L'alfabetizzazione come diritto fondamentale per tutti

Tra i presenti vide un giovane, ben vestito, riservato, arrivato da casa in orario, un ragazzo come tanti. “Sai leggere?“, gli chiese. Il giovane lo guardò imbarazzato e rispose timidamente, “certo!”. Aveva ottimo nelle materie umanistiche alle scuole superiori, appassionato lettore di libri di storia e desideroso di iscriversi all’Università, il giovane rimase quasi scandalizzato e arrabbiato per tale domanda. Nonostante il diploma di scuola superiore conseguito a pieni voti, l’etichetta rimane. Con grande stupore dell’interlocutore il ragazzo legge il passo indicatogli in pubblico, e lo fa con estrema disinvoltura, ovviamente (2016).
Altro caso: bambino ritenuto problematico e muto per mesi dalla docente e dai compagni di classe (scuola primaria), solo al momento dell’applicazione del Cooperative Learning, si sblocca e inizia ad esprimersi, con grande meraviglia dell’insegnante e degli stessi compagni. “Ma lui parla!”, è la risposta di tutti (a.s.2003-2004, e casi simili in a.s. 2009-2010 e succ.).
Segni particolari? Sono entrambi ragazzi rom in episodi realmente accaduti ai nostri giorni: il primo vive in equa dislocazione abitativa; il secondo in un ghetto, entrambi a Reggio Calabria.
L’alfabetizzazione dei minori rom è iniziata con le scuole speciali Lacio drom negli anni Sessanta. Sebbene esse abbiano coinvolto i bambini rom fino ad allora dimenticati, in realtà li separavano, perché non ritenuti capaci di apprendere come gli altri, in altri termini venivano ritenuti “inferiori”. L’habitat non aiutava l’integrazione: l’adolescenza veniva vissuta in mondi paralleli rispetto agli altri coetanei, confinati al campo in cui erano “costretti” a vivere, senza possibilità di confronto, condividendo tra loro pane e indigenza, in ambienti spesso squallidi, che lasciavano poco spazio alla speranza in un futuro migliore. I risultati ottenuti lo confermarono. Nel territorio della provincia reggina, nei quasi vent’anni di durata delle scuole speciali (1965-1982) quasi nessuno dei minori rom iscritti conseguì un titolo di studio, rimanendo in condizioni di analfabetismo. Nel 1982, la chiusura delle scuole speciali e l’inserimento dei minori rom nelle scuole ordinarie, favorì il superamento dell’isolamento dei bambini che iniziarono a socializzare con altri minori sebbene la scuola mantenesse il pregiudizio. Nonostante le condizioni, ne conseguiva un modesto miglioramento nel processo di scolarizzazione. Infatti, nella prima metà degli anni Novanta si registravano i primi casi di minori rom che conseguivano un titolo di studio con un livello di istruzione leggermente superiore.
Oggi, dopo trentaquattro anni dall’inserimento degli alunni rom nella scuola ordinaria, nonostante i miglioramenti rispetto al passato, dai dati in nostro possesso, si comprende che l’istituzione scolastica continua ad offrire agli alunni rom un livello di istruzione-educazione insufficiente rispetto agli standard nazionali ed europei. La scolarizzazione degli alunni rom è condizionata da un fenomeno complesso di dispersione scolastica (evasione dell’obbligo, frequenza scolastica irregolare, insuccesso scolastico in presenza, ecc…) che non permette l’accesso pieno al diritto allo studio. Questa situazione è dovuta sia ad una causa interna alla scuola, costituita dall’applicazione di strategie didattiche di tipo frontale e competitivo; sia ad una esterna ad essa, relativa alla condizione di emarginazione sociale delle famiglie rom e in genere delle famiglie più povere, oltre alle condizioni soggettive dell’alunno.
La nostra attività nel settore scolastico, dopo un’articolata fase di ricerca e di formazione, si è sviluppata proponendo e sperimentando nelle classi l’applicazione di metodologie didattiche attive fondate sul costruttivismo, con l’alunno al centro del processo di apprendimento. In particolare si è rivelato vincente il Cooperative Learning, basato su un apprendimento tra pari, il quale accosta all’obiettivo cognitivo lo sviluppo di competenze sociali. Riconosciuto da molti esperti come un efficace sistema-processo attivo di “fare scuola”, garantisce il successo nell’apprendimento, educa ai valori e contrasta efficacemente la dispersione scolastica.
Nelle attività realizzate l’applicazione del Cooperative Learning in diverse scuole ha coinvolto docenti e alunni; i risultati positivi conseguiti da tutti gli studenti del gruppo classe, rom e non, misurati scientificamente, hanno portato ad una riduzione della dispersione scolastica. Tuttavia, ad oggi, raramente le scuole adottano regolarmente questa modalità di apprendimento nella comunità-classe. Piuttosto ricorrono spesso, in misura crescente, alla pedagogia speciale con richiesta di insegnante di sostegno per gli alunni Rom (nel 2015 a Reggio Calabria circa il 18% degli alunni Rom risulta certificato alunno H).
In occasione della Giornata Internazionale per l’Alfabetizzazione auspichiamo che le scuole avviino un’azione di rete che favorisca nelle scuole uno stile di insegnamento-apprendimento di tipo cooperativo tra pari con tutti gli studenti, credendo fermamente nella risorse di ciascun alunno. Nella società multiculturale di oggi questo tipo di apprendimento favorisce l’inclusione di tutti gli studenti, valorizzando le “intelligenze multiple” (Gardner) e educando al rispetto reciproco. “La riforma scolastica, prima che essere guidata dall’alto, deve cominciare all’interno della classe, dall’insegnante e dal suo modo di condurre l’insegnamento apprendimento nella comunità classe. Migliorerà la scuola e l’educazione delle future generazioni” (Comoglio, 2001).
Cinzia Sgreccia
Ref.te Metodologie innovative
Associazione UnMondoDiMondi
 

