Archivio per anno: 2015

L'Autorità Anticorruzione avvia istruttoria sul Best House Rom

L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale Inopera della gestione del centro di raccolta denominato “Best House Rom”.
L’intervento dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone giunge come risposta a un esposto presentato alla stessa Autorità il 3 febbraio 2015 dall’Associazione 21 luglio, che ha denunciato sia le condizioni strutturali del centro sia la mancanza di trasparenza nelle modalità di affidamento diretto dal Comune alla cooperativa Inopera.
Il Best House Rom, situato in via Visso 12/14, nella periferia orientale della Capitale, è un capannone industriale classificato, secondo la visura dell’Agenzia del Territorio, nella categoria C/2, la stessa riservata ai locali utilizzati per il deposito delle merci. Non potrebbe, dunque, ospitare delle persone. Vi vivono, in condizioni precarie, alcune centinaia di rom all’interno di spazi angusti, in veri e propri «loculi» – come denunciato dal presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi lo scorso gennaio, in occasione di una visita alla struttura organizzata dall’Associazione 21 luglio – privi di finestre e punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale.
La struttura è stata inaugurata a luglio 2012 quando, con determinazione dirigenziale n. 3233 del 9 luglio 2012, firmata dall’allora Direttore del Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma Angelo Scozzafava, arrestato in seguito all’inchiesta su Mafia Capitale, il Comune ha affidato in maniera diretta alla cooperativa Inopera il servizio di accoglienza di circa 300 rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di altri rom provenienti dal campo di Castel Romano.
La gestione del centro, nato con carattere temporaneo, è stata prolungata fino ad oggi mediante una serie di determinazioni dirigenziali che hanno confermato i ripetuti affidamenti diretti, di durata breve, alla stessa cooperativa Inopera. A dicembre 2013, nella struttura sono stati spostati anche i 137 rom provenienti dal “villaggio attrezzato” di via della Cesarina e altre persone vittime di sgomberi forzati.
Nel solo 2014, il Best House Rom è costato circa 2,8 milioni di euro, pari a una spesa di 650 euro al mese per ogni ospite, mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il Comune ha speso oltre 150 mila euro. Il 93% delle risorse, inoltre, è usato per la sola gestione della struttura mentre nulla è destinato all’inclusione sociale di uomini, donne e bambini.
Nell’avviare l’istruttoria, l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiesto al Comune di Roma una giustificazione circa i reiterati affidamenti diretti di breve durata alla cooperativa Inopera nonché circa la mancanza di una opportuna pubblicazione a livello comunitario degli stessi affidamenti, contravvenendo così al principio di trasparenza.
L’Autorità ha quindi domandato al Comune di fornire informazioni dettagliate sui requisiti richiesti alla cooperativa Inopera per la gestione del servizio di accoglienza e sulle autorizzazioni in materia urbanistica, edilizia, di igiene, sicurezza e prevenzione incendi. Infine, ha richiesto un elenco delle verifiche della corretta esecuzione della prestazione da parte della cooperativa.
«L’apertura del fascicolo da parte dell’Autorità Anticorruzione rappresenta l’ennesima scure su un luogo, privo dei requisiti strutturali, dove si violano sistematicamente i diritti umani di uomini, donne e bambini», afferma l’Associazione 21 luglio che auspica l’immediata chiusura e superamento del Best House Rom.
A gennaio 2015 l’Assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese aveva definito la struttura «un mostro», promettendone la chiusura entro due mesi. Qualche mese dopo, lo scorso maggio, lo stesso Assessore aveva pubblicamente annunciato che, con la fine della scuola, sarebbe stata individuata una soluzione alternativa per almeno cinque famiglie residenti nel centro di raccolta. A nulla di tutto ciò, ad oggi, è seguito un riscontro nella realtà.
Nel frattempo, il 29 maggio 2015, nell’Ordinanza di applicazione di misure cautelari, che aveva scandito l’inizio dell’azione denominata “Mafia Capitale 2”, la cooperativa Inopera emergeva nelle intercettazioni e nei dialoghi con altre realtà ora indagate nell’inchiesta.
«Il mostro è ancora lì e continua, imperterrito, a nutrirsi dei milioni di euro che vi confluiscono in maniera poco trasparente. Sulla pelle dei rom – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio -. Non riusciamo a capacitarci del perché, nonostante i proclami dell’Amministrazione, sul Best House Rom non sia ancora stata messa la parola fine. A fronte dell’immobilismo istituzionale non ci resta che confidare nella scure dell’Ufficio guidato da Raffaele Cantone e nell’assestamento del colpo decisivo a questa vergogna capitale».
 

