Archivio per anno: 2014

In ricordo dello sterminio dei rom e sinti

olocausto rom sinti[tfg_social_share]2 agosto 1944. Campo di concentramento di Birkenau, Auschwitz. 2.897 uomini, donne e bambini rom e sinti vengono condotti nella camera a gas V e sterminati. A 70 anni esatti da quel giorno, oggi viene ricordato lo sterminio dei rom e sinti, da più parti identificato come il Porrajmos, la devastazione, il grande divoramento.
Dal 1939 al 1945 si stima che furono circa 500 mila i rom e sinti sterminati durante le persecuzioni naziste. Uno sterminio rimasto dimenticato almeno fino al 1982 quando il parlamento della Repubblica federale della Germania dell’ovest riconobbe ufficialmente la persecuzione razziale di stampo nazista nei confronti dei rom e dei sinti.
Da allora, grazie all’impegno di organizzazioni rom e non rom e di singoli individui, lo sterminio dei rom e sinti ha guadagnato graduale riconoscimento all’interno dei Paesi europei. Nel 2012 il Parlamento Europeo ha discusso una dichiarazione per riconoscere ufficialmente il 2 agosto come la data ufficiale per ricordare le vittime. Nonostante ciò, l’approvazione definitiva di tale riconoscimento tarda ancora ad arrivare.
Con l’obiettivo di vedere riconosciuto in via ufficiale il 2 agosto come giornata mondiale per ricordare lo sterminio di rom e sinti, l’International Roma Youth Network, in concomitanza con il 70esimo anniversario dello sterminio di Birkenau, ha lanciato la campagna globale di pressione e sensibilizzazione “Guarda e Non Dimenticare” che prevede, tra l’altro, forme di mobilitazione on line sui social network  usando gli hashtag #RomaGenocide e #2August.
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Foto: http://www.buongiornoslovacchia.sk/
 

Le minacce non possono fermare chi si batte per i diritti umani

diritti umani rom minacce

Lo staff dell’Associazione 21 luglio


[tfg_social_share]L’ Associazione 21 luglio, in seguito alle minacce formulate dal sig. Sartana Halilovic al presidente Carlo Stasolla, qualora l’associazione si fosse ancora occupata del “campo rom” La Barbuta, a Roma, ritiene opportuno sottolineare che quanti si battono per i diritti umani non possono arretrare su determinate posizioni anche di fronte a pressioni di tale grave entità.
Rimane pertanto immutata la decisione dell’Associazione 21 luglio di rendere pubblico, nel mese di settembre, il rapporto “Terminal Barbuta”, incentrato sulle condizioni di vita delle comunità rom nel medesimo “Villaggio attrezzato” e sul progetto di un nuovo insediamento, che coinvolge un’ATI guidata dalla multinazionale Leroy Merlin, che prenda il posto dello stesso “villaggio”, reiterando così la politica dei “campi” e dell’esclusione sociale dei rom nella Capitale.
L’episodio, con le minacce al presidente Carlo Stasolla da parte di un abitante del “campo” de La Barbuta, si è verificato nel corso della presentazione del rapporto dell’Associazione 21 luglio “Campi Nomadi s.p.a” presso la sede del Municipio VII di Roma Capitale, alla presenza delle stesse autorità municipali, lo scorso 16 luglio, come testimoniato dal seguente video de Il Fatto Quotidiano.

