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Il CERD sull'Italia: preoccupante la discriminazione verso comunità rom e sinta

Il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD): profonda preoccupazione per la persistente e consolidata discriminazione nei confronti della comunità rom e sinta in Italia, specie in materia di segregazione abitativa e sgomberi forzati.
A conclusione della novantunesima sessione del Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) terminata lo scorso 9 dicembre, sono state rese note le prime Osservazioni adottate in seguito al ciclo di monitoraggio sull’Italia in materia di discriminazione a cui anche Associazione 21 luglio ha portato il suo contributo in termini di raccolta dati.
Il Comitato ha espresso profonda preoccupazione per la persistente discriminazione cui è sottoposta la comunità rom e sinta residente in Italia, ponendo una particolare attenzione sulla continua pratica degli sgomberi forzati, che violano i diritti umani e compromettono la frequenza scolastica dei minori, oltre che sulla perpetrazione della segregazione abitativa. Il Comitato ha sottolineato l’inadeguatezza degli alloggi e delle aree predisposte, collocate in zone remote rispetto ai centri abitati e ai servizi di base, nettamente separate dalla società maggioritaria e sottoposte a condizioni igienico-sanitarie precarie.
Sul tema della condizione abitativa, il Comitato ha raccomandato allo Stato italiano di fermare «qualsiasi piano che stabilisca la costruzione di nuovi campi o aree abitative che li separino dal resto della società» e di porre fine «all’esistenza e all’uso dei campi segreganti», prevedendo allo stesso tempo un alloggio adeguato.
Alla luce di queste osservazioni e per sollecitare un intervento dell’Amministrazione Capitolina nella direzione di un superamento definitivo del “sistema campi”, nei giorni scorsi Associazione 21 luglio ha inviato una lettera all’Assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale Laura Baldassarre e ai dirigenti del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale, per rimarcare la propria condanna per la prosecuzione del Bando di Gara di appalto, reso pubblico lo scorso luglio, che prevede il reperimento di una nuova area attrezzata per soli rom nel territorio del XV Municipio di Roma. «Appare evidente – si legge nella lettera – il profondo gap presente tra la politica adottata dall’Amministrazione Capitolina, volta a dar vita ancora una volta ad una nuova area per soli rom, e le richieste sempre più pressanti degli organismi europei e internazionali come il CERD».
Associazione 21 luglio ha pertanto chiesto formalmente all’Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità Solidale e al Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale di arrestare qualunque procedura rivolta alla realizzazione di una nuova area per soli rom e di uniformarsi alle richieste espresse dal Comitato delle Nazioni Unite.
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Per maggiori informazioni:
Elena Risi
Ufficio stampa e Comunicazione
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611
Email: stampa@21luglio.org
www.21luglio.org

Sulla condizione di rom e sinti, il Consiglio d'Europa richiede all'Italia l'adozione di misure urgenti

