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Combattere i discorsi d’odio pubblici e sanzionare il crimine: le raccomandazioni dell’Allenza contro l’antigitanismo

La collaborazione tra ENAR, Ergo Work e Central Council of German Sinit e Rom e altre realtà, ha portato alla redazione di un documento politico che promuove un approccio globale per combattere l’antigitanismo focalizzando l’attenzione su una serie di raccomandazioni, 12 per l’esattezza. Associazione 21 luglio ha pubblicato a questo link le prime quattro e continuerà anche nei prossimi giorni un lavoro di condivisione affinché i dettami vengano conosciuti il più possibile.

Condannare e combattere i discorsi d’odio in pubblico e nei media

La raccomandazione n.5 del documento dell’Alleanza contro l’antigitanismo prevede di condannare e combattere i discorsi d’odio in pubblico e nei media. Le istituzioni e i governi nazionali dell’UE dovrebbero contrastare e sanzionare i discorsi pubblici nei media, nel mondo accademico, tra politici, autorità statali e funzionari pubblici, in particolare promuovendo contro-narrazioni per una società inclusiva e garantendo la partecipazione significativa delle strutture di vigilanza rom. Dovrebbero, inoltre, condannare pubblicamente e applicare adeguate sanzioni contro la stigmatizzazione e la retorica razzista da parte di funzionari e politici di alto livello e i parlamenti dovrebbero creare coalizioni tra le parti per combattere il razzismo.

I governi nazionali dovrebbero: attuare pienamente la decisione quadro sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia, il codice di condotta dell’UE per contrastare i discorsi sull’odio illegale online, la direttiva sui servizi di media audiovisivi, nonché la raccomandazione generale del comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD).
Tra le azioni da mettere in campo anche il contrasto all’antigitanismo nei media da parte delle autorità statali e dei funzionari pubblici, nel mondo accademico e in altri settori assicurando la creazione e la revisione (dove necessario) e l’attuazione di specifiche normative nazionali in materia di incitamento all’odio.

Inoltre, assicurare la partecipazione di Rom, Sinti, Caminanti e altri gruppi che sperimentano l’antigitanismo a tutte le istituzioni pertinenti; sostenere e formare in modo educativo giornalisti, assistenti sociali, persone del settore culturale, insegnanti, studenti. Monitorare sistematicamente il discorso sull’antigitanismo, raccogliere dati sull’uguaglianza e riferire sul discorso dell’odio contro i rom; favorire controrivoluzioni nei curricula scolastici, attraverso programmi educativi civici e campagne mediatiche; modificare i quadri legislativi per consentire alla società civile di contestare il discorso sull’antigitanismo.

Sanzionare e punire il crimine

La raccomandazione n.6 del documento indica di sanzionare e punire il crimine, per far questo i governi nazionali dovrebbero applicare tutti gli strumenti e i meccanismi disponibili per prevenire e/o perseguire i reati di odio. I governi nazionali dovrebbero attuare integralmente la decisione quadro relativa alla lotta contro determinate forme di espressione di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale e il rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione europea che proibiscono la discriminazione, obbligando così gli Stati membri dell’UE a combattere i crimini motivati da razzismo, xenofobia, intolleranza religiosa o disabilità, orientamento sessuale o identità di genere di una persona.

Inoltre, assicurare che i reati riguardo l’antigitanismo siano riconosciuti dalla polizia, dai pubblici ministeri e dai tribunali e perseguiti come tali; monitorare i crimini di odio per consentire l’analisi delle tendenze da parte delle autorità nazionali, della magistratura e della società civile e dello sviluppo di risposte istituzionali e l’adeguata protezione delle vittime. Formare funzionari statali al fine di riconoscere l’antigitanismo come motivazione di pregiudizio, comprese le intersezioni con nazionalità, lingua, religione, genere, età, disabilità mentale o fisica, orientamento sessuale.

Sostenere le vittime e consentire l’accesso alla giustizia

Sostenere le vittime e consentire l’accesso alla giustizia è quanto prevede invece la settima raccomandazione. I governi nazionali dovrebbero garantire l’accesso alla giustizia per i Rom che affrontano discriminazioni e che i Rom ricevano sostegno e assistenza nel presentare denunce riguardo crimini d’odio e istituire iniziative a sostegno delle vittime di questi reati. E ancora adottare le misure necessarie per impedire che i pubblici ministeri o i tribunali siano notevolmente indulgenti nei confronti di autori non rom che commettono reati e reati contro le vittime rom, o notevolmente severi quando un indagato o un colpevole è rom.

Migliorare e attuare la legislazione sull’antidiscriminazione

Le istituzioni dell’UE e i governi nazionali dovrebbero migliorare la legislazione e le politiche antidiscriminatorie volte a favorire la parità di trattamento dei rom. I Rom sono particolarmente colpiti dalla mancanza di un’efficace attuazione delle sentenze giudiziarie e delle procedure di infrazione. Le istituzioni europee dovrebbero avviare procedure di infrazione contro gli Stati membri che, attraverso la legislazione, le politiche o la pratica violano i diritti dei rom (ad esempio il diritto a un alloggio economico e di qualità, libero dal rischio sfratti forzati e segregazione).

