Selezionata la tesi vincitrice del Premio Ricerca

Il Premio Ricerca indetto lo scorso aprile dall’Associazione 21 luglio è stato assegnato a Chiara Manzoni, Dottore di Ricerca in “Sociologia applicata e metodologia della ricerca sociale” all’Università degli studi Milano-Bicocca, che ha sviluppato una tesi di dottorato dal titolo “L’uscita dal campo e dalla baraccopoli. Tra vincoli strutturali e strategie individuali nell’analisi delle carriere abitative dei rom”.
Il lavoro è uno studio articolato della situazione abitativa dei rom in Italia – focalizzato soprattutto sull’area di Torino – che ripercorre le politiche abitative pubbliche dagli anni ’80 ad oggi. L’analisi è partita dall’assunzione del nomadismo come specificità culturale dei rom e si è soffermata sulla conseguente istituzionalizzazione del campo. La ricostruzione passa attraverso la diffusione dell’allarmismo nei confronti delle popolazioni rom presenti sul territorio e la progressiva “messa in sicurezza” dei campi che ha raggiunto l’apice con il cosiddetto Piano Nomadi, in nome di una presunta “questione rom” proposta in termini emergenziali e strettamente collegata alla “questione immigrazione”.
La ricerca ha ricostruito la vita nei campi di oggi attraverso le specifiche esperienze biografiche di diversi individui e famiglie, sia in Italia che nei contesti di origine (specialmente Romania e Bosnia), condividendone esperienze e attività quotidiane.
La commissione di valutazione dell’Associazione 21 luglio ha apprezzato la dedizione dimostrata durante il lavoro sul campo, oltre che l’analisi e le riflessioni suscitate sul tema trattato sia in termini teorici che di politiche.
Come specificato nel bando, la ricerca verrà premiata con la pubblicazione di 150 copie del testo e un compenso monetario pari a 300 euro. La ricerca verrà inoltre presentata pubblicamente all’interno di un evento che sarà organizzato dall’Associazione 21 luglio il prossimo autunno, alla presenza dell’autrice del lavoro.
 

Campi di concentramento in Italia: l'internamento di Vittoria Levakovich

Vittoria Levakovich, “zingara” italiana (così vengono chiamati nei documenti ufficiali i rom e i sinti presenti in Italia durante il fascismo), sta scontando il confino sull’isola di Ustica insieme al marito quando l’uomo muore improvvisamente. È il 1940, lo stesso anno in cui l’Italia entra in guerra.
Vittoria è rimasta completamente sola, il suo compagno è morto, parte della sua famiglia sta scontando la pena di “internamento libero” nel comune di Porpetto, in Friuli. Suo figlio Lionello è arruolato nelle file dell’esercito italiano, per prestare servizio in un paese in cui la politica e le istituzioni non intendono considerare gli “zingari” parte del proprio tessuto sociale e della propria storia.
Vittoria viene trasferita in diversi campi di concentramento, prima a Vinchiaturo, in provincia di Campobasso, poi è deportata ad Agnone – nel 1943 – nell’ex convento di San Bernardino. Questo edificio raccoglieva inizialmente ebrei e oppositori politici, poi viene riservato alla detenzione dei soli rom e sinti. Le condizioni di vita in questo campo sono particolarmente dure: non ci sono riscaldamenti né stufette, il vitto è molto scarso, i prigionieri soffrono di malnutrizione e anche le condizioni igienico-sanitarie sono molto precarie.
Durante la prigionia della madre, Lionello è molto preoccupato per le misere condizioni di vita della donna e dal fronte scrive più volte alle istituzioni per chiedere di liberarla. Forse per effetto delle sue preghiere, forse per coincidenza, Vittoria viene scarcerata ma da quel momento di lei non si hanno più notizie nei documenti d’archivio. Si ha testimonianza però delle sorti del figlio, registrato negli elenchi dei deportati nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, dove muore a causa di privazioni e sforzi fisici.
La vita di Vittoria Levakovich e della sua famiglia è stata raccontata da Rosa Corbelletto, ricercatrice dell’Università degli Studi di Torino, durante il convegno al Senato che si è tenuto in occasione della Giornata della Memoria: “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo”.
Durante la ricostruzione della vita di Vittoria, la ricercatrice ha sottolineato l’arbitrarietà dei criteri con cui le istituzioni preposte consideravano la “pericolosità” delle persone deportate, internate e confinate.
Foto di PietrabbondanteBlog