C’è ancora tanto da fare in Italia per la promozione dei diritti dei rom e sinti residenti nel nostro paese. Il Comitato Consultivo della Convenzione Quadro sulla Protezione delle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa ha diffuso la sua quarta Opinione sull’Italia, esito del quarto ciclo di monitoraggio condotto nel corso del 2015. Per arrivare a tracciare la descrizione complessiva anche Associazione 21 luglio ha apportato il suo contributo, inviando un rapporto ombra e facilitando la visita di una delegazione nelle baraccopoli istituzionali riservate ai rom che vivono nella Capitale.
Lo scenario che emerge dal rapporto dell’organo del Consiglio d’Europa non è incoraggiante. Si rileva come, dopo tanti anni, si continui a utilizzare impropriamente la parola “nomade” per giustificare la politica dei campi, una soluzione abitativa giudicata del tutto inappropriata e che suscita la preoccupazione del Comitato. L’Opinione sottolinea più volte come le condizioni di vita all’interno delle baraccopoli, sia istituzionali sia informali, siano largamente al di sotto degli standard e rileva lo scarsissimo accesso dei minori rom al diritto all’istruzione. Nel rapporto si legge infatti che almeno 20 mila minori rom al di sotto dei 12 anni non hanno fruito di alcuna forma di scolarizzazione e individua in questa situazione una della principali cause della persistente povertà e della marginalizzazione della minoranza rom.
Mentre il Comitato riconosce un apprezzabile progresso nella legislazione che tutela i diritti delle altre minoranze residenti in Italia, constata invece una presenza pervasiva di antiziganismo anche da parte di personaggi e partiti politici che fanno dei discorsi d’odio contro la minoranza rom uno dei propri principali cavalli di battaglia.
Infine, l’organo del Consiglio d’Europa sottolinea l’assenza in Italia – uno dei pochi paesi europei ad esserne ancora sprovvisto – di un organo di monitoraggio e difesa dei diritti umani che sia totalmente indipendente (c.d. Istituzione nazionale indipendente sui diritti umani). Anche relativamente all’UNAR, ribadisce come un ente di questo tipo non possa operare in maniera indipendente finché rimarrà vincolato alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Foto di: Il Fatto Quotidiano

Per un'informazione senza pregiudizi: Associazione 21 luglio risponde a "Il Giornale"

Pubblichiamo di seguito la lettera inviata alla redazione de “Il Giornale” in risposta all’articolo “Priorità: espellere certi Rom dall’Italia alla faccia del politicamente corretto”, uscito l’8 giugno scorso sul blog “Avanti senza paura” di Andrea Pasini.
Perché per un’informazione corretta, è indispensabile combattere luoghi comuni e pregiudizi.
 
Gentile Andrea Pasini,
Associazione 21 luglio Onlus è un’organizzazione nazionale, composta da rom e non rom, che si occupa della promozione e della tutela dei diritti dei rom e dei sinti in Italia.
Le scriviamo in merito ad un post uscito sul suo blog per “Il Giornale” in data 8/6/2016 dal titolo “Priorità: espellere certi Rom dall’Italia alla faccia del politicamente corretto” (questo il link) che, al di là delle sue opinioni, presenta inesattezze e si basa su dati errati che ci teniamo a segnalarle.
Quando nel post afferma che il nostro Paese è uno Stato in cui «i rom rappresentano numericamente un’emergenza sociale non minore che in Francia», se di emergenza sociale vuole parlare, i conti non tornano. Secondo le rilevazioni del Pew Research Center con riferimento al 2014, i rom residenti in Francia sono stimati nel numero di 500.000 unità, mentre in Italia – come lei ha scritto – la stima non supera le 180.000 unità. Tra questi, almeno la metà hanno cittadinanza italiana e solo 35.000-40.000 vivono nei cosiddetti “campi rom”. Tale numero rappresenta lo 0,06% della popolazione italiana, una realtà numericamente insignificante che si fa fatica a considerare come “Emergenza”.
Farlo è fuorviante e strumentale. Prima di lei ci aveva provato il 21 maggio 2008 l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi quando aveva dichiarato la cosiddetta “Emergenza Nomadi” nelle Regioni di Lazio, Campania, e Lombardia e poi, successivamente per le Regioni di Piemonte e Veneto. L’”Emergenza Nomadi” è stata dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato una prima volta il 16 novembre 2011 con sentenza n. 6050, poi in data 2 maggio 2013 rigettando il ricorso presentato dal Governo italiano il 15 febbraio 2012 e chiudendo così ogni possibilità di ulteriori appelli.
Nel suo post si sofferma a lungo su una presunta impossibilità delle comunità rom verso una inclusione supportando la tesi con quello che lei chiama il «rifiuto del concetto stesso di vita stanziale» da parte dei rom. Affermando ciò lei non fa altro che rafforzare uno stereotipo evidentemente ancora persistente nell’immaginario collettivo ma molto lontano dalla realtà. Secondo i dati raccolti dal “Monitoraggio della società civile sull’attuazione della Strategia Nazionale d’inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti in Italia nel 2012 e 2013”, il nomadismo di queste popolazioni è stimato intorno al 3%, una cifra quindi irrisoria sul totale, ed è legato solo a sporadiche attività lavorative stagionali.
Veniamo ad uno degli ultimi concetti che esprime nel suo testo: «l’abitudine ammessa da loro stessi a vivere alle nostre spalle e confortata da ripetuti episodi di cronaca di vivere a spese nostre […] perché vengono assisti dal nostro Stato con erogazioni a pioggia».
Su tale affermazione riteniamo sia necessario fare un po’ di ordine e le ultime vicende accadute a Roma possono senz’altro aiutarci. Ci riferiamo all’inchiesta della magistratura denominata “Mafia Capitale” (famose ormai le intercettazioni di Salvatore Buzzi che svelano come “migranti e campi rom rendono più della droga”) e l’inchiesta più recente legata allo scambio di tangenti proprio nell’Ufficio Rom del Comune di Roma che ha coinvolto colletti bianchi, politici e cooperative. Un business milionario già denunciato dalla nostra organizzazione nel 2014 con la pubblicazione del report “Campi Nomadi S.P.A.”.
Le diverse inchieste hanno dimostrato l’infondatezza delle sue affermazioni perché le «erogazioni a pioggia» non sono servite per azioni di assistenza o di inclusione ma per andare ad ingrossare le tasche dei tanti attori istituzionali che ruotavano – e tutt’ora ruotano – attorno alla gestione dei “campi” senza investire in quello che, teoricamente, doveva essere lo scopo di quei fondi ossia l’emancipazione dalle condizioni di disagio e povertà in cui, come lei stesso scrive, molti rom vivono.
L’Italia si è tristemente guadagnata l’appellativo de “il paese dei campi”, l’unico in Europa a finanziare con soldi pubblici soluzioni abitative segreganti e non adeguate agli standard internazionali in materia di diritto all’alloggio. E questo non certo per scelta dei rom che vivono nel nostro Paese.
Cordialmente
 