Convention PrimaveraRomanì

L’Italia di domani pensata, immaginata, raccontata dai giovani. Giovani rom e sinti, ma non solo.
Dal 19 al 21 settembre 2015, 30 ragazze e ragazzi provenienti da differenti parti d’Italia (25 rom e sinti, 5 non rom) si ritroveranno a Roma per la Convention PrimaveraRomanì, una tre giorni di studio e riflessione promossa dall’Associazione 21 luglio nell’intento di incoraggiare la partecipazione attiva delle comunità rom e sinte nel nostro Paese, per far sentire la propria voce contro ogni forma di discriminazione e in favore dei diritti umani.
I giovani giungeranno da Roma, Lucca, Torino, Oristano, Vicenza, Cagliari, Mazara del Vallo Terni. Nel corso della Convention Primavera Romanì, inoltre, i giovani attivisti avranno la possibilità di ascoltare le testimonianze dirette di attivisti rom impegnati in altri Paesi europei che interverranno in qualità di relatori: Akif Kariman, presidente dell’associazione Romano Avazi (Macedonia); Beatriz Carrillo, Associazione delle donne rom universitarie dell’Andalusia (Spagna); Silvia Heredia Martin, senatrice rom spagnola del Partito Popolare. È previsto un intervento di una rappresentanza della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
Nei primi due giorni della Convention i giovani lavoreranno in gruppi e a seconda delle loro competenze e dei loro ambiti d’interesse parteciperanno a uno dei quattro tavoli tematici di discussione: Casa, Giovani, Lavoro, Scuola.
Al termine dei lavori e delle riflessioni, i partecipanti saranno invitati a produrre un documento comune, un Manifesto, in cui racconteranno il Paese che, insieme, vorrebbero contribuire a costruire e che vorrebbe diventare strumento utile per indicare le migliori pratiche necessarie all’inclusione di rom e sinti. Consegneranno e illustreranno il documento alle istituzioni nazionali, dalle quali saranno ricevute, e lo presenteranno alla stampa e all’opinione pubblica in una conferenza stampa prevista per lunedì 21 settembre.

Rom sotto sgombero. La soluzione? Il ricollocamento in un centro coinvolto in Mafia Capitale

Sgombero forzato di 34 rom in corso a Roma. Il Comune intende sgomberare una struttura d’accoglienza a norma, quella di via San Cipirello, per ricollocare gli uomini, le donne e i bambini rom che attualmente vi vivono nel “centro di raccolta rom” di via Salaria: una struttura non a norma, gestita dal Consorzio Casa della Solidarietà – coinvolto in Mafia Capitale – dove i diritti umani sono sistematicamente violati.
Da questa mattina il personale della sala operativa sociale del Comune di Roma si trova nel centro di via San Cipirello, dove è iniziata una trattativa con i nuclei familiari rom, di origine rumena, che vi risiedono dal marzo 2014, dopo essere stati sgomberati dall’insediamento informale di via Belmonte Castello.
La soluzione alternativa proposta alle famiglie è il loro ricollocamento nel “centro di raccolta” di via Salaria, dove vivono oggi 385 persone in condizioni igienico-sanitarie precarie. La struttura di via Salaria, una ex cartiera che non potrebbe fungere da centro di accoglienza, è gestita dal Consorzio Casa della Solidarietà, ente coinvolto nella seconda tranche dell’inchiesta denominata “Mondo di Mezzo” su Mafia Capitale.
Stessa sorte dovrà toccare, secondo quanto affermato dal personale della sala operativa sociale del Comune, alle famiglie rom che vivono nel centro di assistenza abitativa di via Torre Morena, che dovrebbero essere sgomberate il prossimo 30 giugno. Soltanto pochi giorni fa il Comune di Roma aveva fornito rassicurazioni alle famiglie rom del centro di via San Cipirello che, in caso di sgombero, sarebbe stata loro offerta una soluzione abitativa alternativa adeguata.
«Il “centro di raccolta rom” di via Salaria non rappresenta una soluzione adeguata considerate le gravi violazioni dei diritti umani che in esso occorrono e il coinvolgimento dell’ente gestore nell’inchiesta su Mafia Capitale», affermano Associazione 21 luglio e Popica Onlus, presenti nel centro di via San Cipirello da questa mattina per monitorare la situazione.
Il “centro di raccolta” di via Salaria era stato visitato dalla Commissione Diritti Umani del Senato lo scorso 18 maggio. Il senatore Francesco Palermo aveva definito «disumane» le condizioni di vita delle famiglie nella struttura. «Non si possono chiudere gli occhi e far finta che queste persone siano invisibili e continuino a vivere ai margini della società – aveva detto Francesco Palermo – . Non soltanto bisogna adoperarsi per superare i campi a Roma e in Italia, ma anche agire sul piano culturale perché situazioni del genere non devono essere tollerate e accettate neanche dal resto dei cittadini».

