua Strategia nazionale per l’inclusione dei rom (da qui in poi, la Strategia) al fine di delineare il piano d’azione delle politiche pubbliche 2012-2020, incentrate su una graduale eliminazione della povertà e dell’esclusione sociale delle comunità rom marginalizzate in quattro settori principali: salute, educazione, lavoro e alloggio.
Purtroppo, nonostante siano trascorsi quattro anni dall’adozione della Strategia, Amnesty International, Associazione 21 luglio e European Roma Rights Centre rimangono seriamente preoccupati a causa della mancanza di progressi fatti dall’Italia.
Ad oggi, infatti, i diritti umani di migliaia di rom continuano a essere limitati, soprattutto nel settore dell’alloggio, visto che campi segregati, discriminazione nell’accesso agli alloggi di edilizia popolare e sgomberi forzati restano una realtà quotidiana per i rom che vivono nei campi in Italia. È in tale contesto che le tre organizzazioni hanno rivolto un appello alla Commissione europea affinché intraprenda un’azione decisiva contro queste violazioni, che costituiscono un’infrazione della Direttiva che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, attraverso l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia.
Decenni di discriminazione, senza nessuna soluzione in vista
Per decenni, le autorità italiane hanno favorito la segregazione abitativa dei rom e le autorità locali e regionali hanno insistito nel proporre i “campi” come unica soluzione alloggiativa possibile e appropriata per i rom. Nel 2008, con l’introduzione della cosiddetta “Emergenza nomadi”, le autorità italiane si sono concentrate sugli sgomberi forzati delle comunità rom e hanno perseguito politiche che favorivano la segregazione abitativa. Queste politiche discriminatorie sono continuate anche dopo che, nel novembre 2011, il Consiglio di Stato aveva dichiarato l’illegittimità dello stato di emergenza. Successivamente è stata adottata la Strategia, che è stata accolta come una misura volta a superare il precedente approccio emergenziale e a promuovere la protezione dei diritti delle persone appartenenti a una delle comunità più marginalizzate in Europa.
Tuttavia, le speranze suscitate della Strategia sono durate poco. Per anni Amnesty International, Associazione 21 luglio e European Roma Rights Centre hanno ampiamente documentato la mancanza di progressi e il persistere, in tutta Italia, delle consuete politiche da parte delle autorità italiane: politiche che hanno impedito ai rom di godere del loro diritto a un alloggio adeguato al pari del resto della popolazione. Ciò contraddice lo spirito e i contenuti della Strategia e gli obblighi, internazionali e regionali, dell’Italia sul piano dei diritti umani, compresa la legislazione europea contro la discriminazione.
La persistente discriminazione dei rom si manifesta in tre modalità principali: segregazione in campi monoetnici, spesso caratterizzati da condizioni abitative sotto gli standard; discriminazione nell’accesso agli alloggi di edilizia popolare; sgomberi forzati.
I campi: unica scelta abitativa per i rom
Migliaia di famiglie rom vivono attualmente segregate in campi monoetnici istituiti dalle autorità locali in tutta Italia. Le disposizioni regionali e municipali autorizzano le autorità italiane a costruire e gestire campi per soli rom, spesso situati in aree remote, distanti dai servizi di base e a volte inabitabili, perché, ad esempio, vicino a discariche e a piste di aeroporti. Le condizioni abitative nei campi sono spesso inadeguate, non rispettose degli standard internazionali dei diritti umani e persino delle regolamentazioni nazionali in tema di alloggio. La sistemazione nei campi è offerta dalle autorità solo ai rom, spesso in seguito a sgomberi forzati da insediamenti informali.
Nonostante la Strategia assicuri il “superamento dei campi”, affermando che “l’uscita dal campo come luogo di degrado relazionale e fisico delle famiglie e delle persone di origine rom, e il loro ricollocamento in abitazioni dignitose, sia possibile”, poco è stato fatto dalle autorità a tale fine. Il “Tavolo nazionale sull’alloggio”, stabilito dalla Strategia per affrontare la discriminazione nell’accesso all’alloggio, è ancora lettera morta. Nessun piano nazionale è stato disegnato per il previsto processo di desegregazione dai campi. Al contrario, in alcuni casi le autorità hanno addirittura pianificato e/o avviato la costruzione di nuovi campi.
