Inclusione in Italia: il quarto ciclo di monitoraggio del Consiglio d'Europa

Nuove raccomandazioni dal Consiglio d’Europa sul tema dell’inclusione. È stata pubblicata la risoluzione CM/ResCMN(2017)4 del Comitato Consultivo della Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali, con riferimento alle condizioni di vita delle comunità rom e sinte che vivono in Italia in emergenza abitativa.
La Convenzione Quadro aveva svolto nel 2014 il quarto ciclo di monitoraggio sull’Italia con la facilitazione di Associazione 21 luglio nell’ex centro di accoglienza per soli rom di via Salaria (chiuso il 1 agosto del 2016) e nella baraccopoli formale di via Salone, concentrando la propria attenzione sulle istanze relative alla protezione e alla parità di trattamento di queste comunità nel nostro Paese.
Il primo punto della lista che secondo la Convenzione Quadro richiede azioni urgenti è il superamento dei «cosiddetti “campi nomadi” sia autorizzati sia informali – si specifica – per garantire l’accesso a un alloggio adeguato e l’inserimento dei bambini nel sistema scolastico ordinario, adottando misure incisive per combattere il fenomeno del precoce abbandono scolastico».  I dati raccolti da Associazione 21 luglio nell’ultimo rapporto sull’infanzia, mostrano infatti un quadro impietoso della situazione in Italia, che condanna questi minori a un’esistenza segnata fin dalla nascita. In un caso su 5, un bambino delle baraccopoli non avrà accesso al sistema scolastico e solo l’1% arriverà a frequentare le scuole superiori (Uscire per Sognare, novembre 2016).
A seguire, tra le misure urgenti menzionate nel documento per favorire l’inclusione di questa comunità nel nostro Paese, la Convenzione Quadro ha anche sottolineato l’importanza di rafforzare il ruolo dell’UNAR (Ufficio Nazionale Anti discriminazioni Razziali) garantendone l’indipendenza e quindi la maggiore efficienza.

Paralegali.

Paralegali in erba: si passa dalla teoria alla pratica!

Ricordate Miriana, la mamma delle gemelline Ginevra e Maia?
Anche lei è stata una delle partecipanti del corso per paralegali ed è stata selezionata per il tirocinio pratico che si svolgerà a partire da settembre. Durante la pratica sarà seguita dall’area legale di Associazione 21 luglio e si metterà alla prova con casi reali da risolvere.
“Partecipare al corso è stato molto utile – ha raccontato Miriana  – non solo perché è sempre importante acquisire conoscenze nuove ma anche perché adesso sarò in grado di mettere a disposizione le mie conoscenze per chi ne avrà bisogno“.
Acquisizione dei documenti, cittadinanza, permesso di soggiorno e tanti altri temi del diritto delle migrazioni sono stati gli argomenti di formazione durante gli incontri del corso.

Soros.