La struttura di via Salaria, nel solo 2014, è costata alle casse comunali oltre 2 milioni di euro: ogni rom ospitato ha un costo di 450 euro al mese, il 93% delle risorse è utilizzato per la gestione e la sicurezza della struttura, il 6,5% per servizi di scolarizzazione mentre nessuna risorsa è dedicata all’inclusione sociale delle famiglie rom e alla loro fuoriuscita da esso. Le risorse, inoltre, sono state affidate dal Comune di Roma al Consorzio Casa della Solidarietà in via diretta, senza che alcun bando pubblico sia stato indetto.
Associazione 21 luglio e Popica Onlus condannano in maniera ferma quanto sta accadendo nel centro di via San Cipirello: «È del tutto inspiegabile che, nonostante la bufera Mafia Capitale, il Comune decida di sgomberare una struttura d’accoglienza a norma per poi inserire le famiglie rom in un centro gestito da un ente coinvolto nell’inchiesta della magistratura in corso, che peraltro prevede l’esborso di cifre astronomiche per il suo mantenimento».
«Lo sgombero forzato del centro di via San Cipirello e la mancanza dell’offerta alle famiglie di una soluzione alternativa adeguata – concludono le due associazioni – denotano, ancora una volta, una grave violazione dei diritti umani in corso nella Capitale e l’assenza di una visione strategica ed efficace, da parte dell’amministrazione, nell’affrontare la situazione delle famiglie rom presenti sul territorio cittadino».
Associazione 21 luglio e Popica Onlus, insieme a una delegazione delle famiglie rom coinvolte nello sgombero forzato, si stanno ora recando, in segno di protesta, sotto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma.
Aggiornamenti in diretta su Twitter: @Ass21luglio

Cosenza, sgombero forzato e una tendopoli per i rom

A Cosenza 490 rom rumeni, di cui un consistente numero di minori, rischiano di essere sgomberati dall’insediamento informale di Vaglio Lise, lungo il fiume Crati, e da un Ferrhotel situato nelle vicinanze e di essere ricollocati all’interno di una tendopoli che il primo cittadino Mario Occhiuto sta già provvedendo a costruire. Se questa operazione dovesse essere portata a compimento, il Comune di Cosenza si renderebbe autore di una grave discriminazione collettiva nei confronti della comunità rom, violando peraltro le garanzie procedurali previste dal diritto internazionale in materia di sgomberi.
Lo scrive, in una lettera di preoccupazione e richiesta di chiarimenti al prefetto della città calabrese Gianfranco Tomao, una coalizione di organizzazioni ed espressioni della società civile composta da Associazione 21 luglio, MO.C.I. (Movimento per la Cooperazione Internazionale), Amnesty International-Circoscrizione Calabria, AUSER Territoriale di Cosenza, Ambulatorio Medico SENZA CONFINI “A. Grandinetti” e Suore Ausiliatrici Cosenza.
«Dalla documentazione amministrativa del Comune di Cosenza, nonché dai riscontri mediatici, dalle comunicazioni rilasciate dal Sindaco Mario Occhiuto attraverso i social network e dai sopralluoghi e colloqui effettuati – scrive la coalizione al prefetto- si è appreso dell’intenzione di procedere allo sgombero della comunità rom rumena residente a Cosenza presso l’insediamento spontaneo lungo il fiume Crati (circa 400 persone) e presso la struttura Ferrhotel (circa 90 persone), con l’intenzione di rialloggiare 200 persone all’interno di una tendopoli, i cui lavori di allestimento risultano riavviati a partire dal 1° giugno 2015».
L’intera operazione e la soluzione abitativa alternativa suscitano profonda preoccupazione nelle organizzazioni che, in particolare, mettono in evidenza la mancanza di una consultazione genuina con la comunità rom antecedente allo sgombero, l’assenza di chiarezza sul destino delle persone oggetto del provvedimento di sgombero, l’inadeguatezza della tendopoli a ospitare nuclei familiari con minori al seguito e l’assenza di comunicazione sul suo effettivo carattere di temporaneità.
In assenza di tale temporaneità, si legge nella lettera, l’insediamento si connoterebbe a tutti gli effetti come segregante su base etnica e ci si ritroverebbe dinanzi all’allestimento dell’ennesimo “campo rom” in Italia, una soluzione che palesa una discriminazione collettiva verso la comunità rom come peraltro già rilevato dal Tribunale Civile di Roma il 30 maggio scorso con la condanna nei confronti del Comune capitolino per il carattere discriminatorio del “campo” La Barbuta.
In più, lo sgombero dell’insediamento di Vaglio Lise e del Ferrhotel si configurerebbe come forzato in quanto la sua realizzazione non prevede il rispetto delle garanzie procedurali in materia di sgomberi sancite dal diritto internazionale.
L’insediamento di Vaglio Lise era stato colpito da un incendio il 3 giugno 2014. Nei giorni successivi, 84 persone furono trasferite in un Ferrhotel in seguito a una ordinanza del sindaco che disponeva l’immediata requisizione dell’immobile di proprietà della Rete Ferroviaria Italiana (Rfi). Nonostante una ulteriore ordinanza, mai eseguita, che prevedeva lo sgombero dell’insediamento di Vaglio Lise, coloro le cui abitazioni non furono interessate dalle fiamme continuarono invece a vivere nell’insediamento.
Un mese dopo, a luglio 2014, la Rete Ferroviaria Italiana avanzò ricorso al Tar della Calabria contro l’ordinanza del sindaco Occhiuto che disponeva la requisizione del Ferrhotel. Il 21 maggio 2015 il Tar ha accolto il ricorso di Rfi ordinando al Comune di Cosenza di sgomberare l’immobile entro 15 giorni dalla notifica dell’ordinanza. Nello stesso tempo il Tar ha dato mandato al prefetto Gianfranco Tomao di eseguire la stessa ordinanza, mentre dal 1 giugno i lavori per la costruzione della tendopoli hanno subito una accelerazione.
Nel chiedere delucidazioni sulla vicenda, le organizzazioni firmatarie della lettera, che si dicono consapevoli della necessità di superare l’insediamento informale di Vaglio Lise nonché degli effetti della pronuncia del Tar sul Ferrhotel, invitano il prefetto Tomao ad avviare un canale di dialogo con la comunità rom interessata al fine di individuare una soluzione condivisa e partecipata, in linea con la Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom e Sinti, che sia graduale e dignitosa e che eviti le violazioni dei diritti umani che uno sgombero forzato comporterebbe inevitabilmente.
Foto: siti.chiesacattolica.it