Proprio recentemente, il 4 febbraio 2016, il comune di Giugliano in Campania, la regione Campania, la prefettura di Napoli e il ministero dell’Interno hanno concordato la costruzione di un nuovo campo, costituito da 44 prefabbricati, per i rom che attualmente vivono nell’insediamento formale di “Masseria del Pozzo”. Il campo di “Masseria del Pozzo” è stato istituito dalle autorità locali nel 2013 – un anno dopo l’approvazione della Strategia – per ospitare le famiglie rom che avevano già subito diversi sgomberi forzati. Le famiglie furono allora autorizzate a costruire le loro baracche in un’area remota, che presentava problemi seri per la sicurezza e la salute, in quanto situata in prossimità di una discarica per rifiuti tossici. Da allora le condizioni abitative del campo sono diventate insostenibili, anche a causa di problemi con le fogne e l’acquedotto. A causa delle precarie e degradanti condizioni strutturali e igieniche del campo, le autorità giudiziarie hanno recentemente ordinato il sequestro dell’area in cui questo è ubicato. In risposta a questa situazione, le autorità stanno pianificando la costruzione di un nuovo campo a pochi chilometri di distanza.
Mentre è chiaro che le famiglie residenti a “Masseria del Pozzo” debbano essere urgentemente ricollocate lontano dal campo, è preoccupante che le stesse autorità che le hanno alloggiate lì in passato, non abbiano previsto un piano per la loro inclusione a lungo termine e stiano ora offrendo, come unica alternativa, la costruzione di un altro campo monoetnico in cui trasferirle. Infatti, se da un lato il Ministero dell’Interno e la Regione Campania hanno già allocato 1,3 milioni di euro per la costruzione dei prefabbricati, non sono state garantite risorse per implementare più ampie misure di integrazione come previsto dal progetto.
Infatti, anche se il progetto si riferisce ad “alloggio adeguato e integrazione delle famiglie rom”, in pratica offre solo la costruzione di un nuovo campo che ospiterà soltanto famiglie rom in 44 unità abitative prefabbricate, per il quale il ministero dell’Interno e la Regione Campania spenderanno 1.3 milioni di euro.
La discriminazione dei rom nell’accesso all’alloggio
La segregazione è spesso aggravata dall’estrema difficoltà riscontrata dai rom nell’accedere ad un alloggio adeguato. A molti rom è stato essenzialmente negato l’accesso a un alloggio regolare e socialmente non segregante, non solo a causa della mancanza di investimenti volti ad accrescere la disponibilità di sistemazioni accessibili in linea con i bisogni della popolazione in generale, ma anche a causa dell’introduzione da parte delle autorità locali di criteri di accesso agli alloggi di edilizia popolare che direttamente o indirettamente discriminano i rom. Di fronte a queste azioni delle autorità locali che prevedono un trattamento differenziato dei rom rispetto ai non rom sulla base della loro origine razziale o etnica, il governo nazionale ha fallito nell’intraprendere azioni contro queste pratiche discriminatorie.
Per esempio a Roma, i rom bisognosi di alloggio sono stati trattati in maniera differenziata sulla base della loro etnicità. Per oltre un decennio, un sistema di alloggio assistito a doppio binario ha condannato migliaia di rom, e solo rom, a vivere in sistemazioni segreganti e inadeguate all’interno di campi sorti nelle periferie della città. Se da un lato c’è una disponibilità molto limitata di alloggi sociali per la popolazione in generale, che lascia migliaia di famiglie bisognose di alloggio in uno stato di abbandono, dall’altro i rom che vivono nei campi sono stati estromessi dall’accesso agli alloggi di edilizia popolare a causa di criteri di allocazione per loro impossibili da soddisfare. Le famiglie rom che hanno mostrato la volontà di accedere ad altre forme di alloggio, piuttosto che essere sostenute nella scelta di lasciare i campi, sono state essenzialmente ostacolate dalle autorità.
Sgomberi forzati dei rom
La Strategia ha riconosciuto come “eccessivo” il ricorso agli sgomberi attuato fino a quel momento e come questa pratica sia stata “sostanzialmente inadeguata” nell’affrontare la situazione alloggiativa dei rom.
