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Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni

Amnesty International rom

I rom davanti alla sede del Municipio Roma III


[tfg_social_share]Sgomberati due volte in due giorni e abbandonati dalle istituzioni. Per 39 rom ancora nessuna soluzione alternativa è stata individuata dalle autorità di Roma Capitale dopo lo sgombero forzato dell’insediamento informale in zona Val d’Ala. Associazione 21 luglio e Amnesty International rivolgono un appello urgente al sindaco di Roma Marino e all’Assessore Cutini: «Serve una soluzione immediata per rispondere all’emergenza che queste persone, tra cui minori e malati, stanno affrontando».
I 39 rom rumeni sono stati sgomberati lo scorso 9 luglio dall’insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria di Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma. Lo sgombero, come denunciato in un comunicato congiunto da Associazione 21 luglio e Amnesty International,  ha violato «i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali».
In particolare, lo sgombero – hanno denunciato le due organizzazioni – non è stato accompagnato da una genuina consultazione con le persone coinvolte né da una notifica formale scritta. In più, nessuna soluzione abitativa alternativa adeguata è stata offerta loro, come invece prescritto dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Dopo lo sgombero, nella stessa giornata, i rom si sono recati davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere una soluzione alternativa. Sul posto erano presenti anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio, di Amnesty International e l’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio III Eleonora Di Maggio. In quella sede, tuttavia, nessuna soluzione adeguata è stata offerta alle famiglie sgomberate, se non la divisione dei nuclei familiari (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte). Soluzione – la stessa proposta ai rom al momento dello sgombero – che non può essere ritenuta adeguata e che le famiglie hanno comprensibilmente rifiutato.
Successivamente i rom si sono spostati sullo stesso terreno dal quale erano stati sgomberati, dove hanno trascorso la notte riparandosi dalla pioggia con mezzi di fortuna. La mattina dopo, tuttavia, le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare le famiglie una seconda volta.
A quel punto i rom, accompagnati dagli attivisti di Associazione 21 luglio e Amnesty International, si sono spostati nella sede del Municipio Roma III, in piazza Sempione, nel cui atrio, in seguito a un accordo con le autorità municipali, hanno potuto trascorrere la notte in attesa di un pronto intervento da parte delle istituzioni capitoline per affrontare e risolvere l’emergenza in cui i 39 rom sono stati costretti dallo sgombero.
«Il tempo passa e le autorità di Roma Capitale non hanno ancora trovato nessuna soluzione all’emergenza che esse stesse hanno creato con un’azione inutile, costosa e frutto di una totale amnesia istituzionale», scrivono oggi Associazione 21 luglio e Amnesty International.
«Dopo essere stati vittime di due sgomberi in due giorni, i rom sono stati letteralmente abbandonati a loro stessi. Rivolgiamo quindi un appello alla sensibilità del sindaco Ignazio Marino e dell’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà di Roma Capitale Rita Cutini – affermano le due organizzazioni –  affinché, urgentemente, venga individuata una soluzione abitativa adeguata per questi uomini, donne e bambini».
«Una volta che la situazione alloggiativa di questa comunità sia stata risolta – concludono le due organizzazioni – il sindaco Ignazio Marino e le altre autorità competenti dovranno verificare perché gli sgomberi continuano ad essere compiuti con modalità che violano gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate, e creare i presupposti perché tali violazioni di diritti umani non si ripetano ulteriormente, ad esempio attraverso l’adozione di una circolare che guidi il comportamento di ufficiali impegnati nelle operazioni di sgombero».

