Archivio per anno: 2015

Salvini.

"Non è reato se prendi a bastonate uno zingaro che ruba"

L’area legale dell’Associazione 21 luglio sta lavorando per un esposto alla Procura della Repubblica nei confronti del Consigliere Municipale del I Municipio di Roma Luca Aubert a seguito del post pubblicato sul suo profilo Facebook nella giornata di oggi. Il Consigliere del Gruppo “Noi con Salvini” ha infatti scritto: “Banda di zingaracci in azione a via Andrea Doria. Bisognerebbe fare una modifica al codice penale: “non è reato se prendi a bastonate uno zingaro che ruba”. Siete con me?”.
L’Associazione 21 luglio ritiene che le affermazioni del Consigliere Municipale, oltre ad essere lesive della dignità umana, possano essere suscettibili di incitare all’odio razziale, a sentimenti xenofobi e alla discriminazione.
«Parole di tale tenore – sostiene l’Associazione 21 luglio – attaccano apertamente un determinato gruppo etnico, contribuendo ad alimentare tra i lettori del post allarme sociale, rinfocolando pregiudizi e incitando a comportamenti intolleranti e xenofobi».
Tali affermazioni del resto, si pongono in contrasto con quanto ribadito da varie Convenzioni e organismi internazionali che si sono ampiamente espressi sulla questione dei discorsi d’odio. Secondo il Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale delle Nazioni Unite (CERD), per esempio, «l’esercizio del diritto alla libertà di espressione comporta particolari doveri e responsabilità tra cui l’obbligo di astenersi dal diffondere idee fondate sulla superiorità o l’odio razziale».
In riferimento alla posizione espressa da Luca Aubert, l’Associazione 21 luglio intende anche chiedere una netta presa di posizione al presidente dell’Associazione vaticana SS. Pietro e Paolo, organizzazione impegnata in iniziative assistenziali e in un servizio di vigilanza al Santo Padre presso la quale il Consigliere Municipale afferma – nel suo profilo pubblico presente sul sito del Comune di Roma – di svolgere servizio di volontariato.

Accogliamoci: nel "campo rom" di Castel Romano

“Campo rom” di Castel Romano, il più grande di Roma, costato, nel solo 2013, oltre 5 milioni di euro al Comune (di cui nulla è stato utilizzato per l’inclusione sociale dei circa mille rom che vi vivono). Dall’inchiesta denominata “Mondo di Mezzo” sono emersi i forti interessi, su questo “villaggio della solidarietà”, di Mafia Capitale e del ras delle cooperative Salvatore Buzzi.
Proprio in questo luogo, emblema del malaffare che ruota attorno ai rom nella Capitale e della politica segregante attuata nei confronti di tali comunità, il comitato promotore della campagna Accogliamoci, invitato da una parte dei rom del “campo”, si è recato per illustrare alla comunità le due delibere di iniziativa popolare per le quali la campagna ha avviato una raccolta firme. Una delle due delibere riguarda infatti il superamento dei campi rom nella Capitale attraverso percorsi efficaci di inclusione sociale. L’altra delibera riguarda invece la riforma del sistema di accoglienza per i rifugiati.

