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Roma e i rom, la politica "senza luce" della Giunta Marino

Malgrado i buoni propositi, a otto mesi dal suo insediamento, la politica della Giunta Marino nei confronti dei rom e sinti della Capitale è stata caratterizzata da un approccio ancora una volta emergenziale, misure segregative e discriminatorie, mancanza di strategia e spreco di ingenti risorse pubbliche.
È l’analisi che emerge da “Senza Luce: rapporto sulle politiche della Giunta Marino, le comunità rom e sinte nella città di Roma e il Best House Rom” presentato oggi dall’Associazione 21 luglio nel corso di una conferenza stampa all’Ordine Nazionale dei Giornalisti.
Se, da un lato, l’Amministrazione capitolina ha espresso a più riprese la volontà di attuare anche a Roma la Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti, dall’altro gli interventi realizzati vanno nella direzione opposta rispetto a quanto sancito dal documento adottato dall’Italia in sede europea nel 2012.
L’attuale Amministrazione ha condotto sinora 17 sgomberi forzati e non ha presentato un piano per superare la politica dei “campi”, come chiede la Strategia Nazionale. Al contrario, le autorità capitoline hanno affermato di voler ricostruire il “campo” della Cesarina e, nelle parole dell’Assessore Cutini, hanno manifestato l’intenzione di «superare i campi immaginando di creare campi di medie dimensioni». La Giunta Marino ha poi continuato a usare il termine “nomadi”, sia nei discorsi che negli atti pubblici, sebbene la Strategia parli di “nomadismo” come «termine superato sia da un punto di vista linguistico che culturale».
Secondo l’Associazione 21 luglio, il luogo simbolo che incarna le conseguenze delle azioni realizzate a Roma in questi mesi verso i rom e sinti in emergenza abitativa è il centro di accoglienza “Best House Rom”. Nel centro, situato in via Visso 14, nella periferia est della Capitale, vivono circa 320 rom, tra cui 200 minori, e vi sono stati trasferiti i 120 rom sgomberati nelle scorse settimane dal “villaggio attrezzato” della Cesarina e i 47 da via Belmonte Castello.
Il “Best House Rom”, si legge nel rapporto, non possiede i requisiti minimi previsti dalla Legge della Regione Lazio 41/2003 sui centri di accoglienza. Lo stabile, un capannone industriale, è infatti classificato come “locale utilizzato per il deposito delle merci”, è caratterizzato da spazi ridotti e inadeguati, inferiori anche rispetto agli standard per le strutture detentive, e le stanze, dove vivono in media 5 persone, sono prive di finestre o punti luce. In più, ospitando esclusivamente persone rom, il centro si configura come luogo di segregazione ed esclusione sociale, operata su base etnica con un chiaro profilo discriminatorio.
Per accogliere una famiglia di 5 persone nel “Best House Rom”, l’Amministrazione comunale spende quasi 3 mila euro al mese, per un totale di oltre 2 milioni di euro all’anno per i 320 rom.
Secondo i dati contenuti nel rapporto, per ricollocare una famiglia rom di 5 persone nel nuovo «villaggio attrezzato» di via della Cesarina il Comune di Roma spenderà, dopo un’accoglienza di 6 mesi presso il “Best House Rom”, una cifra stimata di 61.000 euro, con la prospettiva di dover individuare nuove voci di spesa per la gestione e l’assistenza dei rom nel nuovo insediamento per un periodo di tempo indeterminato.
L’anno scorso, per formare al lavoro e assegnare un’abitazione in affitto a una famiglia rom di 5 persone, il Comune di Messina, con il progetto “Casa e/è Lavoro”, ha speso una cifra di 12.500 euro.
«Dall’insediamento della Giunta Marino le gravissime e improrogabili problematiche legate alla cosiddetta “questione rom”, che andrebbero affrontate in maniera decisa e rapida, si sono scontrate con l’inadeguatezza di quanti, politici e tecnici, hanno in mano tale questione. Facciamo per questo appello al sindaco Marino per un suo intervento diretto volto a dare spinta ad una strategia politica verso le comunità rom e sinte che sinora si è dimostrata vuota, inconcludente e dagli altissimi costi economici», afferma Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 luglio.
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Senza Luce. Rapporto sulle politiche della Giunta Marino, le comunità rom e sinte nella città di Roma e il "Best House Rom", 3.3.2014

