Rom stranieri in Italia: una storia di migrazione e di mancata cittadinanza

Il 18 dicembre si celebra la Giornata Internazionale del Migrante, istituita nel 2000 dalle Nazioni Unite. La data fu scelta per richiamare la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle Loro Famiglie, adottata il 18 dicembre del 1990 dall’Assemblea delle Nazioni Unite.
Per ricordare questa giornata abbiamo chiesto ad Antonio Ciniero ricercatore presso International Centre of Interdisciplinary Studies on Migrations (I.C.I.S.MI.) di ripercorre la storia migratoria dei rom in Italia.
Dei circa 180 mila rom e sinti stimati in Italia, quasi la metà non ha la cittadinanza italiana. Si tratta quindi di migranti, oppure di figli e nipoti di migranti. Per quanto riguarda la storia recente, è in particolare dalla fine degli anni ’70 del Novecento che i rom iniziano a giungere in Italia, sulla scia dei più generali flussi migratori che, a partire da quel periodo, interessano con maggiore sistematicità il paese. Partono per le motivazioni classiche che spingono tutti i soggetti alla migrazione: la possibilità di trovare un lavoro, il semplice desiderio di conoscere un nuovo posto, la volontà di creare una vita migliore per sé o per i propri figli, di costruirsi una casa.
Come nel caso di altre fasi migratorie, vecchie e nuove, anche tra i rom non manca chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case a causa della guerra, o per problematiche politiche e sociali innescate da conflitti interni al paese di provenienza. È il caso della gran parte dei rom stranieri arrivati in Italia dalla ex-Jugoslavia fino gli anni ’90 del secolo scorso. Si tratta di un flusso migratorio che si intensifica negli anni delle guerre che insanguinano il paese dopo la morte di Tito e soprattutto tra il ’96 e il ’99, con la guerra in Kosovo. Profughi, proprio come buona parte dei migranti che oggi cercano di raggiungere le coste europee, alcuni dei quali sono riusciti, oggi come ieri, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
È in questo contesto che l’etichetta e lo stereotipo di nomadi, che da tempo immemore erroneamente accompagna i cittadini rom provenienti da altri paesi nel sentire comune, ma soprattutto nel discorso pubblico egemone fatto da organizzazioni del privato sociale e delle istituzioni italiane, ha agito, rendendo quasi scontata l’idea dei campi – di fatto baraccopoli istituzionali – come unici luoghi idonei all’“accoglienza” di questo tipo di migrazione. Tra la fine degli anni ’80 e tutta la decade degli anni ’90, il numero dei campi attrezzati aumenta notevolmente in tutta Italia: da allora, roulotte, container, baracche e prefabbricati, sistemati all’interno di aree periferiche delle nostre città, sono divenuti, non solo per quei profughi, ma per tanti loro figli e nipoti le anguste case in cui crescere, la negazione del sogno di un futuro migliore.
“Non sapevo cosa volesse dire vivere in roulotte prima di venire in Italia”, racconta S., rom kosovara, rifugiata politica, che dal 1998 vive nel campo-sosta Panareo di Lecce. Come lei, tanti, prima di arrivare in Italia, non avevano mai vissuto in un campo.
Eppure, sebbene per il discorso pubblico dominante parlare di rom equivalga a parlare esclusivamente di campi, a vivere nei campi è solo 1 rom su 5 e la maggioranza dei rom presenti in Italia, inclusi i rom stranieri, vive in normali abitazioni. Si tratta di cittadini montenegrini, kosovari, serbi, rumeni, bulgari, arrivati in Italia alla ricerca di lavoro: tra loro, non pochi nascondono il fatto di essere rom, o evitano di parlare di questo aspetto.
“In Italia, per colpa della televisione, è già difficile essere rumena, figurati se dico di essere rom! Secondo te, chi mi prenderebbe a lavorare?”. Questo è quello che racconta M., una cittadina della Romania che nel 2007 ha deciso, insieme a suo marito, di partire per l’Italia per trovare lavoro. Da allora M. vive in una casa in provincia di Lecce e lavora nell’ambito dell’assistenza di persone anziane.
Anche tra i rom che hanno intrapreso l’esperienza migratoria per motivi economici, tuttavia, c’è chi è costretto a vivere per strada, in campi spontanei, all’interno di baraccopoli istituzionali o informali. Anche questa condizione non è una scelta dovuta a presunte attitudini culturali, ma, nella quasi totalità dei casi, è una conseguenza, drammatica, dei processi di impoverimento, di precarizzazione e di esclusione che colpiscono fasce sempre crescenti di cittadini, italiani e stranieri. Un’esclusione che non si limita ad incidere negativamente sulle condotte di vita di chi la subisce, che può arrivare, nei casi più drammatici, a distruggere la stessa vita.
È di qualche giorno fa la notizia della tragica fine di Ivan, un giovane lavoratore morto nell’incendio del ghetto rurale nel quale viveva, il cosiddetto “ghetto bulgaro” di Borgo Mezzanone (Fg), uno dei tanti ghetti della zona, dove vivono migliaia di braccianti stranieri il cui lavoro, sottoposto a livelli di sfruttamento altissimo, permette di consumare sulle tavole di mezza Europa i prodotti agricoli made in Puglia e di far crescere il PIL in Italia. Nel “ghetto bulgaro”, prima dell’incendio in cui Ivan ha perso la vita, vivevano, nel più assoluto abbandono, senza nemmeno i servizi essenziali, intere famiglie rom, inclusi molti minori e bambini, impegnate in un ciclo di migrazioni circolari, in alcuni casi da oltre dieci anni, e presenti sul territorio italiano solo per alcuni mesi, quelli necessari a mettere da parte, con fatica, viste le paghe giornaliere (meno di 20 euro per oltre 12 ore di duro lavoro), i risparmi necessari per vivere il resto dell’anno in Bulgaria.
I campi, informali o istituzionali, sono oggi l’emblema di una cittadinanza e di un’accoglienza mancata. Un paradigma con il quale i decisori pubblici continuano ad approcciarsi non solo alle presenze rom , ma a sempre maggiori aspetti dei fenomeni migratori. Un dispositivo politico di controllo e subordinazione dei soggetti considerati indesiderabili che viene esteso ad un numero sempre più alto di persone. Campi sosta, baraccopoli istituzionali, ghetti, tendopoli temporanee, così come tutti gli altri campi nati ai confini e nel cuore dell’Europa, hotspot, CARA e altri luoghi para-istituzionali, pensati per un’accoglienza ambivalente che assume i connotati dell’esclusione, pur nelle loro differenze, sono accomunati dal fatto di costringere la vita dei soggetti che vivono o transitano al loro interno a una continua provvisorietà e subalternità, sospendendone e violandone i diritti fondamentali. Processi di segregazione e confinamento che si pensava consegnati alla storia e che invece riaffiorano con sempre maggiore frequenza, frutto di politiche ancora schiacciate nell’alveo della logica emergenziale.
Nonostante l’immigrazione in Italia sia un fenomeno stabile e strutturale, infatti, si ignora, o si fa finta di ignorare, che quando si parla di cittadini immigrati ci si riferisce a circa 5 milioni di persone – tra queste, ci sono i circa 90 mila rom – molte delle quali in Italia da oltre un trentennio, in moltissimi casi invece nate e cresciute qui, che il nostro sistema giuridico continua a considerare straniere. Una situazione che discrimina e depriva di diritti un gran numero di cittadini, e che la condizione vissuta da molti rom, soprattutto da quelli che vivono in emergenza abitativa (circa 35 mila persone), rende drammaticamente visibile e inaccettabile per un paese che voglia definirsi democratico e rispettoso dei diritti di ogni essere umano.
di Antonio Ciniero

