Archivio per anno: 2017

Ivan Boccali.

"L'unica soluzione è il NAPALM", Associazione 21 luglio annuncia un esposto per il post FB di Ivan Boccali

Ancora frasi di odio, ancora incitamento alla discriminazione razziale. Questa volta se ne è reso protagonista Ivan Boccali, consigliere comunale di Ciampino per il movimento civico “Gente Libera”.
Dal suo profilo Facebook, lo scorso 26 maggio ha scritto: “Ancora incendio al Campo Rom “La Barbuta” di Ciampino. Ancora roghi tossici. Roma Sud e Castelli Romani ostaggi di questi selvaggi, primitivi, balordi. La politica buonista dell’integrazione ha fallito. Per quel Campo Nomadi l’unica soluzione è il NAPALM.”

Associazione 21 luglio Onlus condanna con forza i contenuti del post e sta prontamente lavorando a un esposto alla Procura della Repubblica.
«L’incitamento all’odio appare in questa occasione formalmente ancora più grave – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – se si considera che proprio nella baraccopoli de “La Barbuta” risiedono numerosi parenti delle tre sorelle vittime del rogo di Centocelle avvenuto poco più di due settimane fa».
L’Osservatorio 21 luglio ha inoltre inviato una segnalazione a Facebook per richiedere la cancellazione del post ma al momento, a circa 18 ore dall’avvenuta comunicazione, le dichiarazioni non sono ancora state eliminate.

corso paralegali.

Paralegali in difesa dei diritti umani: al via i corsi al Polo ex Fienile

Il corso per paralegali di Casa Sar San è iniziato, con dieci iscritti e tanto entusiasmo.
Nei primi incontri si è cominciato a conoscersi e a creare fiducia nel gruppo, lasciando spazio alle presentazioni e a brevi giochi di team building. Ma fin da subito i partecipanti sono stati introdotti alle nozioni generali sui diritti umani, cosa sono e quali leggi li tutelano; sono poi passati alla definizione di discriminazione illustrando gli strumenti nazionali e internazionali per combatterla.
“I nostri studenti stanno prendendo autocoscienza delle problematiche connesse ai diritti umani, alla discriminazione o all’apolidia con un atteggiamento proattivo – spiega uno dei formatori – anche perché in molti casi affrontano questioni che ritrovano nella loro vita quotidiana, diventando a propria volta veicolo di diffusione nella loro stessa comunità”.
Poco a poco gli incontri diventeranno sempre più specifici, scendendo nei dettagli pratici per preparare gli iscritti a quelle che saranno le lezioni pratiche sul campo e che li vedranno confrontarsi con pratiche reali: domande per il riconoscimento della cittadinanza, richiesta di documenti e permessi di soggiorno.
Al termine del corso, due persone – tra le più meritevoli – verranno selezionate per un tirocinio durante il quale verrà acquisita esperienza sul campo affiancando un legale nella gestione delle principali pratiche riguardanti il diritto dei migranti.

LabRom 2017.

LabRom 2017: seconda tappa a Cosenza per parlare di segregazione abitativa

Avete perso la prima tappa di LabRom a Sesto Fiorentino? Siete in tempo per recuperare! Il 10 e 11 giugno è prevista la seconda tappa. Questa volta saremo a Cosenza e parleremo di segregazione abitativa: cosa significa vivere in un ghetto? Esistono esempi e buone pratiche per uscire dal “ghetto”? Ne parleremo nella due giorni di convegno dal titolo

“Ghetto Italia. la segregazione abitativa in Calabria: analisi, esperienze e proposte”

Anche in questa seconda occasione di confronto, durante gli incontri ogni partecipante sarà chiamato a condividere esperienze, spunti e idee per conoscere e diffondere buone pratiche oltre che analizzare criticità e problematiche. L’invito a partecipare è esteso a tutti gli interessati, rom e non rom nella veste di attivisti, organizzazioni, ricercatori, professionisti, operatori pastorali, operatori sociali e insegnanti.
Vi aspettiamo il 10 e 11 giugno presso la Parrocchia San Nicola in Piazza San Nicola a Cosenza. Per partecipare è necessario iscriversi inviando una mail a labrom@21luglio.org
Per il programma completo SCARICA LA LOCANDINA.
La partecipazione a LabRom è libera e gratuita; eventuali spese di viaggio e alloggio sono a carico dei partecipanti.
LabRom Cosenza è un’iniziativa promossa da: Associazione Circolo Culturale Popilia (Cosenza), Associazione Mo.C.I. Movimento Cooperazione Internazionale (Cosenza), Associazione Terra di Confine Onlus (Catanzaro), Associazione Un Mondo di Mondi (Reggio Calabria), Associazione 21 luglio Onlus (Roma), Fondazione Romanì Delegazione Calabria, Ufficio Migrantes Arcidiocesi di Cosenza Bisignano.