rom sinti roma marino[tfg_social_share]Lunedì 3 marzo, alle ore 11 presso la sede dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, in via Parigi 11, a Roma, l’Associazione 21 luglio presenta Senza Luce, rapporto sulle politiche della Giunta Marino, le comunità rom e sinte nella città di Roma e il “Best House Rom”.
Senza Luce è un rapporto che si prefigge come obiettivo quello di esaminare se e come la nuova Amministrazione locale abbia iniziato a offrire, a otto mesi dal suo insediamento, risposte adeguate alle urgenti problematiche che riguardano gli oltre 8 mila rom e sinti della Capitale.
Contestualmente i curatori della ricerca hanno voluto operare un focus sul “Best House Rom”, un “centro di accoglienza” per soli rom, considerato dall’Associazione 21 luglio un luogo simbolo che incarna le conseguenze delle azioni sinora organizzate dalle autorità locali nei confronti di rom e sinti in emergenza abitativa.
Nel “Best House Rom”, situato in via Visso, nella periferia est di Roma, vivono attualmente più di 300 rom, di cui 200 minori. Tra questi gli uomini, le donne e i bambini sgomberati, nelle scorse settimane , dal “villaggio attrezzato” di via della Cesarina e dall’insediamento informale di via Belmonte Castello. Ad oggi gli sgomberi forzati realizzati dall’Amministrazione sono stati 17.
Il rapporto Senza Luce illustra inoltre un’esperienza di inclusione, recentemente realizzata sul territorio nazionale, che potrebbe rappresentare per l’Amministrazione romana una “buona pratica” da poter replicare nel contesto locale.
Alla presentazione del rapporto sono state invitate anche le autorità locali.

L'Associazione 21 luglio riesce a fermare uno sgombero forzato

sgombero rom roma

Sgombero bloccato: i rom riportano i loro beni nelle baracche.


[tfg_social_share]Lo sgombero forzato di un insediamento rom, in corso da stamane a Roma, è stato bloccato dalle forze dell’ordine perché non stava avvenendo in condizioni di legalità. Soddisfatta l’Associazione 21 luglio che, sul posto, aveva a lungo dialogato con le autorità al fine di fermare le operazioni.
Via Morandi, periferia est della Capitale. Questa mattina le forze dell’ordine si erano presentate nell’insediamento rom per sgomberare le venti persone che vi vivevano, tra cui 9 minori, alcuni dei quali frequentavano regolarmente la scuola.
Ricevuta la notizia, gli operatori dell’Associazione 21 luglio si erano subito recati sul posto per monitorare quanto stava accadendo e accertarsi che i diritti umani delle persone coinvolte fossero rispettati.
Secondo l’Associazione 21 luglio, lo sgombero in atto stava però configurandosi come una chiara violazione dei diritti in quanto nessuna delle garanzie procedurali previste dal Comitato Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali era rispettata.
Ai rom coinvolti, infatti, non era stata data alcuna notifica dello sgombero, con congruo e ragionevole preavviso, e non era stata avviata nessuna genuina consultazione con la comunità. In più, le autorità non avevano offerto loro una adeguata alternativa allo sgombero dato che l’unica soluzione prospettata alle persone era stata la separazione dei nuclei familiari: donne e bambini in strutture di accoglienza, uomini altrove.
A questo c’è da aggiungere che i bambini che frequentavano la scuola sarebbero probabilmente stati costretti a interrompere bruscamente il loro percorso scolastico.
La decisione di arrestare lo sgombero forzato è arrivata in seguito a un lungo dialogo tra gli operatori dell’Associazione 21 luglio e le autorità presenti, nel corso del quale l’Associazione ha fatto leva su tutte le violazioni dei diritti che lo sgombero, eseguito in quel modo, stava comportando.
L’ordine di bloccare le operazioni è arrivato dal vice comandante della polizia municipale presente sul posto il quale ha riconosciuto che «non sussistono le condizioni per garantire le operazioni di sgombero».
I venti rom coinvolti, dunque, hanno potuto riportare i loro pochi beni nelle loro baracche.
L’Associazione 21 luglio si dice molto soddisfatta per aver contributo a bloccare, grazie al dialogo e al riferimento al rispetto dei diritti umani, uno sgombero forzato che stava palesemente avvenendo nella illegalità e che rappresentava una chiara violazione dei diritti di uomini, donne e bambini.
Il blocco dello sgombero giunge nello stesso giorno in cui le autorità capitoline hanno convocato un tavolo tecnico per l’attuazione a Roma della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom.