Associazione 21 luglio e i "finanziamenti occulti" di Soros

Nell’articolo apparso nelle scorse settimane su Il Giornale dal titolo “Così Soros finanzia una rete di Onlus che diffondono dati pro migranti” , appare, nella versione cartacea, anche il nome di Associazione 21 luglio. L’articolo, l’ennesimo di una lunga serie, risulta questa volta essere frutto di «una ricerca pubblicata dal blogger Luca Donadel e firmata da un’esperta di comunicazione, Francesca Totolo».  «L’ampio dossier – annuncia con enfasi il giornalista Giuseppe Marino – ricostruisce la rete di Onlus italiane e straniere che sarebbero finanziate dalla lobby foraggiata dal famoso speculatore finanziario americano di origine ungherese».
In realtà, per avere informazioni in proposito, non occorre attingere a nessun dossier o realizzare nessuno scoop giornalistico. È sufficiente, con due click, andare sul sito di Open Society Foundations nella sezione dedicata  per raccogliere informazioni dettagliate sui 2,1 milioni di euro ricevuti nel 2016 da 22 organizzazioni italiane. Nove schede descrivono i principali progetti sostenuti spesso con il concorso di altre fondazioni filantropiche italiane e straniere.
Stupisce poi l’accusa del giornalista de Il Giornale secondo cui, delle ONG finanziate «quasi nessuna pubblica il proprio bilancio in chiaro. E se lo fa non specifica i nomi dei finanziatori». Ormai da anni sul sito di Associazione 21 luglio viene pubblicato sia il bilancio sia il Rapporto Annuale nel quale vengono indicati i nomi delle fondazioni ed enti che ci sostengono. L’elenco è lungo: c’è l’Open Society Foundation, così come c’è la Tavola Valdese, la Fondazione Migrantes della CEI e tante altre fondazioni italiane e straniere. Tutto chiaro, tutto trasparente malgrado non ci sia alcun obbligo di legge a dover mettere i propri conti sotto una lente.
Insomma, non c’è nulla di nascosto che non sia stato svelato.
In tempi recenti diversi, inquietanti eventi, hanno mostrato quanto sia attivo in Italia il disegno di promuovere una cultura del sospetto volta a togliere forza e credibilità alle ONG che con le loro azioni difendono quei diritti umani messi a serio rischio dalle stesse istituzioni che tali diritti dovrebbero promuovere e tutelare. Così come è abbastanza chiaro il progetto di chi, non avendo strumenti e mezzi per screditare quanti oggi in Italia rappresentano un baluardo alla tutela dei diritti delle categorie più svantaggiate, preferiscono prendersela con quanti li finanziano. È la solita scorciatoia della “bassa informazione”, quella che fabbrica sospetti parlando di disegni occulti e puntando al titolo sensazionalistico (che fa più like) senza riuscire ad andare oltre, quella amata da quei lettori (ed elettori) che, per pigrizia o ignoranza, si fermano alle prime righe prima di vomitare commenti.
Blogger e giornalisti della carta stampata, piuttosto che ritornare ciclicamente su questi presunti scoop (che ormai risultano datati e ripetitivi nel loro riferirsi a “disegni occulti destabilizzanti”), farebbero bene ad impiegare il loro tempo nel prendere contatti con le ONG che in Italia si occupano di diritti umani, frequentarle, passare qualche giorno con loro, approfondire il loro lavoro quotidiano. Scoprirebbero che il livello di democrazia e di civiltà nel nostro Paese è sceso ai minimi storici, così come la corretta informazione, e che grazie al lavoro – spesso nascosto e poco valorizzato di individui e organizzazioni – la trama rappresentata dai diritti fondamentali riesce a rimanere compatta in un Paese tanto diviso.
E il loro, e il nostro lavoro, inutile nasconderselo, è possibile grazie ai tanti individui e alle tante fondazioni italiane e straniere che ancora credono sia prioritario investire in Italia per la salvaguardia dei diritti umani e per questo erogano contributi. Alla luce del sole e senza alcun condizionamento di sorta.

pregiudizi.

Informazione e pregiudizi: commento all'articolo di Veneziani su "Il Tempo"