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Lettera a Marino: «Subito delega ad hoc su questione rom»

rom marino roma

L’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma Rita Cutini (foto: Roma Capitale)


[tfg_social_share]Istituire con urgenza una delega ad hoc per affrontare la “questione rom” nella Capitale e affidare l’incarico a una persona indipendente e competente che sappia tracciare nuove linee guida per la chiusura dei “campi”. Lo chiede l’Associazione 21 luglio al sindaco di Roma Ignazio Marino, a un anno esatto dalla nomina di Rita Cutini alla guida dell’Assessorato al Sostegno Sociale e alla Sussidiarietà di Roma Capitale.
Secondo quanto stabilito dall’Ordinanza n. 134 del 27 giugno 2013, con la quale Rita Cutini è stata nominata Assessore con delega al Piano per l’inclusione sociale dei migranti, l’intera “questione rom” è di competenza dello stesso Assessore.
«In questi dodici mesi – scrive l’Associazione 21 luglio in una lettera inviata al sindaco Marino – l’Assessore Cutini ha mostrato scarsa competenza e mancanza di una visione politica adeguata per allineare la città di Roma alle linee guida indicate dalla Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom». Le decisioni assunte dall’Assessore – è l’analisi dell’Associazione – sono state contrassegnate dall’approccio emergenzialeimprovvisazionesperpero di denaro pubblico e violazione dei diritti umani fondamentali.
La prima azione dell’Assessorato è stata lo sgombero forzato della comunità rom di via Salviati avvenuto il 12 settembre 2013, costato oltre 150.000 euro e che ha portato alla protesta formale di organizzazioni internazionali che si battono per i diritti umani, come Amnesty International Italia e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom.
Malgrado le forti preoccupazioni espresse in una lettera del 12 novembre 2013 dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks al sindaco Ignazio Marino, la successiva decisione dell’Assessore Cutini è stata il trasferimento di 137 rom dall’insediamento di via della Cesarina al “Best House Rom”, struttura nella quale, in assenza di luce naturale e spazi adeguati, vivono 320 rom.
Successivamente, il medesimo Assessore ha annunciato la decisione di realizzare un nuovo “villaggio della solidarietà” per soli rom nel luogo dove sorgeva fino al 2013 il “campo “ di via della Cesarina. Un progetto che finora, per le sole spese preliminari, è già costato quasi 600.000 euro.
«A un anno dalla sua nomina, l’Assessorato a guida Cutini non ha ancora prodotto alcuna linea politica operativa in risposta alle drammatiche condizioni di vita delle comunità rom e sinte nella Capitale e al fiume incontrollato di denaro che fuoriesce dalla casse comunali per il mantenimento del “sistema campi”», afferma l’Associazione 21 luglio che chiede quindi al sindaco Marino un suo intervento diretto e urgente per istituire una delega ad hoc per la “Programmazione di interventi per il superamento degli insediamenti formali e informali e per l’inclusione dei rom e sinti”.
«Solo con l’istituzione di una delega ad hoc, affidata a una persona con le competenze giuste, si potrà avviare con decisione il cambiamento di rotta voluto dall’attuale sindaco e delineare i passi concreti per l’attuazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione di Rom nella città di Roma, a partire dal passaggio obbligato della chiusura degli 8 “villaggi della solidarietà” della Capitale».
Lo scorso 12 giugno, in Campidoglio, l’Associazione 21 luglio ha presentato il rapporto “Campi Nomadi s.p.a.” che ha evidenziato, per l’anno 2013, una spesa di oltre 24 milioni di euro sostenuta dal Comune di Roma per la gestione dei “campi” in città.
Questa sera, a partire dalle ore 17.30 nella sala Consiliare del Municipio Roma III – piazza Sempione 15, Roma – il rapporto sarà presentato nuovamente alle autorità del Municipio e al pubblico in un evento organizzato dal Municipio Roma III e dal suo presidente Paolo Marchionne.
 

