Associazione 21 luglio diffida Marchini: discorsi stereotipati favoriscono la discriminazione

Associazione 21 luglio ha inviato una lettera di diffida al candidato sindaco di Roma Alfio Marchini, in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate lo scorso 26 febbraio durante un’intervista al quotidiano la Repubblica relativamente alla cosiddetta “questione rom”.
«Io dico che sono delle persone per la grandissima parte che proprio per la loro identità hanno una difficoltà di integrazione» – ha asserito Alfio Marchini – «Non vogliono farlo. Quando io sento cose sublimi tipo “facciamoli integrare”, quelle persone sono persone che volente oppure nolente hanno una loro identità forte e quindi non chiedono l’integrazione, sono orgogliose del loro status».
L’Osservatorio 21 luglio, che ha il compito di monitorare i principali canali di informazione per segnalare eventuali dichiarazioni incitanti all’odio e alla discriminazione, ha evidenziato come affermazioni di questo tipo incoraggino e favoriscano la diffusione di pregiudizi razziali legati ad una visione stereotipata e negativa tout court delle comunità rom e sinte.
Nella lettera si ricorda la responsabilità dei rappresentanti della politica, specie in campagna elettorale quando si raggiunge un pubblico ancora più ampio, a evitare ogni forma di discriminazione razziale e a contrastare la diffusione di pregiudizi basati su caratteristiche etniche oltre che di idee che potrebbero incitare all’odio o a sentimenti di intolleranza e xenofobia. Questi principi sono sanciti dall’Articolo 1 della Dichiarazione sulla razza e sui pregiudizi razziali, adottata il 27 novembre 1978, che afferma proprio come la diversità sia un diritto dell’individuo e dei gruppi e non possa in alcun modo costituire un pretesto per pregiudizi razziali o discriminazione.
La libertà di manifestare il proprio pensiero, protetta dall’articolo 21 della Costituzione, trova un limite dove iniziano i diritti inviolabili dell’uomo, come il diritto d’uguaglianza – anch’esso riconosciuto nella Costituzione – che è il presupposto indispensabile per il riconoscimento della dignità umana e la non discriminazione.
Associazione 21 luglio conclude, quindi, con l’invito a porre una maggiore attenzione nei messaggi veicolati nelle dichiarazioni pubbliche, desistendo dal continuare a rilasciare affermazioni di potenziale incitamento alla discriminazione, all’odio e all’intolleranza.
Foto di: Formiche.net 