I governi nazionali dovrebbero migliorare e attuare la legislazione in materia di non discriminazione, in particolare la direttiva sull’uguaglianza razziale, la direttiva sulla parità in materia di occupazione, la legislazione che vieta la discriminazione durante i controlli alle frontiere e colmare le lacune al fine di garantire la piena parità di trattamento dei rom. Non solo, assicurare la cooperazione tra le istituzioni nazionali per i diritti umani e garantire che gli uffici antidiscriminazione e le altre istituzioni pertinenti che forniscono consulenza ai Rom raggiungano un livello adeguato di istruzione e di competenza nell’individuare, monitorare e combattere l’antigitanismo.

Associazione 21 luglio

Riconoscere l’esistenza dell’antigitanismo e migliorare il quadro politico con un approccio globale

Una coalizione di organizzazioni impegnate a promuovere l’uguaglianza dei diritti rom ha fondato l’Alleanza contro l’antigitanismo. La collaborazione tra più realtà, tra cui ENAR, Ergo Work e Central Council of German Sinit e Rom, ha portato alla redazione di un documento politico che promuove un approccio globale per combattere l’antigitanismo in tutte le sue dimensioni e manifestazioni. Il testo offre allo stesso tempo orientamenti utili per contrastare il fenomeno dopo il 2020.

Un approccio globale per contrastare l’antigitanismo

L’Alleanza contro l’antigitanismo mira a guidare le istituzioni dell’Unione europea a progettare il futuro quadro europeo per i rom e ispirare gli Stati membri ad adattare politiche mirate al fine di garantire l’uguaglianza per le comunità rom. Non solo, punta a definire un approccio globale per contrastare l’antigitanismo affrontando le impostazioni istituzionali e le politiche pubbliche.

Infine si propone come guida per le organizzazioni della società civile, in particolare le organizzazioni rom e pro-rom, a sviluppare piani per sostenere il cambiamento delle politiche e intraprendere azioni efficaci per identificare, registrare, monitorare, prevenire e combattere l’antigitanismo.

Sulla base delle esperienze delle popolazioni rom, del lavoro di advocacy dei rom e della società civile filo-rom, l’Alleanza contro l’antigitanismo propone dodici raccomandazioni.

Ecco le prime quattro raccomandazioni:

Raccomandazione 1: riconoscere l’esistenza dell’antigitanismo. Le istituzioni e i governi nazionali dell’UE dovrebbero riconoscere ufficialmente l’esistenza dell’antigitanismo in tutte le sue manifestazioni e dimensioni, compreso l’antigitanismo istituzionale;
Raccomandazione 2: riconoscere la responsabilità storica. Le istituzioni e i governi nazionali dovrebbero riconoscere la dimensione storica dell’antigitanismo e dimostrare la responsabilità delle istituzioni nei confronti delle comunità rom;
Raccomandazione 3: migliorare il quadro istituzionale e politico L’UE. Le istituzioni e i governi nazionali dovrebbero rafforzare e attuare il quadro istituzionale e politico per combattere l’antigitanismo come causa principale dell’esclusione sociale;
Raccomandazione 4: raccogliere dati e monitorare l’antigitanismo. Le istituzioni dell’UE e i governi nazionali dovrebbero rafforzare la ricerca e il monitoraggio dell’antigitanismo per studiare le cause, le manifestazioni e gli effetti dell’antigitanismo.

Associazione 21 luglio cerca volontari per l’unità operativa contro l’hate speech

Ai fini di condurre un monitoraggio sempre più capillare delle diverse fonti, l’Osservatorio 21 luglio ricerca 15 volontari per creare un’unità operativa attiva nel monitoraggio, nella prevenzione e nel contrasto alla diffusione dei discorsi d’odio o incitamento alla discriminazione nei confronti dei rom e sinti soprattutto nelle pagine online (e social) delle principali testate giornalistiche italiane

I volontari selezionati riceveranno una formazione ad hoc prima di diventare a tutti gli effetti operativi. La formazione le permetterà di acquisire metodo, strategie e strumenti messi in atto dall’Osservatorio. La partecipazione alla formazione è un prerequisito necessario per poter far parte dell’Unità operativa dell’Osservatorio 21 luglio.

COSA E’ NECESSARIO PER POTER FAR PARTE DELL’UNITA’ OPERATIVA DI OSSERVATORIO 21 LUGLIO?
– un supporto informatico (computer, smartphone, tablet ecc..) e di una connessione internet per svolgere l’attività;
– poter dedicare una media di minimo 3 ore alla settimana al lavoro dell’unità operativa, variabili a seconda degli eventi e delle reazioni social;
– partecipare alla formazione volta a fornire gli strumenti per il monitoraggio, la prevenzione e il contrasto alla diffusione dei discorsi d’odio o incitamento alla discriminazione nei confronti dei rom e sinti.