«Firmiamo perché non ce la facciamo più a stare nei ghetti, come animali, senza futuro e senza alcuna possibilità di vivere come il resto dei cittadini – affermano alcuni abitanti del “campo” – Vogliamo una vita diversa per i nostri figli, che sono nati e cresciuti qui in Italia. Una vita da cittadini italiani ed europei».
«Questa è mia figlia: guardatela. Ha appena venti giorni di vita. Guardate dove è nata. Guardate dove è costretta a vivere – spiega Dragan*, che vive a Castel Romano insieme alla moglie e a quattro figli -. Vivrà in un posto lontano da tutto e dimenticato da tutti. Noi non vogliamo vivere così, ma è in posti come questi che le istituzioni italiane ci hanno “rinchiuso”, negandoci la possibilità di vivere come e con il resto della società. Eppure io mi sento italiano al 100%: sono nato in Bosnia, ma sono qui da quando ero molto piccolo. E come un cittadino italiano, con un lavoro regolare, n una casa, con una vita normale, che vorrei vivere insieme alla mia famiglia».
Per essere discusse in Campidoglio le due delibere promosse dalla campagna Accogliamoci –  di cui l’Associazione 21 luglio fa parte insieme a molte altre associazioni – devono essere firmate da almeno 5 mila cittadini residenti a Roma oppure che vivono e lavorano nella Capitale. Al raggiungimento dell’obiettivo mancano poco meno di mille firme.
L’iniziativa, nei giorni scorsi, è stata sostenuta dall’attore Elio Germano e dal cantante Piotta, attraverso una divertente intervista doppia per smontare stereotipi e pregiudizi su rom e sinti. Insieme a loro altre personalità del mondo politico hanno sottoscritto le due proposte, tra cui Emma Bonino, Pippo Civati, Luigi Manconi, Rita Bernardini, Furio Colombo ma anche Khalid Chaouki e Fabrizio Barca del Partito Democratico. Adesioni anche dal mondo della musica. I banchetti sono stati ospitati in diversi concerti romani come quelli dei Modena City Ramblers e dei Sud Sound System che hanno visto la sottoscrizione dell’iniziativa da parte dei componenti delle band.
Per aderire all’iniziativa, per partecipare ai banchetti di raccolta firme, per ritirare i moduli da compilare e per tutte le informazioni sulla campagna consultare il sito della campagna www.accogliamoci.it oppure la pagina Facebook.
 
* il nome è di fantasia

Accogliamoci: nel "campo rom" di Castel Romano

“Campo rom” di Castel Romano, il più grande di Roma, costato, nel solo 2013, oltre 5 milioni di euro al Comune (di cui nulla è stato utilizzato per l’inclusione sociale dei circa mille rom che vi vivono). Dall’inchiesta denominata “Mondo di Mezzo” sono emersi i forti interessi, su questo “villaggio della solidarietà”, di Mafia Capitale e del ras delle cooperative Salvatore Buzzi.
Proprio in questo luogo, emblema del malaffare che ruota attorno ai rom nella Capitale e della politica segregante attuata nei confronti di tali comunità, il comitato promotore della campagna Accogliamoci, invitato da una parte dei rom del “campo”, si è recato per illustrare alla comunità le due delibere di iniziativa popolare per le quali la campagna ha avviato una raccolta firme. Una delle due delibere riguarda infatti il superamento dei campi rom nella Capitale attraverso percorsi efficaci di inclusione sociale. L’altra delibera riguarda invece la riforma del sistema di accoglienza per i rifugiati.

«Firmiamo perché non ce la facciamo più a stare nei ghetti, come animali, senza futuro e senza alcuna possibilità di vivere come il resto dei cittadini – affermano alcuni abitanti del “campo” – Vogliamo una vita diversa per i nostri figli, che sono nati e cresciuti qui in Italia. Una vita da cittadini italiani ed europei».
«Questa è mia figlia: guardatela. Ha appena venti giorni di vita. Guardate dove è nata. Guardate dove è costretta a vivere – spiega Dragan*, che vive a Castel Romano insieme alla moglie e a quattro figli -. Vivrà in un posto lontano da tutto e dimenticato da tutti. Noi non vogliamo vivere così, ma è in posti come questi che le istituzioni italiane ci hanno “rinchiuso”, negandoci la possibilità di vivere come e con il resto della società. Eppure io mi sento italiano al 100%: sono nato in Bosnia, ma sono qui da quando ero molto piccolo. E come un cittadino italiano, con un lavoro regolare, n una casa, con una vita normale, che vorrei vivere insieme alla mia famiglia».
Per essere discusse in Campidoglio le due delibere promosse dalla campagna Accogliamoci –  di cui l’Associazione 21 luglio fa parte insieme a molte altre associazioni – devono essere firmate da almeno 5 mila cittadini residenti a Roma oppure che vivono e lavorano nella Capitale. Al raggiungimento dell’obiettivo mancano poco meno di mille firme.
L’iniziativa, nei giorni scorsi, è stata sostenuta dall’attore Elio Germano e dal cantante Piotta, attraverso una divertente intervista doppia per smontare stereotipi e pregiudizi su rom e sinti. Insieme a loro altre personalità del mondo politico hanno sottoscritto le due proposte, tra cui Emma Bonino, Pippo Civati, Luigi Manconi, Rita Bernardini, Furio Colombo ma anche Khalid Chaouki e Fabrizio Barca del Partito Democratico. Adesioni anche dal mondo della musica. I banchetti sono stati ospitati in diversi concerti romani come quelli dei Modena City Ramblers e dei Sud Sound System che hanno visto la sottoscrizione dell’iniziativa da parte dei componenti delle band.
Per aderire all’iniziativa, per partecipare ai banchetti di raccolta firme, per ritirare i moduli da compilare e per tutte le informazioni sulla campagna consultare il sito della campagna www.accogliamoci.it oppure la pagina Facebook.
 