"Ultimo Banco" a Roma politiche scolastiche inefficienti per i minori rom

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Dal 2002 al 2015 il Comune di Roma ha investito nel “Progetto Scolarizzazione Rom di Roma Capitale” circa 27 milioni di euro, coinvolgendo un numero compreso tra i 500 e i 2000 minori rom residenti negli insediamenti formali della Capitale. Nonostante il forte investimento di risorse e l’estesa durata del “Progetto”, in questi anni non sono mai stati prodotti dati ufficiali relativi alla valutazione dei risultati e alla qualità degli interventi.
Considerata tale carenza, Associazione 21 luglio ha condotto un’accurata analisi del “Progetto Scolarizzazione Rom” con uno specifico focus sul periodo 2009-2015, e ha elaborato i risultati nel report “Ultimo Banco. Analisi dei progetti di scolarizzazione rivolti ai minori rom a Roma”. La ricerca è stata presentata mercoledì 27 aprile 2016 presso la Sala Parlamentino della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sede dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali alla presenza del direttore dell’UNAR Francesco Spano e dell’ex assessore alle politiche scolastiche di Roma Capitale Marco Rossi Doria.
Il quadro che emerge dal rapporto è allarmante. Secondo i dati relativi al periodo analizzato, nella città di Roma 9 minori rom su 10 non hanno frequentato la scuola con regolarità, un minore rom su 2 è in ritardo scolastico e frequenta quindi una classe non conforme alla sua età anagrafica, infine, sulla media dei 1.800 bambini rom iscritti a scuola solo 198 hanno frequentato almeno i tre quarti dell’orario scolastico. Nell’ultimo anno scolastico monitorato, quello del 2014-2015, nella baraccopoli istituzionale di Castel Romano, la frequenza regolare ha raggiunto il suo valore più basso attestandosi al 3,1%.
Da questi elementi emerge come le politiche di scolarizzazione rivolte ai minori rom residenti nella Capitale siano state negli anni del tutto insufficienti. Le responsabilità di tale insuccesso sono imputabili a diversi soggetti e fattori: all’impianto politico e istituzionale, alle competenze e risorse di cui hanno potuto disporre gli enti affidatari del “Progetto”, alla risposta dei minori rom e al loro contesto socio-economico, alle politiche abitative e di sgombero.
Dal rapporto emerge come anche il corpo docente non sembra mostrarsi adeguatamente preparato nel fornire risposte concrete alla questione. Ai minori rom vengono spesso assegnati programmi didattici semplificati rispetto a quelli del resto della classe, aumentando di fatto il loro ritardo scolastico che è destinato ad accumularsi nel corso degli anni. Già all’interno della Strategia Nazionale di Inclusione delle comunità Rom, Sinti e Camminanti – documento ufficiale pubblicato nel 2012 – veniva evidenziato come in Italia la percentuale di minori rom con un handicap certificato toccava percentuali allarmanti (30-40%). Il dato indicherebbe un uso improprio del sostegno scolastico, assegnato in modo indiscriminato per fronteggiare i ritardi scolastici interpretati come cognitivi.
Nel report presentato da Associazione 21 luglio viene sottolineato come – alla base di tutto – la segregazione abitativa all’interno delle baraccopoli, isituzionali e non, incida in maniera determinante sulle possibilità di successo delle politiche di scolarizzazione adottate. Un bambino nato e cresciuto in un contesto di emergenza abitativa inizia il proprio percorso scolastico in una condizione di oggettiva penalizzazione. Non dispone di servizi igienici adeguati e di spazi di studio per i compiti; quasi sempre i suoi genitori sono privi di strumenti e capacità per sostenerlo nello svolgimento dello studio; il trasporto scolastico – effettuato con mezzi riservati esclusivamente a minori rom – è riconosciuto istituzionalmente insufficiente tanto che l’alunno della baraccopoli è giustificato ad entrare anche un’ora dopo dall’inizio delle lezioni e ad uscire anticipatamente rispetto al normale orario scolastico.
«Gli impietosi numeri della ricerca rivelano il fallimento di una politica abitativa segregazionista, condotta su base etnica, dispendiosa e lesiva dei diritti fondamentali, quale quella adottata dalle diverse amministrazioni che si sono succedute nella Capitale» – ribadisce Associazione 21 luglio – «È dal superamento delle baraccopoli romane che il nuovo sindaco che uscirà dalle urne dovrà ripartire per salvaguardare un’infanzia il cui futuro appare già gravemente compromesso».
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Associazione 21 luglio ha un nuovo Consiglio Direttivo

L’Assemblea dei soci di Associazione 21 luglio ha eletto il nuovo Consiglio Direttivo, che sarà in carica per i prossimi tre anni e che risulta così composto:
Presidente: Carlo Stasolla, presidente uscente e co-fondatore di Associazione 21 luglio
Vice presidente: Michele Costa, avvocato cassazionista e  co-fondatore di Associazione 21 luglio
Membro del Consiglio direttivo: Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia, Sciences Po, Université Sorbonne Paris-Cité, Centre d’études européennes (CEE)
Membro del Consiglio direttivo: Paola Cutaia, in passato ha ricoperto incarichi come direttore nazione di Amnesty International, direttore di AGESCI e diversi incarichi dirigenziali in ambito governativo
L’Assemblea ha altresì confermato Aurora Sordini come Segretario generale di Associazione 21 luglio.
Un sentito ringraziamento per il lavoro svolto e l’impegno profuso va ai membri del passato Consiglio Direttivo, in particolare a Marco Brazzoduro, Stefano Batori e Riccardo Noury.