rogo Centocelle

Sui fatti di Centocelle noi abbiamo scelto il silenzio

Dopo la tragica morte delle tre sorelline rom nel rogo del camper di Centocelle, a Roma, abbiamo assistito ieri ad un vero e proprio “impazzimento mediatico”: la trottola di giornalisti e commentatori è partita in un moto incontrollato e incontrollabile. Il Paese si è spaccato per l’ennesima volta in “fascisti” e “antifascisti”, amici dei rom e intolleranti; vecchie bandiere ideologiche sono state rispolverate in nome dell’antirazzismo e della tolleranza. Cortei sono stati organizzati nella città e lunghi editoriali accompagnano le prime pagine dei quotidiani odierni. La prematura vittimizzazione della famiglia coinvolta nel rogo si è trasformata, in un processo di schizofrenia mediatica, nella loro successiva criminalizzazione. Il tutto all’interno di in una vicenda dalla fortissima carica emotiva dove nessuno spazio ha trovato la riflessione lucida e pacata.
Autorità civili e religiose si sono gettate nell’arena dei commenti e delle prese di posizione in un effetto di propagazione che non ha risparmiato nessuno. Ognuno ha sentito il dovere di “dire la sua”.
Davanti a tanto “rumore” Associazione 21 luglio ha scelto dall’inizio la strada del silenzio. Il silenzio rispettoso che meritano i corpi carbonizzati delle tre giovani vittime, lo stesso silenzio che deve accompagnare il lavoro degli inquirenti che alla fine dovranno dirci chi ha ucciso le tre sorelle e soprattutto perché.
Perché le tre vittime innocenti non meritano questo caotico seguito e ogni commento non ha significato se svuotato della verità sull’accaduto.

Amarò Foro

Dai diari Amarò Foro: quello che insegnano i bambini

Florin – giovane attivista per i diritti umani – ha lavorato per tre mesi come tirocinante all’interno del progetto Amarò Foro affiancando l’equipe educativa nei laboratori di arteducazione. Ecco un breve estratto della sua esperienza.
Conoscere i bambini che prendono parte al progetto e vedere i loro grandi sorrisi, mi ha fatto tornare indietro nel passato ricordandomi come ero io alla loro età.
Vedendo l’importanza del lavoro e della relazione con gli educatori durante i laboratori ho capito quanto sia fondamentale essere seguiti da professionisti durante il difficile percorso della crescita.
Ho partecipato per tre mesi sia alle attività dell’educativa di strada sia ai laboratori, e ho potuto osservare che alla fine della giornata i bambini erano esausti ma contentissimi e fieri di loro stessi.
La cosa che più mi è piaciuta è stato il gioco di rito con cui si iniziavano le giornate: in cerchio ognuno apriva le mani come petali di un grande fiore comune e una volta finita l’attività il grande fiore veniva richiuso e portando i pugni al petto dicevamo ai bambini che ciò che avevamo imparato lo portavano via con loro. Trovavo molto bella l’intensità che i bambini vivevano in quel momento, la loro concentrazione.
Tra i bambini con cui ho lavorato c’è una ragazza che mi ha colpito particolarmente e con cui sento di aver creato un rapporto speciale: lei è più grande degli altri ed è affetta dalla sindrome di down. Partecipando alle attività mi sono reso conto che aveva parecchie difficoltà a relazionarsi con gli altri bambini e offrendole la mia attenzione l’ho aiutata ad avvicinarsi a loro e a integrarsi nel gruppo.
Pian piano ho visto come il resto del gruppo ha cominciato a scherzare più frequentemente con lei e a invitarla con maggiore entusiasmo a giocare insieme. La cosa più bella di questa esperienza è stata ricordarmi di come i bambini non conoscano razzismi.
Noi adulti diamo spesso lezioni ai bambini, ma anche loro ne hanno tante per noi. Magari le conosciamo già, ma a volte ci accorgiamo di essercele dimenticate.
Questa esperienza mi ha fatto tanto crescere, i bambini che ho conosciuto mi hanno lasciato un grande bagaglio che porterò con me e sono fiero di aver partecipato a una breve parte della loro vita.
Florin Fota
Attivista per i diritti umani

questione razziale.

Esiste una "questione razziale" in Europa?