* il nome è di fantasia

Salvini e l'Associazione 21 luglio: la ruspa contro l'informazione

Questa mattina, dalla sua pagina Facebook e dal suo profilo Twitter, il segretario della Lega ed europarlamentare Matteo Salvini ha rincarato la dose dell’ostilità contro i rom e i sinti in Italia, ha rievocato la ruspa e ha scatenato commenti e tweet negativi da parte dei suoi fans e followers.
L’Associazione 21 luglio non è preoccupata dall’essere chiamata in causa in modo diretto dal leader leghista, né tantomeno dal suo tentativo di sminuire le attività di ricerca e di monitoraggio condotte dall’Osservatorio. Quello che, ancora una volta, mette in allarme l’Associazione è infatti la reiterazione, da parte di Matteo Salvini, di un atteggiamento che predilige la disinformazione ai dati e alle statistiche, che parla alla pancia del suo pubblico piuttosto che alla loro testa, che offre slogan basati su stereotipi e pregiudizi piuttosto che una chiave di lettura efficace della realtà.
Questo atteggiamento, inoltre, reca in sé il concreto rischio di contribuire ad alimentare e sedimentare, nell’opinione pubblica, l’antiziganismo, il sentimento di odio nei confronti di rom e sinti.
Alla retorica e alle ruspe di Salvini, pertanto, l’Associazione 21 luglio continuerà ad opporre le sue ricerche scientifiche, i suoi report, le sue statistiche e la voce e le testimonianze dei rom e sinti che vivono nel nostro Paese, circa 170 mila persone che rappresentano lo 0,25% della popolazione che vive in Italia, una delle percentuali più basse tra i Paesi europei.

Come menzionato da Salvini nei suoi post odierni, il rapporto semestrale 2015 dell’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio (periodo di riferimento 1 gennaio – 15 luglio 2015) ha rilevato, in Italia, una media di quasi un episodio al giorno di discorsi d’odio contro rom e sinti, nella maggior parte dei casi ad opera di esponenti politici.
Oltre la metà degli episodi rilevati (105 su 183) sono classificati come “gravi”, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom.
L’ultimo rapporto annuale sul monitoraggio dell’Osservatorio 21 luglio (16 maggio 2013 – 15 maggio 2014), effettuato su 129 fonti (tra cui quotidiani nazionali e locali, cartacei e on line, agenzie stampa e social media) aveva invece portato alla luce 428 casi complessivi di discorsi d’odio verso rom e sinti, 1,17 casi in media al giorno.
Secondo i dati del rapporto, il 79% delle segnalazioni di discorsi d’odio complessivi si riconduce a dichiarazioni, diffuse attraverso gli organi di informazione, di esponenti politici. Di questi, il 70% risulta appartenente a partiti di destra e centro-destra, con un 28% riferito esclusivamente alla Lega Nord.
Se Matteo Salvini, anche attraverso i suoi post odierni, sembra voler sminuire l’importanza e la pericolosità sociale dell’antiziganismo, il fenomeno desta invece notevole preoccupazione agli occhi di diversi organismi internazionali.
A settembre 2013 il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha diffuso una Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio, definendoli «una forma di discorso diretto verso l’altro che rigetta i principi fondamentali dei diritti umani quali la dignità umana e l’uguaglianza e mira a degradare la condizione di gruppi e individui agli occhi della società». Il CERD ha quindi invitato gli Stati parte «a dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli». L’antiziganismo, secondo lo Special Rapporteur per le minoranze dell’Onu, comprende anche i forti pregiudizi e stereotipi verso i rom, che conducono a etichettare queste comunità come criminali, aggressive o come parassiti nella società.
Raccomandazioni e richiami, questi, basati su analisi e rapporti, dati, statistiche e informazioni, alle quali l’europarlamentare continua a rispondere con la rievocazione della «Ruspa».
L’Associazione 21 luglio rinnova la propria preoccupazione per l’assenza, in Italia, di strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, rendendosi così terreno fertile per la diffusione dei discorsi d’odio e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.