Tra i rom vittime dello sgombero forzato

Cristian* ha appena 4 mesi e ha già vissuto sulla sua pelle due sgomberi forzati. Insieme ad altre 38 persone, tra cui bambini e malati, Cristian fa parte dei rom che il 9 luglio scorso sono stati sgomberati da un insediamento informale in zona Val d’Ala, periferia nord-est della Capitale.
Poco prima della mezzanotte di venerdì 11 luglio, tra le braccia della mamma, Cristian è potuto finalmente salire sull’autobus messo a disposizione dal Comune di Roma che avrebbe portato i rom sgomberati in una struttura di accoglienza temporanea. Per Cristian e gli altri rom voleva dire scongiurare il rischio di un’altra notte all’addiaccio.
Si è conclusa così positivamente, dopo tre giorni di trattative intense con le autorità locali di Roma Capitale, la vicenda dello sgombero forzato di Val d’Ala, uno sgombero che Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno denunciato pubblicamente perché in violazione dei diritti umani e degli standard internazionali.
Maria*, 23 anni, è una delle giovani donne vittime dello sgombero: «Negli ultimi anni io e la mia famiglia siamo stati sgomberati molte volte, anche a brevissima distanza di tempo. Arriva la polizia, ci distrugge la baracca, ci distrugge la tenda, ci distrugge i materassi. Tutto. E noi restiamo senza nulla, senza avere la minima idea di che fine faremo, proprio come oggi», ha raccontato Maria il giorno dello sgombero del 9 luglio.
«Non sono riuscita neanche a prendere i miei vestiti. Li ho persi per via dello sgombero e ora ho solo quelli che indosso», si è sfogata, allo stesso modo, Anna*, anche lei 23enne.
Subito dopo essere stati allontanati dall’insediamento informale dove vivevano, i rom, nel tentativo di chiedere alle istituzioni romane una soluzione, si sono spostati sotto la sede del Dipartimento alle Politiche Sociali del Comune di Roma, in pieno centro della Capitale. In qui momenti, con loro, c’erano anche gli attivisti di Associazione 21 luglio e Amnesty International che hanno supportato le persone sgomberate anche attraverso la distribuzione di generi alimentari.
Tra i rom, quel giorno, c’era anche Camelia, madre di una delle ragazze allontanate da Val d’Ala. Camelia vive attualmente in una struttura d’accoglienza per soli rom a Roma ma, saputo dello sgombero, si è subito recata sul posto per stare vicino a sua figlia e, soprattutto, ai suoi nipotini di 8 mesi e 2 anni.
Fino a qualche mese fa anche la figlia di Camelia viveva nella stessa struttura d’accoglienza con la madre. Da quel centro, però, è stata allontanata, assieme al marito e ai bambini. «Il motivo? Si è assentata dalla struttura pochi giorni oltre il dovuto. Per questo è stata mandata via e, da un giorno all’altro, si è ritrovata per strada», ci ha spiegato la donna.

sgombero rom

Camelia si prende cura della sua nipotina appena sgomberata


Camelia, rumena come tutti i 39 rom sgomberati a Val d’Ala, ha 33 anni e vive in Italia da 10. È madre di quattro figli e anche lei, nella sua vita, ha dovuto affrontare il trauma dello sgombero forzato.
«Ricordo ancora che quando le forze dell’ordine hanno distrutto le nostre case sembrava che non avessero nessuna preoccupazione per noi – ha spiegato la donna mentre si prendeva cura della nipotina appena sgomberata – Poi, a un tratto, hanno trovato dei gattini. E per salvare i gattini si sono prodigati tantissimo. E lo reputo giusto. Ma per me che avevo in braccio mia figlia appena nata nessuno ha mostrato compassione e si è preoccupato di lasciarci senza un tetto sopra la testa».
Camelia ci ha raccontato di aver lasciato la Romania per l’Italia per dare un futuro migliore ai propri figli. «Nel mio Paese non avevamo alcuna possibilità. Vivevamo nella povertà assoluta. Un mio nipotino è morto perché non aveva da mangiare», ci ha raccontato.
«Anche qui a Roma è molto dura e l’unico lavoro che i rom riescono a fare è quello di raccogliere il ferro. Ma io vorrei fare un lavoro normale, come tutti i cittadini italiani. Ma ci sentiamo discriminati e la gente continua a dirci che siamo zingari. Senza darci nessuna possibilità».
* Nome di fantasia

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In Rome, the “Nomad Camp system” is worth 24 million euros