Il Comune di Roma avvia l'iter per il superamento delle baraccopoli

Il Comune di Roma avvia l’iter per il superamento delle baraccopoli rom. Associazione 21 luglio: «questo è il primo segnale di inversione di rotta registrato nella Capitale. Per la sua credibilità attendiamo l’approvazione della Delibera di Iniziativa Popolare per il “superamento dei campi”»
ROMA – Con una Memoria di Giunta a firma della sindaca Virginia Raggi, il 18 novembre scorso la Giunta Capitolina ha indicato al Dipartimento Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale l’adozione di un Piano di Lavoro cittadino denominato “Progetto Inclusione Rom”.
Nel testo della Memoria si sottolinea come le linee politiche adottate nel passato in riferimento alle baraccopoli per soli rom abbiano prodotto «il risultato di moltiplicare da un lato insicurezza e conflitti nelle periferie e dall’altro di aumentare il livello di emarginazione delle popolazioni Rom, Caminanti e Sinti, senza garantire alcun processo di inclusione sociale nonostante le ingenti risorse economiche investite nel settore». Il punto nodale, viene affermato, è la questione abitativa che «influisce sulla condizione di vita dei singoli soggetti e della comunità perché incide sulle possibilità di accesso ai servizi, di vita sociale con le altre popolazioni residenti oltre che sulle opportunità di accesso al lavoro e all’istruzione» e per tale ragione, in una prospettiva di approccio interdisciplinare, viene adottato un Workplan “Progetto Inclusione Rom” con indicazione sintetica delle azioni nel periodo gennaio-luglio 2017.
Il Piano di Lavoro prevede, tra le altre cose, il coinvolgimento della Regione Lazio, dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, del Ministero del Lavoro e dell’ANCI, l’avvio di accertamenti patrimoniali, due delibere (la prima per l’istituzione di un Tavolo, la seconda per il superamento degli insediamenti), la preparazione di un bando e Capitolato Europeo, incontri con cittadini rom e non rom, la costruzione di un network di organizzazioni.
Associazione 21 luglio esprime una cauta soddisfazione per il documento prodotto dalla Giunta Capitolina. «Registriamo – sottolinea l’organizzazione – come per la prima volta nella Capitale venga prodotto un cronoprogramma per l’avvio del processo per il superamento delle baraccopoli abitate dai rom. Il segnale è quindi importante e non di poco conto».
Secondo Associazione 21 luglio è fondamentale come la questione abitativa sia stata posta al centro in un quadro dove l’approccio interdisciplinare appare condizione indispensabile per l’avvio di un lavoro fondato su basi solide. «Auspichiamo – conclude Associazione 21 luglio – che la Memoria di Giunta rappresenti lo spartiacque con le politiche passate, l’inizio della fine del “sistema campi” che negli anni ha prodotto lesione dei diritti umani, fenomeni corruttivi e assistenzialismo inconcludente. Lo sarà realmente se ad essa seguirà il congelamento dei bandi milionari che nei prossimi mesi potrebbero ridare vita ad un perverso sistema di realizzazione e gestione di nuovi insediamenti. Ma la cartina di tornasole sarà la discussione nell’Aula dell’Assemblea Capitolina della “Delibera di iniziativa popolare per il superamento dei campi” sottoscritta da 6.000 cittadini romani che avverrà entro gennaio 2017. La sua approvazione, sollecitata dal Comitato “Accogliamoci”, di cui Associazione 21 luglio è parte, potrà essere il segnale concreto e definitivo di una inversione di rotta da tanti auspicato che potrà consentire alla città di Roma di relegare al passato la vergognosa e tragica stagione delle baraccopoli per soli rom».