discorsi d'odio

Discorsi d'odio contro i rom: quasi un caso al giorno

Nei primi sei mesi del 2015, l’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio ha rilevato 183 casi di hate speech (discorsi d’odio) contro tali comunità, con una media di quasi un episodio al giorno.
Secondo i dati semestrali dell’Osservatorio 21 luglio, relativi al periodo 1 gennaio – 15 luglio 2015, oltre la metà degli episodi riscontrati (105 su 183) è classificata come “gravi“, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom, i cui autori sono nella maggior parte dei casi esponenti politici attraverso dichiarazioni sulla stampa e sui social media.
I restanti 78 episodi riscontrati, invece, si configurano come “discorsi stereotipati“, categoria nella quale confluiscono tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.
antiziganismo
Rispetto all’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio 21 luglio, si è registrato un leggero calo nella media giornaliera dei discorsi d’odio contro rom e sinti. Tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, infatti, l’Osservatorio aveva rilevato 428 casi complessivi, per una media di 1,17 casi al giorno.
Rispetto agli episodi rilevati, sono state 40 le azioni correttive intraprese dall’Osservatorio tra gennaio e luglio 2015, tra cui segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, lettere di diffida, segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (Oscad) e esposti all’Ordine dei Giornalisti in caso di episodi appannaggio dei professionisti dell’informazione.
A questo proposito, proprio nei giorni scorsi, l’Osservatorio ha ricevuto comunicazione da parte del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia circa l’apertura di due procedimenti disciplinari nei confronti di due giornalisti i cui articoli, secondo gli esposti presentati dall’Osservatorio, si configuravano come discriminatori e stigmatizzanti dei confronti dell’intera comunità rom e sinta.
«Nonostante il lieve calo riscontrato nella media giornaliera dei discorsi d’odio nei primi sei mesi del 2015, quella dell’antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica, plurale e inclusiva sulla quale occorre mantenere alta la guardia – sostiene l’Associazione 21 luglio – . La facilità con cui i discorsi d’odio rivolti a rom e sinti trovano terreno fertile nel nostro Paese ha come conseguenza, infatti, quella di rendere sempre più accettabili e condivisibili, da parte dell’opinione pubblica, posizioni estreme e penalizzanti nei confronti di tali comunità, contribuendo così ad alimentarne un’immagine negativa e stereotipata».
 
 