In 2013, the Municipality of Rome spent more than 24 million euros to segregate and concentrate Roma people in “villages of solidarity” or in “centres of Roma gathering” and to evict them from informal housing arrangements. This is the out and out “system of camps” in the Capital city of Italy. As part of this “system of camps”, 35 public and private bodies operate and employ more than 400 workers, whom gain access to the municipality’s public money through private commitments rather than through public calls for competitive bids.
This is the picture that emerges from the “Campi Nomadi s.p.a.” report that Associazione 21 Luglio presented on 12 June 2014in the Roman Capitol. There is an uncontrolled river of public money that flows into this “system of camps” and that does not translate into social inclusion for the Roma community. On the contrary, this policy fuels a negative perception of Roma people in the eyes of the public opinion.
Of the 24.108.406 euros spent by the Municipality of Rome in 2013 to deal with the “Roma question”- a question which concerns eight thousand people, more than half of them children86,4% of the money was used to administrate, supervise and safeguard the “camps”. 13,2% of the money was spent on schooling, while only 0,4% of the total sum was actually destined to social inclusion of Roma people.
The Municipality of Rome has spent over 16 million euros to administrate 8 “villages of solidarity” in which 4.391 people live. Among these villages, the “camp” of Castel Romano, where 989 Roma people live, is the most expensive: over 5 million euros were spent on it only in 2013. Since the inception of the “camp” in 2005, the Municipality of Roma has already spent more than 270 thousand euros for a family consisting of five individuals.
The “centre of Roma gathering” in via Amarilli, one of the three existing structures in Rome (which cost about 6 million euros in 2013), is the formal settlement with the highest expenditure per capita. For each of the 130 inhabitants of the “centre”, only in the year reviewed by the report, the Municipality of Rome has spent 906 euros per month, in the face of an investment for the social inclusion of Roma people of 0%.
Finally, almost 2 million euros were spent to move from one part of the city to the other about 1.200 Roma people through 54 forced evictions.
As the inquiry of Associazione 21 Luglio shows, 35 public and private bodies operate in the “Nomad Camps Inc” business. Estimating that each of these bodies necessitates an average of 12 workers, there are over 400 individuals employed in the mechanisms of the “Roma question”. It is worrying is that the percentage of funds assigned directly to these bodies, without going through the regular process of public calls for competitive bids, is in some cases of 100%.
Among the organizations who operate in the “camp system”, the Consorzio Casa della Solidarietà (“the consortium house of solidarity”) and Risorse per Roma (“resources for Rome”) were the two major recipients of funds in 2013: 4.242.028 euros were given to the first, 3.757.050 euros to the latter. The other groups received funds that vary from 2 million euros to 100 thousands euros per year.
Considering such high economic and social costs, overcoming the “camps” is the only way that leads into a new direction that intersects with human rights.
There are many possible alternatives to the “camps” and Associazione 21 Luglio, in its report, has proposed as a concrete example a project of self-recovery. This project, in accordance with the Regional Law n.55 of 1998, would give housing to 22 families, of which 2 Roma families, a family of refugees, a family of migrants and other Italian families with housing problems. This project would start from the identification of an empty building amongst the 1.200 acres of abandoned properties present in the municipality of Rome.
Housing solutions which are not the camps and which aim at social inclusion have been already implemented in other Italian cities, like Messina and Padua where thanks to projects of self-recovery and self-construction, the cost is respectively of 10 thousand euros and 50 thousand euros per each Roma family of 5 people. In Rome, the same type of family who lives in the La Barbuta “camp” costs 155 thousand euros every five years to the Municipality.
«To segregate, concentrate and remove Roma people has a very high cost that Rome cannot and should not afford, » says Associazione 21 Luglio «Thus, we ask the administration to concretely commit to end the politics of the camps and the system which hides behind it and to reconvert the resources into projects of real social inclusion for the benefit of Roma and non-Roma citizens. It is urgent, then, that the mayor Marino intervenes to suspend the project of reconstruction of the “camp” that the Department of Social Policies wants to build in Via della Cesarina in the upcoming months. The reconstruction would be a significant expense in the budget planned in 2014 for the “camp system”».
Translation by Mira Peliti
DOWNLOAD THE REPORT IN ITALIAN