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Elena Risi
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In libreria la storia di Anina: dal Casilino 900 alla Sorbona

Oggi, 24 novembre, esce in tutte le librerie il testo di Anina Ciuciu, “Sono rom e ne sono fiera. Dalle baracche romane alla Sorbona”, pubblicato in Italia da Alegre Edizioni dopo aver venduto oltre 10 mila copie in Francia.
Il libro è un’autobiografia, la storia di Anina, che cambia il punto di vista sul popolo rom. La protagonista ha 26 anni ed è rom. Oggi studia alla Sorbona di Parigi per diventare magistrato, ma prima di riuscirci è passata attraverso incredibili difficoltà e discriminazioni. Scappata dalla Romania ha raggiunto l’Italia quando era ancora bambina. Qui ha conosciuto lo squallore dei cosiddetti “campi nomadi”, la miseria e la necessità di chiedere l’elemosina, insultata dai passanti e dai compagni di classe.
La narrazione è tutta in prima persona, un coinvolgente racconto che ripercorre con coraggio i drammatici eventi dell’infanzia fino al momento del riscatto. A Roma Anina ha vissuto per alcuni mesi nella baraccopoli del Casilino 900, dove trascorre un periodo di soprusi e umiliazioni. Tra mille peripezie fugge verso la Francia dove vive con la sua famiglia in un furgone, poi arriva la speranza: grazie all’aiuto di due donne riescono ad ottenere un appartamento.
Finalmente dopo la clandestinità arrivano il permesso di soggiorno e un lavoro regolare, che permettono ai genitori di assicurare l’istruzione dei propri figli. Fino ad oggi, con l’arrivo di Anina alla Sorbona.
Questa storia capovolge il punto di vista con cui si è abituati a guardare la realtà e permette di superare qualsiasi pregiudizio razzista. Lanciando un messaggio di speranza allo stesso popolo rom.
Dal 6 al 9 dicembre Anina sarà in Italia per un tour di presentazioni.
GUARDA LA SCHEDA DEL LIBRO
LE INIZIATIVE IN ITALIA DAL 6 AL 9 DICEMBRE:
6 dicembre ore 11,30 MILANO: Università Cattolica – Largo Gemelli, 1
6 dicembre ore 21,00 CONCOREZZO (MI): Associazione Minerva – Via Santa Marta
7 dicembre ore 18,00 TORINO: Circolo dei Lettori – Via Bogino, 9
8 dicembre ore 15,30 BOLOGNA: Atelier Sì – Via San Vitale, 69
8 dicembre ore 20,30 PISA: Chiesa Valdese – Via Derna, 13
9 dicembre ore 11,00 ROMA: Liceo Classico Visconti – Piazza del Collegio Romano, 4
9 dicembre ore 15,30 ROMA: Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali – Via della Ferratella in Laterano, 51 (per la partecipazione a questo evento è necessario l’accredito scrivendo NOME, COGNOME, DATA e LUOGO DI NASCITA all’indirizzo: stampa@21luglio.org)

Istruzione.

Un sostegno alla responsabilità genitoriale per favorire l'istruzione

Tra i servizi di orientamento e supporto offerti dallo sportello socio-sanitario di Casa Sar San, spicca il sostegno che viene dato nell’ambito dell’accompagnamento alla scolarizzazione dei minori rom. Difficoltà linguistiche e povertà culturale costituiscono spesso uno scoglio insormontabile per genitori già socialmente ed economicamente vulnerabili. Un approccio mirato alla persona e fortemente improntato all’autonomia facilita la messa in relazione diretta tra scuola e famiglie, restituendo ad ognuna delle due parti il proprio ruolo.
Per quanto riguarda il sostegno alla scolarizzazione lo sportello procede raccogliendo le richieste di aiuto delle famiglie, indicando la documentazione necessaria e accompagnando la famiglia presso l’ufficio didattico dell’istituto scolastico di riferimento per la compilazione della domanda d’iscrizione. Particolare attenzione viene riposta nella modalità dell’intervento, sempre mirato alla costruzione di un rapporto diretto fra scuola e famiglia. Inoltre, al fine di monitorare l’andamento del percorso scolastico dei minori, gli operatori si interfacciano costantemente con i dirigenti scolastici, intervenendo solo qualora appaia necessaria o venga esplicitamente richiesta una mediazione tra la famiglia e gli insegnati.
Negli ultimi due anni lo sportello ha supportato circa 150 minori nell’accesso al sistema educativo e più della metà di questi ora frequentano regolarmente la scuola con successo.