Sulla condizione di rom e sinti, il Consiglio d'Europa richiede all'Italia l'adozione di misure urgenti

C’è ancora tanto da fare in Italia per la promozione dei diritti dei rom e sinti residenti nel nostro paese. Il Comitato Consultivo della Convenzione Quadro sulla Protezione delle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa ha diffuso la sua quarta Opinione sull’Italia, esito del quarto ciclo di monitoraggio condotto nel corso del 2015. Per arrivare a tracciare la descrizione complessiva anche Associazione 21 luglio ha apportato il suo contributo, inviando un rapporto ombra e facilitando la visita di una delegazione nelle baraccopoli istituzionali riservate ai rom che vivono nella Capitale.
Lo scenario che emerge dal rapporto dell’organo del Consiglio d’Europa non è incoraggiante. Si rileva come, dopo tanti anni, si continui a utilizzare impropriamente la parola “nomade” per giustificare la politica dei campi, una soluzione abitativa giudicata del tutto inappropriata e che suscita la preoccupazione del Comitato. L’Opinione sottolinea più volte come le condizioni di vita all’interno delle baraccopoli, sia istituzionali sia informali, siano largamente al di sotto degli standard e rileva lo scarsissimo accesso dei minori rom al diritto all’istruzione. Nel rapporto si legge infatti che almeno 20 mila minori rom al di sotto dei 12 anni non hanno fruito di alcuna forma di scolarizzazione e individua in questa situazione una della principali cause della persistente povertà e della marginalizzazione della minoranza rom.
Mentre il Comitato riconosce un apprezzabile progresso nella legislazione che tutela i diritti delle altre minoranze residenti in Italia, constata invece una presenza pervasiva di antiziganismo anche da parte di personaggi e partiti politici che fanno dei discorsi d’odio contro la minoranza rom uno dei propri principali cavalli di battaglia.
Infine, l’organo del Consiglio d’Europa sottolinea l’assenza in Italia – uno dei pochi paesi europei ad esserne ancora sprovvisto – di un organo di monitoraggio e difesa dei diritti umani che sia totalmente indipendente (c.d. Istituzione nazionale indipendente sui diritti umani). Anche relativamente all’UNAR, ribadisce come un ente di questo tipo non possa operare in maniera indipendente finché rimarrà vincolato alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Foto di: Il Fatto Quotidiano