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Una foto dello sgombero in corso in via Morandi.


[tfg_social_share]È in corso, a Roma, il sedicesimo sgombero di un insediamento rom da quando in Campidoglio si è insediata la nuova amministrazione guidata dal sindaco Ignazio Marino.
Nell’insediamento, situato in via Morandi, periferia est della Capitale, vivono 20 persone, di cui 9 bambini. Alcuni dei minori frequentano regolarmente la scuola e lo sgombero in atto potrebbe significare, per loro, l’interruzione improvvisa del percorso scolastico.
Sul posto sono presenti alcuni operatori dell’Associazione 21 luglio, nell’intento di monitorare le operazioni e dialogare con le autorità per riportare lo sgombero in un alveo di legalità.
Così come sono condotte, infatti, le operazioni di sgombero non rispettano le garanzie procedurali previste dal Comitato Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e, ancora una volta, si configurano come una palese violazione dei diritti umani delle persone coinvolte.
Ai rom dell’insediamento di via Morandi non è stato infatti dato alcun preavviso ragionevole circa l’azione di sgombero; allo stesso modo, nessuna genuina consultazione è stata avviata con le persone coinvolte e, ad ora, non è stata loro proposta una adeguata soluzione alternativa allo sgombero.
«È spiacevole constatare come oggi, a Roma, stiamo assistendo a un nuovo sgombero forzato dei rom, proprio nel giorno in cui, in questa stessa città, le autorità hanno convocato un tavolo di lavoro tecnico sull’attuazione della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom. Procedere con gli sgomberi forzati vuol dire negare ogni possibilità a una reale ed efficace inclusione sociale di queste comunità», afferma l’Associazione 21 luglio.
Solo pochi giorni fa, Associazione 21 luglio e Popica Onlus avevano documentato e denunciato un altro sgombero nella Capitale, che aveva coinvolto 20 famiglie rom tra cui 40 minori, che, secondo le due organizzazioni, rappresentava l’inaugurazione del “metodo del rigore” verso i rom annunciato dal sindaco Marino.

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A Roma si inaugura il nuovo “metodo del rigore” verso i rom

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Lo sgombero forzato di via Belmonte Castello.


[tfg_social_share]Il “metodo del rigore” nei confronti dei rom, annunciato dal sindaco Ignazio Marino, è iniziato puntualmente. Da questa mattina, a Roma, è in corso l’ennesimo sgombero forzato della Giunta capitolina.
Dalle prime luci dell’alba è iniziato lo sgombero forzato di 20 famiglie rom, tra cui 40 bambini tra 0 e 12 anni, nell’insediamento informale di via Belmonte Castello, nella periferia est della Capitale. La comunità rom viveva nell’insediamento da circa un anno e aveva iniziato un positivo percorso di inclusione sociale nel quartiere.
Associazione 21 luglio e Popica Onlus, presenti durante le operazioni di sgombero, condannano fermamente l’azione perché non rispettosa degli standard e delle garanzie procedurali previste dalla normativa internazionale.
Le operazioni di sgombero sono condotte da uomini della polizia di Stato. I 90 rom presenti vivevano nell’insediamento di via Belmonte Castello, adiacente a dei casali abbandonati, da circa un anno, dopo essere stati vittime, anche in passato, di numerosi sgomberi forzati.
L’Associazione 21 luglio e Popica Onlus avevano avviato, nell’insediamento, percorsi di inclusione delle famiglie che avevano portato all’iscrizione scolastica di una decina di bambini.
Il 24 gennaio scorso, in una trasmissione radiofonica, il sindaco Marino aveva annunciato l’avvio, del “metodo del rigore” verso i rom. «Non possiamo tollerare situazioni di insediamenti abusivi […] Sempre più nei prossimi mesi – lo vedrete – useremo un metodo di rigore […] Noi useremo tutti gli strumenti legittimi per allontanarli», aveva promesso il sindaco.
Per Associazione 21 luglio e Popica Onlus le operazioni in corso in via Belmonte Castello rappresentano una grave violazione dei diritti umani. Nello sgombero in atto non sono presenti infatti le garanzie procedurali previste dal Comitato Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.
L’azione non è stata accompagnata da una genuina consultazione con gli interessati e dalla valutazione di adeguate alternative allo sgombero e non si è proceduto a un preavviso congruo e ragionevole alle persone coinvolte. A causa dello sgombero, infine, si assisterebbe all’interruzione improvvisa del percorso scolastico dei minori in età scolare e le famiglie rom vengono rese ancora più vulnerabili.
«Dopo gli sgomberi forzati in via Salviati, alla Cesarina e, l’altro ieri, a Casal Bertone, la Giunta Marino si pone in linea, ancora una volta, con la passata amministrazione dell’ex sindaco Gianni Alemanno. Anche l’attuale amministrazione sembra aver sposato la linea del rigore fondata su un approccio emergenziale e sicuritario, negando i diritti delle comunità rom di Roma attraverso azioni inutili, dispendiose e illegali».
«Lo sgombero – concludono le due associazioni – costituisce infine l’ennesimo passo indietro rispetto ai contenuti espressi all’interno della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti adottata dal governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione europea n.173/2011».