Infanzia: diritti dei minori ancora negati

Nel Belpaese, 1 bambino su 7 nasce e cresce in condizioni di povertà assoluta, 1 su 20 assiste a violenza domestica e 1 su 100 è vittima di maltrattamenti. 1 su 20 vive in aree inquinate e a rischio di mortalità. 1 su 50 soffre di una condizione che comporterà una disabilità significativa all’età dell’ingresso nella scuola primaria, 1 su 500 vive in strutture di accoglienza. Più di 8 bambini su 10 non possono usufruire di servizi socio-educativi nei primi tre anni di vita e 1 su 10 nell’età compresa tra i 3 e i 5 anni. Nel 2013 in Italia sono andati al nido solo 218.412 bambini, pari al 13,5% della popolazione sotto i tre anni. E la situazione nel Mezzogiorno è ancora più grave, se si considera che tutte le regioni del Sud si collocano sotto la media nazionale, come la Sicilia con appena il 5,6% dei bambini che ha avuto accesso al nido; la Puglia con il 4,4%; la Campania con il 2,7% e la Calabria con il 2,1%.
Questi i principali dati che emergono dal Rapporto di monitoraggio sull’attuazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel nostro Paese, giunto alla sua ottava edizione, alla cui redazione hanno contribuito 124 operatori delle 90 associazioni del Gruppo CRC, e presentato stamane alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti.
Il Rapporto, evidenzia che, a vent’anni esatti dal primo Rapporto sullo stato di attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), inviato dall’Italia al Comitato ONU per la CRC, “il sistema organico di politiche per l’infanzia” su cui il nostro paese si era impegnato con la ratifica della Convenzione non è stato realizzato. Le associazioni auspicano che l’adozione del nuovo Piano Infanzia, con priorità e azioni ben definite e supportate da un adeguato impegno economico, possa essere il primo passo per rimettere al centro dell’agenda politica le misure per la tutela per l’infanzia.
“Ci sono bambini che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne compromettono lo sviluppo fisico, mentale scolastico, relazionale – sottolinea Arianna Saulini, di Save the Children e coordinatrice del Gruppo CRC. “Tra questi eventi, indicati come fattori di rischio, figurano condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure genitoriali inadeguate, violenza domestica ed esclusione sociale. Per questo chiediamo – aggiunge Saulini – che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni di vita del bambino, che vengano realizzate politiche adeguate per superare il divario territoriale nell’offerta educativa e di costruire un qualificato sistema integrato per l’infanzia e l’adolescenza, impegnando adeguati e stabili investimenti finanziari e introducendo un meccanismo permanente di monitoraggio della spesa”.
A proposito di risorse dedicate all’infanzia e l’adolescenza, il Rapporto denuncia che a distanza di anni non esiste ancora un monitoraggio a livello istituzionale, manca una strategia nazionale e una visione di lungo periodo nell’allocazione delle risorse. Le carenze, tuttavia, non sono solo di tipo economico, ma anche di raccolta e coordinamento delle informazioni.
Così, ad esempio, se si considera il problema dei minori privi di un ambiente familiare, gli stessi dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali presentano lacune e incongruenze. Sappiamo infatti che al 31 dicembre 2012 i minorenni affidati a parenti erano 6.750, quelli affidati a terzi 7.444, per un totale complessivo di 14.191 affidamenti familiari, e che i minori inseriti in comunità erano 14.255. Poco o nulla sappiamo però sulle cause dell’allontanamento dalla famiglia e sui motivi che hanno portato a scegliere l’accoglienza in comunità o l’affido, il tipo di struttura di accoglienza e i tempi di permanenza. Informazioni che mancano soprattutto per i minorenni tra 0 e 5 anni. A ciò si aggiunge che molte Regioni non forniscono i dati richiesti, come la Calabria che non ha aderito alla rilevazione, la Liguria e la Sardegna che hanno fornito dati discordanti rispetto ai criteri della rilevazione, l’Abruzzo che non ha inviato i dati sull’affidamento familiare. Ed è incomprensibile il divario tra i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quelli del Dipartimento per la Giustizia Minorile sugli affidamenti familiari consensuali o giudiziari. Sempre in merito al sistema di raccolta dati, la Banca Dati Nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione è operativa soltanto in 11 Tribunali per i Minorenni sui 29 esistenti e ciò rende difficile garantire a ogni bambino la scelta della miglior famiglia, quantificare e monitorare la situazione dei piccoli che non vengono adottati nonostante le tante famiglie disponibili.
Riguardo alle difficoltà economiche di molte famiglie con minori, pur riconoscendo l’impegno del Governo con la sperimentazione della nuova social card, Arianna Saulini ricorda che la povertà minorile in Italia è in continuo aumento – dal 2012 al 2013 i minori in condizioni di povertà assoluta sono passati da 1.058.000 (10,3%) a 1.434.000 (13,8%) – e ribadisce l’urgenza di un Piano nazionale di contrasto alla povertà, che tenga in debita considerazione le famiglie con figli minorenni e che sia in grado di mettere a sistema in maniera organica le varie e frammentate misure messe in campo in questi anni.
Il rapporto dedica poi un paragrafo ai minori stranieri non accompagnati (MSNA), tema di grande attualità considerati i numerosi sbarchi di questo periodo, rilevando la necessità di rendere subito operativo il nuovo sistema di accoglienza. Dal primo gennaio al 31 marzo 2015 sono sbarcati in Italia 10.165 migranti, di cui 902 minori (289 accompagnati e 613 non accompagnati), dato che a giugno è balzato a quasi 5.000 minori. Nel 2014, 26.122 minori hanno raggiunto le coste italiane e di questi 13.026 sono risultati essere non accompagnati, ovvero un numero pari a due volte e mezzo quello registrato nel 2013. Si tratta per la maggior parte di ragazzi tra i 15 ed i 17 anni, originari dell’Eritrea (3.394), dell’Egitto (2.007) e della Somalia (1.481). Va menzionato anche l’elevato flusso migratorio via mare dalla Siria: nel 2014 sono sbarcati 10.965 minori (10.020 accompagnati e 945 non accompagnati). Alla data di stesura del Rapporto erano oltre 500 i minori ancora in attesa del collocamento in comunità, che si trovano, da mesi, in strutture temporaneamente adibite alla loro accoglienza, attivate “in emergenza” a livello locale, in Sicilia, Puglia e Calabria.
E’ possibile scaricare l’8°Rapporto CRC completo dal sito: www.gruppocrc.net
Per ulteriori informazioni
Claudia Caputi
335356628