Il 26 aprile alle 18 presso l’aula magna della John Cabot University di Roma verrà presentato il libro “Racial cities. Governance and the segregation of Romani people in urban Europe” di Giovanni Picker, ricercatore e docente di sociologia presso la Birmingham University (è consigliato l’accredito scrivendo a rsvpevents@johncabot.edu).
Giovanni ha collaborato nell’ultimo mese e mezzo con Associazione 21 luglio, svolgendo un tirocinio di ricerca presso la nostra organizzazione.
Qual è il tema principale della tua ricerca?
L’oggetto della ricerca sono le dinamiche di segregazione dei rom in quattro paesi europei (Italia, Romania, Francia e Gran Bretagna). La ricerca si è sviluppata a partire dallo studio delle ideologie dietro alla segregazione dei “nativi” nelle città coloniali, in particolare Rabat sotto il dominio francese, Delhi colonizzata dagli inglesi, e Addis Abeba sotto gli italiani. Il libro traccia le corrispondenze principali tra questi contesti coloniali e le dinamiche di segregazione dei rom in Europa nel XXI secolo, e dimostra che il fil rouge principale tra i due periodi è l’ideologia della razza nelle sue varie espressioni in diversi contesti urbani.
Quali sono le dinamiche analizzate che risultano essere comuni?
Con lo sviluppo urbano e il cambiamento dei piani regolatori delle città coloniali, i “nativi”, considerate comunità “inferiori” dai colonizzatori, venivano posti ai margini della città, il più lontano possibile dal centro e dai monumenti simbolo del nuovo potere e della governance. Questo è avvenuto ovviamente con varie modalità a seconda dei paesi e delle ideologie di colonizzazione. Un esempio di corrispondenza tra contesti coloniali e situazione attuale dell’abitare rom è tra il modello coloniale francese e le leggi regionali italiane che hanno istituito i cosiddetti “campi nomadi”, cioè la segregazione e l’isolamento in virtù di una presunta cultura da difendere e preservare (“cultura araba” in Marocco, “cultura nomade” in Italia).
Alla luce delle tue ricerche pensi sia possibile parlare di razzismo in Europa?
Sì, non solo possibile ma doveroso. Vogliamo raccontarci che le ideologie della razza che hanno raggiunto l’apice sotto il Fascismo e il Nazismo siano di colpo svanite, ma non è così. La situazione e le dinamiche di segregazione urbana dei rom dimostrano che non è così. Molte famiglie rom vivono da decenni in condizioni urbane di estrema fragilità, isolamento, precarietà socio-economica e igienico-sanitaria, senza che questo sia mai stato considerato, nei fatti, una priorità per la politica. Questo accade nei quattro paesi europei che ho analizzato. Tale condizione è sostanzialmente accettata soprattutto perché – è la tesi del libro – dopo la Seconda Guerra Mondiale il razzismo è stato troppo timidamente affrontato a livello educativo, giuridico e politico e di movimenti sociali.
Perché hai scelto la 21 luglio per svolgere il tuo tirocinio?
Ho scelto questa associazione perché nel panorama romano è quella più informata e radicata nel territorio oltre che la più attiva nell’ambito delle tematiche che mi interessavano, cioè la questione della precarietà sociale e abitativa in generale (senza un’attenzione specifica alle famiglie rom).

LabRom.

Torna LabRom: il 19 maggio la prima tappa a Sesto Fiorentino

Dopo la ricca esperienza nel 2016, LabRom (Laboratori di confronto e discussione sul tema rom e sinti in Italia) torna quest’anno con nuovi appuntamenti!
Anche in questa seconda edizione daremo vita a uno spazio aperto di relazione in cui conoscerci, incontrarci, confrontarci e condividere idee sulla cosiddetta “questione rom”.
Durante gli incontri ogni partecipante sarà chiamato a condividere esperienze, spunti e idee per conoscere e diffondere buone pratiche oltre che analizzare criticità e problematiche.
L’invito a partecipare è esteso a tutti gli interessati, rom e non rom nella veste di attivisti, organizzazioni, ricercatori, professionisti, operatori pastorali, operatori sociali e insegnanti.
Nel 2017 LabRom sbarcherà a Sesto Fiorentino, Napoli e Cosenza.
La prima tappa è prevista per il 19-20 maggio a Sesto Fiorentino, presso la Parrocchia S. Martino in Piazza della Chiesa, 83. L’incontro sarà focalizzato sul tema dell’educazione e della prima infanzia:

Il bambino rom: dalla “pedagogia zingara” a pratiche educative innovative

IMPORTANTE! Per partecipare è necessario iscriversi, inviando una mail a labrom@21luglio.org cui seguiranno informazioni per una partecipazione attiva e dettagli logistici sull’evento.

SCARICA LA LOCANDINA
L’incontro è un’iniziativa di Reyn Italia, Associazione 21 luglio, Associazione Articolo 34, Migrantes Diocesi di Frenze, Gruppo Mosaico al Margine e Movimento Cooperazione Educativa.