2 agosto 1944: la strage nazista di rom e sinti a Birkenau

Nella notte tra il 1 e il 2 agosto del 1944, gli ultimi 3.000 rom e sinti deportati nel campo di sterminio nazista di Birkenau vengono uccisi nelle camere a gas. Per commemorare questa tragica pagina di storia, Luca Bravi – docente presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Firenze e autore di numerose pubblicazioni sul porrajmos – ha scritto l’articolo che segue per Associazione 21 luglio.
Piero Terracina ricorda perfettamente la notte in cui rom e sinti scomparvero da Birkenau: “Io non avevo ancora 16 anni ed arrivai a Birkenau; quello era un Vernichtunglager (campo di sterminio) dove non è che si poteva morire, si doveva morire. Erano tutti settori separati che si distinguevano per una lettera che era stata loro associata e dall’altro lato del nostro filo spinato c’era il settore che era conosciuto come lo Zigeunerlager ovvero il campo degli zingari[…]. In quel campo c’erano tantissimi bambini, molti di quei bambini certamente erano nati in quel recinto […]. La notte del 2 agosto 1944, ero rinchiuso ed era notte e la notte nel lager c’era il coprifuoco, però ho sentito tutto. In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari, da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo Zigeunerlager che era completamente vuoto, c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano”.
Nella notte tra il 1 e il 2 agosto furono uccisi gli ultimi tremila rom e sinti dello Zigeunerlager di Birkenau poi, sul genocidio dei rom e dei sinti calò il silenzio. C’è una data fondamentale che ha permesso di tornare a raccontare: il 13 gennaio 1949, Tadeusz Joachimowski (matricola 3720), sopravvissuto polacco ad Auschwitz, ha indicato con sicurezza il luogo in cui, nell’estate del 1944, insieme ai compagni di prigionia Irenuesz Pietrzyk (matricola 1761) ed Eryk Porebski (matricola 5805), aveva sotterrato un secchio di latta con dentro il libromastro dello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Birkenau, prima che quell’area del campo di sterminio fosse totalmente liquidata. Senza quest’azione coraggiosa, dei 23 mila rom e sinti deportati a Birkenau sotto la categoria zingari sarebbe rimasta soltanto la cenere e l’impossibilità di provarne la prigionia, oggi invece il libromastro è stato pubblicato ed è costituito da due volumi (uomini e donne) e riporta le matricole di quei prigionieri che sono tornati ad avere un nome ed una storia personale.
La vicenda dei nomi dello Zigeunerlager di Birkenau dimostra inoltre che la costruzione della memoria europea non è un fatto relegabile ad un’unica categoria di internati: le memorie si incrociano e si costruiscono a vicenda come fossero tessere di un mosaico da ricostruire interamente. Il genocidio dei rom e sinti di Auschwitz è oggi una pagina di storia che possiamo raccontare a partire dall’azione concreta di Tadeusz Joachimowski, deportato politico, ma anche grazie a Piero Terracina, deportato ebreo di cittadinanza italiana, insieme alle testimonianze dirette di sinti e rom tra le quali quelle di Otto Rosenberg, Ceija Stojka ed Hugo Hollenreiner.
Il racconto è quindi iniziato, ma in Italia, il riconoscimento istituzionale del genocidio dei rom, attende da tempo nell’anticamera della memoria ed è un’attesa lunga anni.
Così di quel genocidio si parla, anche al Quirinale in questi ultimi anni, concedendo argomentazioni generiche e letture che commuovono, purché il tutto abbia il meno possibile a che fare con la ricostruzione storica dell’evento e metta insieme un’inerme celebrazione liturgica. Su tutto questo è necessario riflettere, a più di settant’anni dal 2 agosto del 1944.
È importante rifletterci in Italia ed in Europa proprio perché potrebbe accadere che sotto la pressione dell’attivismo civile europeo si arrivasse al riconoscimento del 2 agosto come giorno da dedicare alle vittime del solo genocidio rom, anche nella nostra nazione. Il risultato sarebbe salutato da molti come una vittoria, ma in realtà, ancora una volta, non avremmo fatto uscire quel racconto dall’anticamera della memoria.
Saremmo in una condizione che accentuerebbe ancor di più la separatezza, come se ogni categoria potesse al massimo ambire ad ottenere un giorno riconosciuto istituzionalmente durante il quale piangere le proprie vittime, in un immobile mausoleo di morti che insegnerebbero ai vivi soltanto la retorica della celebrazione dei propri caduti. Non credo sia questo l’obiettivo da raggiungere.
In presenza di ricostruzione storica documentata, di testimonianze dirette ed indirette degli internati, di fronte al memoriale di Berlino che ricorda le vittime del genocidio di sinti e rom a fianco di quelle della Shoah, spinti dall’idea che si debba studiare il processo che ha condotto ad Auschwitz (sotto qualsiasi categoria adoperata dal nazifascismo) piuttosto che fermarsi alla logica della commemorazione ciascuno delle proprie vittime, credo che il tempo dell’attesa nell’anticamera sia da dichiararsi concluso. Sono almeno due le proposte di legge che sono state presentate in Senato per includere il genocidio dei rom e dei sinti nel testo della legge che ha istituito il Giorno della Memoria. Questo 2 agosto sia il giorno in cui si torna a porre l’attenzione su questa pagina di storia, perché il 27 gennaio possa ricomporre quel mosaico di storie che solo insieme possono avere la forza di costruire politiche di pace per il futuro.
Luca Bravi
Foto di L’altracittà