CAMPI NOMADI S.P.A. Segregare, concentrare e allontanare i rom. I costi a Roma nel 2013 (giugno 2014)

Il rapporto “Campi Nomadi s.p.a.” analizza i costi sostenuti dal Comune di Roma nel 2013 per la gestione del “sistema campi” nella Capitale e porta alla luce il vasto indotto, che coinvolge più di trenta enti pubblici e privati, che vi gira attorno. Il rapporto passa altresì in rassegna due buone prassi di politiche di superamento dei “campi” in Italia, Messina e Padova, e presenta un esempio concreto di alternativa possibile al modello “campo” realizzabile nella città di Roma.
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Campi Nomadi s.p.a: a Roma il "sistema campi" vale 24 milioni

campi [tfg_social_share]SCARICA IL RAPPORTO
Oltre 24 milioni di euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per segregare e concentrare i rom nei “villaggi della solidarietà” e nei “centri di raccolta rom” e sgomberarli dagli insediamenti informali. Un vero e proprio “sistema”, quello dei “campi” nella Capitale, all’interno del quale operano 35 enti pubblici e privati, che impiegano un personale di oltre 400 individui, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici.
È il quadro che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, presentato stamane in Campidoglio dall’Associazione 21 luglio: un fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi” e che per le comunità rom non si traduce in alcun beneficio in termini di inclusione sociale ma che alimenta, al contrario, la percezione negativa nei loro confronti da parte dell’opinione pubblica.
Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, di cui più della metà bambini -, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione dei “campi” e per la vigilanza e la sicurezza all’interno degli stessi; il 13,2% è stato rivolto ad interventi di scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.
Per la gestione degli 8 “villaggi della solidarietà” presenti a Roma, nei quali vivono 4.391 persone, il Comune di Roma ha speso più di 16 milioni di euro. Tra questi, il “campo” di Castel Romano, dove risiedono 989 rom, risulta il più costoso: oltre 5 milioni di euro nel solo 2013. Dalla sua nascita, nel 2005, per una famiglia composta da 5 persone il Comune di Roma ha già speso oltre 270 mila euro.
Il “centro di raccolta rom” di via Amarilli, uno dei tre esistenti a Roma (costati circa 6 milioni di euro nel 2013), risulta invece l’insediamento formale con la spesa procapite più alta: per ognuno dei 130 abitanti nel “centro”, nel solo anno considerato dal rapporto, il Comune di Roma ha speso 906 euro al mese, a fronte di un investimento per l’inclusione sociale dei rom pari allo 0%.
Per spostare da un punto all’altro della città circa 1.200 rom attraverso 54 azioni di sgombero forzato, infine, si sono impiegati quasi 2 milioni di euro.
Come in una vera e propria “municipalizzata”, nella “Campi Nomadi s.p.a.”, emerge dall’indagine dell’Associazione 21 luglio, sono coinvolti 35 enti pubblici e privati. Stimando, per ognuno di essi, un coinvolgimento medio di 12 operatori, risultano più di 400 i soggetti individuali impiegati all’interno dell’indotto che si muove attorno alla “questione rom”. Preoccupante è la percentuale di affidamenti diretti dei finanziamenti, senza ricorrere pertanto a bandi pubblici, che in alcuni casi raggiunge il 100%.
Tra i soggetti operanti nel “sistema campi”, Consorzio Casa della Solidarietà e Risorse per Roma risultano, nel 2013, i due destinatari principali dei finanziamenti: 4.242.028 euro il primo, 3.757.050 euro il secondo. Per gli altri soggetti, invece, i finanziamenti sono compresi tra i 2 milioni di euro e i 100 mila euro annui.
A fronte di costi economici e sociali così elevati, il superamento definitivo dei “campi” si presenta come l’unica via che conduce a una inversione di tendenza e che si incrocia con quella dei diritti umani.
Le alternative possibili ai “campi” sono molteplici e l’Associazione 21 luglio, nel rapporto, ne ha proposto un esempio concreto: un progetto di autorecupero, così come codificato dalla Legge Regionale n.55 del 1998, che darebbe alloggio a 22 famiglie, tra cui 2 famiglie rom, una famiglia di rifugiati, una famiglia di immigrati e altre famiglie italiane in disagio abitativo. Un progetto, questo, che partirebbe dall’individuazione di un edificio dismesso tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati presenti attualmente sul territorio comunale.
Soluzioni abitative extra-campo, finalizzate all’inclusione sociale, del resto, sono già state attuate in altre città italiane, come Messina e Padova, dove, grazie a progetti di autorecupero e autocostruzione, si spenderanno in 5 anni rispettivamente 10 mila euro e 50 mila euro per una famiglia rom di 5 persone. A Roma, la stessa tipologia di famiglia che vive nel “campo” de La Barbuta costerà alle casse comunali 155 mila euro in cinque anni.
«Segregare, concentrare e allontanare i rom ha un costo altissimo che Roma non può e non deve più permettersi – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiediamo pertanto all’amministrazione un impegno concreto volto a mettere la parola fine alla “politica dei campi” e al “sistema” che vi si cela dietro e a riconvertire le risorse in progetti di reale inclusione sociale a beneficio di cittadini rom e non. È quanto mai urgente, quindi, che il sindaco Marino intervenga per sospendere il progetto di rifacimento del nuovo “campo” in via della Cesarina, che l’Assessorato alle Politiche Sociali intende realizzare nei prossimi mesi e che andrebbe a incidere significativamente sulle spese previste nel 2014 per il “sistema campi”».
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Campi Nomadi s.p.a: a Roma il "sistema campi" vale 24 milioni