A Roma la prima Biblioteca Vivente sul tema rom

Non capita tutti i giorni di incontrare “libri umani”, ma è proprio quello che è avvenuto lo scorso 12 Giugno presso la Biblioteca Comunale Goffredo Mameli di Roma. C’è chi si è fermato per caso attirato dal via vai di persone e chi già sapeva dell’evento, ma tutti i lettori sono usciti entusiasti dall’esperienza della prima “biblioteca vivente” sul tema rom mai organizzata in Italia.
Quello della “biblioteca vivente” (traduzione di human library) è un metodo educativo sperimentato per la prima volta in Danimarca, quando un gruppo di giovani attivisti dell’organizzazione “Stop the Violence” propose questo evento per un importante Festival del Nord Europa con l’obiettivo di incoraggiare il dialogo e favorire la costruzione dei rapporti umani secondo i principi della non-violenza. Era il 2000, e nei successivi quindici anni l’idea è stata ripresa per diffondere conoscenza su tutti i temi che normalmente incontrano i pregiudizi e le resistenze dell’opinione pubblica che non vive direttamente le situazioni su cui è chiamata a discutere. L’obiettivo della biblioteca vivente è proprio quella di creare l’incontro diretto, per permettere di affrontare e combattere gli stereotipi sui temi più disparati: dall’immigrazione ai rom, dall’omosessualità ai detenuti.
In Italia gli incontri organizzati nell’ambito del metodo della “biblioteca vivente” sono una realtà consolidata, ma per la prima volta l’evento era incentrato sulla questione rom. Le quarte di copertina proposte durante l’incontro hanno emozionato e interessato i lettori, ogni libro umano ha raccontato nel corso del pomeriggio le proprie storie di vita più e più volte. Lettori di tutte le età non si sono accontentati di un solo confronto e hanno voluto saperne di più, passando da un tavolo all’altro dopo lunghe conversazioni come se si muovessero realmente tra le mensole di una libreria. “Perché alcuni genitori dicono che i rom rubano i bambini?”, ha chiesto un piccolo partecipante a uno dei libri umani presenti. “È un modo che alcuni adulti usano per spaventare i propri figli e non farli allontanare senza permesso” gli ha risposto il libro umano Miriana.
Tra gli “scaffali” c’era ampia scelta e assortimento. Per citare solo alcune delle nove storie di vita presenti, Elvis ha parlato del lavoro dei suoi sogni, Monica ha riferito della bella esperienza vissuta con altre mamme grazie alla recita della figlia a scuola, Sida ha ricordato le difficoltà affrontate durante lo sgombero forzato dal Casilino 900 al campo di Salone e Pio ha raccontato della sua realtà di attivista.
Tutti i libri umani si sono messi in gioco volentieri, manifestando la loro voglia di far conoscere le proprie esperienze e smontare i tanti pregiudizi diffusi a proposito del popolo rom.