Lab Rom, laboratori di confronto e discussione sul tema rom e sinti in Italia

Vi sentite attivisti e volete dare il vostro contributo per tutelare e promuovere i diritti umani dei rom e sinti in Italia? Lavorate in organizzazioni e associazioni che si occupano della tematica oppure siete ricercatori, professionisti o operatori pastorali e desiderate condividere idee ed esperienze sulla cosiddetta “questione rom”, da nord a sud del nostro Paese?
Con LabRom, uno spazio informale e aperto di relazione in cui conoscersi, incontrarsi e confrontarsi, siete invitati a partecipare a tre laboratori di due giornate ciascuna che si terranno nel mese di maggio a Torino (13-14 maggio), Roma (23-24 maggio) e Reggio Calabria (30-31 maggio).
In LabRom ogni partecipante, rom e non rom, in una modalità seminariale è chiamato a condividere la propria esperienza e il bagaglio di idee di cui è portatore.
Le giornate saranno divise in due momenti: uno spazio di condivisione, al mattino, introdotto da una relazione iniziale ed uno spazio di discussione, nel pomeriggio.
I lavori si svolgeranno in plenaria e in gruppi coordinati da facilitatori. Le giornate inizieranno alle 9.30 e termineranno alle ore 18.30.
Per informazioni e per prenotarsi a uno o più appuntamenti scrivere a labrom@21luglio.org
E’ consentita anche la partecipazione a una sola giornata delle due previste in ogni città.
La partecipazione alle due giornate è libera e gratuita; eventuali spese di viaggio e alloggio sono a carico dei partecipanti.
LabRom è una iniziativa promossa da Associazione 21 luglio Onlus, Fondazione Migrantes, Reyn (Romanì Early Years Network), Legacoopsociali nazionale, Cooperativa Animazione Valdocco, Naga, Popica Onlus, MO.C.I. (Movimento Cooperazione Internazionale), Un Mondo di Mondi.

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TORINO, 13-14 MAGGIO 2016
Ufficio Pastorale Migranti, via S.G.B. Cottolengo 22
Venerdì 13
LA CONDIZIONE DEI ROM E DEI SINTI IN EMERGENZA ABITATIVA NEL NORD  ITALIA
Introduce i lavori Paola Meiardi, architetto specializzata in Pianificazione nei Paesi in via di sviluppo, Milano
“La città di oggi tra marginalità e integrazione: il diritto e i diritti dell’abitare”
In serata è prevista la proiezione del docu-film Gitanistan di Claudio “Cavallo” Giagnotti e Pierluigi De Donno
Sabato 14
IL BAMBINO ROM: CRITICITA’, RISORSE E PROSPETTIVE. COSTRUIRE UNA RETE PER LA PRIMA INFANZIA
Introduce i lavori Daniela Piazzalunga, economista, Università di Torino
“Chi ben comincia è a metà dell’opera: l’importanza di investire nella prima infanzia”


 
ROMA, 23-24 MAGGIO 2016
Fondazione Migrantes, via Aurelia 796
Lunedì 23
LA CONDIZIONE DEI ROM E DEI SINTI IN EMERGENZA ABITATIVA NEL CENTRO ITALIA
Introduce i lavori Carlo Cellamare, professore associato di Urbanistica, Università La Sapienza di Roma
“Abitare pienamente la città. Protagonisti della polis a partire dalle sue periferie”
Martedì 24
IL BAMBINO ROM: CRITICITA’, RISORSE E PROSPETTIVE. COSTRUIRE UNA RETE PER LA PRIMA INFANZIA
Introduce i lavori Susanna Mantovani, Professore ordinario di Pedagogia generale e sociale, Università degli studi di Milano-Bicocca
“I primi anni di vita come finestra di opportunità”


 
REGGIO CALABRIA, 30-31 MAGGIO 2016
Seminario Arcivescovile Pio XI, via Pio XI 236
Lunedì 30
LA CONDIZIONE DEI ROM E DEI SINTI IN EMERGENZA ABITATIVA NEL SUD ITALIA
Introduce i lavori Alessandro Petronio, docente invitato di Psicologia di Comunità, Istituto Universitario IPU, Viterbo
“Dal diritto alla governance comunitaria del bene collettivo “abitare””
In serata è prevista la proiezione del docu-film Gitanistan di Claudio “Cavallo” Giagnotti e Pierluigi De Donno
Martedì 31
IL BAMBINO ROM: CRITICITA’, RISORSE E PROSPETTIVE. COSTRUIRE UNA RETE PER LA PRIMA INFANZIA
Introduce i lavori Severina Tuoto, psicologa dell’età evolutiva
“Lo sviluppo psicologico del bambino da 0 a 6 anni”


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Peccato Capitale: consegnate le firme in Campidoglio