Foto di: Le Monde

La rete REYN Italia da oggi è on-line

A maggio avevamo annunciato l’avvio della rete REYN Italia (Romanì Early Years Network – Rete per la prima infanzia rom), un progetto dedicato al supporto dei professionisti e para-professionisti che lavorano a stretto contatto con le comunità rom residenti in Italia nel campo dello sviluppo della prima infanzia. REYN è un’iniziativa di ISSA (International Step by Step Association) che a livello internazionale promuove l’importanza dell’accesso a servizi di qualità per i bambini rom e le loro famiglie, tramite professionisti rom e non rom, sostenendo lo scambio di esperienze e la formazione continua. In Italia il progetto è realizzato grazie al supporto dalla Open Society Foundations.
Nelle settimane successive il progetto è stato presentato a Torino, Roma e Reggio Calabria, con l’obiettivo di coinvolgere gli operatori del settore dal nord al sud del paese e ricevendo – ad oggi – oltre 50 adesioni tra privati e organizzazioni.
Da oggi si potranno seguire tutti gli aggiornamenti relativi a REYN Italia tramite il blog, all’indirizzo https://reynitaliablog.wordpress.com. Inoltre sarà possibile raggiungere in ogni momento gli altri iscritti alla rete grazie al gruppo Facebook riservato agli operatori che hanno aderito al nostro network.
Se anche tu lavori in questo settore, o conosci qualcuno che potrebbe essere interessato, potrai iscriverti gratuitamente alla rete inviando una mail a reynitalia@21luglio.org.
La rete italiana REYN è anche su Linkedin.