Sgombero rom: la soluzione nella notte

sgombero romDopo tre giorni di trattative con le autorità locali, per i 39 rom coinvolti nello sgombero forzato di Val d’Ala, a Roma, è stata finalmente individuata una soluzione.
Venerdì 11 luglio, poco prima dello scoccare della mezzanotte, i rom, tra cui bambini di pochi mesi e persone affette da gravi patologie, sono stati trasferiti provvisoriamente in una struttura di accoglienza in città, dove risiederanno fino all’individuazione di ulteriori soluzioni.
[tfg_social_share]Si è così scongiurato il rischio, per queste persone, di altre notti all’addiaccio dopo che le loro abitazioni, nella mattinata del 9 luglio, erano state rase al suolo dalle ruspe cittadine.
Dall’inizio dello sgombero, gli attivisti delll’Associazione 21 luglio, insieme ad Amnesty International, hanno costantemente monitorato la situazione e supportato, anche materialmente, i 39 rom ritrovatisi improvvisamente senza tetto.
Con due comunicati stampa congiunti con Amnesty International, il primo il 9 luglio e il secondo l’11 luglio, l’Associazione ha dapprima denunciato le violazioni dei diritti umani e degli standard internazionali perpetrati con lo sgombero forzato e poi rivolto un appello urgente al sindaco  di Roma Ignazio Marino e all’Assessore al Sostegno Sociale e alla Sussidiarietà Rita Cutini al fine di trovare una soluzione immediata per far fronte all’emergenza creata dallo stesso sgombero.
Subito dopo lo sgombero, infatti, le famiglie rom sono state letteralmente abbandonate a loro stesse dalle istituzioni e per sbloccare la situazione si sono rese necessarie ore di trattative con le autorità locali.

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Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni

Amnesty International rom

I rom davanti alla sede del Municipio Roma III


[tfg_social_share]Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni. Per 39 rom ancora nessuna soluzione alternativa è stata individuata dalle autorità di Roma Capitale dopo lo sgombero forzato dell’insediamento informale in zona Val d’Ala. Associazione 21 luglio e Amnesty International rivolgono un appello urgente al sindaco di Roma Marino e all’Assessore Cutini: «Serve una soluzione immediata per rispondere all’emergenza che queste persone, tra cui minori e malati, stanno affrontando».
I 39 rom rumeni sono stati sgomberati lo scorso 9 luglio dall’insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria di Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma. Lo sgombero, come denunciato in un comunicato congiunto da Associazione 21 luglio e Amnesty International,  ha violato «i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali».
In particolare, lo sgombero – hanno denunciato le due organizzazioni – non è stato accompagnato da una genuina consultazione con le persone coinvolte né da una notifica formale scritta. In più, nessuna soluzione abitativa alternativa adeguata è stata offerta loro, come invece prescritto dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Dopo lo sgombero, nella stessa giornata, i rom si sono recati davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere una soluzione alternativa. Sul posto erano presenti anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio, di Amnesty International e l’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio III Eleonora Di Maggio. In quella sede, tuttavia, nessuna soluzione adeguata è stata offerta alle famiglie sgomberate, se non la divisione dei nuclei familiari (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte). Soluzione – la stessa proposta ai rom al momento dello sgombero – che non può essere ritenuta adeguata e che le famiglie hanno comprensibilmente rifiutato.
Successivamente i rom si sono spostati sullo stesso terreno dal quale erano stati sgomberati, dove hanno trascorso la notte riparandosi dalla pioggia con mezzi di fortuna. La mattina dopo, tuttavia, le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare le famiglie una seconda volta.
A quel punto i rom, accompagnati dagli attivisti di Associazione 21 luglio e Amnesty International, si sono spostati nella sede del Municipio Roma III, in piazza Sempione, nel cui atrio, in seguito a un accordo con le autorità municipali, hanno potuto trascorrere la notte in attesa di un pronto intervento da parte delle istituzioni capitoline per affrontare e risolvere l’emergenza in cui i 39 rom sono stati costretti dallo sgombero.
«Il tempo passa e le autorità di Roma Capitale non hanno ancora trovato nessuna soluzione all’emergenza che esse stesse hanno creato con un’azione inutile, costosa e frutto di una totale amnesia istituzionale», scrivono oggi Associazione 21 luglio e Amnesty International.
«Dopo essere stati vittime di due sgomberi in due giorni, i rom sono stati letteralmente abbandonati a loro stessi. Rivolgiamo quindi un appello alla sensibilità del sindaco Ignazio Marino e dell’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà di Roma Capitale Rita Cutini – affermano le due organizzazioni –  affinché, urgentemente, venga individuata una soluzione abitativa adeguata per questi uomini, donne e bambini».
«Una volta che la situazione alloggiativa di questa comunità sia stata risolta – concludono le due organizzazioni – il sindaco Ignazio Marino e le altre autorità competenti dovranno verificare perché gli sgomberi continuano ad essere compiuti con modalità che violano gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate, e creare i presupposti perché tali violazioni di diritti umani non si ripetano ulteriormente, ad esempio attraverso l’adozione di una circolare che guidi il comportamento di ufficiali impegnati nelle operazioni di sgombero».