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Oltre 24 milioni di euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per segregare e concentrare i rom nei “villaggi della solidarietà” e nei “centri di raccolta rom” e sgomberarli dagli insediamenti informali. Un vero e proprio “sistema”, quello dei “campi” nella Capitale, all’interno del quale operano 35 enti pubblici e privati, che impiegano un personale di oltre 400 individui, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici.
È il quadro che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, presentato stamane in Campidoglio dall’Associazione 21 luglio: un fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi” e che per le comunità rom non si traduce in alcun beneficio in termini di inclusione sociale ma che alimenta, al contrario, la percezione negativa nei loro confronti da parte dell’opinione pubblica.
Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, di cui più della metà bambini -, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione dei “campi” e per la vigilanza e la sicurezza all’interno degli stessi; il 13,2% è stato rivolto ad interventi di scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.
Per la gestione degli 8 “villaggi della solidarietà” presenti a Roma, nei quali vivono 4.391 persone, il Comune di Roma ha speso più di 16 milioni di euro. Tra questi, il “campo” di Castel Romano, dove risiedono 989 rom, risulta il più costoso: oltre 5 milioni di euro nel solo 2013. Dalla sua nascita, nel 2005, per una famiglia composta da 5 persone il Comune di Roma ha già speso oltre 270 mila euro.
Il “centro di raccolta rom” di via Amarilli, uno dei tre esistenti a Roma (costati circa 6 milioni di euro nel 2013), risulta invece l’insediamento formale con la spesa procapite più alta: per ognuno dei 130 abitanti nel “centro”, nel solo anno considerato dal rapporto, il Comune di Roma ha speso 906 euro al mese, a fronte di un investimento per l’inclusione sociale dei rom pari allo 0%.
Per spostare da un punto all’altro della città circa 1.200 rom attraverso 54 azioni di sgombero forzato, infine, si sono impiegati quasi 2 milioni di euro.
Come in una vera e propria “municipalizzata”, nella “Campi Nomadi s.p.a.”, emerge dall’indagine dell’Associazione 21 luglio, sono coinvolti 35 enti pubblici e privati. Stimando, per ognuno di essi, un coinvolgimento medio di 12 operatori, risultano più di 400 i soggetti individuali impiegati all’interno dell’indotto che si muove attorno alla “questione rom”. Preoccupante è la percentuale di affidamenti diretti dei finanziamenti, senza ricorrere pertanto a bandi pubblici, che in alcuni casi raggiunge il 100%.
Tra i soggetti operanti nel “sistema campi”, Consorzio Casa della Solidarietà e Risorse per Roma risultano, nel 2013, i due destinatari principali dei finanziamenti: 4.242.028 euro il primo, 3.757.050 euro il secondo. Per gli altri soggetti, invece, i finanziamenti sono compresi tra i 2 milioni di euro e i 100 mila euro annui.
A fronte di costi economici e sociali così elevati, il superamento definitivo dei “campi” si presenta come l’unica via che conduce a una inversione di tendenza e che si incrocia con quella dei diritti umani.
Le alternative possibili ai “campi” sono molteplici e l’Associazione 21 luglio, nel rapporto, ne ha proposto un esempio concreto: un progetto di autorecupero, così come codificato dalla Legge Regionale n.55 del 1998, che darebbe alloggio a 22 famiglie, tra cui 2 famiglie rom, una famiglia di rifugiati, una famiglia di immigrati e altre famiglie italiane in disagio abitativo. Un progetto, questo, che partirebbe dall’individuazione di un edificio dismesso tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati presenti attualmente sul territorio comunale.
Soluzioni abitative extra-campo, finalizzate all’inclusione sociale, del resto, sono già state attuate in altre città italiane, come Messina e Padova, dove, grazie a progetti di autorecupero e autocostruzione, si spenderanno in 5 anni rispettivamente 10 mila euro e 50 mila euro per una famiglia rom di 5 persone. A Roma, la stessa tipologia di famiglia che vive nel “campo” de La Barbuta costerà alle casse comunali 155 mila euro in cinque anni.
«Segregare, concentrare e allontanare i rom ha un costo altissimo che Roma non può e non deve più permettersi – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiediamo pertanto all’amministrazione un impegno concreto volto a mettere la parola fine alla “politica dei campi” e al “sistema” che vi si cela dietro e a riconvertire le risorse in progetti di reale inclusione sociale a beneficio di cittadini rom e non. È quanto mai urgente, quindi, che il sindaco Marino intervenga per sospendere il progetto di rifacimento del nuovo “campo” in via della Cesarina, che l’Assessorato alle Politiche Sociali intende realizzare nei prossimi mesi e che andrebbe a incidere significativamente sulle spese previste nel 2014 per il “sistema campi”».
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Roma, nun fa' la stupida: discriminare i rom costa