Condizioni inumane per gli oltre 300 rom sgomberati a Giugliano

Amnesty International, Associazione 21 luglio Onlus, Associazione Garibaldi 101, Centro Europeo per i Diritti dei Rom, Associazione Cinema e diritti – Festival del cinema dei diritti umani e OsservAzione hanno duramente condannato lo sgombero forzato eseguito il 21 giugno dalle autorità del comune di Giugliano, in provincia di Napoli, ai danni di circa 75 famiglie rom (oltre 300 persone), che dal campo di Masseria del Pozzo sono state trasferite in un’ex fabbrica e si trovano in condizioni inumane.
Le sei organizzazioni hanno sollecitato tutte le autorità competenti ad assicurare che alle famiglie colpite dallo sgombero forzato sia immediatamente offerto un riparo adeguato e che verrà approntato e realizzato per loro un piano a lungo termine, in consultazione con le famiglie interessate e nel pieno rispetto degli standard in materia di diritti umani.
Il caso di Giugliano, così come molti altri documentati dalle sei organizzazioni, mostra una volta di più la realtà quotidiana dei rom in Italia, spesso collocati in campi segregati, a rischio di sgomberi forzati e discriminati nell’accesso a un alloggio adeguato: gravi violazioni dei diritti umani, vietate dalle norme internazionali e da quelle dell’Unione europea. Per questo motivo, le sei organizzazioni chiedono alla Commissione europea di intraprendere un’azione decisiva nei confronti di queste violazioni, attraverso l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia per violazione della Direttiva anti-discriminazione razziale.
Lo sgombero forzato
Il 21 giugno oltre 300 rom, tra cui decine di bambini e alcuni neonati, sono stati costretti a lasciare il campo di Masseria del Pozzo, dove erano rimasti per quasi tre anni. Quel campo per soli rom era stato costruito nel 2013 dal comune di Giugliano nelle vicinanze di una discarica di rifiuti tossici, dopo che in precedenza le famiglie rom erano state ripetutamente sottoposte a sgombero forzato.
Le sei organizzazioni riconoscono il fatto che le famiglie rom dovevano essere urgentemente spostate da Masseria del Pozzo per ragioni di salute e d’incolumità. Infatti, il campo di Masseria del Pozzo non avrebbe mai dovuto essere costruito. La necessità di risolvere la situazione d’emergenza, creata dalle stesse autorità attraverso la costruzione di un campo in una zona inabitabile, non giustifica però il ricorso a uno sgombero forzato, che costituisce una grave violazione dei diritti umani.
Le autorità non hanno mai notificato per iscritto lo sgombero, limitandosi a fornire qualche informazione a voce. A partire dal 14 giugno, le autorità locali e la polizia avevano informato le famiglie rom che lo sgombero sarebbe stato realizzato il 16 o il 23 giugno.
Invece, lo sgombero forzato ha avuto luogo il 21 giugno e le famiglie rom sono state trasferite sul terreno di un’ex fabbrica di fuochi d’artificio.
La comunità era stata informata che lo sgombero era necessario poiché i terreni di Masseria del Pozzo erano stati posti sotto sequestro dall’autorità giudiziaria sin dall’ottobre 2015, in quanto potenzialmente pericolosi per la salute e l’incolumità dei residenti. Purtroppo, le famiglie rom non sono state coinvolte in alcuna autentica consultazione per esplorare soluzioni alternative. Dopo aver inizialmente preso in considerazione un terreno lontano, privo di servizi igienico-sanitari e di forniture d’acqua, le autorità locali hanno deciso di trasferire le 75 famiglie rom nel terreno abbandonato dell’ex fabbrica di fuochi d’artificio. Le famiglie hanno ricevuto pochissime informazioni al riguardo.
Decine di rom, incontrati da Amnesty International il 22 giugno, hanno dichiarato che non erano stati informati sulle condizioni della nuova area e che non avevano avuto la possibilità di vederla prima dello sgombero. Le famiglie rom si sono sentire dire che quella era l’unica alternativa esistente e sono state poste di fronte al dilemma se accettare il trasferimento in un luogo sconosciuto o rimanere del tutto senza tetto.