Chiude l'ex Cartiera di Roma, dal 2009 centro di accoglienza per soli rom

Alle ore 10 di oggi si sono chiusi i cancelli dell’ex Cartiera, il Centro di via Salaria 971 che dal novembre 2009 è stato destinato all’accoglienza di soli rom. Il 24 settembre 2010, Associazione 21 luglio era stata la prima ad entrare all’interno della struttura per verificare e denunciare la precarietà delle condizioni di vita al suo interno. Le immagini catturate nel Centro destarono preoccupazione e indignazione e per mantenere alta l’attenzione sulla questione, a maggio del 2011 l’organizzazione presentò “La Casa di Carta”, un report dettagliato sulla struttura dove si denunciavano le pessime condizioni igienico-sanitarie, spazi asfittici e privi di finestre, la carenza di bagni.
Nell’ambito della campagna “Stop all’apartheid dei rom”, il 21 ottobre del 2013 Associazione 21 luglio organizzò una visita istituzionale con i senatori Francesco Palermo e Daniela Donno, durante la quale vennero ancora una volta ribadite le condizioni di vita del tutto inadeguate all’interno della struttura. La mobilitazione non si fermò e il 22 maggio del 2015, pochi giorni dopo la presentazione del rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.” che denunciava il business dei centri di raccolta per soli rom a Roma, Associazione 21 luglio organizzò una nuova visita istituzionale con un membro della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani al Senato. Ancora una volta finirono nel mirino le condizioni inumane all’interno del Centro a fronte di costi di gestione annuali superiori ai 2 milioni di euro.
A marzo del 2016 la storia dell’ex Cartiera sembra doversi interrompere bruscamente dopo l’annuncio di uno sgombero imminente che avrebbe lasciato in strada 348 persone – di cui 180 minori – senza un adeguato preavviso né la concessione di un’alternativa abitativa adeguata. Di fronte al pericolo di una tale violazione, Associazione 21 luglio insieme ad altre organizzazioni si è appellata alla Corte Europea di Strasburgo, che attraverso l’adozione di una misura di urgenza, ha ordinato al Governo Italiano di non procedere con lo sgombero forzato del nucleo familiare che aveva presentato ricorso.
In seguito a questi fatti – da maggio ad oggi – l’Amministrazione Comunale ha avviato un dialogo con le famiglie residenti nella struttura e si è assistito ad un graduale trasferimento degli ospiti in strutture giudicate dagli stessi idonee.
Tale dialogo con le famiglie non è stato però portato a compimento ed oggi al momento della chiusura dei cancelli, 38 persone tra cui 10 minori sono dovute uscire dalla struttura in assenza di un’alternativa idonea. L’unica soluzione proposta dai rappresentanti del Comune di Roma comporterebbe infatti la separazione del nucleo famigliare con l’accoglienza all’interno di un dormitorio pubblico.
Associazione 21 luglio da una parte esprime soddisfazione perché il lungo lavoro di pressione per la chiusura della struttura è stato portato oggi a compimento attraverso la chiusura della stessa, dall’altra denuncia una consultazione con le persone residenti non sempre adeguata e che non ha tenuto conto delle fragilità di cui ogni singolo nucleo è portatore. Per tale ragione viene raccomandata alle autorità locali una ripresa delle consultazioni con i nuclei esclusi dalla ricollocazione al fine, soprattutto nei casi di maggiori fragilità, di individuare a breve una collocazione idonea.
«Chiudere una struttura di accoglienza per ricollocare le persone accolte in baraccopoli istituzionali o in altre strutture emergenziali- secondo Carlo Stasolla presidente di Associazione 21 luglio – non può certo rappresentare la prassi per il superamento delle strutture riservate ai rom, perché non coerente con quanto previsto dalla Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom. Ci si augura pertanto che, in forza di tale esperienza possano presto avviarsi progetti di chiusura per le sette baraccopoli istituzionali per soli rom ancora presenti nella Capitale, così come il centro di raccolta di via Amarilli, attraverso processi di ascolto e condivisione e percorsi inclusivi sostenibili, rispettosi dei diritti umani e dell’infanzia».

Per maggiori informazioni:

Elena Risi
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611

Elba, Associazione 21 luglio scrive una lettera all'UNAR per l'espulsione di 33 rom