Discriminare_Costa[tfg_social_share]Si è conclusa la mobilitazione on line “Roma, nun fa’ la stupida: #DiscriminareCosta” promossa dall’Associazione 21 luglio per chiedere al sindaco Ignazio Marino di bloccare il progetto del nuovo “campo rom” in via della Cesarina, a Roma.
603 persone si sono mobilitate e tra il 22 e il 29 maggio hanno inviato un’email al sindaco per sollecitare un suo intervento diretto nella questione. Per due ordini di ragioni: i “campi rom” sono dei ghetti su base etnica in cui i diritti umani vengono violati; il progetto del nuovo “campo” in via della Cesarina, avanzato dall’Assessorato alle Politiche Sociali, costerà alle casse comunali 2 milioni di euro.
Queste ingenti risorse economiche – è stata la richiesta degli attivisti web a Marino – andrebbero riconvertite in progetti di inclusione sociale per tutti i cittadini, rom e non, in disagio abitativo.
La mobilitazione sul web è solo la prima di una serie di azioni che l’Associazione 21 luglio metterà in campo per impedire che un nuovo ghetto per soli rom nasca a Roma, a fronte delle raccomandazioni di superare la “politica dei campi” contenute nella Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom.
In tale ottica, giovedì 12 giugno 2014, l’Associazione presenterà in Campidoglio Campi Nomadi s.p.a., rapporto sui costi del “sistema campi” a Roma nel 2013.
Il contesto