Associazione 21 luglio ha consegnato al commissario Tronca le firme raccolte nell’ambito della Campagna internazionale “Peccato Capitale”. Grazie all’impegno di cittadini, attivisti e sostenitori sono state presentate oltre 1800 adesioni per chiedere una moratoria sugli sgomberi forzati di uomini, donne e bambini rom residenti nella Capitale. In attesa che la prossima Giunta capitolina avvii un Tavolo di concertazione per esplorare alternative possibili in linea con il rispetto dei diritti umani, Associazione 21 luglio continuerà il lavoro di monitoraggio del flusso delle azioni di sgombero per evitare ulteriori violazioni da parte dell’attuale Amministrazione.
Nei mesi successivi al lancio della Campagna, Associazione 21 luglio ha constatato un netto calo degli sgomberi forzati nella Capitale, in concomitanza anche con l’arrivo dell’inverno: sono state 10 le operazioni registrate da novembre 2015 a marzo 2016 e hanno coinvolto 471 persone.
La Campagna era stata lanciata il 5 ottobre 2015, in seguito al lavoro di monitoraggio svolto tra gennaio e ottobre 2015 da cui è emerso che dal giorno dell’annuncio del Giubileo della Misericordia, il 13 marzo 2015, il Comune di Roma aveva triplicato il numero di sgomberi forzati effettuati, passando da una media di 3 al mese ad una di 10. Queste operazioni non rispettano le garanzie procedurali previste dagli organismi internazionali e rappresentano una pesante violazione dei diritti umani di uomini, donne e soprattutto bambini.
«Sebbene le condizioni igienico-sanitarie degli insediamenti informali siano oggettivamente inadeguate», si legge nella lettera formale allegata all’elenco delle firme, «gli sgomberi forzati non rappresentano certamente una soluzione efficace per affrontare la questione. Queste operazioni» – continua – «non fanno che rendere ancora più vulnerabili le famiglie, in molti casi le privano di un tetto, seppur precario, sopra la testa e hanno conseguenze devastanti sulla vita dei bambini, costretti peraltro a interrompere la frequenza scolastica».
La consegna delle firme al Commissario, tuttavia, non conclude la Campagna, attraverso la quale, anche nei mesi a venire, si continuerà il lavoro di monitoraggio per evitare ulteriori violazioni dei diritti umani nella Capitale anche da parte della Giunta che salirà al Campidoglio dopo le elezioni.


Foto di: Lorenzo Moscia/Popica Onlus

European Court issues emergency measure to stop Italy from evicting Roma family

A disabled Romani woman and her daughter stopped their eviction by getting the European Court of Human Rights to issue an emergency measure moments before closing for the holiday weekend. The women, who have lived with other family members for years in a “temporary” segregated, Roma-only shelter run by the City of Rome, were threatened with eviction last week. Now in a decision made within 24 hours, the European Court of Human Rights told the Italian Government not to evict the family.
The shelter is one of two notoriously segregated places where Roma are housed separately from non-Roma in Italy. Last year the Italian courts condemned the City of Rome for operating a segregated camp for Roma far from access to the city. The City of Rome is currently looking to close a large number of shelters (for Roma and non-Roma alike), but in general non-Roma are offered some form of economic support to ease them into the private rental market. The women facing eviction in this case told the European Court of Human Rights that it was discriminatory to turf them out while offering them no help.
The European Court of Human Rights can indicate “interim measures” on an emergency basis in order to stop an “imminent risk of irreparable damage”. The Court usually only indicates such measures to stop people being expelled from Europe to countries where they face ill-treatment. The Court is increasingly being asked to grant interim measures to stop evictions, but will only do so in particular circumstances. For example the Court refused to grant such a measure to stop refugees being evicted from their camp in Calais.
Victims of rights violations can only go to the European Court when they have no effective means of recourse before national courts. The women successfully argued that the Italian courts did not provide any effective means for them to challenge the eviction. This time last year the Court issued a similar measure to stop an eviction of Roma in Turin.
The applicants are being supported in this case by the NGOs European Roma Rights Centre, Associazione 21 luglio, OsservAzione, and lawyers Salvatore Fachile and Loredana Leo from Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione.