Tutto è iniziato per la presenza indesiderata di 33 rom sull’Isola d’Elba. Il 14 luglio scorso, il Comune di Portoferraio ha emesso un’Ordinanza di sgombero motivata dalla presenza di «un accampamento non autorizzato di nomadi..» così come di «accampamenti in altre zone del territorio». L’iniziativa è piaciuta ai sindaci dell’isola e tra il 14 e il 15 luglio, gli altri sette comuni dell’Elba hanno adottato un’Ordinanza fotocopia per vietare ogni tipo di campeggio, spiegando questa azione urgente con – così si legge nel documento – «motivi di igiene e sanità pubblica». In seguito a questi provvedimenti le famiglie rom che si trovavano sull’isola, sgomberate dopo l’emissione della prima ordinanza e vista l’estensione del divieto a tutta l’isola, sono state accompagnate dai Carabinieri su una nave messa a disposizione dalla compagnia Moby e lasciate, sempre in strada, a Piombino.
Di fronte a questi fatti, Associazione 21 luglio Onlus ha segnalato l’accaduto all’UNAR e si è rivolta al Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, denunciando l’accaduto come comportamento rientrante nel novero della discriminazione indiretta verso gli appartenenti alla comunità rom e chiedendo di adottare le azioni ritenute opportune. «L’adozione in tutti i comuni dell’Isola d’Elba di ordinanze di tal fatta, di cui a partire da quella del Comune di Portoferraio», ha scritto Associazione 21 luglio nella lettera inviata all’UNAR, «si ritiene esser presente una motivazione etnica di fondo». A partire da questo provvedimento è scaturito, di fatto, una limitazione alla circolazione delle famiglie rom interessate che dietro accompagnamento coatto sono state costrette a lasciare l’Isola.
Foto di Il Fatto Quotidiano

Il Comune di Barletta approva Delibera per un nuovo "campo" rom

È del 10 giugno 2016 la Delibera con la quale il Comune di Barletta ha approvato «l’allestimento di un’area di sosta emergenziale per la comunità Rom».
La decisione dell’Amministrazione Comunale ha richiamato l’attenzione di un gruppo composto da Associazione 21 luglio Onlus, Consorzio Nova, Associazione Alteramente, Associazione AMIS-Onlus, Associazione Meticcia, Associazione Popoli e Culture e dal ricercatore Antonio Ciniero che hanno scritto una lettera al Comune per chiedere chiarimenti sulla questione e accertare che siano state prese in considerazione soluzioni abitative alternative che garantiscano concrete possibilità di inclusione sociale.
Come riportato dalla relazione tecnico-illustrativa del settore Ambiente del Comune di Barletta, il progetto coinvolgerà 6 abitanti e avrà un costo di 100 mila euro, pari ad una spesa pro-capite di 16 mila euro per il solo allestimento di un «centro servizi per l’accoglienza e di area sosta emergenziale per etnie nomadi».
Secondo i firmatari sono diversi gli elementi che destano perplessità a iniziare dal fatto che la delibera contrasterebbe in pieno con l’obiettivo di superare definitivamente le logiche emergenziali e la soluzione abitativa del “campo” per soli rom previsto dalla Strategia Nazionale per l’integrazione dei Rom Sinti e Caminanti adottata dall’Italia ormai già da quattro anni.
Come più volte ribadito dalla letteratura scientifica in materia, i “campi” per soli rom non solo non offrono alcuna risorsa per chi ci vive, ma spesso escludono chi li abita da qualsiasi possibilità di interagire positivamente con il resto del tessuto sociale proprio a causa della loro dimensione stigmatizzante e marginalizzante. Per lungo tempo le istituzioni pubbliche italiane hanno ritenuto, erroneamente, che i “campi” fossero la forma abitativa più consona per gruppi di popolazione che si credevano esclusivamente nomadi, una convinzione ormai superata, che tuttavia sembra condizionare ancora l’approccio del Comune di Barletta nei confronti delle famiglie rom che, sebbene in condizioni di estrema precarietà, vivono sul territorio da oltre vent’anni.
La scelta – tutta italiana – di continuare a investire ingenti somme di denaro pubblico in quelli che sono dei veri e propri ghetti, che inevitabilmente non potranno che produrre dinamiche di esclusione, è stata più volte stigmatizzata a livello internazionale. Solo per citare gli ultimi richiami: nell’ottobre del 2015 dalle Nazioni Unite, all’interno delle Osservazioni Conclusive del Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, e lo scorso giugno dall’European Commission against Racism and Intolerance (ECRI), all’interno del loro report annuale riguardante l’Italia.
Per tale ragione, concludono i firmatari viene chiesto alle autorità locali «di avviare un dialogo che possa affrontare il tema in oggetto nella maniera più serena e costruttiva».
Qui la lettera inviata al Comune di Barletta.
Foto di BarlettaViva

Amarò Foro

Dai diari Amarò Foro: la "casa del ballo"