Se i giornalisti incitano all'odio contro i rom

Il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha avviato due procedimenti disciplinari nei confronti dei giornalisti Mariacristina Lani e Luca La Mantia, autori di alcuni articoli pubblicati sulle testate “Milano Post” e “Noiroma.tv“, segnalati dall’Osservatorio 21 luglio in quanto discriminatori nei confronti di rom e sinti.
L’apertura dei due procedimenti segue la presentazione di due differenti esposti all’Ordine da parte dell’Osservatorio 21 luglio, nell’ambito delle sue attività di monitoraggio dei discorsi d’odio a livello nazionale.
Al centro dell’azione disciplinare nei confronti della giornalista pubblicista Mariacristina Lani, in particolare, vi sono due articoli pubblicati sulla testata on line “Milano Post” rispettivamente il 16 aprile e il 23 aprile 2013.
“Il problema nomadi assilla l’Europa che sa solo rispondere con il tema dell’integrazione allocando fondi, alimentando così un metodo di vita parassitario di alcune genti”, scriveva la giornalista in uno degli articoli, discostandosi così, secondo l’Osservatorio 21 luglio, dagli obblighi deontologici per i giornalisti e diffondendo congetture di carattere discriminatorio fondate su base etnica.
Nell’altro articolo, molto critico nei confronti del sindaco di Milano Pisapia, la stessa Mariacristina Lani scriveva: “La città é di tutti: sarà per lui dei Rom che se ne fottono di Milano, spendendo e rubando i soldi dei cittadini, ma è anche dei bambini di Milano a cui viene rubata una scuola”.
Articoli di tale tenore – è l’opinione dell’Osservatorio 21 luglio sottoposta all’attenzione dell’Ordine dei giornalisti lombardo -, anziché limitarsi alla cronaca dei fatti accaduti, attaccano apertamente un determinato gruppo etnico, dando ampio spazio a dichiarazioni congetturali e generalizzanti, e contribuendo all’alimentazione dell’allarme sociale, rinfocolando i pregiudizi e incitando a comportamenti intolleranti e xenofobi.
Questi articoli, del resto, si pongono in contrasto con quanto ribadito da varie Convenzioni e organismi internazionali che si sono ampiamente espressi sulla questione dei discorsi d’odio. Secondo la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (CERD), per esempio, «gli Stati contraenti s’impegnano a adottare immediate ed efficaci misure, in particolare nei campi dell’insegnamento, dell’educazione, della cultura e dell’informazione per lottare contro i pregiudizi che portano alla discriminazione razziale».
Anche nell’articolo firmato dal giornalista professionista Luca La Mantia, pubblicato sul giornale on line “Noiroma.tv” il 9 aprile 2014 e intitolato “Nomade a chi?”, l’Osservatorio 21 luglio ha rilevato la presenza di congetture a sfondo discriminatorio verso rom e sinti, in grado di trasmettere un’immagine stereotipata e criminosa di un intero gruppo di persone.
In seguito all’apertura dell’esposto da parte del Consiglio dell’Ordine della Lombardia, tuttavia, l’articolo è stato rimosso dal portale e l’Osservatorio 21 luglio ha ricevuto una apprezzabile email di scuse, rivolte all’intera comunità rom e sinta, dallo stesso autore dell’articolo.
Non è la prima volta, del resto, che la testata “Noroma.tv” si segnala per pubblicazioni di tale tenore. A dicembre 2014, il direttore Michele Ruschioni era stato sanzionato con un’ammonizione dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio per un editoriale in cui scriveva: “Ho le scatole piene di zingari, nomadi, rom o come diamine vanno chiamati questa gentaglia che si aggira per la città con il chiaro intento di rubare, fregare, scippare, inculare il prossimo”.
Con l’apertura dei procedimenti disciplinari nei confronti di Mariacristina Lani e Luca La Mantia, l’Ordine della Lombardia avrà ora il compito di verificare la violazione delle norme deontologiche che regolano la professione giornalistica, con particolare riferimento al divieto di discriminazione per ragioni di razza.
Foto: cartadiroma.org

Rom sgomberati: l'esito dell'incontro


Le famiglie rom sgomberate il 14 luglio dall’insediamento di Val d’Ala hanno accettato l’accoglienza temporanea all’interno del “centro di raccolta” di via Salaria, in attesa dell’attivazione, da parte del Comune di Roma, di percorsi individuali di inclusione sociale.
Per le famiglie a rischio sgombero forzato nei centri di via San Cipirello, via Toraldo e via Torre Morena, invece, c’è l’impegno, da parte dell’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma, di prorogare la loro permanenza all’interno di queste strutture.
E’ questo l’esito dell’incontro tra le delegazioni di Associazione 21 luglio e Popica Onlus, le famiglie rom e l’Assessorato alle Politiche Sociali che si è svolto in seguito al sit in di solidarietà promosso dalle due organizzazioni davanti all’Assessorato.
L’incontro si è svolto con circa tre ore di ritardo rispetto all’orario previsto (mezzogiorno), una situazione che, viste le temperature che nella Capitale sfioravano i 40 gradi, stava creando forti disagi soprattutto a bambini e anziani.
La sistemazione delle famiglie di Val d’Ala nella struttura di via Salaria non può essere considerata, dall’Associazione 21 luglio, una soluzione adeguata, viste le condizioni di vita precarie all’interno della stessa. L’Associazione 21 luglio auspica tuttavia che l’Amministrazione mantenga fede agli impegni presi relativamente alla temporaneità della soluzione e alla pronta attivazione di percorsi di inclusione sociale per le stesse famiglie.
L’Associazione 21 luglio auspica altresì che venga mantenuta la promessa verbale dell’Assessore Danese rivolta ai rom che vivono nei tre centri di via San Cipirello, via Toraldo e via Torre Morena, scongiurando così il rischio di sgombero forzato dalle strutture.
 