Il 24 giugno 2017 è apparso su “Il Tempo” un pezzo di Marcello Veneziani intitolato “La leggenda dei Rom, la realtà degli zingari”. Nell’articolo il giornalista deplora come oggi l’informazione di massa, la politica e l’opinione pubblica si preoccupino di più delle discriminazioni e gli attacchi razzisti subiti dalla comunità Rom in Italia che degli atti criminali di cui molti di loro si rendono spesso colpevoli. Secondo il giornalista, questo sarebbe il risultato di una diffusa cultura del politically correct, che frenerebbe politica e informazione dal raccontare la realtà per quello che è, all’insegna dell’ideologia “buonista”. In realtà quanto asserisce Marcello Veneziani nel suo pezzo del 24 giugno è a sua volta intriso di stereotipi e pregiudizi sulla realtà della comunità rom residente in Italia.
Ecco perché abbiamo elaborato una risposta al suo pezzo, soffermandoci su tre punti in particolare.
1. La “natura nomade” dei rom
È uno dei pregiudizi più diffusi su questa comunità, tanto che il giornalista Veneziani ne attinge a piene mani nel suo articolo, parlando di “natura nomade” e addirittura di “statuto di nomadi”. In realtà, a fronte di una popolazione rom e sinti residente in Italia pari a circa 170-180 mila persone, solo il 3% ha uno stile di vita nomade. Anche per tale etnia, trasferirsi in diverse parte d’Italia è legata a bisogni economici, e non dal movente “culturale”. Parlare di “cultura nomade” è dunque sbagliato e pregiudizievole. È altrettanto vero, tra l’altro, che la maggior parte dei Rom – 4 su 5 per l’esattezza – non vive nemmeno nei campi, ma in appartamenti convenzionali, perfettamente integrati nel tessuto sociale e lavorativo del Paese.
2. La cittadinanza dei Rom
“Non dovrebbe la legge italiana, l’autorità, le forze dell’ordine intervenire di conseguenza, prevedendo in questi casi anche espulsioni?”. Così scrive Veneziani. A questo proposito, è bene notare che, tra i rom e sinti residenti in Italia, almeno la metà è in possesso di cittadinanza italiana. Tra quelli che vivono in baraccopoli, la percentuale scende al 37%, rimanendo comunque significativa.
Parlare di espulsioni è scorretto anche in riferimento a rom e sinti di cittadinanza romena o bulgara, in quanto appartenenti alla Comunità Europea e allo spazio Schengen. Si noti inoltre che circa 3,000 persone di etnia rom e sinti, nate e residenti in Italia e principalmente originarie dell’ex Jugoslavia, sono apolidi di fatto o a rischio apolidia e non possiedono alcun documento di identità. Parlare di espulsioni non è dunque plausibile per un buon numero di Rom residenti in Italia.
3. Il diritto alle case popolari
L’articolo deplora infine che i rom possano avere accesso a “case popolari che non siamo in grado di dare gli italiani indigenti”. Su questo punto, vogliamo sottolineare che le case popolari vengono assegnate dai Comuni italiani alle famiglie presenti sulle liste di attesa secondo precisi criteri di vulnerabilità, tra cui non rientra certo l’appartenenza etnica. Pertanto, la retorica secondo cui i rom priverebbero “gli italiani indigenti” del diritto a una casa popolare è da ritenersi quantomeno imprecisa.
Altrettanto si può riferire all’ipotesi che si costruiscano “per i rom quelle cittadine residenziali che non riusciamo a costruire per i terremotati”. Riteniamo che in questo contesto si stiano fondendo due tipi di emergenze (quella abitativa e quella dei terremotati) molto distanti tra loro e non equiparabili. Compararle in questo modo può quindi risultare ingannevole.
Richiamiamo quindi all’adozione di un’informazione libera dai pregiudizi e di un linguaggio più corretti.

piramide d'odio

Dimostrata la presenza di una "piramide d'odio": la relazione finale della Commissione "Jo Cox"