Nell’attesa di riprendere – dopo la pausa estiva – i laboratori di musica e break dance con i bimbi del progetto “Amarò Foro“, ecco un nuovo diario che racconta le avventure di bambini e operatori trascorse durante questa prima metà dell’anno appena conclusa.
Era una baracca composta da una manciata di mattoni di cemento e uno strato di lamiera come tetto che copriva un’area di appena quattro metri quadrati. Per entrare, io e Francesco dovemmo abbassare la testa, mentre P. e M. ci accoglievano festanti nella loro “casa del ballo“. Il pavimento era inesistente: lasciavamo le impronte dei piedi su uno strato irregolare di terriccio e ghiaia. “Voi ballate qui?”, domandammo sospettosi ai due ragazzini. “Sì”, rispose P., “Questa casa l’abbiamo costruita noi!”.
Il laboratorio di break dance era iniziato da poche settimane e con l’equipe educativa ci domandavamo se e quale impatto avesse avuto questa attività nella vita di bambini e bambine. P. aveva carattere da vendere ma era discontinuo, M. volenteroso ma fragile. Entrambi, dopo il momento di entusiasmo, vagavano in una zona di indecifrabilità emotiva che rendeva il lavoro di arteducazione molto complesso.
Ma a nostra insaputa, in quello spazio angusto e decentrato, P. e M. avevano iniziato a costruire il proprio mondo. Non importa se riuscissero a ballare agevolmente o che là dentro non ci fosse la musica adatta. Per loro quel mucchio di macerie iniziava ad essere un ambiente di convivialità e creatività, e quel giorno ci avevano invitato a farne parte. E i loro occhi mostravano fierezza. Quella fierezza solare, curiosa, che ti rende orgoglioso di plasmare e condividere il tuo mondo e scoprirne di nuovi.
Tornando a casa pensai che quello che avevo visto era hip-hop. Non erano i quattro passi di break dance che avevo insegnato loro, né l’attitudine cool che assumevano all’interno del cerchio. L’hip-hop era capire che il cerchio rappresentava una metafora della loro casa, che l’attitudine positiva non serviva solo nel ballo ma nella vita di tutti i giorni.
Con Francesco quel giorno abbiamo capito che la danza di strada poteva produrre un reale cambiamento nelle condizioni di vita dei bambini e delle bambine rom e sinti. Partendo dalla costruzione di una piccola baracca all’interno del proprio insediamento, fino a vivere ed esplorare l’intera città come luogo di incontro ed espressione. Trasformando le strade in spazio d’espressione e forse, un giorno, portando un po’ di quella cultura di strada nei palcoscenici.
Giuseppe Gatti
Arteducatore
Associazione 21 luglio

Lettera aperta di Associazione 21 luglio alla sindaca di Roma

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta del presidente Carlo Stasolla alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, pubblicata questa mattina sul quotidiano Avvenire.

Rom: per iniziare un nuovo corso suggeriamo di ripartire da una parola
Gentile sindaca,
come presidente di un’organizzazione che si occupa della tutela e della promozione dei diritti delle comunità rom e sinte in Italia Le formulo i migliori auguri di buon lavoro. Un lavoro che non sarà facile, ma sicuramente affascinante per le sfide che Lei sarà chiamata ad affrontare e per le tante domande che oggi, nella città di Roma, attendono risposte.
Era il maggio 2014 quando, presso la Sala del Campidoglio, fotografammo, con il rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, il “sistema campi” che nella città di Roma, da almeno due decenni, da una parte condanna le comunità rom in emergenza abitativa a vivere concentrate in ghetti etnici dove i diritti sono violati, dall’altra prevede l’erogazione di un flusso incontrollato di denaro pubblico che non raggiunge alcun risultato in termini di inclusione sociale. Fummo i primi a denunciare, nel solo 2013, la spesa di 22 milioni e mezzo di euro per mantenere il “sistema campi” attraverso affidamenti diretti a beneficio di vari enti, organizzazioni o uffici dipartimentali.
Oggi, a distanza di due anni, lo scenario è totalmente cambiato, in seguito al terremoto giudiziario che sta travolgendo più di cinquanta tra dirigenti e funzionari pubblici, cooperative ed associazioni, sedicenti “rappresentanti rom” e vigili urbani. Dalle inchieste degli inquirenti il quadro che attualmente emerge è desolante: i rappresentanti di 16 dei 31 enti che nel 2013 ruotavano attorno al “sistema campi” oggi sono agli arresti o sotto indagine e il 70% delle risorse destinate agli insediamenti per soli rom è stato per anni gestito da loro. La verità di Buzzi: «Gli zingari rendono più della droga!» sembrerebbe la stessa delle decine di persone che, utilizzando denaro pubblico hanno sino ad oggi lucrato sulla pelle dei più deboli permettendo che migliaia di persone continuassero a vivere nel degrado, nella povertà, nell’emarginazione, indistintamente additati come asociali o criminali.
L’inganno è stato svelato e ora che è stata fatta tabula rasa è il momento propizio per iniziare un nuovo corso che ci auguriamo Lei sappia incoraggiare, sostenere, portare a compimento. Una strada verso il superamento delle baraccopoli romane attraverso processi inclusivi, così come indicato dalle linee guida contenute nell’agenda “Oltre le baraccopoli” che Le abbiamo presentato nel corso della campagna elettorale.
Ma ancor prima di avviare un intervento in tal senso, riteniamo sia di fondamentale importanza da parte Sua pronunciare una parola che aiuterebbe veramente a voltare pagina, una parola che sinora nessun amministratore ha avuto il coraggio di dichiarare pubblicamente: la parola “Scusa”. È fondamentale che la nuova Amministrazione da Lei presieduta, possa e sappia riaprire il nuovo corso iniziando a chiedere “Scusa” per quanto compiuto dagli amministratori che l’hanno preceduta e per il “sistema campi” che con le loro scelte hanno fatto nascere e consolidato: scusarsi con quelle famiglie rom, discriminate e indigenti, che per anni sono state le “galline dalle uova d’oro” utili per generare profitti illeciti; con quei cittadini e i Comitati di Quartiere che hanno subìto la presenza di insediamenti abbandonati a se stessi, ormai vere e proprie baraccopoli; con quei dipendenti del Comune di Roma e quei lavoratori del sociale che hanno sempre lavorato onestamente, con passione e professionalità sulla “questione rom” e che rischiano di vedere il loro lavoro gravemente compromesso dall’attività di colleghi senza scrupoli.
Chiedere “Scusa” significa per un amministratore esprimere con fermezza la volontà che gli errori commessi nel passato non si ripetano, attraverso un nuovo rapporto di fiducia, fondato sull’onestà, la trasparenza e il rispetto dei diritti di tutti, che si potrà creare tra abitanti delle baraccopoli, cittadini delle periferie e istituzioni.
Scusarsi è l’atteggiamento proprio degli umili e dei forti. E noi riteniamo che solo chi saprà essere umile e forte nell’amministrare questa bellissima città, potrà dare una risposta soddisfacente anche alle baraccopoli presenti nella città di Roma e a quanti le abitano, che potranno forse tornare a sognare in una città che li tratti diversamente, senza discriminazione.
Auguri di buon lavoro, da parte mia e di tutta Associazione 21 luglio!
Carlo Stasolla
Presidente Associazione 21 luglio ONLUS
 