Giornata Internazionale dell'infanzia: in Italia sono quasi 20.000 i minori rom in povertà assoluta

Il 20 novembre si celebra la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Associazione 21 luglio denuncia: in Italia quasi 20.000 minori rom vivono in emergenza abitativa e in condizioni di povertà assoluta.
Nella Giornata dedicata alla tutela e alla salvaguardia del benessere del bambino, Associazione 21 luglio denuncia la condizione di povertà assoluta e marginalità sociale dei circa 20.000 minori rom che in Italia vivono in emergenza abitativa all’interno di baraccopoli formali e informali.
Per celebrare questa giornata ripartendo dall’infanzia che vive nella morsa del disagio e della povertà, il 21 novembre presso la Sala della Protomoteca del Campidoglio a partire dalle 17.30, Associazione 21 luglio organizzerà il convegno “Figli delle baraccopoli. Restituire il sogno perduto” e presenterà il nuovo report “Uscire per sognare. L’infanzia rom in emergenza abitativa nella città di Roma”.
Per questi minori, i “figli delle baraccopoli”, l’aspettativa di vita media è di circa 10 anni in meno rispetto al resto della popolazione. Dalla nascita sono esposti al rischio di malnutrizone e malattie infettive quali scabbia e tubercolosi, oltre che di infezioni virali, micotiche e veneree. Tra gli adolescenti si registra un’elevata diffusione delle cosiddette “patologie da ghetto”, come ansia e depressione, e un consumo considerevole di alcool e stupefacenti.
L’accesso all’istruzione, a partire dalla scuola dell’infanzia, è limitato e incostante. Nonostante nell’articolo 28 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza l’istruzione primaria gratuita sia riconosciuta come un diritto fondamentale di tutti i bambini, in Italia in un caso su 5 i minori che oggi vivono in un insediamento non inizieranno mai il percorso scolastico; solo nell’1% dei casi avranno la possibilità di frequentare le scuole superiori e le probabilità di accedere ad un percorso universitario sono ridotte a zero.
Lo scarso accesso all’istruzione è inoltre aggravato dai frequenti sgomberi forzati che interrompono – spesso irrimediabilmente – il percorso scolastico dei minori rom, rendendo le loro condizioni di vita ancora più precarie. Nel solo 2015 Associazione 21 luglio ha registrato 80 sgomberi forzati nella città di Roma, che hanno coinvolto 1.470 persone di cui 810 minori.
Nella Capitale si stima una presenza di circa 4100 minori rom in condizioni di povertà: 1350 di età compresa tra gli 0 e i 6 anni, 2750 sono quelli tra i 7 e i 18. La loro vita è segnata dall’esclusione sociale, dallo scarso accesso ai servizi sanitari e dalla stigmatizzazione da parte della società maggioritaria. Ognuno di questi bambini, diventato adulto, avrà 7 possibilità su 10 di essere discriminato a causa della propria etnia.
Nonostante l’Italia abbia ratificato nel 1991 la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata nel 1989 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fino ad ora non sono state applicate politiche nazionali e locali capaci di offrire una risposta adeguata a questa condizione allarmante.
Associazione 21 luglio ribadisce come il primo passo necessario per restituire i diritti fino ad oggi negati a questi 20.000 minori, sia quello di individuare percorsi inclusivi di uscita e di superamento delle baraccopoli. La questione abitativa è infatti alla radice del disagio: finché questi minori cresceranno tra cumuli di rifiuti in condizioni igienico-sanitarie allarmanti, nelle periferie estreme delle città e lontani dai servizi, privati degli spazi idonei per lo studio e per il gioco, sarà impossibile costruire per loro un nuovo futuro fondato sui diritti e su una piena cittadinanza.
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Amarò Foro: iscrizioni aperte per il nuovo ciclo di laboratori

Dal 24 novembre al 21 dicembre riprende il ciclo di laboratori del progetto Amarò Foro destinato a bambini nella fascia tra gli 8 e i 12 anni. In questa prima fase i ragazzi interessati potranno avvicinarsi alla musica e alla break dance guidati da artisti di spicco nel campo. In seguito – dopo le festività natalizie – i ragazzi avranno la possibilità di decidere se continuare le attività proseguendo il percorso artistico nell’anno nuovo con altri cicli di lezioni.
L’iscrizione ai laboratori è obbligatoria ma completamente gratuita e i corsi si terranno all’interno del Polo Ex Fienile di Tor Bella Monaca, acquisita da Associazione 21 luglio insieme all’Associazione Culturale Psicoanalisi Contro – Compagnia Teatrale Sandro Gindro e Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, struttura che verrà presto inaugurata con una grande festa insieme agli abitanti del quartiere.
I genitori interessati all’iscrizione dei propri figli possono contattare fin da subito Francesco, coordinatore del progetto, al numero 340-7926558.
Amarò Foro

La Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze

L’11 ottobre si celebra la Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze, una data importante per ricordare la necessità e l’importanza dell’empowerment femminile nel mondo, attraverso la promozione dell’istruzione, di un paritario accesso ai servizi e della libertà individuale.
Anina Ciuciu, autrice di questo articolo, è una donna rom. Vive in Francia, sta per diventare avvocato e la sua storia è un bellissimo esempio di riscatto, forza e coraggio.
Mi chiamo Anina Ciuciu, sono Romni e cittadina franco-rumena. Io, i miei genitori e le mie tre sorelle siamo dovuti scappare dal nostro paese, la Romania, per sfuggire dal razzismo, dall’umiliazione e dalla miseria. Ma, prima in Italia e poi in Francia, abbiamo dovuto affrontare lo stesso rifiuto, la stessa stigmatizzazione e la stessa povertà.
Siamo sopravvissuti in baraccopoli miserabili, squat e altri alloggi insalubri. La nostra stessa esistenza è stata clandestina fino al giorno in cui abbiamo avuto la fortuna di incontrare delle persone generose, che ci hanno teso la mano e ci hanno aiutati a riscattarci da quella situazione ingiusta, permettendoci di recuperare la nostra dignità. Da quel momento, io e le mie sorelle siamo potute andare a scuola. Oggi, sono titolare di una laurea specialistica in diritto ottenuta presso la prestigiosa Università Sorbona, ho pubblicato due libri e mi appresto a diventare avvocato.
La scelta di intraprendere questa carriera non è stata priva di difficoltà ma, al contrario, traduce la mia volontà di continuare, in modo più incisivo, la lotta militante nella quale sono impegnata da più di 4 anni per la difesa dei diritti umani fondamentali, e contro le discriminazioni di cui i rom in particolare sono vittime in Europa.
Al prezzo degli immensi sacrifici fatti dai miei genitori, e grazie al loro immancabile sostegno e amore, ho capito molto presto l’importanza della scuola. Ho capito presto che la scuola è l’unico mezzo per uscire dalla fatalità miserabile che ci viene destinata, per diventare padroni della propria vita e riconquistare la dignità personale.
Io e le mie sorelle abbiamo avuto la fortuna di avere genitori che hanno sacrificato tutto per la nostra educazione e la nostra felicità, siamo state fortunate ad aver fatto gli incontri giusti.
Ma so perfettamente che oggi troppe ragazze, nel mondo, non hanno la stessa fortuna. Ho fin troppo spesso visto con i miei occhi, e provato, l’ingiustizia del destino che subiamo in quanto Rom, sia all’interno dell’insieme rom che nella società politica alla quale, per quanto molto spesso ci ripudi, apparteniamo.
Sulle donne dei gruppi emarginati convergono le tre maggiori forme di violenza sociale: violenza di sesso, violenza di classe e violenza di razza. So che, nella nostra come in altre comunità, le ragazze si sposano ben troppo giovani e passano dalla morsa del padre a quella del marito. So anche che la società maggioritaria fa ricadere proprio su queste donne i pregiudizi più pesanti, negando loro l’accesso ai diritti più basilari come la scuola, la salute, il lavoro.
Eppure, fin dalla mia più tenera infanzia, sono rimasta colpita dall’incrollabile forza, dal coraggio e dalla bellezza delle donne della mia comunità, che sono state per me un modello e mi hanno incoraggiata a diventare quella che sono.
Innanzitutto mia madre, una donna straordinaria, il pilastro della famiglia, una donna che nonostante i numerosi ostacoli che le si sono parati davanti ha saputo attingere dall’Amore per noi la speranza e la forza necessarie per andare avanti, senza mai lamentarsi. Una donna che mi ha trasmesso la forza incorruttibile dell’Amore.
E poi più avanti altre donne, con la particolarità di appartenere anch’esse a minoranze etniche, come Angela Davis o Christiane Taubira, che si sono battute per la giustizia e l’uguaglianza di tutti e tutte, mi hanno insegnato la potenza dell’azione femminile nella lotta per l’emancipazione non solo delle donne, ma dell’integralità delle comunità emarginate.
Ed è proprio qui che si trova la posta del femminismo intersezionale. La lotta per l’emancipazione di donne e ragazze non dev’essere condotta contro gli uomini, e non deve costituire un ulteriore fattore di stigmatizzazione e di rifiuto delle comunità minoritarie. Al contrario, l’emancipazione delle donne all’interno di questi gruppi esclusi non può che andare di pari passo con la liberazione di tali comunità marginalizzate, e con la trasformazione dell’intera società.
È per questo che, oggi, garantire alle ragazze delle condizioni di vita decenti, l’accesso al sistema sanitario, alla sicurezza e all’educazione, significa permettere loro di diventare le donne libere e forti di domani, e di acquisire la forza d’azione necessaria alla trasformazione della nostra società. Significa vedere in loro la promessa di un mondo più giusto.
In occasione della Giornata Internazionale delle bambine e delle ragazze l’11 ottobre, accolgo con gioia le iniziative condotte dall’ONU nell’intento di rinforzare i diritti delle donne e delle bambine, e gli sforzi in programma per raggiungere l’emancipazione delle donne e l’uguaglianza con gli uomini, sforzi più che mai necessari nel contesto socio-politico mondiale attuale.
Tuttavia, a mio parere, ogni giorno dovrebbe essere considerato una giornata internazionale delle ragazze, poiché ogni giorno è necessario battersi per permettere alle nostre figlie, amiche e sorelle di uscire dalla trasmissione intergenerazionale di povertà, violenza, esclusione e discriminazione. Ogni giorno dovrebbe essere un passo verso le donne libere, dignitose e forti che costruiranno il mondo migliore di domani.
di Anina Ciuciu
Traduzione di Alessandra Cerioli
Foto di www.donneuropa.it