QUALI SONO I REQUISITI E LE COMPETENZE RICHIESTE?
REQUISITI:
– Titolo di studio superiore o universitario.
COMPETENZE:
– ottima padronanza scritta e orale della lingua italiana;
– padronanza nell’uso di Internet e Social network;
– capacità di redigere brevi report di lavoro;
– capacità di comunicazione ed empatia;
– attenzione al dettaglio;
– attitudine positiva al lavoro;
– capacità di lavorare sia in autonomia sia in team anche a distanza;
– preferibile conoscenza pregressa delle questioni rom e sinte;
– condivisione della mission dell’Associazione 21 luglio.
– conoscenza della lingua inglese (livello minimo B1);

COME CANDIDARSI?
Le persone interessate a candidarsi e a sostenere l’impegno richiesto, sono invitate a inviare il CV (in italiano) e lettera di motivazione (MAX. 300 parole) all’indirizzo: osservatorio@21luglio.org entro e non oltre il 31 luglio. Si prega di indicare nell’oggetto la dicitura “VOLONTARI – UNITA’OPERATIVA OSSERVATORIO 21 LUGLIO – Nome e cognome”.
Solo i candidati pre-selezionati verranno contattati al fine di fissare un colloquio.

UNITA’ OPERATIVA CONTRO L’HATE SPEECH
LUOGO: tutta Italia
SCADENZA PER L’INVIO DELLA CANDIDATURA: 31 agosto 2019

Sgomberi di comunità rom: il Consiglio d’Europa ammonisce lo Stato italiano

Assicurare che le persone sfrattate non siano rese senzatetto, garantire che gli sgomberi non provochino condizioni di vita inaccettabili alle persone coinvolte, inoltre di informare senza indugio il Comitato delle misure adottate per attuare tutto questo. Ecco quali sono le indicazioni che il Comitato Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha presentato al governo italiano in materia di sgomberi in attesa di pronunciarsi in merito al ricorso presentato da Amnesty International nei mesi precedenti. Il documento elaborato dall’organizzazione internazionale sottolineava la presenza massiccia di sgomberi forzati, l’uso di misure segreganti al di sotto degli standard e il fallimento dello Stato italiano nell’assicurare un accesso all’housing sociale per i rom.

Lo sgombero di Giugliano come casus belli

Come casus belli il Comitato ha citato lo sgombero di 450 persone di etnia rom avvenuto durante lo scorso mese di maggio a Giugliano in Campania (provincia di Napoli) ad opera dell’amministrazione locale, a cui ha fatto seguito una serie di sgomberi reiterati in poche ore. Ad oggi la comunità rom giuglianese non ha ottenuto ancora una soluzione rispetto all’emergenza abitativa di cui è vittima.

Associazione 21 luglio è stata la prima organizzazione nazionale a denunciare lo stato di abbandono e di marginalità in cui perpetuano ormai da due mesi centinaia e centinaia di persone, sottolineando la violazione dei diritti umani, in particolar modo delle bambine e dei bambini che vivono all’interno della comunità: tra questi anche neonati. L’Associazione ha lanciato un appello e presentato, insieme all’European Roma Rights Centre, ricorso alla corte europea dei diritti dell’uomo, a seguito dell’iniziativa, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha imposto misure ad interim allo Stato italiano, poi ritirate per l’impegno assunto dallo stesso nei confronti della comunità rom giuglianese.

«Non ci stanchiamo di denunciare le sistematiche violazioni dei diritti umani»

«Accogliamo con favore le parole del Comitato perché per l’ennesima volta un organismo internazionale sente la necessità di raccomandare all’Italia il rispetto dei diritti fondamentali durante le operazioni di sgombero. Come Associazione 21 luglio non ci stanchiamo di denunciare le sistematiche violazioni dei diritti di donne e uomini, bambine e bambini che in questi anni, sotto i diversi governi nazionali e locali, hanno visto le loro abitazioni distrutte dalle ruspe. Attendiamo con fiducia una soluzione rapida ed efficace per la comunità rom giuglianese che vive ancora in uno stato di abbandono e di marginalità, uno stato che deve cessare quanto prima visto che le famiglie sono allo stremo delle loro forze e che le misure messe in atto dall’Amministrazione comunale appaiono ancora estremamente deboli e non strutturate» ha commentato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio.

A Tor Bella Monaca ragazzi rom e non rom con l’obiettivo di “formarsi per formare”

Sono arrivati a Tor Bella Monaca da Torino, Crotone, Cosenza, Roma, Pisa e Mazara del Vallo. Vincenzo, Igor, Arjana, Nedzad sono solo alcuni dei tredici ragazzi rom e non rom che da venerdì a domenica hanno partecipato al corso di formazione promosso dalla rete Reyn (Romani Early Years Network) presso il Polo ex Fienile di largo Mengaroni. Obiettivo generale dell’incontro intitolato “Formarsi per formare” è stato finalizzare e personalizzare un Manuale per insegnanti di scuola primaria e secondaria di I grado necessario a fornire strumenti conoscitivi ed operativi sul tema dell’educazione rivolta ai minori residenti nelle baraccopoli.