Foto di: Dire.it

Acquisito l'ex-Fienile di Tor Bella Monaca

La riqualificazione dell’ex-fienile di Tor Bella Monaca da oggi è realtà. La struttura di Largo Mengaroni è stata finalmente restituita alla cittadinanza e presto diventerà un polo interculturale di scambio e inclusione, a disposizione degli abitanti del quartiere.
Il progetto di rivalutazione è stato affidato, grazie a un bando del Comune di Roma, ad una ATS (Associazione Temporanea di Scopo) composta da Associazione 21 luglio Onlus, Associazione Culturale Psicoanalisi Contro-Compagnia Teatrale Sandro Gindro, Dipartimento di Studi Storici, Filosofico-sociali dei beni culturali e del territorio dell’Università di Tor Vergata, Associazione Culturale El “CHE”ntro.
Tra gli obiettivi del progetto, il coinvolgimento dei residenti in un processo di riappropriazione del senso di cittadinanza, l’accompagnamento dei minori – italiani, stranieri e rom – ad una crescita sana e ricca di stimoli, sviluppare negli adulti la consapevolezza dell’importanza della tutela del territorio e incrementare la coesione sociale all’interno del quartiere.
Per raggiungere queste finalità, le organizzazioni che gestiranno la struttura organizzeranno una serie di corsi, oltre che eventi e appuntamenti culturali. Insieme ci si propone che la struttura riesca a diventare un punto di riferimento per gli abitanti della zona, un incubatore di idee e azioni che si riflettano nella vita quotidiana per rigenerare l’intero quartiere, sollevandolo gradualmente dalle condizioni di disagio e emarginazione.
L’offerta culturale e formativa proposta sarà vasta e diversificata. Per quanto riguarda le attività programmate da Associazione 21 luglio Onlus, sono previsti seminari e workshop per progettare interventi volti al superamento della ghettizzazione abitativa, corsi per attivisti rom, uno sportello legale rivolto a rom e stranieri per il supporto alla regolarizzazione dello status giuridico e, infine, laboratori per bambini che verranno realizzati con la collaborazione della Cooperativa ABCittà.
Dal prossimo autunno la struttura sarà operativa e noi saremo pronti per cominciare questa nuova avventura.

Per un'informazione senza pregiudizi: Associazione 21 luglio risponde a "Il Giornale"

Pubblichiamo di seguito la lettera inviata alla redazione de “Il Giornale” in risposta all’articolo “Priorità: espellere certi Rom dall’Italia alla faccia del politicamente corretto”, uscito l’8 giugno scorso sul blog “Avanti senza paura” di Andrea Pasini.
Perché per un’informazione corretta, è indispensabile combattere luoghi comuni e pregiudizi.
 