Rom sgomberati, sit in di solidarietà in Assessorato

 
Giovedì 16 luglio, a partire dalle ore 12 davanti all’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma, in viale Manzoni 16, Associazione 21 luglio e Popica Onlus invitano associazioni e singoli individui a un sit in di solidarietà nei confronti dei 21 rom sgomberati ieri dall’insediamento informale di Val d’Ala e dalle altre famiglie rom a rischio sgombero forzato dai centri di via San Cipirello, via Torre Morena e via Toraldo.
Il sit in, al quale parteciperanno le famiglie rom vittime di tali azioni, si terrà contemporaneamente a un incontro – il terzo in tre giorni – tra le delegazioni di Associazione 21 luglio e Popica Onlus, i portavoce delle comunità rom coinvolte e l’Assessorato alle Politiche Sociali, per chiedere all’Amministrazione una soluzione alternativa adeguata – che l’Amministrazione tarda ad individuare – per le famiglie rimaste all’addiaccio dopo lo sgombero forzato a Val d’Ala, come del resto sancito dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Chi vuole, può dimostrare la propria solidarietà alle famiglie sgomberate – tra cui tre bambini, due donne incinte, anziani e malati – portando beni di prima necessità.
Dall’inizio dell’anno, a Roma, sono stati realizzati 59 sgomberi forzati, contro i 34 dell’intero 2014. Queste azioni, così come vengono realizzate, violano gli standard internazionali in materia di sgomberi, sono dunque illegittimi e violano i diritti umani di uomini donne e bambini.

Sgomberati due volte in un anno

Roma, 14 luglio 2015 – Senza alcun preavviso, facendo saltare le positive consultazioni avviate nelle scorse settimane, questa mattina il Comune di Roma ha proceduto allo sgombero forzato dell’insediamento informale rom di Val d’Ala, nella periferia nord-est della Capitale. La comunità rom, 21 persone di nazionalità rumena tra cui tre bambini e due donne incinte, si trova ora, in segno di protesta, sotto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune, accompagnata da una delegazione dell’Associazione 21 luglio.
È la seconda volta in un anno che gli stessi rom di Val d’Ala vengono sgomberati dallo stesso insediamento. Lo sgombero forzato del 9 luglio 2014 costò alle casse comunali circa 170 mila euro, considerando le operazioni di sgombero in quanto tali, l’accoglienza temporanea nella ex Fiera di Roma e il rimpatrio assistito delle famiglie. Solo alcuni mesi dopo, lo scorso febbraio, le stesse persone sono ritornate a Roma, reinsediandosi nella medesima area dalla quale erano stati sgomberati.
Il caso Val d’Ala, come ha più volte denunciato l’Associazione 21 luglio, assomiglia a un vero e proprio gioco dell’oca ed è emblematico di quanto sia miope, costosa ed inefficace la politica degli sgomberi forzati nella Capitale.
Lo sgombero odierno – il 59esimo realizzato nel 2015 dall’Amministrazione capitolina, a fronte dei 34 nell’intero anno precedente – è avvenuto alle prime luci dell’alba alla presenza degli uomini dei Carabinieri, della Polizia Municipale e della Guardia Forestale. L’azione è stata ordinata dal Gabinetto del Sindaco, previa comunicazione all’Assessorato alle Politiche Sociali. Presente sul posto anche il Presidente del Municipio III Paolo Marchionne.
L’azione si configura ancora una volta in violazione degli standard previsti dal diritto internazionale in materia di sgomberi. Nessuna notifica dello sgombero, né verbale né scritta, è stata consegnata alla comunità e nessuna soluzione alternativa abitativa adeguata è stata offerta alle famiglie rimaste da oggi all’addiaccio.
Soltanto pochi mesi fa, a febbraio 2015, la Commissione Europea contro l’Intolleranza e il Razzismo (ECRI) aveva richiamato l’Itala a causa dei continui sgomberi forzati che non rispettano le procedure internazionali perpetrati nel nostro Paese.
Nei mesi scorsi, in seguito alle notizie sull’imminenza dello sgombero a Val d’Ala, era stato avviato con a segreteria dell’Assessorato alle Politiche Sociali un positivo tavolo di consultazioni che avrebbe dovuto portare all’individuazione di soluzioni alternative percorribili ed efficaci, con il coinvolgimento delle singole famiglie. Il tavolo e il dialogo intrapreso avevano di fatto scongiurato lo sgombero forzato. Il caso Val d’Ala sarebbe diventato così il modello, per l’Amministrazione, per dare una sterzata rispetto alla politica degli sgomberi forzati e affrontare la questione degli insediamenti informali nella Capitale ascoltando le richieste sia degli abitanti del quartiere che delle comunità rom direttamente coinvolte.
Proprio oggi ci sarebbe dovuto essere un nuovo incontro tra una delegazione dell’Associazione 21 luglio, i rom di Val d’Ala e la segreteria dell’Assessore Francesca Danese per proseguire il positivo dialogo sulla questione. Lo sgombero forzato odierno, invece, manda in frantumi quella che poteva essere una preziosa occasione per offrire un segnale di rottura, nella Capitale, rispetto alle politiche fallimentari degli ultimi decenni.
«Siamo estremamente preoccupati dell’incapacità di questa Amministrazione di comprendere e gestire la questione degli insediamenti informali nella Capitale. Una incapacità che purtroppo degenera nella reiterazione di sgomberi forzati e nella sistematica violazione dei diritti umani di uomini, donne e bambini», afferma l’Associazione 21 luglio.
 