Attività con i minori rom: riprendono i laboratori di "Amarò Foro"

Sono ripartite le attività educative del progetto “Amarò Foro – La nostra città” – finanziato da Nando Peretti Foundation e dalla Fondazione Alta Mane Italia – avviato l’anno scorso dall’Associazione 21 luglio e destinato ai minori rom tra i 7 e gli 11 anni.
Attraverso laboratori di break dance, canto e musica (soprattutto strumenti a fiato e percussioni), i bambini diventano produttori attivi di arte, riappropriandosi del ruolo di protagonisti dentro quella città da cui troppo spesso vengono esclusi a causa delle condizioni di disagio in cui vivono. La novità di quest’anno è l’avvio di un laboratorio di rap, che coinvolgerà anche giovani adolescenti tra i 12 e i 15 anni.
Nel percorso tracciato da “Amarò Foro” il bambino è un veicolo di cambiamento ed emancipazione, oltre che di sé stesso anche del contesto in cui vive. Per questo gli operatori dell’Associazione 21 luglio, parallelamente alle attività di laboratorio con i ragazzi, lavorano anche con le famiglie per assicurare loro l’accesso ai servizi fondamentali come sanità e iscrizioni scolastiche.
Durante l’anno i bambini parteciperanno a visite guidate nei tanti luoghi d’interesse a Roma e saranno accompagnati ad eventi ludici e culturali, per arricchire la loro formazione artistica e rafforzare la costruzione del percorso intrapreso verso una cittadinanza attiva.
Il video dello spettacolo dei bambini di “Amarò Foro” al Teatro Vascello di Roma.

Foto: Giovanni Pulice

Storie di donne rom durante il fascismo: la vita di Rosa Raidich

Non solo Germania e Polonia, anche l’Italia si è macchiata dell’orrore dei campi di internamento. Durante il fascismo la Sardegna è stata terra di deportazioni e tra il ‘38 e il ‘40 è diventata meta forzata dei rom e dei sinti – italiani e non – residenti in Istria o altre zone di confine, che subirono rastrellamenti durante il regime.
Rosa Raidich è una delle tante donne rom italiane a cui viene inflitta in maniera arbitraria la pena del confino, cui è condannata per 5 anni nel 1938 dalla Commissione provinciale di Pola.
Rosa è nata e cresciuta a Castelverde di Pisino, nell’Istria che prima appartiene agli Asburgo poi all’Italia. Quando scatta l’ordinanza di confino contro di lei, Rosa ha 27 anni e due figli piccoli, Marcello e Vittorio. Partono per Chiaramonti, in provincia di Sassari, tra le campagne polverose di una Sardegna all’epoca ancora molto povera ed isolata.
Durante la permanenza forzata sull’isola, Rosa è condannata più volte per accattonaggio, un reato a cui è di fatto condannata: sola e con quattro figli (durante il confino dà alla luce altri due bambini) non ha i soldi per sfamare e vestire la sua famiglia e persino il sussidio che le spetterebbe di diritto tarda ad arrivare. Viene spostata da una località all’altra, rifiutata da tutti: dopo Chiaramonte, la mandano a Busachi, Ovodda poi Perdasdefogu. Scrive lettere disperate alle istituzioni per chiedere il sussidio e un luogo meno freddo in cui abitare. Le istituzioni sono molto lente nel rispondere e allo scadere della pena, anziché rimpatriarla le prolungano ulteriormente il periodo obbligatorio di confino. I commercianti non le fanno più credito e anche i suoi figli ne fanno le spese: sono “scalzi, deperiti e pallidini” nelle testimonianze d’archivio.
Mussolini istituisce nel ’26 il confino come misura repressiva, e parlandone alla Camera a maggio dell’anno successivo lo definisce un “modo intelligente” di fare repressione, «non è terrore, è igiene sociale» – affermava – «si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto». Il prefetto presiedeva la commissione provinciale che deliberava il confino, e con criteri del tutto discrezionali definiva i “soggetti socialmente pericolosi” da condannare al confino.
La vita di Rosa Raidich è stata raccontata da Licia Porcedda, ricercatrice presso l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, durante il convegno “La deportazione e l’internamento: storie di donne rom durante il fascismo”, organizzato al Senato in occasione della Giornata della Memoria.
Conoscere la storia di Rosa significa conoscere e capire la sorte a cui è stata condannata l’intera popolazione dei rom e dei sinti durante il regime e la guerra. Oltre al confino e la deportazione, i reati di cui è stata accusata, come l’accattonaggio, sono di fatto reati a cui le stesse istituzioni l’avevano condannata. «Moltiplicate quello che vi ho raccontato per 500 rom e sinti» – ha concluso Licia Porcedda – «tanti sono i nomi ritrovati nei documenti d’archivio – confinati, internati, deportati in Italia durante la seconda guerra mondiale. E chissà quanti nomi mancano».
Foto di Sardiniapost.it