È stata presentata questa mattina a Palazzo Montecitorio la relazione finale della Commissione sull’intolleranza, la xenofobia il razzismo e i fenomeni d’odio. Istituita nel maggio 2016, è stata intitolata nel luglio successivo a Jo Cox, deputata dei comuni del Regno Unito uccisa il 16 giugno 2016. Nata sull’onda dell’azione svolta dal Consiglio d’Europa con il compito di coordinare il lavoro del network di parlamentari “Alleanza contro l’odio”, è stata presieduta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e è composta da un deputato per ciascun gruppo politico, nonché da rappresentanti del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite, dell’ISTAT, da centri di ricerca e da associazioni impegnate attivamente e quotidianamente nello studio del linguaggio d’odio e nella relativa sensibilizzazione su questa tema. Anche Associazione 21 luglio vi ha preso parte, portando il proprio contributo grazie alla presenza del presidente Carlo Stasolla, nominato Commissario al momento della nascita della Commissione.
La relazione finale è stata approvata dalla Commissione nella seduta del 6 luglio 2017, dopo ben 14 mesi di lavoro durante i quali sono state effettuate 31 audizioni e sono stati acquisiti 187 documenti.
Il rapporto esamina le dimensioni, le cause e gli effetti del discorso d’odio e dimostra l’esistenza di una vera e propria “piramide dell’odio”, alla cui base si pongono stereotipi e rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile normalizzato o banalizzato fino ad arrivare – nei livelli superiori – alle discriminazioni e i crimini d’odio.
A partire da questa analisi sono state elaborate 56 raccomandazioni per prevenire e contrastare l’odio da destinare a tutti i soggetti competenti: il Governo, le autorità di regolamentazione e vigilanza, le istituzioni dell’Unione Europea, le organizzazioni sovranazionali, i media, l’Ordine e il sindacato dei giornalisti, le associazioni e tutti gli altri operatori che operano nell’ambito di questi temi.
Per maggiori informazioni sulla Commissione e sulla sua composizione clicca qui.
Per scaricare il rapporto completo clicca qui.

sgomberi forzati

Il ritorno delle ruspe: nuovo brief sugli sgomberi forzati a Roma

A Roma negli ultimi 8 mesi gli sgomberi forzati verso i rom sono aumentati del 133%. Associazione 21 luglio: «Servono provvedimenti sociali abbandonando l’approccio sicuritario».

ROMA –  12/7/2017. Nella Capitale le ruspe sono tornate in piena attività. Lo dicono i dati raccolti nell’ultimo report di Associazione 21 luglio – “Il ritorno delle ruspe. Briefing sui recenti sgomberi forzati nei confronti di rom e migranti in transito nella città di Roma” – che riportano un incremento degli sgomberi forzati pari al 133% negli ultimi otto mesi (1° novembre 2016 – 30 giugno 2017) rispetto agli otto precedenti.

In pieno contrasto con quanto raccomandato dagli enti internazionali di monitoraggio sui diritti umani, gli sgomberi forzati continuano ad annoverarsi tra le principali violazioni che colpiscono le comunità più vulnerabili, quelle che quotidianamente vivono segregazione e discriminazione.
Secondo il monitoraggio quotidiano di Associazione 21 luglio nel periodo di riferimento, sono stati 28 solo quelli che hanno coinvolto le comunità rom, una media mensile pari a 3,5 sgomberi, numero nettamente superiore rispetto a quello registrato negli otto mesi precedenti e pari a 1,5. Il picco delle azioni è stato riportato nel Municipio XI per una cifra complessiva di 6 sgomberi. Il numero stimato di persone coinvolte è di 478 unità per un costo totale di circa 600.000 euro.
Tutto questo a fronte di un numero davvero esiguo di persone rom che vivono in insediamenti informali nella Capitale. Se nell’ultimo quinquennio il numero era quantificato intorno alle 2.200/2.500 unità, oggi il numero non supera le 1.000 unità. Il calo è giustificato in minima parte da rientri nel Paese i origine o da spostamenti in altri Paesi Europei, ma è spiegato soprattutto dal passaggio dall’insediamento informale a strutture industriali occupate senza titolo. In una città che ha 2,9 milioni di abitanti, dunque, i rom che vivono in insediamenti informali costituiscono solo lo 0,03% della popolazione.
Un’altra importante cartina di tornasole che evidenzia la necessità di strutturare e programmare politiche abitative inclusive è rappresentata dalla situazione dei migranti transitanti che, privi di assistenza pubblica, sono presenti nel quartiere Tiburtino.
Solo nel periodo 15 aprile –  30 giugno sono stati 5 gli sgomberi forzati dei transitanti collocati a ridosso della Stazione Tiburtina, hanno coinvolto una media di 120 persone, tra cui anche minori, e hanno comportato la distruzione di tende da campeggio, sacchi a pelo e lenzuola donate da privati cittadini.
In relazione alle recenti azioni di sgombero forzato organizzate nei confronti delle comunità rom presenti negli insediamenti informali e dei gruppi di migranti transitanti, Associazione 21 luglio esprime profonda preoccupazione perché le stesse violano gli obblighi assunti dall’Italia sui diritti umani.
«È necessario abbandonare l’approccio sicuritario e strutturare una programmazione politica e sociale che includa quanti risiedono negli insediamenti informali della Capitale – raccomanda Associazione 21 luglio Onlus  – altrimenti si rischia di inaugurare una nuova stagione di ostilità e tensione sociale che, con una campagna elettorale alle porte, potrebbe rappresentare il combustibile ideale per il suo propagarsi  e il suo degenerare in azioni incontrollate».
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Elena Risi
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Assessore Montanari