Ciò nonostante, l’Italia ha continuato a sgomberare i rom dai campi informali senza le necessarie tutele quali ad esempio la consultazione genuina e un preavviso adeguato, in violazione degli obblighi internazionali e regionali del paese in tema di diritti umani e contrariamente a quanto avviene per altri sgomberi effettuati in Italia. Alle famiglie rom spesso non vengono fornite alternative di alloggio adeguate e sono frequentemente lasciate senza casa o trasferite in campi segregati etnicamente o collocate indefinitamente in centri per l’accoglienza temporanea. In alcuni casi i rom sono sgomberati da insediamenti autorizzati. Questo generalmente avviene quando le autorità decidono di chiudere tali campi senza offrire agli abitanti alternative adeguate, o quando gli abitanti non rispettano i regolamenti dei campi. Molti di questi regolamenti limitano intrinsecamente le libertà delle famiglie rom e non sono applicabili ad altre forme di alloggio.
Da marzo a settembre 2015, Amnesty International, Associazione 21 luglio e European Roma Rights Centre hanno rilevato che nel comune di Roma il numero di sgomberi forzati di rom è triplicato rispetto all’anno precedente (64 operazioni di sgombero nel 2015 contro le 21 del 2014). Sebbene secondo le stime del dipartimento delle Politiche sociali i rom che vivono nei campi informali sono circa 2300 – 2500 persone, ovvero lo 0.09% della popolazione totale, i 168 sgomberi forzati eseguiti tra il 2013 e il 2015 hanno interessato circa 4000 rom. Alcune di queste persone sono state ripetutamente soggette a sgomberi forzati dai loro insediamenti e i loro alloggi sono stati ripetutamente distrutti.
Il caso della comunità rom di origine rumena residente negli insediamenti informali nell’area del parco di Val D’Ala rappresenta un esempio, sfortunatamente non isolato. Gli abitanti sono stati inizialmente sgomberati il 9 luglio 2014. Il 14 luglio 2015 le autorità locali hanno nuovamente sottoposto a sgombero forzato la comunità dallo stesso luogo e ricollocato parte degli abitanti in un centro di accoglienza per soli rom, al di sotto degli standard abitativi. L’11 febbraio 2016 le famiglie rom sono state nuovamente vittime di uno sgombero forzato, che ha lasciato tutte le persone senza casa in presenza condizioni meteorologiche avverse. Tutti e tre gli sgomberi sono stati effettuati in assenza di un adeguato preavviso scritto e hanno comportato la perdita di beni delle famiglie coinvolte.
Nel 2016 suonerà un campanello d’allarme per le autorità italiane?
A quattro anni dall’adozione della Strategia migliaia di uomini, donne e bambini rom presenti in Italia affrontano costantemente il diniego del loro diritto a un alloggio adeguato. Nonostante persegua giusti obiettivi, compreso un maggiore accesso a una varietà di soluzioni abitative per i rom finalizzate al necessario superamento dei campi monoetnici, la Strategia ha chiaramente fallito nel raggiungerli. Fondamentalmente, la Strategia non sta apportando miglioramenti concreti alla vita delle persone che appartengono a una delle comunità più marginalizzate del paese. Le autorità italiane, che continuano a infrangere i propri impegni e la stessa legislazione europea, hanno bisogno di essere richiamate alle proprie responsabilità.
Per diversi anni, numerose organizzazioni internazionali e nazionali hanno sollevato le loro preoccupazioni riguardo la discriminazione e la segregazione dei rom ad opera delle autorità italiane. Tali organizzazioni si sono inoltre appellate ripetutamente alla Commissione europea affinché adottasse la “procedura d’infrazione” per garantire che l’Italia affrontasse efficacemente queste violazioni dei diritti umani. La segregazione nei campi, la discriminazione nell’accesso agli alloggi di edilizia popolare e gli sgomberi forzati rappresentano infatti una grave infrazione della Direttiva sull’uguaglianza razziale che proibisce la discriminazione nell’accesso ai servizi, incluso l’alloggio.
In vista dell’anniversario dell’adozione della Strategia, Amnesty International, Associazione 21 luglio e European Roma Rights Centre rivolgono un appello alle autorità italiane affinché pongano fine alla discriminazione di lunga data dei rom nell’accesso a un alloggio adeguato, e alla Commissione europea affinché intensifichi rapidamente il suo coinvolgimento e impieghi i necessari strumenti legali per chiamare l’Italia a rispondere della violazione di diritti garantiti dalla legislazione europea. Dal momento che la Commissione Junker ha conferito grande importanza a un’attuazione uniforme della legislazione europea, le tre organizzazioni sollecitano l’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia, considerato che per lungo tempo le sue autorità non hanno fornito risposte adeguate.

Lettera a Renzi del Commissario europeo: «Italia viola obblighi internazionali»

In una lettera inviata al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks si è detto seriamente preoccupato per la continuazione degli sgomberi forzati ai danni delle comunità rom in Italia.