Giorno della Memoria: al Senato il ricordo dello sterminio dei rom, a Roma l'ennesimo sgombero

Si stima che tra i caduti per mano del regime nazifascista vi siano tra i 500.000 e 1,5 milioni di rom e sinti. La persecuzione, l’internamento, il confino e lo sterminio di tali comunità, tuttavia, restano ancora una pagina di storia, italiana ed europea, oscurata e dimenticata.
Se ne è parlato quest’oggi, in occasione della Giorno della Memoria, durante il convegno “La deportazione e l’internamento. Storie di donne rom durante il fascismo” organizzato dalla Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e la CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato.
«Spiace constatare come nel giorno in cui nel mondo si commemorano le tante vittime rom e sinte del nazifascismo, a Roma, nel cuore del Giubileo della Misericordia, le autorità locali abbiano effettuato proprio oggi l’ennesimo sgombero forzato di un insediamento rom nella Capitale: un’azione che calpesta e viola i diritti umani di uomini, donne e bambini», ha affermato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, in riferimento allo sgombero di oggi a Roma, nei pressi della stazione Nomentana.
Lo sterminio di rom e sinti – da alcuni battezzato come “Porrajmos”, (il grande divoramento, in lingua romanès), da altri come “Samudaripen” (tutti morti) – non ha avuto un riconoscimento ufficiale durante i processi di Norimberga del 1945, nonostante fosse richiamato più volte negli atti presentati ai tribunali militari internazionali.
Lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington D.C. riporta che solo nel 1979 il Parlamento Federale della Germania dell’Ovest ha riconosciuto la persecuzione per motivi razziali perpetrata dal regime nazista nei confronti del popolo rom.
Il 15 aprile 2015 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione per istituire la Giornata internazionale per la commemorazione dell’Olocausto dei rom (International Roma Holocaust Memorial Day), da celebrarsi il 2 agosto di ogni anno, in ricordo dei 2.897 rom uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 (Guarda la video testimonianza del sopravvissuto Piero Terracina).
Anche l’Italia, durante il fascismo, ha conosciuto il fenomeno delle persecuzioni e del rastrellamento delle comunità rom e sinte. Tuttavia, nel nostro Paese non è ancora avvenuto un riconoscimento ufficiale per commemorare questo capitolo di storia nazionale. A tal proposito, lo scorso anno, i senatori Luigi Manconi, Manuela Serra, Francesco Palermo e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato, hanno presentato un disegno di legge che prevede di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria (la legge n.11 del 20 luglio 2000), che si celebra il 27 gennaio di ogni anno.
«Dimenticando la parola “rom” nelle commemorazioni delle vittime si toglie a questa minoranza una parte importante della sua storia – ha detto oggi il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Manconi – In Italia circa 25 mila rom e sinti sono stati internati ai tempi del fascismo e in un momento come quello odierno, in cui i rom sono il bersaglio di una forte ondata di odio, è più che mai opportuno ricordare le persecuzioni di cui sono stati vittime, per restituire loro dignità e riconoscerli come titolari di diritti».
Le persecuzioni di rom e sinti in Italia, ai tempi del fascismo, sono avvenute attraverso quattro tappe temporali, a cominciare dai primi interventi diretti del regime nei confronti degli “zingari” stranieri presenti sul territorio nazionale.