«Sogno che i campi non ci siano più»


Florin ha 19 anni, viene dalla Romania e vive in Italia da quando di anni ne aveva sei. Con la sua famiglia ha sempre vissuto a Roma.
Lo scorso maggio ha partecipato al Corso di formazione per giovani attivisti rom e sinti, organizzato dall’Associazione 21 luglio, da Amnesty International – sezione italiana e dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom.
«Una esperienza che mi ha permesso di acquisire maggiori conoscenze e soprattutto maggiore consapevolezza sui modi e gli strumenti per tutelare i diritti umani dei rom a Roma e nel resto d’Italia», spiega Florin.
Florin ha vissuto moltissimi anni all’interno di un “campo rom”. «Vivere in un campo vuol dire essere escluso dal resto della società e non avere le stesse opportunità di tutti gli altri cittadini: dalla possibilità di studiare alla possibilità di trovare un lavoro. Per questo vorrei trasformare il mio attivismo in un impegno costante affinché chi oggi vive in un campo possa finalmente trovare il modo di uscirne e di avere un lavoro e una casa come ogni altro cittadino».
Uscire autonomamente da un campo, tuttavia, non è così semplice come si potrebbe immaginare. Molte persone che vivono nei campi, infatti, pur essendo nate o cresciute in Italia risultano ancora prive di documenti, sia italiani che dei loro Paesi di origine, vivendo quindi in una situazione di apolidia di fatto che impedisce loro di proseguire gli studi, di lavorare regolarmente e di accedere a servizi essenziali come quelli sanitari, ad esempio.
Il superamento dei campi in favore di percorsi di inclusione sociale non può che avvenire, dunque, attraverso una precisa volontà delle istituzioni visto che, d’altra parte, sono le stesse istituzioni che in Italia hanno insistito sulla cosiddetta “politica dei campi”.
Essendo cittadino di un Paese dell’Unione europea Florin, fortunatamente, ha avuto meno difficoltà di altri a inserirsi nel mondo lavorativo. Nonostante la sua giovane età ha già raccolto alcune esperienze professionali, soprattutto all’interno di ristoranti, che l’hanno portato a vivere quotidianamente assieme a persone non rom.
«Uscire dalla realtà opprimente del campo e ritrovarsi a condividere momenti e giornate assieme ad altre persone al di fuori del campo, in città, ti aiuta a farti di nuovo sentire parte della società, ad essere accettato e amato dagli altri e a riacquistare fiducia nel futuro», racconta Florin, che ha un sogno:
«Che i campi non ci siano più, che tutti i rom siano uguali agli altri. Che i rom non siano più una povertà per la società, ma una ricchezza e che non siano più discriminati».

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