ACCOGLIAMOCI. Per una Capitale senza ghetti né ruspe

ACCOGLIAMOCI
PER UNA CAPITALE SENZA GHETTI NÉ RUSPE

Presentazione delle delibere di iniziativa popolare
per il superamento dei campi rom e la riforma dell’accoglienza ai rifugiati a partire da Roma

Sabato 13 giugno, ore 11.00, Campidoglio – Sala della Piccola Protomoteca

Intervengono:

Emma BONINO, Partito Radicale
Luigi MANCONI, presidente della Commissione diritti umani del Senato e di A Buon Diritto
Riccardo MAGI, presidente di Radicali Italiani e consigliere comunale a Roma
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 Luglio
Patrizio GONNELLA, portavoce della Cild – Coalizione italiana Libertà e Diritti civili
Claudio GRAZIANO, responsabile immigrazione di Arci Roma
Salvatore FACHILE, Asgi – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione
Giuseppe CIVATI, E’ Possibile
Rita BERNARDINI, segretaria di Radicali Italiani

Introduce e modera
Alessandro CAPRICCIOLI, segretario di Radicali Roma

Accogliamoci è un’iniziativa di:
Radicali Roma, A Buon Diritto, Arci Roma, Asgi, Associazione 21 Luglio, Cild, E’ Possibile, Un Ponte Per, ZaLab

I giornalisti interessati sono pregati di inviare una email a info@accogliamoci.it entro le ore 20 di venerdì 12 giugno.

L’accesso per la stampa alla Piccola Protomoteca è previsto dal Portico del Vignola.