Il 19 febbraio 1926 una circolare del Ministero degli Interni disponeva infatti il respingimento delle carovane in entrata nel territorio nazionale «anche se muniti di regolare passaporto», e di espulsione di quelle già soggiornanti in Italia e di origine straniera. La disposizione verso queste persone veniva ribadita nell’estate successiva e ne veniva sottolineata «la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica».
Gli anni tra il 1938 e il 1942 sono stati invece segnati dall’esecuzione di una regolare pulizia etnica alle frontiere. A partire dal gennaio del ’38 venivano raccolte le liste dei nomi delle famiglie rom presenti in Istria e dal mese successivo avvenivano le prime deportazioni verso il confino, dal porto di Civitavecchia verso la Sardegna. Dal 1940 la stessa sorte toccava agli “zingari” intercettati in Trentino Alto Adige.
Dall’11 settembre 1940 il capo della Polizia ordinava un sistematico rastrellamento di tutti i rom «di nazionalità italiana certa o presunta» ancora presenti sul territorio nazionale. In numerose località italiane venivano predisposti diversi luoghi di concentramento: alcuni riservati solo agli “zingari” (Agnone, Boiano, Tossicia, Gonars, Prignano sulla Secchia, Berra); in altri venivano deportati rom e non solo (Vinchiaturo, Isole Tremiti, Casacalenda). Ai rimanenti toccava la reclusione all’interno delle carceri o la fuga sul Monte Maiella.
Nell’ultimo periodo, tra il 1943 e il 1944, veniva attuata la “soluzione finale” attraverso le deportazioni nei campi di sterminio nazisti.
Tra le vittime delle persecuzioni, numerose erano le donne. Le loro storie, e quelle delle loro famiglie, sono state ricordate, nel corso del convegno al Senato, dalle ricercatrici Licia Porcedda (École des hautes études en sciences sociales di Parigi) e Rosa Corbelletto (Università degli Studi di Torino).
In particolare, è stata ricordata la vita di Rosa Raidich durante il periodo dei rastrellamenti, madre di due bambini, che venne inviata al confino in Sardegna nel 1938 all’età di 27 anni. Nel 1943 sarebbe dovuto scadere il periodo di confino, ma – anziché rientrare a casa – a Rosa venne prolungato per altri cinque anni, in quanto «zingara pregiudicata pericolosa per l’ordine e la sicurezza pubblica».
Costretta in una terra che non conosceva e dove non era la benvenuta, si ritrovò povera tra gente povera, isolata e con quattro figli da vestire e sfamare (durante la segregazione diede alla luce altri due bambini). Per sopravvivere e dar da mangiare alla sua famiglia, la donna fu costretta a prostituirsi e a chiedere l’elemosina.
Per commemorare le vittime di ieri e tenere alta l’attenzione sulle discriminazioni che ancora oggi colpiscono rom e sinti in Italia, nel corso del convegno è intervenuta anche Ivana Nikolic, giovane attivista rom, da Torino, che ha parlato del Manifesto Primavera Romanì, un documento per un’Italia unita, libera e che abbracci la diversità culturale di cui è composta, redatto da 25 giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri, tra cui la stessa Ivana. Ivana Nikolic è peraltro stata tra le organizzatrici del flash mob “Attenti a non ripetere”, che si è tenuto a Torino il 24 gennaio scorso, per ricordare tutte le vittime del nazifascismo.
«Il genocidio dei rom – ha detto il presidente della Cild Patrizio Gonnella, in conclusione del convegno – deve essere ricordato sempre e da tutti, altrimenti non saremo mai capaci di costruire una società senza razzismo e violenza».