I rom scrivono al Commissario Europeo per i Diritti Umani

Il "villaggio attrezzato" della Cesarina, a Roma

Il “villaggio attrezzato” della Cesarina, a Roma


[tfg_social_share]«Veniamo trattati come “pacchi”, spostati da una parte all’altra della città senza essere interpellati, e nel timore di essere dimenticati all’interno di un centro segregato, dove gli spazi sono angusti e asfittici, le condizioni igienico-sanitarie difficili e dove ci è proibito ricevere visite».
Si sono rivolte direttamente al Commissario Europeo per i Diritti Umani Nils Muižnieks alcune delle famiglie rom che nelle scorse settimane sono state trasferite dal “villaggio attrezzato” della Cesarina al centro per soli rom di via Visso, a Roma.
Con la lettera a Strasburgo, i rom vogliono portare all’attenzione del Commissario la «grave condotta da parte dell’Amministrazione di Roma» nei loro confronti dopo che, il mese scorso, lo stesso Muižnieks aveva esortato la Giunta Marino ad individuare «soluzioni abitative ordinarie» per rom e sinti nella Capitale.
Il 16 dicembre, i 180 rom della Cesarina sono stati trasferiti nel centro di accoglienza per soli rom di via Visso 12, denominato “Best House Rom” e dove già vivono altri 180 rom. Nella lettera al Commissario le famiglie rom denunciano come all’interno del “villaggio attrezzato” le condizioni di vita fossero effettivamente «inaccettabili», a causa di «condizioni alloggiative totalmente inadeguate e dei ripetuti episodi vessatori» ai quali erano sottoposte.
La soluzione individuata dall’Amministrazione capitolina, tuttavia, è stata il trasferimento nell’ennesimo luogo di segregazione per soli rom. Un trasferimento, secondo le famiglie rom firmatarie, avvenuto peraltro senza alcuna consultazione adeguata.
«Contestiamo fortemente la totale assenza di consultazioni e il fatto che non si sia esplorata alcuna ulteriore alternativa rispetto all’unica opzione messa a disposizione dal Comune, che riteniamo inadeguata dato che replica una condizione di segregazione, essendo riservata a soli rom», si legge nella lettera al Commissario Muižnieks.
«Inoltre – proseguono i rom – non solo veniamo trattati come “pacchi”, spostati da una parte all’altra della città, ma ci ritroviamo anche in una condizione di estrema incertezza riguardo al futuro nostro e dei nostri figli».
Nelle intenzioni del Comune, il trasferimento sarebbe una misura temporanea in attesa del rifacimento del “villaggio attrezzato” della Cesarina. Tuttavia, scrivono i rom al Commissario, nessuna tempistica sulla loro permanenza nel centro è stata loro comunicata dall’Amministrazione né tantomeno sull’inizio dei lavori di rifacimento del “campo”.
Tutto ciò alimenta «il nostro timore di venire dimenticati all’interno di un centro segregato e inadeguato per chissà quanto tempo, come già successo ad altre persone rom che in precedenza sono state trasferite in questo e in altri centri di accoglienza per soli rom della città di Roma».
Nella risposta alla lettera di novembre inviata da Strasburgo al sindaco Marino, l’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà Rita Cutini aveva garantito al Commissario Muižnieks che «la volontà e i passi intrapresi dalla nostra amministrazione vanno nella direzione di una piena attuazione delle indicazioni contenute nella Stratega nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, abbandonando definitivamente l’approccio emergenziale in favore di una gestione di sistema del fenomeno».
Nella loro lettera, però, i rom mettono in evidenza un’altra realtà: «Come le ha recentemente scritto l’Assessore Cutini, anche noi – scrivono i rom a Muižnieks – le inviamo il nostro invito a venire a visitarci nel nuovo centro per riscontrare di persona la condizione in cui siamo stati costretti dalle autorità della città di Roma: spazi angusti e asfittici, proibizione di ricevere visite, condizioni igienico-sanitarie difficili, regolamenti vessatori».