Flash mob in Campidoglio: l’Assessore Montanari risponde sui “nasoni”

Si è svolto ieri in Campidoglio il flash mob organizzato insieme a Terra! Onlus per protestare pacificamente contro la chiusura dei nasoni a Roma, un grande successo di partecipazione dopo la mobilitazione iniziata la settimana scorsa.
Anche l’attivista indiana Vandana Shiva, impegnata in un convegno nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, si è unita a conclusione della mobilitazione ribadendo l’importanza fondamentale di ogni azione di protesta in difesa del libero accesso all’acqua.
Al termine del flash mob l’Assessore alla Sostenibilità Ambientale, Pinuccia Montanari, ha rilasciato una dichiarazione ai presidenti delle due associazioni organizzatrici dell’azione, assicurando che non ci sarà alcuna chiusura delle storiche fontanelle romane.
«Auspichiamo che non sia solo un annuncio ma un proposito concreto – ha commentato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – continueremo comunque a monitorare la situazione».

nasoni roma

Un flashmob per salvare i “nasoni” di Roma dalla chiusura

Le associazioni Terra! e 21 luglio saranno in piazza con Vandana Shiva e altre realtà ambientaliste e della società civile per chiedere di rispettare il diritto umano di accesso all’acqua e contrastare la siccità con politiche improntate alla giustizia climatica