Attenti a non ripetere: flash mob in ricordo delle vittime dello sterminio nazifascista

 
Anche quest’anno, in occasione della Giornata della Memoria, l’Associazione 21 luglio aderisce alla campagna “Attenti a non ripetere” per ricordare tutte le vittime dello sterminio nazifascista al tempo della Seconda Guerra Mondiale.
Nell’ambito della campagna, promossa da un gruppo di giovani tra cui l’attivista rom Ivana Nikolic – una delle co-autrici del Manifesto Primavera Romanì, presentato nei mesi scorsi in Senato  – il 24 gennaio alle ore 16 in Piazza Castello, a Torino, verrà organizzato il flash mob “Resta connesso con il passato“.
L’azione prevede la lettura di poesie e testimonianze, momenti di raccoglimento, canti e la possibilità di partecipare a una Biblioteca Vivente, promossa dall’associazione Giosef, per ascoltare le storie di persone vittime di discriminazione nell’Italia di oggi.
Si invitano tutti coloro che il 24 gennaio si troveranno nel capoluogo piemontese a prendere parte all’iniziativa.
Aderiscono alla campagna:
Maurice GLBTQ
Arcygay Torino
ASGI
Associazione 21 luglio Onlus
Handicap e Sviluppo onlus
Cantiere SoS
Asai
Bagni Pubblici via Aglie
Giuristi Democratici di Torino
Fondazione della comunita di Mirafiori onlus
Associazione Giosef
Roma Youth Active

«E chi siete fango? Anzi guano viste le vie di Roma»

«E chi siete fango? Anzi guano viste le vie di Roma».
Né dolcetti, né carbone quest’anno nella calza della Befana dell’Associazione 21 luglio. In compenso sono arrivati i tweet del vice presidente del Senato e senatore del gruppo Forza Italia – Popolo della Libertà Maurizio Gasparri, che ha paragonato l’Associazione 21 luglio, realtà impegnata da anni nella tutela e promozione dei diritti umani di rom e sinti in Italia, al guano romano.
Il senatore Gasparri, che non è nuovo a diatribe sui social con i cybernauti che entrano in contatto con lui, ha risposto a un tweet dell’Associazione 21 luglio in riferimento a una esternazione del vice presidente del Senato sulla presenza, il giorno della Befana a Piazza Navona, di associazioni e onlus al posto delle classiche bancarelle di venditori di dolciumi e giocattoli, bloccati quest’anno a causa di irregolarità nel bando, così come riscontrato dall’Autorità Anti Corruzione.
«La presenza che si annuncia di gay, rom, trans e compagnia cantando che domineranno la piazza offende una tradizione che non si richiama solo alla Befana, ma anche al presepe», aveva affermato alla stampa Gasparri, giudicando uno “sconcio” la presenza nella bellissima Piazza Navona delle associazioni, tra cui anche l’Associazione 21 luglio che partecipa all’iniziativa della Befana Solidale con un proprio banchetto.
Attraverso il suo profilo Twitter, l’Associazione 21 luglio ha quindi lanciato un tweet rivendicando la propria partecipazione all’iniziativa in Piazza Navona: «@gasparripdl non l’ha presa bene. Ma ci saremo anche noi, con i gay, trans e compagnia cantando che invaderanno Piazza Navona».
Un tweet a cui è seguita una risposta, che difficilmente ci si aspetterebbe da un rappresentante delle istituzioni, quale il vice presidente del Senato Gasparri.