Il Manuale, basato su un approccio sui diritti umani con particolar riguardo alla Convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC) quale strumento e orizzonte pedagogico, ha approfondito la “Pedagogia della Cittadinanza” che riconosce l’universalità e l’indivisibilità dei diritti dei bambini e delle bambine come principio cardine sul quale implementare l’azione pedagogica. Il Manuale, approfondito e studiato dai giovani partecipanti, è stato arricchito da contributi personali e di gruppo, frutto dei laboratori esperienziali che si sono svolti durante ogni sessione. Il lavoro in aula ha visto, tra gli altri, la realizzazione di obiettivi anche più specifici come l’aumento delle nozioni di base, la conoscenza generale e la promozione di un processo di autoconsapevolezza.

Entusiasmo, condivisione e formazione sono state le parole chiave di una tre giorni all’insegna della crescita e dello stare insieme: oltre all’impegno in aula e durante i laboratori esperienziali, hanno partecipato alla festa di fine anno delle attività di Associazione 21 luglio e ad eventi organizzati da Lape presso l’Ex Fienile di largo Mengaroni.

Il Comune di Roma in dieci mesi supera gli sgomberi degli insediamenti rom registrati nello scorso anno

Ammonta a 35 il numero degli sgomberi forzati che si sono registrati nel Comune di Roma dal 1⁰ gennaio al 30 ottobre 2018. In soli dieci mesi è stato già superato il numero totale di sgomberi avvenuti lo scorso anno pari a 33. Dai dati in possesso di Associazione 21 luglio risultano coinvolte nelle operazioni circa 1.100 persone con una stima approssimativa della presenza di minori che si aggira intorno al 50% del totale. I costi che il Comune ha sostenuto per far fronte a operazioni di questo tipo sono stimati in circa 1milione 500mila euro. Per ottenere informazioni e chiarimenti in merito a procedure e alternative relative alle modalità di sgombero forzato, Associazione 21 luglio ha inviato alle rispettive autorità competenti 101 lettere ma ha ricevuto solo 4 risposte da parte delle pubbliche autorità.

35 SGOMBERI IN DIECI MESI

Il primo sgombero dell’anno è avvenuto il 13 febbraio sui territori del Municipio IV, al civico 781 di via Tiburtina. All’interno dello stesso Municipio sono stati registrati fino ad ora tre sgomberi. Il Municipio con il più alto numero di sgomberi è l’XI dove si sono registrati 7 interventi.
Dei 35 sgomberi forzati, due hanno riguardato immobili occupati (il 13 febbraio in via Tiburtina, 781 e l’8 maggio sul lungotevere Gassman), in un caso si è trattato di un «villaggio attrezzato» (il 26 luglio a Camping River), mentre in un altro si è assistito all’allontanamento delle famiglie da un centro di accoglienza comunale (il 23 luglio presso l’ex Fiera di Roma).
Se, prima dell’insediamento del governo nazionale – nel periodo gennaio/giugno 2018 – il numero medio mensile degli sgomberi si attestava a 2,4, successivamente è quasi raddoppiato, arrivando a 4,6.

I DATI RELATIVI A CIASCUNO SGOMBERO DELLA CAPITALE

Municipio I – 1; Municipio II – 4; Municipio III -3; Municipio IV – 3; Municipio V – 3; Municipio VI – 2; Municipio VII – 3; Municipio VIII – 5; Municipio IX – 1; Municipio X – 1; Municipio XI – 7; Municipio XII – 0; Municipio XIII – 1; Municipio XIV – 0; Municipio XV – 1.

AD OGGI NESSUN INSEDIAMENTO RISULTA SUPERATO

«Nel 2017 gli sgomberi forzati registrati nei confronti delle comunità rom erano stati 33 – commenta Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio -. L’anno precedente ne avevamo segnalati 28. Siamo quindi di fronte ad una preoccupante impennata. Sorprende inoltre constatare come, dopo l’insediamento del Governo Conte, il numero medio mensile sia quasi più che doppio, arrivando quasi a 5 sgomberi forzati al mese. Il Piano rom della Giunta Raggi, presentato 17 mesi fa – continua Stasolla – prevedeva il superamento dei “campi” della Capitale. Ad oggi nessun insediamento risulta superato mentre, in compenso più di 1.000 persone sono state spostate da un punto all’altro della città. La chiusura di Camping River, avvenuta nel luglio scorso, ha portato ad avere oggi più di 100 persone per strada. Soggetti che, dopo l’allontanamento dall’insediamento di via Tiberina, già hanno subito ulteriori sgomberi, tutti registrati in assenza delle garanzie procedurali previste dai Comitati delle Nazioni Unite».

ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO CHIEDE UNA REVISIONE DEL “PIANO ROM”

Nel constatare tale grave violazione dei diritti umani, Associazione 21 luglio attende risposte concerete dalle autorità locali e chiede alle stesse una revisione significativa del “Piano rom” che, a fronte di spese elevate, di annunci e promesse, non sta registrando significativi impatti sul territorio comunale.

lettera

"L'Italia non diventi il Paese dei lager", la lettera al Presidente Mattarella

L’associazione Naga ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dal titolo:”L’Italia non diventi il Paese dei lager”. Alla richiesta hanno aderito oltre trenta associazioni, tra queste Associazione 21 luglio.
«Signor Presidente,
Lo schema di decreto-legge proposto dal Ministero dell’Interno “in materia di rilascio di permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario nonché in materia di protezione internazionale, immigrazione e di cittadinanza”, qualora approvato con i contenuti recentemente resi noti dalla stampa delinea un futuro e uno scenario inquietanti per il nostro Paese, ridisegnando i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico e sociale e realizzando un processo di criminalizzazione dell’immigrazione e di istituzionalizzazione del razzismo; intendiamo metterne in rilievo nel seguito alcuni punti particolarmente gravi, che ci hanno indotto a rivolgerLe questo preoccupato ed accorato appello.
Nel merito:

Abolizione della prevalenza della protezione e della presunzione di non colpevolezza

Secondo la normativa attuale, l’istituto della protezione internazionale prevale su eventuali altri procedimenti in corso, ovvero, in accordo con le convenzioni internazionali, si riconosce la necessità di tutelare in primis le persone da eventuali persecuzioni e gravi rischi per l’incolumità personale rispetto a ogni altro procedimento.
Secondo lo schema di decreto, invece, il richiedente asilo che ha in corso un procedimento penale, quindi ad esempio anche solo un’indagine a seguito di denuncia, si vede sospendere il procedimento, e in attesa della conclusione del processo deve essere rimpatriato, mettendone così a rischio la vita; in caso di assoluzione deve di sua iniziativa ricorrere (rimanendo nel proprio paese) per far riaprire la procedura della richiesta d’asilo: sempre che sia sopravvissuto, s’intende.
Viene cancellata così d’un colpo la presunzione di non colpevolezza prevista dalla nostra Costituzione, e con essa più di duecento anni di civiltà giuridica nonché la sostanza di trattati internazionali frutto di sanguinosi secoli di guerre.

Negazione del principio del diritto universale alla difesa in giudizio

Secondo la Costituzione, il diritto alla difesa è fondamentale e garantito universalmente anche per chi è sprovvisto di risorse economiche tramite l’istituzione del patrocinio a spese dello Stato. Secondo lo schema di decreto, invece, se il ricorso sarà considerato “inammissibile o improcedibile” nessuna spesa sarà anticipata ai legali.
Al di là di ogni considerazione in merito allo svilimento della professione legale sotteso alla previsione in questione (che giunge a sfiorare toni offensivi nella Relazione Illustrativa, lì ove si fa riferimento alla funzione di “responsabilizzazione” degli avvocati della previsione medesima), ci pare evidente che tale inopinata novità introduca un inammissibile deterrente al ricorso alla Giustizia, anzi un vero e proprio impedimento allo stesso per chi, anche in ragione della propria situazione di forzata irregolarità, versa per lo più in precarie condizioni economiche.
Occorre inoltre sottolineare che ciò vale per TUTTI i procedimenti civili, contraddicendo la norma costituzionale e configurandosi di fatto come un attacco alla povertà che lede il principio di uguaglianza davanti alla legge: se non puoi permetterti un avvocato, il gratuito patrocinio ti spetta solo per cause vincenti, e in caso di esito dubbio sarà estremamente difficile trovare un difensore.

Cancellazione della uguaglianza giuridica di tutte le cittadine e i cittadini

Secondo la normativa attuale, in accordo con la Costituzione, è possibile perdere la cittadinanza italiana solo per acquisirne un’altra o in seguito all’assunzione di uffici incompatibili con la fedeltà dovuta da ogni cittadino e cittadina alla Repubblica e alla Costituzione; chiunque in ogni caso può incorrere in potenza in una o entrambe le fattispecie.
Lo schema di decreto crea invece una nuova categoria, quella dei “cittadini stranieri”, la cui partecipazione alla “cittadinanza” è meno tutelante e assoluta perché in fondo anche se cittadini italiani sono destinati a rimanere sempre “stranieri”, e potranno vedersi revocare la cittadinanza italiana (e quindi anche quell’insieme di diritti ed obblighi derivanti dall’appartenenza ad una comunità politica istituzionalizzata) per alcuni gravi reati per i quali non esiste analoga previsione quando si tratti di “veri italiani”.
Indipendentemente dalla gravità dei reati commessi, si tratta di una rottura gravissima del principio di uguaglianza davanti alla legge che implica una concezione etnica dello status di cittadino e cittadina, e ci riconduce direttamente alla tristissima epoca delle leggi razziali, della cui approvazione ricorre proprio in questi giorni l’ottantesimo anniversario.