Diritto all'alloggio e baraccopoli

Lunedì 3 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale del Diritto all’Aloggio ma l’emergenza abitativa è un problema più attuale che mai, in Italia e non solo. Abbiamo chiesto al dr. Sergio Bontempelli, impegnato da anni nella promozione dei diritti di rom e migranti, una riflessione sul diritto all’abitare e la segregazione degli “esclusi” al tempo delle baraccopoli.
Nel 1985 le Nazioni Unite hanno istituito il World Habitat Day – la “Giornata Mondiale del Diritto all’Alloggio” – indicando nel primo Lunedì di Ottobre la data in cui promuovere iniziative su queste tematiche: da allora, da quell’anno ormai lontano, la questione della marginalità abitativa è divenuta sempre più drammatica.
Secondo alcune stime esistono oggi, su scala globale, più di 200 mila insediamenti definibili come «slums», termine anglosassone che alcuni studiosi traducono come «baraccopoli»: in queste aree abitano complessivamente un miliardo di persone, un quinto della popolazione di tutto il mondo. Si tratta di cifre enormi, che ci restituiscono il quadro di un’economia globale caratterizzata da sempre più marcate disuguaglianze: in uno studio recentemente tradotto in italiano da Sonia Paone e Agostino Petrillo, il sociologo Loïc Wacquant sostiene che proprio la segregazione e la marginalizzazione degli «esclusi» rappresentano elementi costitutivi dell’attuale globalizzazione.
È in questo quadro ampio, internazionale e addirittura globale, che va collocato il fenomeno italiano dei campi nomadi. Certo, le differenze sono evidenti, ed è ovvio che – per così dire – non tutto è uguale a tutto: un insediamento di rom o di sinti nel Belpaese non è la stessa cosa di una favela brasiliana, di uno slum nigeriano o di una bidonville indiana o pakistana. Diverse sono le dimensioni (nel Sud del mondo le baraccopoli possono superare il milione di abitanti), diverse le storie, diverse – e non paragonabili – le dinamiche sociali, politiche ed economiche di ciascun contesto.
Eppure, pur tenendo conto di queste differenze, non si può non osservare come i campi italiani siano nati dalla volontà – più o meno esplicita – di isolare, marginalizzare e tenere sotto controllo gruppi ritenuti «diversi», e perciò potenzialmente pericolosi: come ben sanno i lettori di questo sito, i campi sono il prodotto non di una (presunta) «cultura rom», ma di precise scelte politiche delle amministrazioni nazionali e locali.
Oggi, a dispetto delle indicazioni dell’Unione Europea, le politiche di segregazione dei rom e dei sinti continuano, e si accompagnano a un’altra pratica, che si ritrova anch’essa nei contesti di marginalità urbana delle metropoli globali: gli sgomberi forzati.
Per questo, in occasione del World Habitat Day, è bene ricordare anche da noi quanto vanno dicendo da anni le organizzazioni e i movimenti impegnati nel diritto all’abitare, e quanto è stato a più riprese affermato dalle stesse Nazioni Unite: avere un alloggio dignitoso è un diritto fondamentale; nessuno deve essere segregato e marginalizzato; gli sgomberi sono illegittimi se non prevedono un’adeguata tutela del diritto alla casa delle persone da allontanare, e questo a prescindere dalla «legalità» degli insediamenti (il diritto ad avere una soluzione alternativa vale insomma anche quando si sgombera un campo cosiddetto «abusivo»).
Le obiezioni a questi ragionamenti sono sempre le stesse, e ci pare che abbiano fatto il loro tempo: «non ci sono soldi per tutti», «c’è la crisi», «vengono prima i nostri», e così via. È ormai dimostrato invece che le politiche di segregazione hanno costi altissimi, certamente superiori a quelli dell’inclusione; d’altra parte, da almeno tre decenni si pratica la marginalizzazione di gruppi percepiti come «diversi», e ciò non ha giovato – ci pare – alla tutela dei cittadini «italianissimi».
I Padri Costituenti ci hanno insegnato che un diritto è tale se vale per tutti: ed è fondamentale ricordarlo oggi.
di Sergio Bontempelli

I primi 100 giorni della Giunta Raggi e la "questione rom"