«Voglio ricordare che ogni sgombero effettuato senza le dovute garanzie procedurali e senza l’offerta di soluzioni abitative alternative adeguate rappresenta una seria violazione degli obblighi internazionali da parte dell’Italia. Con dispiacere osservo la continuazione delle politiche del passato», ha scritto al primo ministro italiano il Commissario, che ha citato i dati fornitigli dall’Associazione 21 luglio sull’incremento degli sgomberi forzati a Roma, a partire dal 13 marzo 2015, giorno dell’annuncio del Giubileo della Misericordia nella Capitale (vedi campagna #PeccatoCapitale).
Il Commissario per i Diritti Umani, accompagnato dall’Associazione 21 luglio, aveva visitato alcuni insediamenti rom della Capitale nel luglio 2012. Un anno dopo, a novembre 2013, aveva rivolto una lettera di preoccupazione all’ex sindaco Ignazio Marino.
«Durante la mia visita ho potuto osservare in prima persona le condizioni al di sotto degli standard in cui vivono i rom nei dintorni di Roma, sia negli insediamenti informali che nei “villaggi attrezzati” autorizzati. La segregazione che caratterizza questi ultimi – si legge nella lettera – mina seriamente le possibilità per gli abitanti di ricevere istruzione, avere accesso al lavoro, interagire con persone non rom e integrarsi nella società. Per questo, i “villaggi attrezzati” non possono essere considerati delle alternative abitative adeguate nel contesto degli sgomberi forzati».
Oltre agli sgomberi forzati che continuano ad occorrere nella Capitale, Nils Muižnieks si è soffermato sugli oltre 2 mila rom sgomberati nel 2014 a Milano e sulle ulteriori azioni previste nei primi mesi del 2016.
«In molti casi le azioni di sgombero sono realizzate senza una notifica formale o sufficiente preavviso e, fatto ancora più grave, senza una genuina consultazione con i diretti interessati», ha scritto ancora il Commissario nella lettera che prosegue: «Ho ricevuto notizie di famiglie rom rese senza tetto dato che nessuna soluzione alternativa è stata loro fornita oppure considerato che l’unica alternativa proposta è stata il ricollocamento in centri di raccolta, segregati, per soli rom».
Muižnieks ha quindi ricordato a Matteo Renzi come già nel 2005 e nel 2010 il Comitato Europeo sui Diritti Sociali avesse già ravvisato la violazione, da parte dell’Italia, dell’articolo 31 della Carta Sociale Europea sul diritto all’alloggio e, nel 2010, di altri tre articoli della stessa Carta in relazione alle condizioni di vita di rom e sinti. Violazioni che lo stesso Comitato ha ribadito anche a gennaio 2016.
«Campi segregati e sgomberi forzati sono diametricalmente opposti rispetto allo spirito della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti che l’Italia ha adottato nel febbraio 2012», ha concluso il Commissario che ha quindi chiesto al Presidente del Consiglio italiano informazioni sulle misure che l’Italia intende attuare per un cambio di marcia.
Alla lettera di Nils Muižnieks è seguita la replica del Ministero degli Esteri italiano, a firma del sottosegretario Benedetto Della Vedova, il quale, tra le altre cose, ha voluto sottolineare come gli sgomberi degli insediamenti informali siano realizzati «nel pieno interesse delle persone coinvolte, nel rispetto delle normative e delle procedure» e con il massimo impegno, da parte della autorità locali, nel «provvedere soluzioni alternative abitative adeguate».
«Oltre che del tutto insoddisfacente per i contenuti espressi nella replica al richiamo del Commissario per i Diritti Umani, la lettera a firma Benedetto Della Vedova contiene informazioni, relative in particolare al rispetto delle procedure in materia di sgomberi forzati, che non trovano alcun riscontro nel modo in cui, in Italia, le autorità competenti attuano le azioni di sgombero, rendendosi pertanto responsabili di gravi violazioni dei diritti umani di uomini, donne e bambini», afferma l’Associazione 21 luglio che ha chiesto un nuovo inontro al Commissario Muižnieks.
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A Giugliano un nuovo ghetto per soli rom

Giugliano rom

L’insediamento formale di Masseria del Pozzo a Giugliano


L’Associazione 21 luglio esprime forte preoccupazione per il progetto di costruzione di un “eco-villaggio” nel quale trasferire i circa 250 rom che attualmente vivono nell’insediamento formale di Masseria del Pozzo a Giugliano, in provincia di Napoli.