Dato che le necessarie salvaguardie – la notifica adeguata per iscritto, la genuina consultazione con la comunità e la messa a disposizione di un’alternativa alloggiativa adeguata – non sono state poste in essere prima del trasferimento, le sei organizzazioni hanno concluso che il trasferimento ha costituito uno sgombero forzato, ossia una grave violazione dei diritti umani in contrasto con gli obblighi assunti dall’Italia rispetto a una serie di norme internazionali e dell’Unione europea, tra cui la Direttiva anti-discriminazione razziale, che garantiscono il diritto a un alloggio adeguato e la protezione da ogni forma di discriminazione basata sull’etnia o sulla razza. Questo sgombero forzato e il successivo trasferimento in un ulteriore campo monoetnico si pongono inoltre in contrasto con gli impegni assunti dall’Italia nel 2012 con la Strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti.
Un’alternativa gravemente inadeguata
Dopo lo sgombero forzato, l’alternativa messa a disposizione dal comune di Giugliano è risultata gravemente inadeguata. Il terreno di circa 1000 metri quadrati, situato all’estremità della zona industriale del comune campano, è un area chiusa circondata su tre lati da vegetazione incolta e sul quarto da un muro con una cancellata. Nei pressi del terreno si trovano due bagni chimici, uno dei quali inagibile e l’altro in condizioni tali da costringere i residenti a recarsi nei cespugli, col conseguente impatto sulla loro salute e sull’ambiente.
All’arrivo, le famiglie rom hanno trovato rifiuti, materiale arrugginito e residui della lavorazione dei fuochi d’artificio, la cui fabbrica era stata distrutta da un’esplosione nel 2015. I rappresentanti di Amnesty International hanno rinvenuto sul posto un contenitore aperto di polvere di natura non identificata, insieme a molti altri contenitori pieni di sostanze sconosciute classificate come “polveri” e “a combustione spontanea”, insieme a pezzi apparentemente di amianto della struttura ancora in piedi nonostante i danni provocati dall’esplosione.
Il 22 giugno, le famiglie rom non avevano ancora avuto accesso all’energia elettrica e stavano usando fuochi, torce a batteria e fari delle automobili per fare luce dopo il tramonto. L’accesso all’acqua era rappresentato da quattro cannelle, insufficienti per il numero di famiglie presenti.
Le autorità locali non hanno messo a disposizione alcuna struttura o riparo. Chi aveva una roulotte ha avuto il permesso di portarla con sé da Masseria del Pozzo. Nel nuovo sito, adulti e bambini sono costretti a dormire stipati nelle roulotte o all’esterno. Almeno tre famiglie, che a Masseria del Pozzo vivevano all’interno di baracche, ora sono senza tetto e sono costrette a dormire nelle automobili o per terra. Quando Amnesty International ha visitato il nuovo campo, le persone stavano iniziando a costruire baracche improvvisate coi materiali che erano riusciti a salvare dallo sgombero di Masseria del Pozzo.
Un piano a lungo termine destinato alla segregazione
Le autorità locali hanno detto alle famiglie rom che il trasferimento sarà una misura “temporanea”, in attesa che venga costruito un nuovo campo. Sulla base della documentazione esaminata dalle sei organizzazioni e delle dichiarazioni ufficiali, nel febbraio 2016 è stata approvata a livello locale, regionale e nazionale la costruzione di un nuovo campo segregato con 44 unità abitative prefabbricate. Alla costruzione dei prefabbricati il ministero dell’Interno e la Regione Campania hanno destinato 1.300.000 euro, mentre non sono state minimamente finanziate le parti del progetto relative all’integrazione.
Non risulta inoltre esservi alcun piano per inserire nel medio e lungo termine le famiglie rom in alloggi adeguati. La comunità non è stata adeguatamente consultata nella fase definitoria del progetto e il trasferimento in un nuovo campo è stata l’unica opzione messa a disposizione. Il progetto dà adito a grandi preoccupazioni e solleva molti rischi, poiché rappresenta ancora una volta l’esempio di un modello di segregazione abitativa, per soli rom, vietata dalle norme internazionali e dell’Unione europea.
L’attiva partecipazione al progetto del ministero dell’Interno, anche attraverso il suo finanziamento, solleva forti preoccupazioni sull’effettiva intenzione del governo italiano di rispettare le norme e gli standard sui diritti umani a livello internazionale e dell’Unione europea così come la stessa Strategia nazionale per l’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti del 2012, che conteneva l’impegno a “superare i campi”.