I primi 100 giorni costituiscono per ogni Amministrazione Comunale un’occasione per tracciare un bilancio sull’eredità raccolta e per delineare linee programmatiche secondo macro obiettivi chiari e definiti. Associazione 21 luglio, nel rileggere i primi 100 giorni della Giunta Raggi e le politiche espresse in relazione alle baraccopoli presenti nella Capitale, manifesta delusione e una profonda preoccupazione per il rischio che, in presenza di linee politiche poco chiare e di azioni contraddittorie, possa ricrearsi l’humus in cui è nato e si è consolidato il “sistema campi” venuto alla luce nell’inchiesta denominata “Mafia Capitale”.
Le premesse non erano state incoraggianti. La campagna elettorale che ha preceduto l’elezione del sindaco di Roma è stata caratterizzata dall’obiettivo quasi comune a tutti i candidati di “superare le baraccopoli”, accompagnato tuttavia dall’assenza di tempi certi e di azioni definite.
Dopo le elezioni, il 21 luglio 2016 la Giunta Capitolina ha approvato le “Linee programmatiche 2016-2020 per il Governo di Roma Capitale”. In due occasioni si parla del “superamento dei campi” e in entrambi i casi, in assenza di un piano strategico definito, gli obiettivi vengono confusi con le azioni e gli strumenti. In assenza di linee politiche chiare, nei primi 100 giorni della Giunta Raggi si è assistito a una serie di azioni che destano preoccupazione.
L’8 luglio 2016, attraverso il sito ufficiale, il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale ha indetto una “Gara per il reperimento di un’area attrezzata” per soli rom. Il concorrente – si legge nel bando – dovrà mettere a disposizione «un’area attrezzata per l’accoglienza e soggiorno temporaneo di 120 nuclei familiari di cui 109 attualmente ospiti presso il Villaggio River», per un appalto che avrà come importo complessivo posto a base di gara di 1.549.484 euro e che avrà decorrenza dal 1° ottobre 2016 per terminare il 31 dicembre 2017. Il 9 agosto l’Assemblea Capitolina ha bocciato una mozione nella quale veniva chiesto il ritiro del bando.
Il 25 agosto si è svolto presso il Dipartimento Politiche Sociali il primo incontro ufficiale sulla “questione rom” preparatorio al Tavolo per l’inclusione dei rom convocato dall’assessore Laura Baldasarre. Dopo anni di assenza, tra gli invitati sono riapparsi alcuni sedicenti “rappresentanti rom”: autoproclamatisi tali o nominati nella passata amministrazione a guida Alemanno al fine di ridurre a mera formalità l’effettiva partecipazione dei rom alle decisioni che influiscono sul loro futuro. Gli stessi, al termine dell’incontro, sono stati invitati a redigere rapporti sulle condizioni strutturali degli insediamenti, con il rischio che nuovamente potranno assurgere al ruolo di filtro e proteggere gli interessi di pochi a discapito delle istanze di quei nuclei famigliari maggiormente vulnerabili che ancora attendono di riuscire a far sentire la propria voce.
Il 20 settembre si è proceduto all’apertura delle offerte relative alla Gara per la gestione di 6 baraccopoli istituzionali, denominati “villaggi” per un importo lordo superiore ai 6 milioni di euro. Il servizio prevede la riproposizione delle medesime mansioni svolte negli insediamenti fino al 2014 inasprendo le regole sicuritarie già stabilite nel periodo della “Emergenza Nomadi” e dichiarate incostituzionali dal TAR del Lazio nel 2009.
Secondo Associazione 21 luglio la legittimazione operata nei confronti dei sedicenti rappresentanti rom e la contestuale riproposizione di bandi milionari – nei quali le voci di spesa destinate all’inclusione sono minime e non è possibile rintracciare indicatori concreti in linea con il dichiarato obiettivo di superare le baraccopoli – rappresentano fatti estremamente gravi volti a ricreare le condizioni per il ricostituirsi del “sistema campi”. «Come mosche sul miele – denuncia il presidente Carlo Stasolla – alcune organizzazioni che fino al 2014 operavano attorno alla fiorente economia del sociale che si muoveva attorno ai “campi”, alcune delle quali hanno visto i loro presidenti indagati o arrestati, potranno rientrare dalla finestra, dopo che le vicende successive a “Mafia Capitale” le avevano fatte uscire dalla porta».
Secondo Associazione 21 luglio la Giunta Raggi non sembra avere consapevolezza dell’urgenza di adempiere anzitutto agli obblighi istituzionali derivanti da una sentenza del Tribunale Civile di Roma, da una delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 6.000 cittadini romani e da una delibera della Giunta Capitolina che impegna 4,4 milioni di euro di fondi europei per la chiusura degli insediamenti e l’inclusione abitativa delle comunità rom a Roma.
La prima risale al 30 maggio 2015 quando un giudice del Tribunale Civile di Roma, in riferimento alla baraccopoli istituzionale La Barbuta, ha riconosciuto «il carattere discriminatorio che si concretizza nell’assegnazione degli alloggi» ordinando al Comune di Roma «la cessazione della suddetta condotta nel suo complesso e la rimozione dei relativi effetti». A tale Ordinanza non è seguita alcuna azione da parte dell’attuale Amministrazione che quindi non sta dando seguito alla decisione del giudice.
La seconda risale allo scorso anno, quando nove organizzazioni hanno depositato in Campidoglio più di 6.000 firme per chiedere il superamento progressivo e la chiusura degli insediamenti formali per rom presenti nella città di Roma in attuazione della Strategia nazionale d’inclusione dei Rom. La delibera di iniziativa popolare dovrebbe essere discussa dall’Assemblea Capitolina, così come richiede lo Statuto Comunale, ma ad oggi non è stato nemmeno avviato l’iter.
La terza è del 28 ottobre 2015 quando la Giunta Capitolina ha deliberato, nella Deliberazione n. 350, la partecipazione di Roma Capitale al Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane adottato dalla Commissione Europea. Il Programma prevede una specifica azione di inclusione abitativa, scolastica e occupazionale volta ad agevolare la fuoriuscita dei rom dalle baraccopoli istituzionali attraverso lo stanziamento di 4,4 milioni di euro. Ad oggi si segnala una amnesia istituzionale e nessuna azione è stata intrapresa dalla Giunta Raggi al fine di darne concreta attuazione con il rischio che il denaro venga a breve riallocato in altre voci di spesa.
Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione per l’inadempienza, da parte del Comuna di Roma, della sentenza del Tribunale Civile, così come ritiene che la mancata discussione della Delibera rappresenti un grave deficit di ascolto della volontà popolare. A fronte di 7,6 milioni di euro di fondi comunali previsti per il mantenimento del “sistema campi”, si denuncia il mancato utilizzo di 4,4 milioni di fondi europei previsti per il superamento degli insediamenti. In gioco ci sono 12 milioni di euro che l’Amministrazione Comunale potrebbe utilizzare da subito per ottemperare alle promesse fatte in campagna elettorale.
«In piena campagna elettorale – conclude il presidente Carlo Stasolla – Virginia Raggi parlò di superamento dei campi. Le idee e le risorse non mancano e con 12 milioni di euro il problema potrebbe essere aggredito alla radice. Chi ha interesse a che ciò non avvenga? Ci sembra invece di assistere a un film già visto fatto di azioni confuse e contraddittorie, di proclami e di bandi milionari. In tale contesto risulta elevato il rischio di veder riaffiorare i nomi di quanti nel passato hanno lucrato illegalmente attorno alla “questione rom”».
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Primo giorno di scuola: lettera aperta alla ministra Giannini