La misura, frutto di un’intesa tra il Comune di Giugliano, la Regione Campania e il Ministero dell’Interno, avrebbe come conseguenza inevitabile quella di reiterare la segregazione spaziale su base etnica e le violazioni dei diritti umani di persone che già sono state oggetto di una politica discriminatoria che li ha confinati in un’area insalubre, adiacente a una discarica ad alto tasso di inquinamento ambientale per la comprovata presenza di rifiuti tossici e con condizioni abitative al di sotto degli standard.
Il trasferimento dei rom di Masseria del Pozzo nel nuovo cosiddetto “eco-villaggio” evidenzierebbe, ancora una volta, l’approccio meramente emergenziale e l’assenza di una pianificazione di medio e lungo termine, da parte delle autorità locali e nazionali, nell’affrontare la “questione abitativa dei rom”. Le stesse dinamiche si sono infatti registrate nel 2013, quando le autorità di Giugliano hanno collocato nell’insediamento formale di Masseria del Pozzo i rom sgomberati forzatamente da alcuni insediamenti informali limitrofi, escludendo peraltro dal processo decisionale i diretti interessati e spendendo una somma di circa 400 mila euro.
Se, da un lato, l’Associazione 21 luglio considera positivo il superamento del ghetto di Masseria del Pozzo, nell’ottica della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom approvata dal governo italiano nel 2012, dall’altro la soluzione di trasferire i rom nel nuovo “eco villaggio” porterebbe alla nascita dell’ennesimo “mega-campo” (dato che dalla documentazione si evince la possibilità che il nuovo insediamento potrà in futuro ospitare altri rom), segregante su base etnica, che esclude di fatto uomini, donne e bambini da ogni possibilità di inclusione sociale, come già dimostrato da numerose altre esperienze italiane.
Il progetto avrebbe peraltro costi economici elevatissimi: circa 1,3 milioni di euro che suddivisi per i 44 nuclei familiari coinvolti corrispondono a circa 30 mila euro a famiglia, ammontare che permetterebbe di attingere a un ampio ventaglio di soluzioni abitative rispetto a quella individuata e che permetterebbe di adottare una progettualità di medio-lungo termine, evitando così di mantenere la questione abitativa dei rom entro un binario parallelo rispetto a quello della popolazione generale.
Tra i punti oscuri del progetto, figura anche il carattere di temporaneità con il quale le autorità hanno definito l’intervento di collocamento dei rom nel nuovo “eco villaggio” . Trent’anni di “politica dei campi” in Italia, infatti – sottolinea l’Associazione 21 luglio – hanno ampiamente dimostrato come tali interventi, nati come temporanei, si siano poi tramutati in soluzioni abitative di fatto permanenti, con un contestuale deterioramento delle condizioni abitative.
È il caso, solo per citare un esempio, del “villaggio attrezzato” La Barbuta a Roma, nato come temporaneo nel 2012 e giudicato discriminatorio su base etnica dal Tribunale Civile di Roma nel maggio 2015, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Asgi.
L’Associazione 21 luglio auspica dunque che Comune di Giugliano, Regione Campania e Ministero dell’Interno, consci dell’insostenibilità dal punto di vista economico e della tutela dei diritti umani del progetto dell’”eco-villaggio”, possano prontamente modificare la decisione assunta e riconvertire gli interventi previsti verso soluzioni che, partendo dall’ineludibile superamento dell’ insediamento di Masseria del Pozzo, promuovano una reale ed efficace inclusione della comunità rom di Giugliano.
Forti dubbi sul progetto sono stati del resto espressi dal Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi secondo il quale «così come concepito, l’eco-villaggio rischia fortemente di non rappresentare una soluzione ma di porsi nuovamente come un intervento temporaneo destinato a fallire».

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Giorno della Memoria: al Senato il ricordo dello sterminio dei rom, a Roma l'ennesimo sgombero

Si stima che tra i caduti per mano del regime nazifascista vi siano tra i 500.000 e 1,5 milioni di rom e sinti. La persecuzione, l’internamento, il confino e lo sterminio di tali comunità, tuttavia, restano ancora una pagina di storia, italiana ed europea, oscurata e dimenticata.
Se ne è parlato quest’oggi, in occasione della Giorno della Memoria, durante il convegno “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo” organizzato dalla Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e la CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato.