ROMA – Oggi 10 luglio alle 17,30, in piazza del Campidoglio a Roma, Terra! e Associazione 21 luglio  organizzano, insieme a numerose realtà ambientaliste e della società civile, un flash mob per esortare la sindaca Virginia Raggi a non chiudere le fontanelle pubbliche, rispettare il diritto umano all’acqua e prendere misure contro la siccità che non vìolino il concetto di giustizia climatica.
Sarà presente anche Vandana Shiva, che ha svolto in India un’analoga battaglia per il diritto all’acqua. Il flash mob consisterà nel reggere un bicchiere vuoto in segno di protesta lungo la scalinata che porta alla Sala della Protomoteca.
All’iniziativa hanno già aderito Navdanya International, Coordinamento Romano Acqua Pubblica, A Sud Onlus, Casetta Rossa, Arci Roma, A Buon Diritto, Scup, Link Roma, Baobab Experience, Uisp Roma, Ostia per l’Africa Onlus, Coop Agricola Co.r.ag.gio, ReTer – Reti e Territorio, Roma Pirata.
Perché chiudere i “nasoni” è un atto inutile e ingiusto
Dietro esortazione del Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, l’ACEA ha cominciato a chiudere i “nasoni”, le storiche fontanelle simbolo della città costruite nel 1874. Sono 2800, e il piano prevede lo “spegnimento” di 30 punti acqua al giorno, finché non ne resteranno appena 85. Un gesto estremo, in risposta alla siccità che rosicchia le riserve idriche in tutta Italia. Ma è davvero così? Secondo i dati diffusi dal Coordinamento Romano Acqua Pubblica, i nasoni “sprecano” solo l’1% dell’oro blu che dai bacini del Lazio arriva nella capitale. Il vero scandalo sono piuttosto le perdite delle vecchie tubature, che disperdono il 40% del volume complessivo. Perché la sindaca Raggi e il Comune di Roma, azionista di ACEA, non si sono opposti a questa misura inutile?
Le istituzioni non possono più ignorare che le condizioni meteorologiche estreme si faranno sempre più intense con il riscaldamento globale: servono politiche di adattamento improntate al concetto di giustizia climatica, strettamente legato alla giustizia sociale, per non lasciare sole fasce di popolazione che non hanno i mezzi per risollevarsi da siccità, alluvioni, inondazioni e ondate di caldo sempre più intense in gran parte del mondo.
Nel 2010, il diritto all’acqua è stato inserito dall’ONU nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nel 2015 è stato oggetto di una storica risoluzione del Parlamento Europeo.
Chiudere le fontanelle pubbliche a Roma contrasta con il principio chiave dell’accesso universale a questo bene comune. Inoltre, rappresenta un’interruzione di pubblico servizio e obbliga (chi può) ad acquistare bottiglie di plastica che in pochi minuti diventano rifiuti. Infine, mette a rischio l’accesso all’acqua potabile di circa 10 mila persone senza fissa dimora, che li utilizzano per rinfrescarsi e dissetarsi ogni giorno. Non sono loro ad aver causato il riscaldamento globale, perché devono pagarne le conseguenze?
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"nasoni" roma

Al via oggi il piano Acea di chiusura dei "nasoni": Associazione 21 luglio inizia un'azione di Duran Adam

COMUNICATO STAMPA
Al via oggi il piano Acea per la progressiva chiusura dei “nasoni” a Roma. Associazione 21 luglio: “Nella Roma del 2017, viene improvvisamente negato l’accesso all’acqua a migliaia di persone in condizioni di indigenza”.
ROMA, 3/7/2017 – Per contrastare l’effetto della siccità a Roma, da oggi diventa operativo il piano Acea di progressiva chiusura dei 2800 “nasoni” della città, le storiche fontanelle che erogano acqua pubblica nelle strade della Capitale dal centro alla periferia. Saranno 30 al giorno le fontanelle che “chiuderanno i rubinetti”, solo 85 resteranno escluse dal piano.
Associazione 21 luglio ha sollevato da subito l’attenzione sugli effetti devastanti di questo provvedimento sui circa 10 mila indigenti (migranti, senzatetto e rom in emergenza abitativa) che abitano a Roma, troppo spesso dimenticati dalle istituzioni e dall’opinione pubblica.
Secondo un’indagine relativa alla condizione delle persone che vivono in povertà estrema realizzata tre anni fa – a seguito di una convenzione tra Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora e Caritas Italiana – sono 7.700 a Roma le persone senza fissa dimora che utilizzano i servizi mensa o accoglienza notturna della Caritas. Ma il numero non è certo esaustivo e ad essi andrebbero aggiunte almeno altre 2000 unità per comprendere transitanti e migranti al di fuori del circuito di assistenza, oltre che le famiglie rom in emergenza abitativa che vivono in insediamenti informali. Per tutte queste persone i “nasoni” costituiscono l’unica fonte di approvvigionamento di acqua per svolgere funzioni quotidiane vitali: non soltanto bere, ma anche cucinare, igienizzare alimenti o indumenti e lavarsi.
Calcolando il totale di indigenti distribuito sul numero complessivo di “nasoni” si può stimare che con la chiusura delle prime 30 fontanelle, soltanto oggi non avranno accesso all’acqua circa 110 persone, numero che è destinato ad aumentare esponenzialmente con la progressiva attuazione del piano. Tutto a fronte di una percentuale di spreco, rappresentato appunto dalle fontanelle pubbliche, pari all’1% del totale immesso nella rete idrica.
«L’interruzione dell’erogazione dell’acqua dalle fontanelle della Capitale – ha commentato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – non risolverà in alcun modo il problema della siccità a Roma ma avrà invece effetti  devastanti sulla vita giornaliera di migliaia di persone tra cui anche bambini e neonati nella Roma del 2017».
Per difendere l’accesso all’acqua, un diritto che l’ONU con risoluzione 64/292 del 28/7/2010 ha riconosciuto come “diritto umano fondamentale”, lo staff e i volontari di Associazione 21 luglio si ritroveranno in Piazza del Campidoglio a partire da oggi, 3 luglio 2017, alle 16.30 per porre sotto i riflettori la gravità della situazione attraverso un’azione di “Duran Adam” (di cui sarà possibile avere aggiornamenti in diretta sulla Pagina FB di Associazione 21 luglio), una forma di protesta silenziosa e simbolica, durante la quale i partecipanti stringeranno in mano un bicchiere vuoto.
Obiettivo sarà quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze di quanto sta accadendo e chiedere una revisione dell’inutile provvedimento che possa tenere conto soprattutto delle fasce più fragili e meno tutelate della popolazione.