Un laboratorio sui diritti al Palazzo delle Esposizioni

L’estate è alle porte ma le attività di Sar San 2.0 sono riprese e continueranno per tutta l’estate.
Tra i laboratori previsti dal progetto, realizzato da ABCittà Cooperativa e Associazione 21 luglio Onlus, sono previsti incontri mirati al rafforzamento dell’alfabetizzazione visiva, verbale ed emotiva dei bambini rom tra 0 e 8 anni coinvolti nelle varie iniziative.
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma si è svolto un interessante laboratorio incentrato sul tema dei diritti. I bambini sono stati stimolati a mettersi in gioco e ad esprimere la propria idea di diritto in maniera creativa.
Dopo una prima introduzione al tema attraverso la lettura di libri specifici per bambini, ad ognuno dei partecipanti è stato distribuito un cartoncino colorato ed è stato invitato a completare la scritta “Diritto A…”.
Bandite penne e matite, i concetti sono stati espressi ritagliando lettere e immagini che rappresentassero le proprie idee e le attività per loro irrinunciabili: “diritto a fare rap”, “diritto a piantare”, “diritto ad esistere”.
Semplici e potenti, le parole dei bambini.
 

Roma e Reggio Calabria: gli incontri conclusivi di LabRom

Dopo Torino, anche Roma e Reggio Calabria hanno ospitato gli incontri di LabRom.
In queste due nuove tappe gli argomenti principali degli incontri sono stati, di nuovo, la condizione abitativa di rom e sinti in Italia – per alcuni ancora segregante e discriminatoria – e il tema dell’infanzia e la genitorialità.
Attivisti, ricercatori, associazioni, organizzazioni e operatori pastorali si sono incontrati al centro e al sud Italia, per condividere le proprie esperienze e costruire nuove idee in ambito professionale proprio attraverso il confronto.
Non solo criticità e problemi, come a Torino, anche a Roma e Reggio Calabria sono state portate esperienze positive. Tra queste, Ahmet Sadikov – un giovane rom che vive a Mazara del Vallo – ha mostrato ai partecipanti le testimonianze delle attività di musica e danza che porta avanti con i ragazzi e le ragazze che frequentano il centro di aggregazione giovanile “Casa della Comunità Speranza” nella città siciliana.
A Reggio Calabria, Ferizai Musa ha parlato invece delle attività di doposcuola per bambini rom che gestisce insieme alla sua associazione a Messina. Giovane rom vittima di discriminazioni quando frequentava la scuola, Ferizai ha deciso di trarre del buono da quella esperienza negativa: “ho capito che senza una solida scolarizzazione” – spiega – “è molto più facile essere discriminati”. Per questo con il suo doposcuola autogestito fornisce attività di sostegno e potenziamento allo studio, sia per i bambini sia per i genitori.
LabRom si è concluso con un bilancio positivo sia degli organizzatori sia dei partecipanti ed è stato considerato uno spazio fondamentale di sostegno e crescita professionale, oltre che un momento di riflessione importante per il raggiungimento di nuovi obiettivi.
GUARDA IL VIDEO DI LABROM ROMA E REGGIO CALABRIA