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Roma, Associazione 21 luglio e Amnesty International contro l'ennesimo sgombero

amnesty international sgombero[tfg_social_share]Ci sono anche 11 minori, di cui alcuni di pochi mesi, e persone affette da gravi patologie tra i 39 rom che sono stati sgomberati questa mattina da un insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma.
Le famiglie, rese senza tetto dallo sgombero forzato, hanno appena raggiunto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune per chiedere un’alternativa adeguata. Per Associazione 21 luglio e Amnesty International, che hanno assistito alle operazioni, lo sgombero viola i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali.
Le operazioni di sgombero sono cominciate questa mattina intorno alle ore 7.30 alla presenza degli ufficiali della Polizia di Roma Capitale (guarda le foto). Le abitazioni dei 15 nuclei familiari sono state abbattute e i 39 rom, tutti originari della Romania, sono stati allontanati dall’insediamento nel quale vivevano.
Appresa l’intenzione delle autorità comunali di sgomberare i 39 rom, tra cui alcune persone che necessitano di cure per via delle gravi patologie di cui soffrono, l’Associazione 21 luglio, lo scorso 4 luglio, aveva scritto alla Direzione Accoglienza e Inclusione del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere un intervento immediato volto a evitare la realizzazione di uno sgombero forzato, illegale e in violazione dei diritti umani.
L’8 luglio, Amnesty International aveva chiesto chiarimenti al Comune di Roma in merito allo sgombero e alle misure adottate per garantire il rispetto degli standard vigenti. Da tale dialogo è emersa l’assenza di un’offerta di alloggio alternativo alle famiglie interessate dallo sgombero.
Di fronte all’assenza di un intervento in grado di riportare tale operazione entro un ambito di legalità, pertanto, Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno dovuto constatare che, così come sono state condotte, le operazioni non hanno rispettato le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Lo sgombero di stamane, infatti, non è stato accompagnato da una genuina consultazione con gli interessati né da una notifica formale e nessuna alternativa abitativa adeguata è stata offerta loro – se non la divisione familiare (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte) che le persone hanno comprensibilmente rifiutato – rendendo così i 39 rom, in particolare i bambini, vulnerabili a ulteriori violazioni di diritti umani.
Con quello di oggi, sale a 30 il numero di sgomberi forzati di insediamenti informali rom realizzati nella Capitale dall’attuale Giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino, sottolinea l’Associazione 21 luglio. Lo sgombero odierno, secondo i dati dell’Associazione, è inoltre costato al Comune circa 50 mila euro mentre per i 30 sgomberi sono stati spesi, in totale, circa 1,5 milioni di euro.
Subito dopo essere state sgomberate, le famiglie rom coinvolte hanno deciso di recarsi davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma, in viale Manzoni 16, per chiedere una soluzione abitativa adeguata.
Sul posto si trovano anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio e di Amnesty International, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio Roma III Eleonora Di Maggio, che ha assistito allo sgombero.
«Lo sgombero forzato di questa mattina rende evidente l’urgenza di una circolare che indichi le modalità con cui gli sgomberi devono essere realizzati, quando strettamente necessari, rispettando gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate», afferma Amnesty International. «Il Sindaco Marino ed il governo italiano non possono guardare dall’altra parte mentre dei bambini vengono lasciati per strada».
«Perpetrando una politica basata sugli sgomberi forzati e sulla segregazione dei rom nei cosiddetti “villaggi della solidarietà” – affermano Associazione 21 luglio e Amnesty International – Roma non solo dimostra di non attuare la Strategia di Inclusione dei Rom e Sinti ma persiste nell’utilizzo di ingenti risorse economiche – che potrebbero essere riconvertite in progetti rivolti a tutti i cittadini, rom e non, in emergenza abitativa – per violare i diritti umani dei rom contribuendo ad alimentare il clima di ostilità nei loro confronti».
GUARDA LE FOTO DELLO SGOMBERO