Proliferazione di centri di detenzione amministrativa “straordinari” ed elusivi

In Italia la privazione della libertà personale è lecita solo nei casi e modi previsti dalla legge, ed è riservata ai luoghi deputati alla reclusione, soggetti a tutele e controllo democratico. Com’è noto, nella legislazione italiana è presente un tipo particolare di detenzione che interessa esclusivamente i cittadini stranieri, definita “amministrativa” in quanto non costituisce l’esito di una sanzione conseguente a un reato e che, pertanto, non è disposta al termine di un processo e non richiede una sentenza del giudice, ma pertiene alla giurisdizione amministrativa.
In quanto tale, poiché formalmente non assimilabile all’applicazione di una sanzione detentiva, la detenzione amministrativa è sottratta alle garanzie previste dall’ordinamento penitenziario, e nella sua storia ventennale è stata oggetto di numerosi rapporti che ne hanno comprovato le condizioni degradanti per la dignità umana e lesive dei diritti fondamentali.
Le modalità di trattenimento in detti centri, dei quali i Centri per il Rimpatrio istituiti dalla legge “Minniti-Orlando” nel 2017 rappresentano l’ultima trasformazione, sono valse all’Italia due condanne della Corte Europea per i Diritti Umani, in particolare per la negazione di fatto del diritto alla difesa e per l’assenza di modalità di riparazione certe in caso di errore.
Il presente schema di decreto, oltre a dilatare il termine massimo di permanenza (da 90 a 180 giorni) all’interno dei CPR, prevede in alcuni casi l’applicazione della misura detentiva all’interno di qualsiasi “struttura idonea”: idonea a che cosa? Chi e come ne stabilisce l’idoneità?
La potenziale moltiplicazione incontrollata di questi luoghi di detenzione e la loro conseguente elusività sia geografica che giuridica potrebbero ulteriormente ostacolare l’operato degli organismi di controllo giurisdizionale e far evaporare quelle seppur minime garanzie poste a rispetto della dignità umana dei trattenuti.

Eliminazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari ed esclusione sociale

La normativa vigente prevede che le Commissioni Territoriali e le Questure possano valutare, e di conseguenza disporre, il rilascio di un permesso per motivi umanitari, per la sussistenza di “gravi motivi di carattere umanitario” e di “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”.
Nello schema di decreto questa possibilità è semplicemente eliminata; certo si riconosce l’esigenza di individuare e dotare di apposita copertura normativa ipotesi eccezionali di tutela dello straniero, e cioè, come indicato nell’allegata relazione illustrativa, condizioni di salute di eccezionale gravità e situazioni contingenti di calamità naturale nel Paese di origine che impediscono temporaneamente il rientro dello straniero in condizioni di sicurezza, ma tale tutela
è riservata a casi la cui eccezionalità è ulteriormente sottolineata dalla previsione del permesso di soggiorno “con finalità premiale per il cittadino straniero che abbia compiuto atti di particolare valore civile”.
Si nega così qualunque possibilità di prendere in considerazione la ricchezza e le condizioni di fragilità che ogni singola persona porta con sé: chi oggi ha un permesso per motivi umanitari non potrà rinnovarlo e cadrà nell’irregolarità anche se ha casa e lavoro, e chi avrebbe potuto averlo non lo avrà.
La stampa ha già diffuso i dati relativi all’ultimo trimestre e le proiezioni sugli esiti della politica dell’attuale Ministro dell’Interno, prevedendo un aumento esponenziale degli irregolari presenti sul territorio anziché la loro tante volte promessa diminuzione.
Oltre a rendere evidente la contraddizione tra le finalità proclamate e quelle – squisitamente politiche – effettivamente perseguite, questa ulteriore restrizione delle già estremamente ridotte possibilità di soggiorno regolare non può che produrre una gravissima situazione di emergenza sociale.
Ci limiteremo soltanto ad accennare, in questo contesto, ad altre misure destinate solo ad aggravare la condizione di esclusione sociale delle persone richiedenti asilo – dalla negazione dell’iscrizione anagrafica alla cancellazione delle misure per l’inclusione nella società italiana attraverso l’insegnamento della lingua, la formazione professionale e l’inserimento lavorativo – per sottolineare come l’impianto complessivo dello schema di decreto appaia non solo in contraddizione in più punti con la nostra Costituzione e i principi generali del diritto, ma teso a creare una condizione di grave frattura della solidarietà sociale.
Credere di poter fronteggiare una situazione ormai fisiologica e strutturale con misure e strumenti emergenziali, aumentando l’uso della forza, incrementando il ricorso alla detenzione, promettendo invano l’impossibile rimpatrio di un esercito di più di mezzo milione di esseri umani trattati da nemici pubblici e spinti a una condizione di marginalità estrema, equivarrebbe a precipitare il Paese in una condizione nella quale non stenteremmo a ravvisare i presupposti che, troppo verosimilmente per i nostri valori democratici, darebbero luogo a spaccature che temiamo degenererebbero in situazioni insopportabilmente prossime a quelle di guerra sociale, se non civile.
In conclusione, non Le chiediamo, signor Presidente, di venir meno al ruolo di imparziale arbitro che la Costituzione Le assegna, né di contrastare le politiche messe in atto da un Governo legittimamente costituito, ma al contrario di esercitare le Sue prerogative di garante della stessa Costituzione, dei principi di civiltà ai quali essa è ispirata e della convivenza civile.
Le chiediamo di fare tutto quanto in Suo potere per impedire che un simile provvedimento arrivi ad avere forza di legge: rifiuti di concorrere a intaccare nel profondo la sostanza e la forma di una Costituzione pagata a carissimo prezzo col sangue di milioni di morti massacrati nella seconda guerra mondiale e nella guerra di liberazione partigiana.
Siamo certi che i Padri e le Madri Costituenti e quanti combatterono per la libertà e la democrazia non avrebbero esitazioni nel porre la dignità e l’integrità di ciascun essere umano, quale che siano il colore della sua pelle e il luogo della sua nascita, ben al di sopra di meschini interessi di parte per quanto ammantati da supposte e mai dimostrate esigenze di sicurezza.
Facciamo appello, signor Presidente, alla Sua indiscussa fedeltà alla Costituzione e alla Sua lungimiranza: non firmi il decreto, rifiuti di gettarci tutte e tutti in questo gravissimo pericolo».
Sottoscrivono:
Associazione Naga ONLUS, Milano
Adif – Associazioni Diritti e Frontiere Agenzia Stampa Pressenza Ambulatorio Medico Popolare Antenne Migranti di Bolzano Antigone
Archivio delle memorie migranti Arcigay
Associazione 21 luglio Associazione Crea
Associazione Culturale Villa Pallavicini Associazione di Promozione Sociale Todo Cambia Associazione Dimensioni diverse Onlus Associazione Energia felice
Associazione Il giardino degli aromi
Associazione Il grande colibrí – essere LGBT nel mondo Associazione Left Lab Genova
Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica Associazione No Walls
Associazione On the Road Onlus Associazione Optì Pobà Associazione Villa Amantea
ASSPI – Associazione per lo Sviluppo del Sistema di Protezione Internazionale Borderline Sicilia
Cambio Passo APS-ONLUS
Camera del lavoro metropolitana Milano Campagna nazionale LasciateCiEntrare Casa di Betania ONLUS
CGIL Lombardia
CIPSI – Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale Circolo Lato B Milano
Coalizione Civica per Padova Collettiv* Ambrosia
Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute onlus Comitato senza Confini
Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos Consorzio Sol.Co Città Aperta
Convergenza delle Culture Milano Cooperativa Il Pugno Aperto Cooperativa impresa sociale Ruah
Cooperativa Sociale Ezio COSPE Onlus Costituzione Beni Comuni Diem25 Milano
FIOM CGIL Milano Fondazione Finanza Etica
Forum Cittadini del Mondo Grosseto
Forum Nazionale per Cambiare l’Ordine delle Cose GAS Martesana
Hayat Onlus Il Melograno Laudato si’
Lezioni al campo – Lecco
Link-Coordinamento Universitario Memoria Antifascista
Milano in Comune Nessuna persona è illegale
Osservatorio solidarietà – Carta di Milano
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea People before borders
Possibile
Potere al Popolo Varese territoriale Progetto Diritti onlus
Progetto Integrazione Progetto Rebeldìa Pisa Progetto Sprar “Il Sestante” Radicali Italiani
Rete della Conoscenza Rete delle Città in Comune Rimake
Sharazade cultura e spettacolo senza frontiere Sinistra Italiana
Un’altra storia Varese Unione degli Studenti ZaLab
Zona 8 Solidale Milano