Gentile Andrea Pasini,
Associazione 21 luglio Onlus è un’organizzazione nazionale, composta da rom e non rom, che si occupa della promozione e della tutela dei diritti dei rom e dei sinti in Italia.
Le scriviamo in merito ad un post uscito sul suo blog per “Il Giornale” in data 8/6/2016 dal titolo “Priorità: espellere certi Rom dall’Italia alla faccia del politicamente corretto” (questo il link) che, al di là delle sue opinioni, presenta inesattezze e si basa su dati errati che ci teniamo a segnalarle.
Quando nel post afferma che il nostro Paese è uno Stato in cui «i rom rappresentano numericamente un’emergenza sociale non minore che in Francia», se di emergenza sociale vuole parlare, i conti non tornano. Secondo le rilevazioni del Pew Research Center con riferimento al 2014, i rom residenti in Francia sono stimati nel numero di 500.000 unità, mentre in Italia – come lei ha scritto – la stima non supera le 180.000 unità. Tra questi, almeno la metà hanno cittadinanza italiana e solo 35.000-40.000 vivono nei cosiddetti “campi rom”. Tale numero rappresenta lo 0,06% della popolazione italiana, una realtà numericamente insignificante che si fa fatica a considerare come “Emergenza”.
Farlo è fuorviante e strumentale. Prima di lei ci aveva provato il 21 maggio 2008 l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi quando aveva dichiarato la cosiddetta “Emergenza Nomadi” nelle Regioni di Lazio, Campania, e Lombardia e poi, successivamente per le Regioni di Piemonte e Veneto. L’”Emergenza Nomadi” è stata dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato una prima volta il 16 novembre 2011 con sentenza n. 6050, poi in data 2 maggio 2013 rigettando il ricorso presentato dal Governo italiano il 15 febbraio 2012 e chiudendo così ogni possibilità di ulteriori appelli.
Nel suo post si sofferma a lungo su una presunta impossibilità delle comunità rom verso una inclusione supportando la tesi con quello che lei chiama il «rifiuto del concetto stesso di vita stanziale» da parte dei rom. Affermando ciò lei non fa altro che rafforzare uno stereotipo evidentemente ancora persistente nell’immaginario collettivo ma molto lontano dalla realtà. Secondo i dati raccolti dal “Monitoraggio della società civile sull’attuazione della Strategia Nazionale d’inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti in Italia nel 2012 e 2013”, il nomadismo di queste popolazioni è stimato intorno al 3%, una cifra quindi irrisoria sul totale, ed è legato solo a sporadiche attività lavorative stagionali.
Veniamo ad uno degli ultimi concetti che esprime nel suo testo: «l’abitudine ammessa da loro stessi a vivere alle nostre spalle e confortata da ripetuti episodi di cronaca di vivere a spese nostre […] perché vengono assisti dal nostro Stato con erogazioni a pioggia».
Su tale affermazione riteniamo sia necessario fare un po’ di ordine e le ultime vicende accadute a Roma possono senz’altro aiutarci. Ci riferiamo all’inchiesta della magistratura denominata “Mafia Capitale” (famose ormai le intercettazioni di Salvatore Buzzi che svelano come “migranti e campi rom rendono più della droga”) e l’inchiesta più recente legata allo scambio di tangenti proprio nell’Ufficio Rom del Comune di Roma che ha coinvolto colletti bianchi, politici e cooperative. Un business milionario già denunciato dalla nostra organizzazione nel 2014 con la pubblicazione del report “Campi Nomadi S.P.A.”.
Le diverse inchieste hanno dimostrato l’infondatezza delle sue affermazioni perché le «erogazioni a pioggia» non sono servite per azioni di assistenza o di inclusione ma per andare ad ingrossare le tasche dei tanti attori istituzionali che ruotavano – e tutt’ora ruotano – attorno alla gestione dei “campi” senza investire in quello che, teoricamente, doveva essere lo scopo di quei fondi ossia l’emancipazione dalle condizioni di disagio e povertà in cui, come lei stesso scrive, molti rom vivono.
L’Italia si è tristemente guadagnata l’appellativo de “il paese dei campi”, l’unico in Europa a finanziare con soldi pubblici soluzioni abitative segreganti e non adeguate agli standard internazionali in materia di diritto all’alloggio. E questo non certo per scelta dei rom che vivono nel nostro Paese.
Cordialmente
 
Foto di: Le Monde

Associazione 21 luglio ETS - Largo Ferruccio Mengaroni, 29, 00133, Roma - Email: info@21luglio.org - C.F. 97598580583 - Privacy Policy - Cookie Policy