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Roma, rom trasferiti dal "campo" al centro di raccolta

Il "villaggio attrezzato" della Cesarina, a Roma

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[tfg_social_share]Nonostante l’esortazione di Strasburgo a superare la politica dei “campi nomadi” nella Capitale, il sindaco Marino, con il primo intervento della sua Giunta rivolto a rom e sinti, ripropone la segregazione su base etnica di tali comunità, il “campo” come unico spazio dell’abitare rom e lo spreco di ingenti risorse economiche che potrebbero essere utilizzate per favorire reali percorsi di inclusione sociale.
Da ieri è infatti in corso il trasferimento, condotto dagli operatori del Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale, di 180 rom dal «villaggio della solidarietà» de La Cesarina al centro di raccolta rom di via Visso 12: una misura, temporanea nelle intenzioni dell’Amministrazione, in attesa della ristrutturazione, a fronte di elevati costi sociali ed economici, del “villaggio attrezzato” in zona Nomentana.

Il 12 novembre scorso il Commissario europeo per i diritti umani Nils Muižnieks, in una lettera inviata al sindaco Marino, aveva raccomandato l’individuazione di «normali condizioni abitative» per le comunità rom e sinte volte a favorirne l’inclusione sociale.
Il centro di raccolta rom di via Visso, dove già vivono da 18 mesi quasi 200 persone rom, non risponde invece in alcun modo alle raccomandazioni giunte da Strasburgo.
Esso infatti si configura come un luogo caratterizzato dalla segregazione su base etnica – essendo riservato esclusivamente a persone rom in disagio abitativo –; da una apparente temporaneità – dato che nei 3 centri di raccolta rom esistenti a Roma vivono tuttora famiglie rom dal novembre 2009; dalla mancanza di reali percorsi di inclusione sociale.
Il centro di raccolta di via Visso, come del resto quelli di via Salaria e via Amarilli, si caratterizza inoltre per gli altissimi costi di gestione.  Nelle tre strutture vivono circa 870 rom il cui costo procapite è stimato in 20 euro al giorno per una spesa complessiva annua di 6.350.000 euro. Per l’Amministrazione comunale si traduce in una spesa mensile a nucleo familiare di circa 2.700 euro.
Tali sono le cifre che il Comune di Roma spende per discriminare e segregare le comunità rom e sinte. Con cifre decisamente minori, come dimostrato fin da subito in un documento congiunto presentato da Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà lo scorso 9 settembre, si potrebbero invece promuovere reali percorsi di inclusione.
Nel documento le due organizzazioni avevano infatti proposto una pluralità di soluzioni, da realizzare attraverso consultazioni individuali con rom e sinti,  che avrebbero concretamente portato entro 18 mesi alla chiusura definitiva del “villaggio attrezzato” de La Cesarina.
Secondo l’Associazione 21 luglio la chiusura dell’insediamento de La Cesarina, viste le sue condizioni igienico-sanitarie e il fenomeno estorsivo presente al suo interno, è prioritaria e improcrastinabile. Tale chiusura dovrebbe però essere definitiva e avvenire in linea con gli standard internazionali passando attraverso una effettiva consultazione della popolazione residente indirizzata a porre fine ad una segregazione abitativa.
Segregare i 180 rom nel centro di raccolta di via Visso e provvedere alla ristrutturazione del campo de La Cesarina, così come è invece nelle intenzioni dell’Amministrazione comunale, oltre che andare contro le raccomandazioni formulate dal Commissario europeo, si pone in netto contrasto con i principi della Strategia nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Caminanti che l’Amministrazione ha dichiarato di aver adottato.
L’Associazione 21 luglio condanna pertanto la scelta dell’Amministrazione capitolina di optare per una decisione onerosa, lesiva dei diritti umani e che reitera una politica già vista, dagli effetti discriminatori e che ripropone il centro di raccolta rom o il “campo nomade” come unico spazio dell’abitare rom.
L’Associazione 21 luglio invita il Comune di Roma a riconsiderare l’utilizzo delle risorse economiche per dare invece inizio a un nuovo corso che dia l’accesso anche ai rom alle normali e convenzionali soluzioni abitative in assenza di discriminazione.