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Foto di Aljazeera.com
chiusura "nasoni"

L’impatto devastante della chiusura dei “nasoni” a Roma

Tutti a Roma li conoscono come i “nasoni”. Sono le storiche fontanelle che erogano acqua pubblica in tutta la città dal centro alla periferia, circa 2.500 è il numero complessivo.
In questi giorni di caldo africano e siccità, le fontanelle della Capitale sono entrate nel dibattito istituzionale: “Ho apprezzato l’ordinanza della sindaca – ha detto il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti in riferimento all’ordinanza comunale emessa nei giorni scorsi per limitare l’uso superfluo di acqua – ma sarebbe anche un bel segnale, ad esempio, interrompere l’erogazione dei nasoni, almeno per qualche giorno”.
Certo, interrompere l’erogazione di acqua potrebbe comportare una riduzione degli sprechi, ma quali altre conseguenze potrebbero verificarsi, e sopratutto chi ne pagherebbe le spese?
Secondo un’indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema realizzata tre anni fa – a seguito di una convenzione tra Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora e Caritas Italiana – sono 7.700 a Roma le persone senza fissa dimora che utilizzano i servizi mensa o accoglienza notturna della Caritas. Ma il numero non è certo esaustivo e ad essi andrebbero aggiunti i transitanti (minori e non) e le famiglie rom in emergenza abitativa che vivono in insediamenti informali. Per tutte queste persone i “nasoni” costituiscono l’unica fonte di approviggionamento di acqua per bere, cucinare e lavarsi.
Secondo Associazione 21 luglio, bloccare l’acqua delle fontanelle significherebbe negarne l’accesso ai circa 10 mila indigenti che vivono nella Capitale, persone “invisibili” di cui tendiamo a dimenticare l’esistenza e i bisogni ma che continuano a esistere, nonostante tutto. L’interruzione dell’erogazione dell’acqua dalle fontanelle della Capitale – così come auspicato dal ministro Galletti – avrebbe un effetto devastante sulla vita giornaliera di migliaia di persone – tra cui anche bambini e neonati.
Ben più a monte dei “nasoni”, gli sprechi d’acqua in Italia iniziano da una rete idrica obsoleta, per cui la perdita tra la fase di erogazione e quella di effettiva ricezione è pari a ben il 27%.
Evitare gli sprechi è senz’altro un dovere, ma è bene interrogarsi sulle conseguenze, dirette e indirette, che ogni azione può avere anche in contesti apparentemente lontani.

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