Il nuovo “villaggio della solidarietà” in via della Cesarina sarà costruito sullo stesso terreno laddove, fino a 5 mesi fa, sorgeva uno degli 8 “villaggi” della Capitale. Il 16 dicembre 2013 ai 137 rom residenti nell’insediamento era stato imposto il trasferimento nel centro di raccolta di via Visso e lo spazio era stato smantellato e chiuso in vista dell’inizio dei lavori di costruzione del nuovo “campo”, così come disposto dall’assessore Rita Cutini.
Lo scorso 8 aprile, Associazione 21 luglio, Amnesty International Italia e altre nove organizzazioni avevano scritto al sindaco Marino per esprimere la loro contrarietà alla decisione dell’assessore Cutini, evidenziando da un lato la reiterazione di una politica segregativa nei confronti dei rom e, dall’altro, puntando l’indice sul tema dell’efficacia della spesa pubblica. Una settimana più tardi, il Consiglio municipale del III Municipio, dove insiste l’insediamento, aveva chiesto al primo cittadino la sospensione dei lavori e la riconversione del denaro previsto per la realizzazione di progetti utili sia ai rom che ai cittadini del Municipio. Ai due appelli era seguito il silenzio dell’Assessorato.
Secondo l’Associazione 21 luglio il progetto dell’assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Rita Cutini di costruire l’ennesimo luogo di segregazione su base etnica per i rom della Capitale, oltre a configurarsi come lesivo dei diritti umani di tali comunità, rappresenta l’espressione di una scelta economicamente insostenibile. Ad oggi, infatti, quando i lavori del rifacimento del nuovo insediamento non sono ancora iniziati, l’Assessorato ha già sostenuto una spesa superiore a 500 mila euro per l’affitto del terreno, i lavori di rimozione di amianto e il mantenimento dei rom “parcheggiati” nel centro di raccolta di via Visso. Per portare a compimento i lavori, è la spesa stimata dall’Associazione 21 luglio, il Comune investirà ancora 1,5 milioni di euro.
Sulla pagina web dell’iniziativa #DiscriminareCosta è attivo un contatore che indica in tempo reale la spesa sostenuta giornalmente dall’Assessorato per gli interventi preventivi alla realizzazione del nuovo insediamento.
 

“Campi Nomadi s.p.a.”: rapporto sui costi del “sistema campi” a Roma, 12.06.2014

nomadi roma[tfg_social_share]L’Italia è conosciuta in Europa come il Paese dei campi e Roma, da quando, nel 1994, fu costruito il primo “campo nomadi”, è la città che più delle altre ha investito risorse umane ed economiche nella realizzazione del “sistema campi”.
Ma quanto costa segregare, concentrare e allontanare i rom? A Roma, nel solo 2013, oltre 24 milioni di euro. È il dato, emblema del fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi”, che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, che l’Associazione 21 luglio presenta giovedì 12 giugno 2014 alle ore 13 presso la Sala del Carroccio, in piazza del Campidoglio, a Roma.
Con il rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, l’Associazione 21 luglio intende portare allo scoperto i costi reali del “sistema campi” nella Capitale, analizzando nei dettagli ogni singola voce di spesa relativa alla gestione degli otto “villaggi della solidarietà” e dei tre “centri di raccolta rom” e alla conduzione delle operazioni di sgombero degli insediamenti informali.
Il rapporto vuole altresì fare luce sul vasto indotto che si muove attorno alla gestione dei “campi rom” e che si alimenta attraverso l’erogazione di finanziamenti a pioggia, regolati in buona parte da affidamenti diretti, a più di 30 attori del terzo settore per la gestione di servizi assistenziali che quasi mai prevedono progetti di inclusione sociale.
Alla elencazione e alla ripartizione dei costi del “sistema campi”, segue una comparazione tra buone prassi di superamento dei “campi nomadi” in due città italiane e le politiche praticate nella città di Roma nel 2013. Il rapporto si conclude con la presentazione di una proposta concreta per superare la “politica dei campi” nella città di Roma attraverso il coinvolgimento di cittadini rom e non rom in emergenza abitativa.
Intervengono alla presentazione Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, Angela Tullio Cataldo, ricercatrice dell’Associazione 21 luglio e Stefania Viceconti, ingegnere, autrice del capitolo sulla proposta concreta per superare i “campi”. Modera Gianni Augello, giornalista di Redattore Sociale.
Sono stati invitati alla presentazione del rapporto il sindaco Ignazio Marino e i consiglieri di Roma Capitale.
INGRESSO LIBERO
Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
Email: stampa@21luglio.org
www.21luglio.org