esposto

Associazione 21 luglio presenta esposto all’Ordine dei Giornalisti

Utilità sociale dell’informazione, verità dei fatti esposti, forma civile della esposizione dei fatti e della loro valutazione. Sono queste le tre condizioni del diritto di stampa che per l’Associazione, impegnata in attività di monitoraggio nell’ambito dell’Osservatorio 21 luglio, non sono presenti all’interno dell’articolo oggetto dell’esposto: “I rom sotto accusa? Quelli che vinsero il ricorso anti-sgombero alla Corte europea”. Il testo pubblicato in Cronaca di Roma de Il Messaggero a seguito dei furti avvenuti presso la tendopoli della Croce Rossa di via Ramazzini, è firmato dal giornalista professionista Lorenzo De Cicco.

L’esposto di Associazione 21 luglio

L’Associazione chiama in “causa” la storica sentenza della Corte di Cassazione del 18 ottobre 1984, n. 5259 cd. “decalogo del giornalista”, e presenta un esposto al Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio: è a loro che chiede di verificare eventuali illeciti deontologici commessi da De Cicco ma chiede anche di valutare l’omesso controllo da parte del direttore della testata romana, Virman Cusenza.

Stralcio dell’articolo di riferimento

All’interno del testo, pubblicato sul quotidiano Il Messaggero nella giornata di mercoledì 28 agosto si legge: «Da “paladini” anti-sgombero alla Corte di Strasburgo alla razzia di vestiti e computer nel centro d’accoglienza dove erano stati portati dal comune dopo lo smantellamento del River. I due Rom appena denunciati per il furto nella tendopoli della Croce Rossa a Monteverde sono gli stessi che il 24 luglio erano riusciti a strappare alle toghe europee la sospensiva dello sfratto forzoso deciso da Virginia Raggi. …. L’azione legale [ndr di fronte alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo] è andata avanti. Tanto che ieri l’Ufficio Rom del Comune ha spedito ai magistrati di Strasburgo una nuova relazione «urgentissima» in cui si parla del «furto aggravato» nella struttura della Croce Rossa, con allegata denuncia presentata dal Direttore della Cri. Una segnalazione è stata spedita anche alla Procura del Tribunale dei minori. I due nomadi denunciati sono mamma e papà di 10 bambini».
L’autore dell’articolo già nel 2015 aveva ricevuto una sanzione di avvertimento da parte del Primo Collegio Territoriale di Disciplina presso l’Ordine dei Giornalisti del Lazio per aver assunto un comportamento deontologicamente scorretto sempre dalle pagine della stessa testata.