La conversazione è quindi continuata a colpi di cinguettii, con l’Associazione 21 luglio che ha cercato di replicare a una serie di luoghi comuni e stereotipi su rom e sinti, che si rifanno al sentito dire piuttosto che a dati e statistiche reali, sciorinati da Maurizio Gasparri.
Finché il senatore Gasparri, respingendo al mittente l’invito ad approfondire il tema rom attraverso la campagna dell’Associazione 21 luglio “Rom, cittadini dell’Italia che verrà“, ha chiosato con un tweet in cui ha rispolverato lo slogan salviniano della ruspa per tutti, auspicando lo “sgombro” per i campi abusivi (Lo stesso Matteo Salvini, del resto, su Facebook e Twitter aveva invocato lo scorso luglio la ruspa nei nostri confronti).
E allora oggi, per il pranzo della Befana, mangeremo sgombro, un pesce molto buono…
CLICCA SUL TWEET PER LEGGERE TUTTA LA CONVERSAZIONE 

Ascanio Celestini firma l'appello "Peccato Capitale"

Ascanio Celestini ha firmato il nostro appello “Peccato Capitale”, la campagna internazionale per dire basta agli sgomberi forzati delle popolazioni rom a Roma in vista del Giubileo della Misericordia.
“A volte dimentichiamo, o ci prendiamo il lusso di dimenticare” – ha commentato Celestini – “che le nostre case sono diverse da quelle di queste persone solo perché le nostre hanno un tetto solido e delle mura, le loro no”.
“È facile demonizzare e dare la colpa agli ultimi, ma sarebbe molto meglio per tutti imparare a capire davvero le loro condizioni”, conclude.
Dire no agli sgomberi forzati significa chiedere di fermare la costante violazione dei diritti umani ai danni delle comunità rom da parte delle autorità competenti, che eseguono le operazioni di sgombero senza alcun rispetto delle garanzie procedurali prescritte dagli standard internazionali.
La campagna “Peccato Capitale” è stata lanciata lo scorso 5 ottobre e ad oggi hanno firmato più di 1700 persone, tra cui Roberto Saviano, Gad Lerner, padre Alex Zanotelli, Sabina Guzzanti, Piotta, Kento, Paul Polansky e – appunto – Ascanio Celestini.
Fino ad oggi avete fatto tanto ma abbiamo ancora bisogno del vostro aiuto per raggiungere l’obiettivo di 5000 firme. Per aderire all’appello visitate e condividete la pagina http://www.21luglio.org/peccato-capitale

Partecipa al mio sogno

Ivan è un bambino di origine rom di 8 anni che, come altri migliaia di minori rom, vive in un “campo informale” con la sua famiglia.
Il suo destino è segnato dalla nascita: Ivan e gli altri bambini rom hanno molte più probabilità rispetto ad un bambino non rom di nascere sottopeso e di sviluppare forme di malessere psicologico; di essere esclusi dall’ambiente scolastico e di essere allontanati dalla famiglia.
Per questo nasce Amarò Foro, un progetto che favorisce la crescita dei bambini come Ivan attraverso la partecipazione a tre laboratori artistici e che rappresenta non solo un percorso educativo ma un sogno, il loro sogno. L’arte alimenta sogni e desideri rappresentando un elemento fondamentale per la crescita di ogni bambino.
Grazie alla partecipazione alle attività, i bambini si interrogano criticamente sulla propria condizione di vita, prendono coscienza della propria condizione di esclusione e sviluppano la consapevolezza di essere soggetti attivi di diritti e possibili agenti di cambiamento della propria esistenza e della propria comunità.
Oltre ad Ivan saranno coinvolti 30 minori di età compresa tra i 7 e gli 11 anni in tre laboratori di musica, canto e danza.
Il tuo sostegno sarà fondamentale e per questo, se deciderai di far parte di questo cambiamento, te ne sono grato sin da ora.
Potrai rendere possibile il sogno di Ivan e quello di tanti altri bambini rom.
Per farlo, ti basterà effettuare una semplice donazione sul sito dell’Associazione 21 luglio.
Colgo l’occasione per farti i migliori e più sinceri auguri di Buone Feste!
Grazie,
firma-Carlo-Stasolla
 