Presentazione di "Campi Nomadi s.p.a" al Municipio Roma VII

campi nomadi roma[tfg_social_share]Il rapporto dell’Associazione 21 luglio “Campi Nomadi s.p.a.”, che analizza i costi del “sistema campi” nel 2013 nella Capitale, continua a circolare nella città di Roma e ad essere richiesto dalle autorità locali. Dopo la presentazione ufficiale dello scorso 12 giugno in Campidoglio e quella successiva nella sede del Municipio III, il rapporto sarà presentato mercoledì 16 luglio alle ore 17 presso la Sala Rossa del Municipio VII di Roma Capitale, in piazza Cinecittà 11. L’evento è organizzato dallo stesso Municipio, sul cui territorio, del resto, sorge uno degli otto “villaggi della solidarietà” analizzati nel rapporto, quello de La Barbuta.
Interverranno alla presentazione, per l’Associazione 21 luglio, il presidente Carlo Stasolla la ricercatrice Angela Tullio Cataldo e Stefania Viceconti, autrice di una parte del rapporto.
Parteciperanno all’evento anche le autorità del Municipio VII: il Presidente del Municipio VII Susana Ana Maria Fantino, l’Assessore alle Politiche Sociali Daniela De Lillo e i consiglieri della Lista Civica Marino Davide Tutino, Federica Lenci e Francesco Laddaga (organizzatori dell’evento).
Sono stati inoltre invitati alla presentazione tutti i consiglieri e assessori municipali e il Presidente della Commissione Legalità e Diritto di Roma Capitale Riccardo Magi.
Dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.” (che è possibile scaricare cliccando qui) emerge che nel solo 2013 il Comune di Roma ha speso oltre 24 milioni di euro per segregare, concentrare e allontanare i rom nella Capitale. Il rapporto porta altresì porta alla luce il vasto indotto, che coinvolge più di trenta enti pubblici e privati, che gira attorno al cosiddetto “sistema campi”. Vengono infine prese in rassegna due buone prassi di politiche di superamento dei “campi” in Italia, Messina e Padova, ed è presentato un esempio concreto di alternativa possibile al modello “campo” realizzabile nella città di Roma.
INGRESSO LIBERO
Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
email: stampa@21luglio.org

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Lettera a Marino: «Subito delega ad hoc su questione rom»

rom marino roma

L’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma Rita Cutini (foto: Roma Capitale)