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Ennesimo sgombero di un insediamento rom a Roma

Lo sgombero di Casilino 900, nel 2010 (foto: Alessandra Quadri)

Lo sgombero di Casilino 900, nel 2010 (foto: Alessandra Quadri)


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Alla vigilia delle celebrazioni della Giornata Internazionale dell’Infanzia, a Roma l’Amministrazione capitolina, con l’ottavo sgombero forzato di un insediamento rom effettuato dalla giunta Marino, si rende autrice di una nuova violazione dei diritti di minori rom e delle loro famiglie.
Ieri mattina alle ore 8,30 tre famiglie rom, senza preavviso, sono state sgomberate dalle forze dell’ordine dall’insediamento di via Casilina 900.
Lo sgombero, organizzato dagli agenti della polizia municipale, si è svolto in violazione delle norme di diritto internazionale ed è pertanto da considerarsi illegale.
La storia di una delle famiglie coinvolte fa pensare a quanto tali pratiche ripetute contribuiscano a minare la volontà di chi vorrebbe dare ai propri figli un po’ di “normalità” e di “dignità” nelle loro vite, dopo l’oscura pagina che la Capitale ha vissuto negli ultimi cinque anni.
Una delle tre famiglie sgomberate è costituita da marito e moglie, con 5 figli, tra i quali una bambina disabile. Il nucleo, da cinque mesi, era tornato nell’insediamento di via Casilina 900, dove aveva precedentemente vissuto dal 1984 fino allo sgombero del 2010.
Da allora è stato spostato dall’Amministrazione comunale presso fatiscenti e inadeguate strutture del Comune di Roma, sempre denominate “temporanee”, prima presso il “campo” di Gordiani, dopo nel centro di raccolta rom di via Amarilli, fino a quando, nel luglio 2013, stanco di vivere in condizioni di precarietà e di temporaneità, la famiglia è ritornata presso l’ex insediamento di via Casilina 900.
Oggi, questa famiglia si ritrova vittima per l’ennesima volta di uno sgombero forzato. Per l’ennesima volta, i due genitori e i cinque figli ricevono una proposta del Comune di Roma di sistemazione temporanea che prevede la separazione del nucleo familiare.
In seguito allo sgombero delle tre famiglie rom da via Casilina 900, le associazioni firmatarie chiedono all’Amministrazione capitolina: «Dov’è il cambiamento di rotta promesso e auspicato della giunta Marino? Perché il Municipio V ha consentito questo atto di violenza?».
Le associazioni invitano quindi Comune e Municipio a offrire un’immediata e degna soluzione abitativa alternativa ai tre nuclei familiari coinvolti nello sgombero.
Le associazioni richiamano altresì l’Amministrazione capitolina a voltare pagina una volta per tutte nelle politiche rivolte alle comunità rom e sinte di Roma e a mettere in pratica strategie efficaci atte ad affrontare il disagio abitativo delle stesse e a favorirne l’inclusione sociale.
 
Le associazioni firmatarie:
Associazione 21 luglio – Cittadinanza e Minoranze – Laboratorio Arti Civiche Università degli Studi Roma Tre – Federazione Romanì – Fondazione Romanì – Popìca Onlus

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Container 158 al Festival del Cinema di Roma, 12.11.2013