La posizione di Associazione 21 luglio

Per i legali impegnati nel monitoraggio dell’Osservatorio sulla discriminazione il «giornalista professionista ha volontariamente reso pubblico che il nucleo famigliare dimesso dal “Better Shelter” è quello che ha presentato lo scorso 23 luglio ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, senza che questo avesse rilevanza alcuna per i fatti di cronaca narrati». Non solo: «il giornalista sembra discostarsi dall’obbligo deontologico di attenersi alla verità accertata dei fatti, sostenendo in più passaggi che i due ricorrenti nella loro persona son stati denunciati nonostante la denuncia sporta dalla Croce Rossa sia contro ignoti [come riportato dalla collega giornalista Bogliolo in un articolo pubblicato nella medesima pagina cartacea del quotidiano] e non contro persone note ed essendo in corso da parte delle competenti autorità le doverose e necessarie indagini volte all’accertamento dei fatti e all’individuazione dei rei e delle responsabilità».

Aquarius

Aquarius: la prima di una lunga serie di violazioni?

Associazione 21 luglio ha aderito ieri alla mobilitazione in sostegno ai 629 migranti a bordo della nave Aquarius a cui il nuovo Governo Italiano ha negato l’accesso ai porti del nostro Paese. Uomini, donne e bambini in fuga da condizioni già estremamente critiche, si sono visti negare la possibilità di portare in salvo le proprie vite in un porto italiano.
Come organizzazione impegnata nella tutela dei diritti umani e come attivisti di Associazione 21 luglio non possiamo non guardare con profonda preoccupazione la posizione assunta dalle autorità Italiane e siamo convinti che – purtroppo – questa potrebbe essere solo l’alba di una nuova stagione caratterizzata da una lunga serie di violazioni dei diritti umani alla quale non potremo assistere inermi.
Oggi è stata la volta dei migranti della nave Aquarius, domani potrebbe toccare a qualcun altro che vive nelle nostre città la marginalità, la povertà, la discriminazione.

sgombero forzato

Sgombero forzato per 250 rom. Associazione 21 luglio: «grave violazione dei diritti fondamentali»

Associazione 21 luglio condanna con fermezza lo sgombero forzato che ha coinvolto 250 persone di origine rom avvenuto questa mattina a Roma: «ennesima ferita di una città incapace di dare risposte».
Roma, 13/2/2018. Sono iniziate all’alba di questa mattina le operazioni di sgombero forzato di 250 persone di origine rom – tra cui circa 130 minori, donne incinte e anziani – che occupavano lo stabile di via Tiburtina 781 a Roma, un capannone industriale di proprietà della Società Romana Tiburtina Immobiliare S.p.A.
Le forze dell’ordine, un dispiego di Polizia Municipale, Carabinieri e Polizia di Stato, si sono presentate in tenuta antisommossa e hanno iniziato le operazioni di sgombero in evidente violazione degli obblighi internazionali e senza rispettare alcuna delle garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite, in parte fatte proprie dal Decreto Minniti (legge 48/2017). L’operazione non è stata infatti preceduta da alcuna notifica scritta alle famiglie e – soprattutto – non è stata fornita alcuna soluzione abitativa alternativa.
I residenti, di origine rumena, abitavano nello stabile da circa un anno e provenivano da ripetuti sgomberi di insediamenti informali. Nel 2017 sono state 33 le operazioni di sgombero forzato a Roma, che hanno coinvolto 557 persone, tutte appartenenti alla comunità rom.
Come denuncia da sempre Associazione 21 luglio, gli sgomberi forzati non fanno che aggravare le condizioni di vulnerabilità delle persone coinvolte e, oltretutto, interrompono irrimediabilmente il percorso scolastico dei minori coinvolti. Numerosi infatti le bambine e i bambini sgomberati oggi che frequentavano le scuole del quartiere (Istituto Comprensivo di Via Cortina e Istituto Comprensivo Palombini) e che difficilmente riusciranno a riprendere gli studi con regolarità.
Si tratta del primo sgombero forzato dopo quello di Piazza Indipendenza e dopo la circolare del Ministero dell’Interno – la n. 11001/123/11(1) – nella quale si ribadisce la necessità di tutelare i nuclei familiari più vulnerabili e in condizioni di grave disagio economico.
«Dopo il giusto clamore suscitato lo scorso agosto dallo sgombero di Piazza Indipendenza – ha sottolineato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – si prova amarezza nel constatare il silenzio che ha accompagnato lo sgombero odierno. Quella di oggi è una gravissima violazione dei diritti fondamentali – aggiunge – che provoca un’ennesima ferita nel corpo di una città incapace di ascoltare e di dare risposte a fasce di popolazione doppiamente discriminate: perché povere, perché di etnia rom».
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Elena Risi
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