[tfg_social_share]Istituire con urgenza una delega ad hoc per affrontare la “questione rom” nella Capitale e affidare l’incarico a una persona indipendente e competente che sappia tracciare nuove linee guida per la chiusura dei “campi”. Lo chiede l’Associazione 21 luglio al sindaco di Roma Ignazio Marino, a un anno esatto dalla nomina di Rita Cutini alla guida dell’Assessorato al Sostegno Sociale e alla Sussidiarietà di Roma Capitale.
Secondo quanto stabilito dall’Ordinanza n. 134 del 27 giugno 2013, con la quale Rita Cutini è stata nominata Assessore con delega al Piano per l’inclusione sociale dei migranti, l’intera “questione rom” è di competenza dello stesso Assessore.
«In questi dodici mesi – scrive l’Associazione 21 luglio in una lettera inviata al sindaco Marino – l’Assessore Cutini ha mostrato scarsa competenza e mancanza di una visione politica adeguata per allineare la città di Roma alle linee guida indicate dalla Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom». Le decisioni assunte dall’Assessore – è l’analisi dell’Associazione – sono state contrassegnate dall’approccio emergenzialeimprovvisazionesperpero di denaro pubblico e violazione dei diritti umani fondamentali.
La prima azione dell’Assessorato è stata lo sgombero forzato della comunità rom di via Salviati avvenuto il 12 settembre 2013, costato oltre 150.000 euro e che ha portato alla protesta formale di organizzazioni internazionali che si battono per i diritti umani, come Amnesty International Italia e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom.
Malgrado le forti preoccupazioni espresse in una lettera del 12 novembre 2013 dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks al sindaco Ignazio Marino, la successiva decisione dell’Assessore Cutini è stata il trasferimento di 137 rom dall’insediamento di via della Cesarina al “Best House Rom”, struttura nella quale, in assenza di luce naturale e spazi adeguati, vivono 320 rom.
Successivamente, il medesimo Assessore ha annunciato la decisione di realizzare un nuovo “villaggio della solidarietà” per soli rom nel luogo dove sorgeva fino al 2013 il “campo “ di via della Cesarina. Un progetto che finora, per le sole spese preliminari, è già costato quasi 600.000 euro.
«A un anno dalla sua nomina, l’Assessorato a guida Cutini non ha ancora prodotto alcuna linea politica operativa in risposta alle drammatiche condizioni di vita delle comunità rom e sinte nella Capitale e al fiume incontrollato di denaro che fuoriesce dalla casse comunali per il mantenimento del “sistema campi”», afferma l’Associazione 21 luglio che chiede quindi al sindaco Marino un suo intervento diretto e urgente per istituire una delega ad hoc per la “Programmazione di interventi per il superamento degli insediamenti formali e informali e per l’inclusione dei rom e sinti”.
«Solo con l’istituzione di una delega ad hoc, affidata a una persona con le competenze giuste, si potrà avviare con decisione il cambiamento di rotta voluto dall’attuale sindaco e delineare i passi concreti per l’attuazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione di Rom nella città di Roma, a partire dal passaggio obbligato della chiusura degli 8 “villaggi della solidarietà” della Capitale».
Lo scorso 12 giugno, in Campidoglio, l’Associazione 21 luglio ha presentato il rapporto “Campi Nomadi s.p.a.” che ha evidenziato, per l’anno 2013, una spesa di oltre 24 milioni di euro sostenuta dal Comune di Roma per la gestione dei “campi” in città.
Questa sera, a partire dalle ore 17.30 nella sala Consiliare del Municipio Roma III – piazza Sempione 15, Roma – il rapporto sarà presentato nuovamente alle autorità del Municipio e al pubblico in un evento organizzato dal Municipio Roma III e dal suo presidente Paolo Marchionne.
 