Per info: Alice Gussoni 347 449 17 24

#IpocrisiaCapitale: Buzzi e il progetto Leroy Merlin a La Barbuta

Era il 1 ottobre 2014. In una conferenza stampa mattutina presso la sede del Cesv, a Roma, e in un convegno pomeridiano tenuto nella sala Rosi dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale, l’Associazione 21 luglio presentava il rapporto “Terminal Barbuta”.
Il rapporto, oltre a denunciare le violazioni dei diritti umani nei confronti dei circa 600 rom residenti nel “villaggio attrezzato” La Barbuta – giudicato discriminatorio e segregante da una storica ordinanza del Tribunale Civile di Roma che ha condannato il Comune di Roma solo pochi giorni fa – portava allo scoperto un progetto per la costruzione di un nuovo “campo rom” in zona La Barbuta presentato il 27 gennaio 2014 (in una convocazione congiunta di alcune Commissioni di Roma Capitale presieduta dalla presidente della Commissione Politiche Sociali di Roma Capitale Erica Battaglia), da un’ATI composta dalla multinazionale Leroy Merlin Italia, dalla Comunità Capodarco di Roma e dalla ditta Stradaioli.
Il progetto prevedeva l’abbattimento dell’attuale “campo” La Barbuta, costruito nel 2012 al costo di 10 milioni di euro, per lasciare così spazio alle attività commerciali della multinazionale del bricolage.
In cambio dell’investimento, Leroy Merlin Italia avrebbe ricevuto la concessione gratuita del terreno per 99 anni. La ditta Stradaioli e la Comunità Capodarco di Roma – di quest’ultima è presidente Augusto Battaglia, ex deputato e padre di Erica Battaglia – avrebbero invece ricevuto rispettivamente 11,5 milioni di euro per la costruzione del nuovo “villaggio” e 597.285 euro annui per 15 anni per la gestione dello stesso.
Un progetto che, secondo quanto sta emergendo dalle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale, avrebbe subito ingolosito il numero uno della cooperativa 29 giugno, ora in carcere, Salvatore Buzzi.
«Ho visto una cosa enorme, sono stato a un incontro con Leroy Merlin», racconta Buzzi al collaboratore Carlo Guarany in data 17 settembre.
«10 milioni sul sociale, sui nomadi o sugli immigrati o sugli asili nido o su quel cazzo che vuoi tu. Sono disposti a fare un’associazione temporanea di imprese. Leroy Merlin, costruttori e noi, che gestiremmo la quota dei 10 milioni», spiega Buzzi al collaboratore Sandro Coltellacci.
Il pomeriggio del 1 ottobre 2014, al convegno dell’Associazione 21 luglio, avrebbe dovuto partecipare anche l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Rita Cutini, ufficialmente invitata dall’Associazione 21 luglio. Pur svolgendosi il convegno in Assessorato, l’Assessore purtroppo non si presentò.
Dalle intercettazioni, come riporta il quotidiano Il Giornale, emerge che Buzzi avrebbe ricevuto la richiesta da parte dei dirigenti di Leroy Merlin di «stoppare” la partecipazione dell’assessore Cutini a una conferenza stampa di un’associazione contraria al progetto. Secondo quanto riportato dalla stampa, Buzzi avrebbe quindi contattato Mattia Stella, collaboratore del sindaco Ignazio Marino, chiedendogli di fermarla.
«Vedo un attimo di intercettà, tanto quella chi ce parla…Ok, ciao, ciao», dice Stella intercettato.
Poco più di un mese dopo, il 4 novembre 2014, di fronte all’avanzamento del progetto, l’Associazione 21 luglio lanciava una campagna sul web invitando utenti e cittadini a mobilitarsi per convincere Leroy Merlin Italia a fare un passo indietro e a ritirare il progetto.
Leroy Merlin: un campo rom è un ghetto. Non costruirlo!” è il titolo dell’appello che migliaia di cittadini hanno inviato via email ai dirigenti di Leroy Merlin, con in copia il sindaco Ignazio Marino.
A seguito del “mail bombing” e della mobilitazione della società civile, i dirigenti di Leroy Merlin Italia intraprendevano un dialogo sereno e costruttivo con l’Associazione 21 luglio che si concludeva con una nota congiunta nella quale la multinazionale si rendeva disponibile a valutare eventuali modifiche e «realizzare opere di pubblica utilità, nell’ambito di tale progetto, finalizzate, tra l’altro, a cercare soluzioni costruttive ed alternative alla situazione attuale in cui versano i beneficiari finali di tali opere, nel rispetto di tutte le norme di Legge e degli standard internazionali sui Diritti Umani».
Con questa nota l’Associazione 21 luglio concludeva con soddisfazione la propria campagna.
Nella nota congiunta, peraltro, si faceva riferimento a una dichiarazione rilasciata in diretta tv ad Announo da Marino il quale, rispondendo a una domanda precisa della conduttrice Giulia Innocenzi, aveva escluso categoricamente l’ipotesi del nuovo campo.
Dalle intercettazioni pubblicate stamane dalla stampa emerge invece che al sindaco il progetto piaceva «molto, moltissimo…Proprio tanto, tanto».
Di seguito l’intercettazione tra Salvatore Buzzi e Silvia Decina, capo segreteria del sindaco, la quale avrebbe ricevuto da Lionello Cosentino, allora segretario del Pd romano, la documentazione del “Progetto Leroy Merlin” (Secondo quanto emerge dalle intercettazioni Cosentino avrebbe assicurato a Buzzi l’interessamento diretto del sindaco sulla questione).
Buzzi: Pronto
Decina: Salvatore?
B: Sì
D: Salvatore ciao, sono Silvia Decina, il capo segreteria di Ignazio Marino
B: Buongiorno Silvia
D: Ciao
B: Eccomi, buongiorno a te
D: Senti, ti volevo dire questo, che Lionello, mh…
B: Si
D: Mi ha dato tutta la documentazione per Ignazio
B: Sì
D: Sulla questione…Leroy Merlin. Adesso Ignazio l’ha vista e sta facendo convocare una riunione di staff per…te lo volevo dire intanto
B: Ok
D: Ok?
B: Ti ringrazio molto
D: E appena…
B: Gli è piaciuta al sindaco?
D: Molto, moltissimo, appunto…Proprio tanto, tanto…
B: E infatti ho pensato, invece di darlo all’assessore, ho fatto: guarda, ne parlo a lui, infatti
D: Però ha chiesto che la seguissimo noi qui direttamente dal gabinetto, perché se inizia a passare per tutti gli assessorati non ne usciamo vivi con questo
B: Ah, guarda, te ne prego, te ne prego Silvia
D: Eh, no, no, no, per questo ti volevo dire, cioè, ha preferito che la prendessimo noi qui, così almeno velocizziamo il tutto, insomma. Quindi appena adesso io ho novità, ti dico.
Alla luce di tutto ciò, trovano oggi una spiegazione le minacce ricevute dal presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla il 16 luglio 2014 nel corso di una conferenza stampa di presentazione del rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”. «Se parli ancora del campo La Barbuta ti mando in coma», le parole rivolte a Stasolla da un “capo” del campo La Barbuta…