«Spiace constatare come nel giorno in cui nel mondo si commemorano le tante vittime rom e sinte del nazifascismo, a Roma, nel cuore del Giubileo della Misericordia, le autorità locali abbiano effettuato proprio oggi l’ennesimo sgombero forzato di un insediamento rom nella Capitale: un’azione che calpesta e viola i diritti umani di uomini, donne e bambini», ha affermato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, in riferimento allo sgombero di oggi a Roma, nei pressi della stazione Nomentana.
Lo sterminio di rom e sinti – da alcuni battezzato come “Porrajmos”, (il grande divoramento, in lingua romanès), da altri come “Samudaripen” (tutti morti) – non ha avuto un riconoscimento ufficiale durante i processi di Norimberga del 1945, nonostante fosse richiamato più volte negli atti presentati ai tribunali militari internazionali.
Lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington D.C. riporta che solo nel 1979 il Parlamento Federale della Germania dell’Ovest ha riconosciuto la persecuzione per motivi razziali perpetrata dal regime nazista nei confronti del popolo rom.
Il 15 aprile 2015 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione per istituire la Giornata internazionale per la commemorazione dell’Olocausto dei rom (International Roma Holocaust Memorial Day), da celebrarsi il 2 agosto di ogni anno, in ricordo dei 2.897 rom uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 (Guarda la video testimonianza del sopravvissuto Piero Terracina).
Anche l’Italia, durante il fascismo, ha conosciuto il fenomeno delle persecuzioni e del rastrellamento delle comunità rom e sinte. Tuttavia, nel nostro Paese non è ancora avvenuto un riconoscimento ufficiale per commemorare questo capitolo di storia nazionale. A tal proposito, lo scorso anno, i senatori Luigi Manconi, Manuela Serra, Francesco Palermo e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato, hanno presentato un disegno di legge che prevede di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria (la legge n.11 del 20 luglio 2000), che si celebra il 27 gennaio di ogni anno.
«Dimenticando la parola “rom” nelle commemorazioni delle vittime si toglie a questa minoranza una parte importante della sua storia – ha detto oggi il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Manconi – In Italia circa 25 mila rom e sinti sono stati internati ai tempi del fascismo e in un momento come quello odierno, in cui i rom sono il bersaglio di una forte ondata di odio, è più che mai opportuno ricordare le persecuzioni di cui sono stati vittime, per restituire loro dignità e riconoscerli come titolari di diritti».
Le persecuzioni di rom e sinti in Italia, ai tempi del fascismo, sono avvenute attraverso quattro tappe temporali, a cominciare dai primi interventi diretti del regime nei confronti degli “zingari” stranieri presenti sul territorio nazionale.
Il 19 febbraio 1926 una circolare del Ministero degli Interni disponeva infatti il respingimento delle carovane in entrata nel territorio nazionale «anche se muniti di regolare passaporto», e di espulsione di quelle già soggiornanti in Italia e di origine straniera. La disposizione verso queste persone veniva ribadita nell’estate successiva e ne veniva sottolineata «la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica».
Gli anni tra il 1938 e il 1942 sono stati invece segnati dall’esecuzione di una regolare pulizia etnica alle frontiere. A partire dal gennaio del ’38 venivano raccolte le liste dei nomi delle famiglie rom presenti in Istria e dal mese successivo avvenivano le prime deportazioni verso il confino, dal porto di Civitavecchia verso la Sardegna. Dal 1940 la stessa sorte toccava agli “zingari” intercettati in Trentino Alto Adige.
Dall’11 settembre 1940 il capo della Polizia ordinava un sistematico rastrellamento di tutti i rom «di nazionalità italiana certa o presunta» ancora presenti sul territorio nazionale. In numerose località italiane venivano predisposti diversi luoghi di concentramento: alcuni riservati solo agli “zingari” (Agnone, Boiano, Tossicia, Gonars, Prignano sulla Secchia, Berra); in altri venivano deportati rom e non solo (Vinchiaturo, Isole Tremiti, Casacalenda). Ai rimanenti toccava la reclusione all’interno delle carceri o la fuga sul Monte Maiella.
Nell’ultimo periodo, tra il 1943 e il 1944, veniva attuata la “soluzione finale” attraverso le deportazioni nei campi di sterminio nazisti.
Tra le vittime delle persecuzioni, numerose erano le donne. Le loro storie, e quelle delle loro famiglie, sono state ricordate, nel corso del convegno al Senato, dalle ricercatrici Licia Porcedda (École des hautes études en sciences sociales di Parigi) e Rosa Corbelletto (Università degli Studi di Torino).