Roma, nun fa' la stupida: #DiscriminareCosta

Banner-sito_defAppello on line al sindaco di Roma Ignazio Marino per chiedergli di bloccare il progetto di costruzione del nuovo “campo rom” in via della Cesarina. Costruire un nuovo “campo rom” è una decisione economicamente insostenibile (la spesa stimata per la realizzazione di questo progetto è di circa 2 milioni di euro) e per di più discriminatoria, dato che questi luoghi sono dei ghetti dove i diritti umani delle persone non sono garantiti. SCRIVI AL SINDACO

Case popolari: stop a circolare che discrimina i rom a Roma

1512591_626869110683561_57604026_n[tfg_social_share]La circolare discriminatoria del 18 gennaio 2013 con la quale il Comune di Roma aveva stabilito che i rom presenti nei “campi nomadi” di Roma non sono da considerarsi assegnatari del massimo punteggio per l’assegnazione delle “case popolari” in quanto dimoranti in strutture definite “permanenti” «non è una circolare ma una nota che trova il tempo che trova. Una nota dai contenuti sbagliati. Ciò perchè non spetta a un dirigente decidere i criteri di assegnazione degli alloggi».
A dichiararlo davanti alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani è stato l’assessore alle politiche abitative di Roma Capitale, Daniele Ozzimo.
La circolare in questione, come già avevano denunciato Associazione 21 luglio, Amnesty International e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom il 5 marzo 2013 in una lettera congiunta indirizzata alle autorità,  sembrava voler nascondere «l‘intenzione discriminatoria di scoraggiare le famiglie rom dal presentare regolare domanda di assegnazione delle “case popolari”».
Successivamente la questione era stata riproposta dai rappresentanti dell’Associazione 21 luglio il 22 marzo scorso al sindaco di Roma Ignazio Marino, in un incontro privato in Campidoglio. In quell’occasione era stato chiesto al primo cittadino di garantire alle comunità rom e sinte presenti nella Capitale pari opportunità di accesso all’edilizia residenziale pubblica.
Secondo l’Associazione 21 luglio, dopo la circolare dell’8 aprile scorso con la quale il sindaco di Roma aveva vietato l’uso del termine “nomadi” in tutti gli atti del Comune, le dichiarazioni dell’assessore Daniele Ozzimo rappresentano un ulteriore passo verso l’inclusione delle comunità rom e sinte della città di Roma.
Un passo ancora non decisivo ma importante. «Ora bisogna andare oltre – dichiara l’Associazione 21 luglio – e predisporsi al prossimo passo. La questione fondamentale resta infatti la fine degli sgomberi forzati e il superamento degli insediamenti formali. E’ questa la vera sfida che la città di Roma deve affrontare e sulla quale occorrono decisioni urgenti e coraggiose».

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Roma: Ignazio Marino mette al bando il termine "nomadi"

Ignazio Marino Roma

Il sindaco Ignazio Marino al termine dell’incontro dello scorso 22 marzo con l’Associazione 21 luglio.