Prendendo spunto dalle parole di Don Milani in “Lettera ad una professoressa” e da voci e testimonianze dei minori ascoltati per la redazione dei nostri rapporti sulla scolarizzazione, Carlo Stasolla – presidente di Associazione 21 luglio Onlus – scrive una lettera aperta alla ministra dell’Istruzione Stefania Giannini nel giorno di inizio del nuovo anno scolastico.
Cara Ministra,
lei di me non sa neanche il nome, non sa dove abito, non ha idea di come trascorro le giornate. Io invece, oggi, accompagnando mio fratello al suo primo giorno di scuola ho subito pensato a lei, alle maestre, a questo imponente edificio che voi chiamate “scuola”, che oggi rivedo dopo tanti anni e che continua a intimidirmi. La timidezza dei figli delle baraccopoli è l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri. Timidezza e rabbia che crescono ogni giorno nel nostro cuore, come sorelle di una stessa madre.
Ho ripensato al mio primo giorno di scuola. L’ho frequentata fino alla prima media vivendo in una baracca che oggi è diventata un container. Nessuno di voi mi ha chiesto perché avessi lasciato la scuola; pensavate di conoscere già la risposta.
Che i bambini delle baraccopoli non siano fatti per la scuola, infatti, lo pensano in molti. Lei lo certifica nelle “Linee guida” agli insegnanti quando scrive di noi che appaiamo “poco inclini a prestare attenzione al discorso rivolto dall’insegnante all’intera classe e ciò richiede di impostare percorsi di apprendimento specifici e personalizzati”. Non abbiamo nulla da replicarvi perché il coltello dalla parte del manico ce l’avete voi.
Ce l’avete quando, numeri alla mano, ci accusate di evadere la scuola dell’obbligo. Ma la scuola incoraggia i bravi e abbandona chi non ce la fa. Quando ho smesso di frequentare la prima media nessuno è venuto a bussare la porta della mia baracca. Pensate di comprendere i problemi della scuola ma non avete la pazienza di mettere gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi.
A Roma sono quasi 3.000 i figli delle baraccopoli che dovrebbero andare a scuola ma di essi il Comune ne intercetta solo il 40%. Che fine fa il rimanente 60%? Tra quelli avviati alla scuola il 30% rinuncia subito mentre il resto si fa coraggio ed inizia frequentare. La metà di essi frequenterà comunque una classe non conforme all’età anagrafica. A giugno scopriamo che solo 1 bambino frequentante su 10 è riuscito a farlo regolarmente. E’ la “strage” dei figli delle baraccopoli. Ma voi di loro non sapete neanche che esistono.
La vostra scuola dell’obbligo, a Roma, perde 2.880 figli delle baraccopoli ogni anno, bambini che al massimo potranno aspirare a diventare garzoni o manovali. Per cercare le cause a voi basta chiamarli “bambini rom”. La parola “rom” giustifica e risolve tutto. E’ un’etichetta che ci mettete sulla fronte dal primo giorno di scuola. Da quel momento ogni nostra mancanza sarà spiegata in nome di una “cultura” e noi diventiamo un numero che finisce nelle linee guida ministeriali, nei progetti di inclusione scolastica dei Comuni, nei programmi differenziati promossi da vari enti pubblici e privati, nelle strategie pedagogiche programmate su base etnica dagli esperti di settore.
Con quell’etichetta sulla fronte, dal primo giorno di scuola, per la maestra siamo diventati bambini “a parte”.
Ricordo quando alle elementari passavo tra i banchi e i miei compagni si spostavano per evitarmi turandosi il naso. I germi non li ho studiati a scienze. Li ho riconosciuti nel timore che i miei compagni provavano quando mi sfioravano. In prima media le maestre pensavano che a me non importasse nulla e quando mi invitavano a leggere io abbassavo gli occhi. Nessuno me l’aveva insegnato, visto che gli anni precedenti li avevo passati all’ultimo banco a disegnare. A scuola ho capito per la prima volta di non essere uguale, di essere uno “zingaro”.
Dal primo giorno di scuola inizi a sentire puzza di razzismo. E ti accorgi che è la stessa che i nostri genitori non sentono più perché c’hanno fatto l’abitudine.
“I vostri genitori non vengono ai colloqui”, ci rimproverate. Ma per farlo bisogna saper maneggiare l’italiano, avere un vestito adatto e il coraggio di subire la paura e la sorpresa che illumina la faccia degli altri genitori rivelando in classe la presenza di un alunno rom.
Oggi mio fratello inizierà il primo giorno di scuola. Da oggi maturerà la consapevolezza di essere diverso dagli altri e da oggi la rabbia comincerà a crescere insieme alla timidezza. Le due sorelle…
Ma se tutti i bambini nascono uguali e se in seguito non lo sono più, è colpa anche della scuola. La Costituzione, quando parla di mio fratello, che oggi inizia la scuola, dice che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ma la scuola di oggi, quella che voi chiamate “buona”, ha più a cuore i programmi scolastici che la Costituzione.
Foto di La Repubblica

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