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La vita quotidiana nel “campo rom” più grande d’Europa, quello di via di Salone a Roma, in un film-documentario che vuole scardinare i pregiudizi e mostrare cosa vuol dire realmente essere rom oggi.
Martedì 12 novembre, al Festival del Cinema di Roma, è stato presentato in anteprima mondiale Container 158, il documentario di  Stefano Liberti ed Enrico Parenti, prodotto da Zalab e patrocinato da Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e Consiglio d’Europa ufficio di Venezia.
Container 158, che è stato realizzato con il sostegno di Open Society Foundations, è stato presentato al Festival del Cinema di Roma come evento speciale Alice nella Città.
Sinossi di Container 158
Giuseppe si alza ogni mattina e va in giro col furgone a cercare il ferro. Remi è un meccanico senza officina: aspetta che qualcuno gli porti una macchina da aggiustare. Miriana aspetta invece che nascano le sue due gemelle. Brenda vorrebbe un lavoro ma è senza documenti: è nata in Italia, ma non ha la nazionalità. Né ha quella del suo paese di origine, il Montenegro, che l’ha “scancellata”, come dice lei. Sasha, Diego, Marta, Cruis vanno a scuola ogni mattina. Ma non arrivano mai in tempo: il campo dove vivono è a chilometri di distanza, il pulmino fa ritardo e rimane spesso imbottigliato nel traffico. Attraverso le loro storie, “Container 158” racconta la vita quotidiana al “villaggio attrezzato” di via di Salone, nella Capitale, un campo in cui l’amministrazione di Roma ha raggruppato più di 1000 cittadini di etnia rom. Fuori dal raccordo anulare, lontano da tutto e da tutti.
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Tre associazioni scrivono all'Amministrazione romana

Lo sgombero dell'insediamento di via Salviati dello scorso settembre

Lo sgombero dell’insediamento di via Salviati dello scorso settembre


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L’Associazione 21 luglio, l’Associazione A Buon Diritto e l’Associazione Cittadinanza e Minoranze hanno chiesto urgentemente all’Amministrazione di Roma Capitale di aprire un tavolo di concertazione, che coinvolga i rappresentanti delle comunità rom e il mondo dell’associazionismo, per voltare pagina nelle politiche adottate finora a Roma nei confronti di rom e sinti.
Le tre associazioni, con una lettera, si sono rivolte nello specifico al sindaco Ignazio Marino, al vicesindaco Luigi Nieri e all’Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini e hanno manifestato la propria preoccupazione per gli interventi che hanno caratterizzato i primi mesi di questa Amministrazione in relazione alla situazione delle comunità rom e sinte della Capitale.
Sotto la luce dei riflettori, vi sono soprattutto gli sgomberi di insediamenti rom ordinati negli ultimi tempi dal Campidoglio.
«Noi non sottovalutiamo la complessità e la problematicità della “questione”, ma neppure ne sottovalutiamo la delicatezza – scrivono le associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani delle minoranze – Soprattutto sappiamo che gli sgomberi, oltre ad aggravare in modo insopportabile le condizioni di vita di questa minoranza, sono misure del tutto inefficaci, anzi controproducenti, a parte i risvolti di dubbia legalità che li accompagna, se non altro per le modalità con cui vengono effettuati».
«E’ ovvio, come l’esperienza dimostra, che distruggere le abitazioni di fortuna  degli insediamenti spontanei non fa che riprodurre il problema, perché gli sfrattati non hanno altra possibilità che quella di ricostruirsene altre altrove, spesso nelle immediate vicinanze -prosegue la lettera -. Tali interventi sono inoltre controproducenti, perché rafforzano nel resto della cittadinanza la diffidenza, i pregiudizi e gli stereotipi nutriti nei confronti di coloro  che vengono indicati con lo spregiativo termine di “zingari” ed ai quali  non vengono riconosciuti né dignità, né diritti, con la conseguenza di rendere sempre più difficile  una positiva interazione con loro».
La questione Rom va dunque affrontata diversamente. Lo affermano implicitamente il Consiglio di Stato che ha negato l’esistenza di una “emergenza rom” dichiarando illegittime le ricadute che se ne erano tratte, ed esplicitamente lo stesso Governo Italiano che, in attuazione della Comunicazione n. 173/2011 della Commissione Europea,  ha adottato, come è noto, una Strategia Nazionale  d’Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti. Dunque è dando attuazione a tale Strategia che il problema della interazione con le comunità Rom va affrontato.
Da queste considerazioni la necessità, per le tre associazioni firmatarie, di richiedere all’Amministrazione un incontro urgente al fine di istituire un tavolo negoziale al quale invitare le rappresentanze delle comunità rom presenti sul territorio comunale e le associazioni impegnate sul fronte dell’antirazzismo e della solidarietà con le minoranze.

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