In particolare, è stata ricordata la vita di Rosa Raidich durante il periodo dei rastrellamenti, madre di due bambini, che venne inviata al confino in Sardegna nel 1938 all’età di 27 anni. Nel 1943 sarebbe dovuto scadere il periodo di confino, ma – anziché rientrare a casa – a Rosa venne prolungato per altri cinque anni, in quanto «zingara pregiudicata pericolosa per l’ordine e la sicurezza pubblica».
Costretta in una terra che non conosceva e dove non era la benvenuta, si ritrovò povera tra gente povera, isolata e con quattro figli da vestire e sfamare (durante la segregazione diede alla luce altri due bambini). Per sopravvivere e dar da mangiare alla sua famiglia, la donna fu costretta a prostituirsi e a chiedere l’elemosina.
Per commemorare le vittime di ieri e tenere alta l’attenzione sulle discriminazioni che ancora oggi colpiscono rom e sinti in Italia, nel corso del convegno è intervenuta anche Ivana Nikolic, giovane attivista rom, da Torino, che ha parlato del Manifesto Primavera Romanì, un documento per un’Italia unita, libera e che abbracci la diversità culturale di cui è composta, redatto da 25 giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri, tra cui la stessa Ivana. Ivana Nikolic è peraltro stata tra le organizzatrici del flash mob “Attenti a non ripetere”, che si è tenuto a Torino il 24 gennaio scorso, per ricordare tutte le vittime del nazifascismo.
«Il genocidio dei rom – ha detto il presidente della Cild Patrizio Gonnella, in conclusione del convegno – deve essere ricordato sempre e da tutti, altrimenti non saremo mai capaci di costruire una società senza razzismo e violenza».

Insulto De Rossi, «Auspichiamo intervento giustizia sportiva»

In seguito all’insulto rivolto dal calciatore della Roma Daniele De Rossi nei confronti dell’attaccante croato della Juventus Mario Mandzukic («Muto, zingaro di m…»), in occasione della partita di calcio tra le due squadre giocata domenica sera a Torino, Associazione 21 luglio e Popica Onlus, organizzazioni impegnate nella promozione dei diritti umani di rom e sinti in Italia, auspicano un pronto intervento da parte della giustizia sportiva, così come avvenuto solo pochi giorni fa in occasione della lite tra gli allenatori di Napoli e Inter, Maurizio Sarri e Roberto Mancini.
L’ingiuria rivolta da De Rossi a Mandzukic, ripresa dalle telecamere e diffusa dai media e sul web, si connota per l’utilizzo di un linguaggio improprio e altamente offensivo che ha come conseguenza ultima quella di arrecare un danno alle persone appartenenti alla comunità rom e sinta e di contribuire a diffondere pregiudizi e stereotipi negativi nei loro confronti.
La parola “zingaro”, infatti, è un eteronimo imposto dalla società maggioritaria nei confronti di un gruppo che non si definisce così. Il termine è percepito come offensivo dai rom e dai sinti che vivono nel nostro Paese e, nel tempo, ha acquistato una accezione fortemente negativa, paragonabile a un insulto razziale come “negro”, per citare un esempio.
L’ingiuria di domenica sera allo Juventus Stadium giunge soltanto a pochi giorni dai pesanti insulti (“frocio”, “finocchio”) rivolti dall’allenatore del Napoli Sarri al tecnico interista Mancini. 
Parole, che hanno creato una forte ondata di indignazione, che sono costate al tecnico partenopeo due giornate di squalifica in Coppa Italia, sebbene il giudice sportivo non abbia considerato l’aggravante discriminatoria.
Di fronte ai fatti di Torino, pertanto, Associazione 21 luglio e Popica Onlus si attendono dalla giustizia sportiva una risposta almeno dello stesso livello, in modo da scoraggiare, in futuro, comportamenti simili da parte dei protagonisti del mondo del calcio e porre un deciso argine alla diffusione di sentimenti ostili e incitanti all’odio, che non possono e non devono trovare spazio nelle cronache domenicali dello sport più amato e seguito nel nostro Paese.