L'ECRI bacchetta l'Italia: stop a segregazione dei rom e sgomberi forzati

Il nuovo rapporto ECRI (European Commission against Racism and Intolerance) dedicato all’Italia esprime preoccupazione per la condizione di forte emarginazione e discriminazione dei rom residenti in Italia, soprattutto in materia di diritto all’alloggio. Il rapporto sottolinea le condizioni di segregazione ed estrema precarietà degli insediamenti istituzionali, sia per le condizioni igienico-sanitarie sia per le difficoltà nell’accesso ai servizi. Le criticità delle soluzioni abitative riservate ai rom dalle autorità italiane sono state riscontrate dell’ECRI anche durante un sopralluogo realizzato a Roma nel settembre 2015 presso l’insediamento formale di Castel Romano e il centro di accoglienza per soli rom “Best House Rom”, in una visita finalizzata alla raccolta di informazioni sul campo che è stata facilitata da una delegazione di Associazione 21 luglio.
Proseguendo l’analisi sulla condizione abitativa di rom e sinti in Italia, l’ECRI accoglie con soddisfazione la sentenza del Tribunale Civile di Roma del 30 maggio 2015 – esito di un’istanza congiunta di Associazione 21 luglio e ASGI relativa all’insediamento formale de La Barbuta – riaffermando come essa abbia riconosciuto che gli insediamenti di comunità rom «sono una forma di segregazione e discriminazione fondati sulle origini etniche, in violazione del diritto italiano ed europeo». Tuttavia, per quanto apprezzabile, la Commissione sottolinea come alla sentenza non sia seguita per il momento «alcuna risposta idonea corredata da soluzioni alternative».
Per questo individua la necessità di procedere ad una concreta applicazione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, completando l’istituzione dei tavoli regionali – ad oggi sono solo 11 su 20 – e potenziando il ruolo strategico dell’UNAR, in modo da fornire le risorse necessarie per poter coordinare, monitorare e valutare la Strategia.
L’ECRI esprime le sue raccomandazioni anche in materia di sgomberi forzati perpetrati dalle autorità italiane ai danni di uomini, donne e bambini rom che vivono negli insediamenti non autorizzati. Citando anche i dati raccolti da Associazione 21 luglio, ribadisce l’aumento esponenziale di operazioni registrato a Roma tra marzo e ottobre 2015 e sottolinea come «questi sgomberi forzati non comportano un miglioramento delle condizioni abitative o igienico-sanitarie ma, anzi, hanno l’effetto involontario di riprodurre altrove la stessa situazione precaria e insalubre che ha portato allo sgombero dal luogo precedente». Aggiunge, inoltre, come tali operazioni avvengano senza rispettare le procedure sancite dal diritto internazionale, quali una notifica scritta e la garanzia di un alloggio alternativo.
Nel bilancio complessivo del rapporto la condizione abitativa rappresenta il presupposto fondamentale da cui ripartire per garantire ai rom residenti in Italia il godimento dei diritti umani fondamentali quali salute, istruzione e lavoro.
Alla luce delle raccomandazioni espresse dall’ECRI, Associazione 21 luglio ribadisce l’urgenza con cui tali questioni dovranno essere affrontate nelle diverse città, ponendo un accento particolare sul lavoro che spetta ai nuovi amministratori locali che risulteranno vincenti alle elezioni di giugno.
Associazione 21 luglio auspica che tra le priorità del nuovo sindaco che sarà chiamato a governare Roma ci sia l’applicazione dell’ordinanza relativa all’insediamento de La Barbuta con la quale il Tribunale Civile ha condannato il Comune di Roma per il carattere discriminatorio e di cui ha ordinato la rimozione degli effetti.
SCARICA IL RAPPORTO ECRI