7° Rapporto CRC, infanzia e adolescenza in Italia

breveon6 (1)[tfg_social_share]Il Gruppo CRC ha lanciato il 17 giugno 2014 il nuovo Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione Onu sull’infanzia e l’adolescenza e i suoi Protocolli Opzionali (Rapporto CRC).
“Ci auguriamo che il Governo metta al più presto in atto delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza che consentano un miglioramento sostanziale della condizione delle persone di minore età nel Paese”, dichiara Arianna Saulinicoordinatrice del Gruppo CRC. “L’Italia deve tornare ad essere un Paese che investe non solo sui giovani ma anche sui bambini, perché una politica davvero lungimirante ed efficace è una politica che investe sulla salute e sullo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale nei primissimi anni di vita di un bambino. Sono questi gli investimenti che garantiscono il più alto ritorno economico per gli individui e per la società”.
La difficoltà principale che emerge dal Rapporto, è quella di “mettere a sistema” le politiche per l’infanzia e l’adolescenza nel nostro Paese. Si è infatti assistito a un decentramento delle politiche sociali verso le Regioni, senza la definizione dei Livelli Essenziali di Prestazioni concernenti i Diritti Civili e Sociali (LEP) e soprattutto con la progressiva e costante diminuzione delle risorse destinate alle politiche sociali nel corso degli anni.
La mancanza e la discontinuità con cui è stato adottato il Piano nazionale Infanzia (strumento che per legge dovrebbe essere predisposto con cadenza biennale) è solo un esempio di tale “disattenzione”. Il Terzo Piano Nazionale Infanzia è stato approvato il 21 gennaio 2011, e al momento non sono stati avviati i lavori per la stesura del nuovo.
L’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza ha concluso il suo mandato alla scadenza prevista, nel novembre 2012, e non è più stato riconvocato.
Il 22 ottobre 2013 è stata ricostituita la Commissione Parlamentare Infanzia e dopo diverso tempo è stato finalmente approntato il relativo Ufficio di Presidenza dando avvio ai lavori. Anche in questo caso si sottolinea la necessità di coordinamento tra questo organo e gli altri soggetti con compiti di indirizzo e controllo sulla concreta attuazione degli accordi internazionali e della legislazione relativa ai diritti e allo sviluppo dei soggetti in età evolutiva.
Per quanto riguarda le risorse dedicate all’infanzia e all’adolescenza, non esiste ancora un monitoraggio compiuto a livello istituzionale, e dall’analisi realizzata nei Rapporti CRC su alcuni fondi emerge un’allocazione di risorse che manca di strategia complessiva nazionale e soprattutto di una visione di lungo periodo.
Il Sistema di raccolta dati sull’infanzia e l’adolescenza rimane ancora troppo carente. Sia la BDA (Banca Dati Nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione) che la Banca dati sull’abuso sessuale di minorenni, già sollecitate dal Gruppo CRC nei precedenti Rapporti CRC, non sono ancora andate a regime.
Le associazioni del Gruppo CRC quest’anno hanno voluto porre l’accento in particolare sulla condizione dei bambini nella fascia di età tra gli 0 e i 3 anni, dedicando un approfondimento tematico sul diritto di tutti i bambini alle opportunità di sviluppo cognitivo, emotivo e sociale nei primi anni di vita. L’Italia rimane infatti ancora lontana dal raggiungere gli obiettivi europei nelle politiche per l’infanzia. Solo il 13,5% ha avuto accesso ai servizi per l’infanzia e agli asili nido, con opportunità ancor più ridotte nel Sud e nelle Isole. Al 1° gennaio 2013 i bambini in età compresa tra gli 0 e i 3 anni in Italia erano 2.171.465 e di questi uno su cinque nasce da almeno un genitore straniero. Ma per molti di questi bambini mancano le risorse e di conseguenza mancano i servizi.
A questo periodo critico, di grandi opportunità e al tempo stesso di particolari vulnerabilità, andrebbe invece dedicata una speciale attenzione per garantire il diritto di tutti i bambini a un pieno sviluppo del proprio potenziale, come indicato dalla CRC, che riconosce come l’attuazione di questo diritto passi soprattutto attraverso il supporto che la società è capace di dare ai genitori.
Al fine di assicurare il pieno esercizio di tale diritto a tutti i bambini e le bambine il Gruppo CRC raccomanda al Governo ed alle Amministrazioni Regionali e Locali, di dedicare una speciale attenzione ai primi anni di vita del bambino, attraverso politiche volte alla riduzione della povertà e all’incremento dei servizi socio-educativi, e interventi finalizzati al supporto delle competenze genitoriali, a partire dalla gravidanza.
Infine, nella fascia di età 0-2 anni prevale ancora l’inserimento in comunità rispetto all’affido. Secondo i dati al 31 dicembre 2011, dei 29.388 bambini e ragazzi fuori dalla propria famiglia di origine sono stati accolti in comunità 14.991 minorenni. il numero di minorenni accolti in comunità è stato superiore di 594 unità rispetto a quello di minorenni in affidamento familiare. Quasi la metà dei minorenni in affidamento familiare (6.986) sono però in affido a parenti, si conferma quindi che i minorenni fuori dalla cerchia parentale risultano essere accolti in maggior numero in comunità, piuttosto che in affido etero-familiare.
Questi alcuni dei temi affrontati nel 7° Rapporto CRC nei 51 paragrafi redatti dalle 87 associazioni che compongono il Network. Il Gruppo CRC si impegna ad attivare e rafforzare il dialogo con le istituzioni competenti al fine di garantire una piena ed efficace implementazione della CRC nel nostro Paese.
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