Tribunale condanna Comune Roma: campi rom discriminano

Il 30 maggio 2015, con ordinanza della seconda sezione del Tribunale Civile di Roma, il Giudice ha riconosciuto «il carattere discriminatorio di natura indiretta della complessiva condotta di Roma Capitale […] che si concretizza nell’assegnazione degli alloggi del villaggio attrezzato La Barbuta», ordinando di conseguenza al Comune di Roma «la cessazione della suddetta condotta nel suo complesso, quale descritta in motivazione, e la rimozione dei relativi effetti».
In riferimento al «villaggio attrezzato» La Barbuta, realizzato nel 2012 dall’Amministrazione capitolina, nell’aprile dello stesso anno l’Associazione 21 luglio e l’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) avevano promosso un’azione legale contro il Comune di Roma attraverso il sostegno dell’Open Society Foundations e il supporto di Amnesty International e del Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC).
Accolta pienamente la tesi espressa nel ricorso dalle due organizzazioni che hanno sostenuto come il “villaggio” La Barbuta debba considerarsi discriminatorio e quindi illegittimo – già per il solo fatto di rappresentare una soluzione abitativa di grandi dimensioni rivolta a un gruppo etnico specifico e comunque priva dei caratteri tipici di un’azione positiva.
«Deve infatti intendersi discriminatoria qualsiasi soluzione abitativa di grandi dimensioni diretta esclusivamente a persone appartenenti a una stessa etnia, tanto più se realizzata, come nel caso dell’insediamento sito in località La Barbuta, in modo da ostacolare l’effettiva convivenza con la popolazione locale, l’accesso in condizione di reale parità ai servizi scolastici e socio-sanitari e situato in uno spazio dove è posta a serio rischio la salute delle persone ospitate al suo interno».
L’ 8 agosto 2012, pronunciandosi sull’istanza cautelare, il Tribunale di Roma aveva ritenuto che le circostanze esposte dalle due organizzazioni «concorrano nel rendere verosimile il carattere discriminatorio delle attività di assegnazione degli alloggi presso il campo denominato Nuova Barbuta». Il Tribunale di Roma, accogliendo la richiesta presentata dall’Associazione 21 luglio e dall’ASGI aveva pertanto ordinato «la sospensione delle procedure di assegnazione degli alloggi all’interno del villaggio attrezzato Nuova Barbuta fino alla definizione del procedimento sommario di cognizione».
Il 13 settembre 2012 lo stesso Tribunale, in diversa composizione, accogliendo il reclamo del Comune di Roma, aveva annullato la precedente sospensiva, consentendo così il trasferimento delle comunità rom forzatamente sgomberate nel nuovo insediamento.
Il 30 maggio 2015 il Tribunale Civile di Roma, definendo in primo grado il procedimento promosso da Associazione 21 luglio e ASGI ha riconosciuto le ragioni delle due organizzazioni e ha confermato, per la prima volta in Europa, il carattere discriminatorio di un “campo nomadi”, luogo ormai riconosciuto, anche a livello internazionale, come spazio di segregazione e di discriminazione su base etnica.
«Con una sentenza di grande pregio il Tribunale di Roma ha confermato l’illegittimità delle politiche abitative adottate dal governo centrale e da alcune amministrazioni locali nei confronti dei cittadini rom, riaffermando la necessità di superare non solo i “campi” ma anche qualsiasi altra politica abitativa finalizzata alla marginalizzazione e ghettizzazione del popolo rom» afferma l’ASGI.
Secondo l’Associazione 21 luglio «la sentenza rappresenta uno spartiacque decisivo, oltre il quale ogni azione del Comune di Roma deve indirizzarsi verso il definitivo superamento dei “campi” della Capitale». I “campi nomadi” vanno superati, «da oggi – aggiunge l’associazione – deve porsi fine all’immobilismo che ha caratterizzato sino ad ora l’Amministrazione Capitolina. In assenza di una repentina azione ci riserviamo ulteriori interventi per dare effetto immediato alla sentenza».

Municipality of Rome condemned for La Barbuta Camp: for the first time in Europe an official Roma-only settlement ruled discriminatory

On 30 May 2015, the Civil Court of Rome decided at first instance against the municipality of Rome, ruling for the first time in Europe that “nomadic camps” are a form of segregation and discrimination based on ethnic grounds, breaching Italian and European law.
In April 2012 the NGOs ASGI (Association for Legal Studies on Immigration) and Associazione 21 Luglio took legal action against the City of Rome to stop the construction of La Barbuta camp. This lawsuit was supported by Amnesty International (AI), European Roma Rights Centre (ERRC) and Open Society Foundations (OSF).
As argued in the complaint, the Italian court stated that the construction of the “village” La Barbuta was discriminatory in nature – and therefore unlawful by the mere fact that a specific ethnic group, the Roma, were being segregated from the local population through the provision of housing from the city council.
“It must indeed be considered as discriminatory any large scale housing solution directed only at persons belonging to the same ethnic group, especially if realised, as in the case of the settlement site in La Barbuta, in order to hinder cohabitation with the majority population, and in terms of equal access, to fair conditions, to education and social health services located in an area where there is a serious risk to the health of persons residing there”.
On 30 May 2015, the Civil Court of Rome acknowledged “the indirect discriminatory nature of the Rome Municipality’s behavior […] that it expressed in the allocation of housing in the formal camp La Barbuta,” and therefore ordered the City of Rome to halt any future actions and adequately and fairly address the needs of the affected Roma community.
This judgment reaffirms the long-held positions of ASGI, Associazione 21 Luglio, ERRC and OSF, and it applies also beyond the context of La Barbuta. Placing Roma in Roma-only camps, shelters or any other mono-ethnic housing solution fosters social exclusion and is contrary to the Race Equality Directive 2000/43 that prohibits discrimination in housing.
However, notwithstanding the importance of this decision, the organisations stress that the overall situation in Italy for Roma in equally accessing housing continues to raise serious concerns. We urge the European Commission to initiate infringement procedures against Italy on the basis of the clear shortcomings of its implementation of the Racial Equality Directive.
For more information, contact:
Danilo Giannese – Communication Officer, Associazione 21 luglio
stampa@21luglio.org / +39 3884867611
Silvia Canciani – Communication Officer, Association for Juridical Studies on Immigration (ASGI)
info@asgi.it / +39 3894988460
Antonia Zafeiri– European Communications Coordinator , Open Society Foundations
antonia.zafeiri@opensocietyfoundations.org +44 (0)7917797203
Szelim Simándi – Communication officer– European Roma Rights Centre
press@errc.org / +36202658562

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