LabRom a Torino: un miraggio possibile

Si è tenuto a Torino, il 13 e 14 maggio scorso, il primo LabRom: un incontro tra attivisti, associazioni, organizzazioni, ricercatori, professionisti e operatori pastorali che ruotano intorno al tema rom e sinti nel nord Italia.
È stata un’iniziativa ricca di spunti, all’insegna del confronto e dello scambio di idee ed esperienze. Durante la prima giornata sono intervenuti diversi attori che si occupano per motivi professionali o personali del tema dei rom e l’abitare nel nord Italia. Si è parlato di emergenza abitativa e marginalità sociale, ma anche di esempi positivi e buone pratiche. Sebastjian Abduluahu, rom kosovaro attualmente residente a Bergamo, ha portato la sua esperienza: lavora da dieci anni in un’azienda, vive in una casa e i suoi figli frequentano la scuola regolarmente. Ma ha riportato anche le difficoltà, come la necessità di nascondere la propria identità per ottenere una casa e la sofferenza legata all’impossibilità di esprimere completamente sé stesso.
La mattinata del secondo giorno ha visto alternarsi tanti interventi legati al tema dell’infanzia, periodo fondamentale per la crescita di ogni individuo, della maternità e delle politiche rivolte ai minori rom residenti in Italia.
In entrambe le giornate, oltre ai momenti seminariali, si sono predisposti dei tavoli di lavoro tematici costruiti sulla necessità di dibattito e confronto. Spunti, idee e riflessioni sono stati riportati e discussi in plenaria per arricchire la discussione e raccogliere proposte.
I partecipanti si sono dimostrati attivi e interessati, ma soprattutto, hanno manifestato la soddisfazione nel poter cogliere finalmente l’occasione per costruire una rete territoriale di condivisione e confronto: “un miraggio possibile”, è stato definito.
LabRom si svolgerà anche a Roma (23 e 24 maggio) e Reggio Calabria (30 e 31 maggio) in modo da coinvolgere tutte le realtà dal nord al sud del paese.
GUARDA IL VIDEO DI LABROM TORINO

Peccato Capitale: consegnate le firme in Campidoglio

Associazione 21 luglio ha consegnato al commissario Tronca le firme raccolte nell’ambito della Campagna internazionale “Peccato Capitale”. Grazie all’impegno di cittadini, attivisti e sostenitori sono state presentate oltre 1800 adesioni per chiedere una moratoria sugli sgomberi forzati di uomini, donne e bambini rom residenti nella Capitale. In attesa che la prossima Giunta capitolina avvii un Tavolo di concertazione per esplorare alternative possibili in linea con il rispetto dei diritti umani, Associazione 21 luglio continuerà il lavoro di monitoraggio del flusso delle azioni di sgombero per evitare ulteriori violazioni da parte dell’attuale Amministrazione.
Nei mesi successivi al lancio della Campagna, Associazione 21 luglio ha constatato un netto calo degli sgomberi forzati nella Capitale, in concomitanza anche con l’arrivo dell’inverno: sono state 10 le operazioni registrate da novembre 2015 a marzo 2016 e hanno coinvolto 471 persone.
La Campagna era stata lanciata il 5 ottobre 2015, in seguito al lavoro di monitoraggio svolto tra gennaio e ottobre 2015 da cui è emerso che dal giorno dell’annuncio del Giubileo della Misericordia, il 13 marzo 2015, il Comune di Roma aveva triplicato il numero di sgomberi forzati effettuati, passando da una media di 3 al mese ad una di 10. Queste operazioni non rispettano le garanzie procedurali previste dagli organismi internazionali e rappresentano una pesante violazione dei diritti umani di uomini, donne e soprattutto bambini.
«Sebbene le condizioni igienico-sanitarie degli insediamenti informali siano oggettivamente inadeguate», si legge nella lettera formale allegata all’elenco delle firme, «gli sgomberi forzati non rappresentano certamente una soluzione efficace per affrontare la questione. Queste operazioni» – continua – «non fanno che rendere ancora più vulnerabili le famiglie, in molti casi le privano di un tetto, seppur precario, sopra la testa e hanno conseguenze devastanti sulla vita dei bambini, costretti peraltro a interrompere la frequenza scolastica».
La consegna delle firme al Commissario, tuttavia, non conclude la Campagna, attraverso la quale, anche nei mesi a venire, si continuerà il lavoro di monitoraggio per evitare ulteriori violazioni dei diritti umani nella Capitale anche da parte della Giunta che salirà al Campidoglio dopo le elezioni.


Foto di: Lorenzo Moscia/Popica Onlus

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