[tfg_social_share]Da oggi, a Roma, i rom e i sinti non saranno più chiamati  “nomadi”. Lo ha deciso il sindaco della Capitale Ignazio Marino che ha firmato una circolare in cui vieta l’uso del termine “nomadi” in tutti gli atti del Comune. «Il fattore culturale è centrale per superare le discriminazioni», ha detto Marino che ha così dato seguito immediato alla prima delle richieste avanzategli nei giorni scorsi dall’Associazione 21 luglio.
«Credo che uno dei fattori centrali per superare le discriminazioni sia quello culturale, affinché l’approccio metodologico di tipo emergenziale possa essere abbandonato a favore di politiche capaci di perseguire l’obiettivo dell’integrazione – si legge nella circolare firmata dal sindaco l’8 aprile, Giornata internazionale dei rom e sinti – . In questo processo anche la proprietà terminologica utilizzata può essere, ad un tempo, indice e strumento culturale per esprimere lo spessore di conoscenza e consapevolezza degli ambiti su cui si è chiamati ad intervenire: in proposito devo registrare come, nel linguaggio comune, le comunità Rom, Sinti e Caminanti vengano impropriamente indicate con il termine di ‘nomadi’. Per questo motivo chiedo che d’ora in poi – nelle espressioni della comunicazione istituzionale e nella redazione degli atti amministrativi – in luogo del riferimento al termine ‘nomadi’ sia più correttamente utilizzato quello di «Rom, Sinti e Caminanti».
La decisione di Marino giunge a pochi giorni da un incontro privato, avvenuto lo scorso 22 marzo in Campidoglio, tra una delegazione dell’Associazione 21 luglio e il primo cittadino romano. In quell’occasione, l’Associazione 21 luglio aveva avanzato alcune richieste precise alla Giunta capitolina, nell’intento di voltare pagina nelle politiche rivolte alle comunità rom e sinte a Roma.
Prima di tali richieste era proprio l’abolizione dell’utilizzo, da parte dell’Amministrazione, del termine “nomadi” in riferimento ai rom e ai sinti. «I rom non sono “nomadi” e continuare a definirli come tali, specie negli atti pubblici,  giustifica, a Roma e in Italia, la politica segregativa e ghettizzante dei “campi”, basata appunto sul presupposto infondato che tali comunità siano “nomadi”», era la posizione espressa dall’Associazione 21 luglio davanti al sindaco il quale, al termine dell’incontro, aveva promesso un immediato intervento al fine di non reiterare, da quel momento in poi, l’uso dell’espressione “nomadi” nella città di Roma.
«Auspico che, anche attraverso questa apparentemente semplice attenzione terminologica – ha affermato Marino nella circolare – possa essere testimoniata la considerazione che l’amministrazione Capitolina rivolge a tutte le persone che vivono nel suo territorio. Un atto simbolico per il superamento di ogni forma di discriminazione».
L’Associazione 21 luglio esprime profondo apprezzamento per l’impegno assunto dal sindaco. «Da oggi, a Roma, rom e sinti non saranno più chiamati “nomadi”. Si tratta di un primo, importante passo per mettere fine alle discriminazioni verso tali comunità e cominciare un percorso di reale inclusione sociale. Un passo al quale dovranno però seguirne altri, nella direzione della chiusura e del superamento dei “campi” nella Capitale», afferma l’Associazione 21 luglio che ieri, in occasione della Giornata internazionale dei rom e sinti, ha inviato, assieme ad Amnesty International Italia e altre nove organizzazioni della società civile, una lettera aperta a Marino dal titolo “Chiudere i campi nomadi a Roma, sostenere la città”.
L’effetto del divieto del termine “nomadi” negli atti ufficiali del Comune di Roma è già visibile su quello che, fino a ieri, era la pagina web dell’Ufficio Nomadi di Roma Capitale. Da oggi, infatti, la dicitura che compare sul sito istituzionale del Comune è “Ufficio Rom, Sinti e Caminanti“. Tuttavia, segnala con rammarico l’Associazione 21 luglio, il termine “nomadi” è ancora presente per tre volte all’interno della descrizione dell’Ufficio sulla stessa pagina web.
 

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