La Corte Europea ferma l'Italia

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, attraverso l’adozione di una misura di emergenza, ha ordinato al Governo italiano di non procedere allo sgombero di una donna rom disabile e di sua figlia dalla ex cartiera di via Salaria, a Roma, come disposto nelle scorse settimane dall’Amministrazione capitolina.
La decisione della Corte è giunta in seguito al ricorso sollevato dal nucleo familiare, supportato, nella circostanza, dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC), Associazione 21 luglio, OsservAzione e dagli avvocati Salvatore Fachile e Loredana Leo dell’ASGI.
Le due donne, insieme ad altri familiari, hanno vissuto per anni nel “centro di raccolta” per soli rom di via Salaria, una struttura – inaugurata e gestita dal Comune di Roma – in cui vivono attualmente 325 persone, esclusivamente rom, segregate su base etnica e i cui diritti umani sono costantemente violati.
Nelle scorse settimane, attraverso la notifica di fogli di dimissioni a decine di  famiglie del centro, il Comune di Roma aveva ordinato alle persone di abbandonare la struttura entro il 28 marzo, senza però fornire loro alcuna alternativa abitativa adeguata, lasciandole di fatto per strada, aumentandone la vulnerabilità e interrompendo irrimediabilmente la frequenza scolastica dei minori.
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo può indicare “misure ad interim” in casi di emergenze, in modo da fermare un “rischio imminente di danno irreparabile”. La Corte solitamente adotta tali misure solo per evitare che persone vengano espulse dall’Europa verso Paesi nei quali rischiano maltrattamenti. La Corte, sempre più di frequente, riceve richieste di adozione di misure ad interim per fermare sgomberi, ma si limita a farlo solo in particolari circostanze.
Vittime di violazioni di diritti umani possono rivolgersi alla Corte Europea solo se non dispongono di mezzi efficaci per fare ricorso davanti ai tribunali nazionali. Le due donne rom autrici dell’azione hanno, con successo, dimostrato che i tribunali italiani non hanno fornito loro mezzi efficaci per fronteggiare il rischio dello sgombero.
Associazione 21 luglio accoglie con grande soddisfazione la decisione della Corte Europea e auspica che il Comune di Roma possa coglierne l’importanza per fermare l’espulsione anche delle altre persone che vivono nella struttura di via Salaria e che rischiano di essere rese ulteriormente vulnerabili.
Certa della necessità di superare una struttura segregante e che viola i diritti umani dei rom accolti, Associazione 21 luglio esorta l’Amministrazione capitolina a individuare soluzioni alternative adeguate per le famiglie. Sarebbe importante che il Comune valutasse la riconversione dei 4 milioni di euro – impegnati da Determina Dirigenziale del 15 marzo 2016 per l’apertura di nuove strutture segreganti e discriminatorie per soli rom – in progetti di inclusione abitativa e lavorativa che vadano ad iniziale vantaggio delle 325 persone attualmente accolte nella struttura di via Salaria.
Il Presidente di ERRC, Dorde Jovanovic, ha dichiarato: «Il fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia deciso di intervenire in modo così eccezionale dimostra quanto la situazione italiana sia fuori controllo. I rom sono relegati in alloggi segreganti, da cui poi vengono cacciati via con pochissimo preavviso e senza nessun aiuto. L’umiliazione della segregazione razziale è dunque aggravata dalla perenne minaccia di essere lasciati da un momento all’altro per strada. Tutto ciò viola gli impegni assunti dall’Italia a livello europeo a fine di garantire un trattamento egualitario dei rom».
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Per maggiori informazioni:

Danilo Giannese
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611

Oltre le baraccopoli: l'agenda per i candidati sindaco a Roma

A Roma, il fenomeno delle baraccopoli, dove per trent’anni hanno vissuto circa 100 mila baraccati italiani, non si è esaurito negli anni Ottanta con l’abbattimento delle ultime baracche. Anche oggi, circa 8 mila persone – tra cittadini italiani, comunitari ed extracomunitari – vivono nelle baraccopoli romane e, come allora, il prossimo sindaco della Capitale sarà chiamato ad affrontare con urgenza la questione individuando soluzioni abitative alternative, incentrate sul disagio sociale delle persone piuttosto che sulla loro appartenenza etnica.
Lo afferma Associazione 21 luglio che stamane, in una conferenza stampa a Palazzo Valentini, ha presentato ai candidati sindaco nella Capitale il documento “Roma: oltre le baraccopoli. Agenda politica per ripartire dalle periferie dimenticate”: un piano concreto per chiudere in cinque anni le baraccopoli romane, sottoscritto da 13 intellettuali e realizzato in collaborazione con Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia presso Sciences Po – Università La Sorbona di Parigi. Hanno partecipato all’iniziativa i candidati sindaco a Roma Virginia Raggi, Roberto Giachetti e Stefano Fassina.
Il documento si attiene alla definizione di “baraccopoli” fornita dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN-HABITAT, secondo cui questi luoghi, svantaggiati ed emarginati, sono caratterizzati da una condizione di povertà e da grandi agglomerati fatiscenti, estromessi dai principali servizi base, i cui abitanti non hanno la sicurezza del possesso e sono esposti a sgomberi, malattie e violenza.
Il fenomeno delle baraccopoli romane, ufficialmente chiuso negli anni Ottanta ma riproposto con l’arrivo delle nuove comunità rom jugoslave prima e rumene dopo – si legge nell’Agenda – è stato regolamentato nella città di Roma attraverso un approccio culturalista che ha affondato le sue radici in un abbaglio: i nuovi migranti sono diversi da quelli giunti nel dopoguerra, sono cittadini “nomadi” che non sanno e non desiderano vivere in abitazioni ordinarie.
L’alternativa alla baracca, per queste persone, non è stata più considerata la casa, come era stato fino al decennio precedente, ma il “campo nomadi”, ribattezzato successivamente “villaggio attrezzato” e “villaggio della solidarietà”.
«In campagna elettorale ai candidati sindaco viene puntualmente chiesto come pensano di affrontare il problema dei rom – ha affermato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – Ma una domanda di questo tipo ha al suo interno la trappola dell’etnicità. Quando si è messa definitivamente la parola fine sulle baraccopoli romane, il sindaco Petroselli non si è mai posto la questione dell’origine etnica delle persone ma ha pensato a garantire un alloggio dignitoso a tutti i cittadini che non sono in grado di averlo. La domanda giusta da porre ai candidati dovrebbe dunque essere: “Qual è il suo programma sulle baraccopoli (che sono abitate da persone di cittadinanza italiana, rumena, serba, peruviana, bosniaca…”?».
Eppure, il piano straordinario per l’emergenza abitativa della Regione Lazio, che ha stanziato 250 milioni di euro per 1.200 alloggi nella Capitale, ha escluso, ancora una volta, gli abitanti delle baraccopoli, limitando il sostegno abitativo ai nuclei in graduatoria per un alloggio popolare, agli abitanti dei residence e delle occupazioni.
L’Agenda sottoposta ai candidati sindaco da Associazione 21 luglio presenta un piano concreto per la prossima Amministrazione, costituito da quattro macro-azioni, per la chiusura graduale e definitiva di tutte le baraccopoli romane nel quinquennio 2016-2021, attraverso: 1) un’analisi del fenomeno e delle risorse, che preveda una mappatura delle baraccopoli e il censimento delle molteplici e diversificate soluzioni abitative da offrire alla famiglie, a seconda dei loro bisogni; 2) la regolarizzazione giuridico-amministrativa, con il coinvolgimento di Prefettura, Questura, Ambasciate e Consolati, degli abitanti delle baraccopoli e l’adozione di linee guida in materia di sgomberi; 3) l’elaborazione di un piano strategico, in cui fondamentale sarà il monitoraggio delle azioni realizzate; 4) la costruzione del consenso attraverso il dialogo con i media e con la società civile.
«È quanto mai urgente che il prossimo primo cittadino si impegni a superare la piaga delle baraccopoli romane, offrendo una risposta di carattere sociale ai reali bisogni delle periferie e mettendo fine a decenni di politiche di segregazione, esclusione e caratterizzate da ingenti sprechi di denaro pubblico e dinamiche corruttive – ha concluso Stasolla – Del resto, il prossimo sindaco, appena eletto, troverà sulla sua scrivania almeno quattro situazioni che sarà chiamato ad affrontare e sulle quali dovrà dimostrarsi preparato: la fuoriuscita di 325 persone da un centro dove vivono ex baraccati; la chiusura della baraccopoli La Barbuta disposta dal Tribunale Civile dove vivono 555 persone; il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione UE che riguarderà, in primo luogo, proprio la Capitale; e una delibera di iniziativa popolare sul superamento dei “campi” che andrà discussa in seno al Consiglio Comunale, proposta da 9 organizzazioni aderenti al Comitato Accogliamoci».
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Danilo Giannese
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611