Foto: Roma Today

Mafia, chiude il Best House. A Roma per i campi rom è l'inizio della fine

L’Associazione 21 luglio esprime profonda soddisfazione per la chiusura, nella Capitale, del Best House Rom, la struttura senza finestre, da due anni oggetto di numerose denunce dell’Associazione, dove negli ultimi mesi 135 persone, di cui oltre la metà minori, vivevano in condizioni drammatiche, al di sotto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
«A Roma è iniziato un processo irreversibile: non soltanto dal 2012 si è impedito la costruzione di nuovi “campi rom”, ma si inizia finalmente a mettere i sigilli su questi ghetti e luoghi di discriminazione istituzionale, che rappresentano un’anomalia italiana nel contesto europeo», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La chiusura del Best House Rom, situato in via Visso, nella periferia est della Capitale, è stata predisposta dal Comune di Roma in seguito a una “interdittiva antimafia” nei confronti della Cooperativa Inopera, l’ente gestore della struttura che nel 2014, come documentato dal rapporto dell’Associazione 21 luglio “Centri di raccolta S.p.a.”, è costata 2,8 milioni di euro, di cui quasi 2,6 milioni affidati senza bando pubblico alla stessa Cooperativa Inopera. Alle famiglie che vivevano nella struttura è stata offerta una sistemazione alternativa da loro giudicata adeguata, come hanno potuto constatare rappresentanti dell’Associazione 21 luglio che in questi giorni hanno seguito la vicenda sul posto.
Nato nel 2012, il Best House Rom si è consolidato tra dicembre 2013 e marzo 2014 in seguito al collocamento nella struttura di 137 persone provenienti dallo smantellamento del “villaggio attrezzato” della Cesarina e di altre 64 sgomberate da alcuni insediamenti informali.
L’Associazione 21 luglio, per prima, ha denunciato le condizioni di vita drammatiche all’interno del centro. Nel report “Senza Luce”, pubblicato a marzo 2014, l’Associazione ha puntato i riflettori sulle condizioni strutturali del Best House Rom, caratterizzato da stanze anguste, prive di finestre e punti di areazione naturale; sulla sua incompatibilità con i requisiti previsti dalla normativa regionale che regola il funzionamento di strutture di accoglienza; e sugli altissimi costi della sua gestione, a fronte di stanziamenti nulli per l’inclusione sociale degli uomini, delle donne e dei bambini rom residenti.
Alle numerose denunce dell’Associazione 21 luglio sul Best House Rom, sono seguite l’apertura di un’istruttoria sul centro da parte dell’Autorità Anticorruzione, dopo un esposto presentato dall’area legale dell’Associazione lo scorso febbraio, e varie visite ispettive con rappresentanti delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: con il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, con la Commissione Diritti Umani del Senato, con il presidente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali Luis Quimena Quesada, con una delegazione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
La chiusura del Best House Rom va così ad aggiungersi a due importanti battaglie che hanno visto, nei mesi scorsi, l’Associazione 21 luglio in prima linea contro la costruzione di due nuovi “campi per soli rom” nella Capitale: il nuovo “villaggio attrezzato” della Cesarina, che nelle intenzioni dell’allora Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini avrebbe dovuto sostituire quello raso al suolo a dicembre 2013, e il nuovo “villaggio attrezzato” La Barbuta, che sarebbe dovuto essere realizzato dalla multinazionale Leroy Merlin in base a un progetto su cui, come emerso dalle intercettazioni su Mafia Capitale, aveva messo gli occhi anche il cosiddetto “ras delle cooperative” Salvatore Buzzi.
Entrambi i progetti furono bloccati in seguito al lancio di due campagne di mail bombing e mobilitazione on line (“#DiscriminareCosta” e “Leroy Merlin, un campo rom è un ghetto: non costruirlo!”) sul sito dell’Associazione 21 luglio. Lo scorso maggio, per di più, era stato il Tribunale di Roma, con una sentenza storica, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, a riconoscere per la prima volta in Italia e in Europa il carattere discriminatorio dei “campi rom”, con specifico riferimento al “villaggio attrezzato” La Barbuta.
«La chiusura del Best House Rom, sebbene non sia stata accompagnata dall’individuazione di soluzioni che favoriscano l’inclusione sociale delle comunità rom, rappresenta comunque un punto di svolta cruciale per Roma: nella Capitale non si costruiscono più nuovi “campi” e si è iniziato a mettere la parola fine ai ghetti esistenti – conclude il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla -. Oggi è evidentemente cominciato un percorso dal quale non sarà più possibile tornare indietro: il sistema campi va definitivamente superato e l’inclusione sociale dei rom deve far parte dell’agenda politica della nuova Amministrazione che sarà guidata a governare la città».
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