Presidente Associazione 21 luglio Onlus

Presentata la ricerca: "So Dukhalma – quello che mi fa soffrire"

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani è stata presentata ieri, presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, la nuova ricerca dell’Associazione 21 luglio: “So Dukhalma – quello che mi fa soffrire. Il disagio interiore dei giovani e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali”.
L’indagine è partita da un campione di famiglie rom con una storia migratoria molto simile, che inizialmente si era insediato nel campo informale di Vicolo Savini – a Roma – e successivamente si è disgregato facendo scelte abitative differenti. Nel 2005, infatti, di fronte all’intimazione di sgombero della giunta Veltroni, una parte ha accettato la sistemazione nel nuovo campo di Castel Romano, un’altra parte (minoritaria) ha deciso di occupare uno stabile e abitare all’interno di una casa convenzionale.
La ricerca si è calata nella realtà del «villaggio della solidarietà» di Castel Romano, un ghetto sovraffollato nel quale vivono 1200 persone, collocato sulla Pontina (una strada provinciale a scorrimento veloce), distante dal centro di Roma oltre 30 Km e localizzato nei pressi di una riserva naturale abitata da cinghiali e serpenti. Il campo è completamente isolato sia dai centri urbanizzati dell’area circostante sia dalle zone commerciali, per cui anche fare la spesa diventa estremamente complicato per chi è privo di automobile.
All’interno di questo scenario, l’analisi ha cercato di cogliere le conseguenze psicologiche che un tale contesto di esclusione sociale può avere sulla vita e i comportamenti dei minori e delle famiglie. Ne è risultato che la maggior parte dei giovani e dei bambini, privati di spazi per giocare ed esprimere la propria personalità oltre che impossibilitati ad un confronto con la società esterna, sfogano la propria noia e l’insoddisfazione anche in forme di autolesionismo, rabbia e fame nervosa.
Dalla ricerca emerge – inoltre – come anni di politiche assistenzialistiche realizzate su base etnica abbiano azzerato la progettualità di uomini e donne rom che hanno visto generazioni intere nascere e crescere nei campi, in un contesto di segregazione, esclusione e discriminazione.
Completamente diverso il destino delle famiglie che nel 2005 hanno scelto di rifiutare la sistemazione nel campo di Castel Romano. Oggi queste persone sono orgogliose della loro autonomia e rivendicano la propria scelta. Come nel caso di Sevla Sejdic, capofamiglia rom intervenuta ieri pomeriggio per portare la sua testimonianza durante la presentazione. Dopo l’esperienza nel campo di Vicolo Savini, ha occupato uno stabile abbandonato e attualmente abita in una casa convenzionale. «Il campo ti spegne la vita» – ricorda – «oggi ho una casa come tutti e sono felice, per me e per i miei figli, di aver rifiutato il trasferimento a Castel Romano».
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Bernard van Leer Foundation.
L’autrice del testo è Angela Tullio Cataldo, la quale ha condotto l’intera ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da Stefano Sbrulli, fotoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.
SCARICA LA RICERCA COMPLETA
SCARICA IL REPORTAGE FOTOGRAFICO (foto di Stefano Sbrulli)

Associazione 21 luglio ETS - Largo Ferruccio Mengaroni, 29, 00133, Roma - Email: info@21luglio.org - C.F. 97598580583 - Privacy Policy - Cookie Policy