La cittadinanza italiana non è più un miraggio: il caso di Emina

I diritti per il riconoscimento delle seconde generazioni in Italia hanno fatto un piccolo passo avanti. Il Tribunale ordinario di Roma ha riconosciuto infatti la cittadinanza italiana di Emina, rom ventenne di origini bosniache nata e cresciuta a Torino, dopo che la sua richiesta era stata rifiutata nel 2012 dal comune di residenza.
Emina ha vissuto in un campo fino all’età di otto anni, poi è stata data in affidamento e il Tribunale per i Minorenni ha nominato tutore della ragazza il Comune di Roma. Compiuti i 18 anni, Emina ha presentato subito la sua richiesta per ottenere la cittadinanza italiana ma il Comune di Torino l’ha rigettata contestando l’ottenimento tardivo, nel 2009, del permesso di soggiorno. Il diniego è stato spiegato con l’assenza della cosiddetta “residenza legale” che richiede, oltre alla residenza effettiva, un possesso continuato del permesso di soggiorno. Il Comune di Torino non aveva però tenuto in conto una nuova disposizione introdotta nel 2013 (art.33, D.L. 69/2013) secondo cui il richiedente non può essere penalizzato a causa dell’inefficienza dei genitori o della Pubblica Amministrazione che hanno avuto il minore sotto la propria tutela, qualora al momento della richiesta sia in grado di presentare una serie di altri documenti che accertino la propria residenza costante sullo stesso territorio. Nel caso di Emina, come in tanti altri, né i genitori né poi la Pubblica Amministrazione cui era stata affidata la tutela avevano precedentemente provveduto alla sua registrazione all’anagrafe.
Emina si è rivolta ad uno sportello giuridico dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) dove ha conosciuto l’avvocato Alessandro Maiorca che ha preso in carico la sua causa e, sostenuto da un finanziamento dell’ERRC (European Roma Rights Centre), ha proposto di citare in giudizio il Ministero dell’Interno chiedendo uno spostamento dell’azione legale presso il Tribunale Ordinario di Roma. Qui, la ragazza ha potuto presentare tutta la documentazione che attestava la sua effettiva permanenza sul territorio italiano nel corso dei suoi vent’anni di vita: certificati di battesimo e cresima, certificati di iscrizione scolastica, iscrizione alla ASL e, addirittura, l’attestato di frequenza del gruppo Scout di zona dal 2005 al 2011.
Ed ecco l’elemento di novità che apre, forse, uno spiraglio per le seconde generazioni. Di fronte alla documentazione presentata, infatti, a gennaio 2016 il Tribunale di Roma ha emesso una sentenza che riconosceva la cittadinanza italiana di Amina, nonostante la ragazza avesse presentato domanda prima della circolare del 2013. La sentenza infatti statuisce che «Una lettura della norma costituzionalmente orientata impone di ritenerla applicabile, almeno in via interpretativa, anche a chi, al momento dell’entrata in vigore aveva già compiuto i 18 anni, ma aveva proposto domanda nei termini prescritti dalla legge».

La vergogna dei tifosi che umiliano le donne rom

Associazione 21 luglio esprime profondo sdegno per i comportamenti oltraggiosi, incivili e umilianti di alcuni tifosi olandesi del PSV Eindhoven nei confronti di donne rom, in una piazza della capitale spagnola Madrid, e si unisce alla presa di posizione pubblica della Federación de Asociaciones Gitanas de Cataluña (FAGIC), che ha condannato fermamente l’accaduto.
L’episodio, ripreso in un video diffuso sul web, è avvenuto martedì scorso, a poche ore dalla partita di calcio di Champions League Atletico Madrid – PSV Eindhoven. Alcuni tifosi della squadra olandese, seduti ai tavolini di un bar della capitale bevendo birra prima dell’incontro di calcio, si sono prima “divertiti” a lanciare monetine alle donne rom e poi le hanno costrette a sdraiarsi per terra, in una posa a dir poco umiliante, in cambio di altre monetine.
«Quello a cui abbiamo assistito a Plaza Mayor ci ricorda la discriminazione subita dalla minoranza etnica più grande d’Europa. In Europa, i rom sono marginalizzati e vittime di segregazione, discriminazione e povertà», si legge nella nota della FAGIC.
«Siamo costernati dal fatto che quanto accaduto sia stato divertente per qualcuno, per non parlare del fatto che ciò è stato fatto da persone di un Paese europeo benestante che non hanno mai sperimentato la vita dei rom che hanno voluto umiliare», afferma ancora la FAGIC.
Un simile episodio, altrettanto grave e umiliante, si è registrato peraltro proprio ieri a Roma, dove alcuni tifosi dello Sparta Praga, giunti nella Capitale per la sfida di Europa League contro la Lazio, hanno urinato su una mendicante nei pressi di Castel Sant’Angelo.

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