Follonica.

LIDL risponde ad Associazione 21 luglio sui gravi fatti di Follonica

E’ balzata su tutte le pagine dei quotidiani, nei telegiornali e ha invaso i social network la notizia dei tre lavoratori della catena di supermercati Lidl di Follonica che hanno rinchiuso in un gabbiotto due donne rom sorprese a rovistare tra la merce di scarto del supermercato (cosa ancora non si è capito) ed hanno ripreso tra le risa la scena con un telefonino mentre una delle due donne urlava chiedendo di essere liberata, diffondendo su una pagina Facebook il video, che in breve ha fatto il giro della rete.
A seguito dell’episodio Associazione 21 Luglio, oltre ad aver espresso profonda preoccupazione per quanto accaduto, ha scritto una lettera a Lidl Italia per conoscere la posizione dei dirigenti in merito ai fatti e se e quali provvedimenti intendessero prendere.
Il 17 Marzo scorso è arrivata la breve risposta che riportiamo integralmente:
“Gentile Dott. Stasolla,
prendiamo le distanze senza riserva alcuna dal contenuto del filmato diffuso in rete, che va contro ogni nostro principio aziendale.
In qualità di impresa multinazionale siamo, infatti, consapevoli della nostra dimensione e rilevanza pubblica e rispettiamo e valorizziamo la multiculturalità e le rispettive tradizioni e valori.
I nostri principi aziendali sono condivisi anche sul sito www.lidl.it, da cui è possibile prendere visione degli stessi e sono inoltre oggetto di formazione per ciascun dipendente.
Al momento l’Azienda sta ancora verificando le circostanze legate al video e si avvarrà di tutti gli strumenti a disposizione, al fine di adottare i provvedimenti necessari nelle sedi più opportune.
Assistenza Clienti LIDL”

Non volendo accentrare l’attenzione e le aspettative sulle sorti lavorative e giudiziarie dei dipendenti coinvolti accogliamo la risposta della Lidl come una ferma e chiara condanna rispetto a quanto accaduto, ed è per questo che la riportiamo pubblicamente, per un valore se non altro simbolico.
Ciò che colpisce maggiormente di tutta la vicenda, forse ancor più della crudezza del video, è la facilità con cui un gesto tanto disumano sia stato banalizzato e normalizzato nei commenti che si sono scatenati a più livelli, da politici a utenti dei social network, a partire da un istante dopo la diffusione della notizia.
Oltre a configurarsi come un grave episodio di razzismo e ad avere le caratteristiche penali di reato di sequestro persona, infatti, il caso di Follonica manifesta ancora una volta la percezione negativa che la società maggioritaria ha del popolo rom e come questa venga alimentata.
Anche in questo caso parte della classe politica non ha esitato a cavalcare la vicenda e, a vari gradi, ha da subito preso le difese dei tre lavoratori, rivendicando la legittimità del loro gesto. In fondo stavano semplicemente trattenendo le solite rom sorprese a rubare, in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine (nonostante sembra che queste non siano mai state chiamate per intervenire).
Si va da Matteo Salvini che ha subito postato il video commentando “Io sto dalla parte dei lavoratori Lidl, li contatterò per offrirgli il nostro sostegno legale, non con le Rom frugatrici. Ma quanto grida questa disgraziata? #Ruspa”; passando per la sindaca leghista del comune di Cascina Susanna Ceccardi che, sempre su Facebook, scrive:” Maschera di carnevale ieri a Cascina! A me fa ridere!!! A carnevale ogni scherzo vale! Se siete tristi e di sinistra, peggio per voi”, pubblicando la foto di un’infelice maschera proposta da una coppia di suoi concittadini durante una sfilata di carnevale che raffigura la donna rom di Follonica chiusa in una gabbia al fianco di un dipendente della Lidl; fino ad arrivare a Giorgia Meloni che, pur non approvando la scelta dei lavoratori di riprendere la scena e pubblicarla su Facebook (ma non condannando il gesto in sé), richiama l’attenzione sul “problema rom” e su come i cittadini siano esasperati, come a dire “ogni tanto è normale che la situazione sfugga di mano”.
Anche la stampa non è da meno e se Libero titola un articolo a firma del suo Direttore Editoriale Vittorio Feltri: “Vittorio Feltri e le zingarelle in gabbia al Lidl. La verità, italiani esasperati”, Giuseppe Cruciani, conduttore del programma radiofonico “La Zanzara”, sostiene in un’intervista su La7 che “non si poteva entrare in quel posto, non è questione di razzismo” e precisa che “quei beni erano a disposizione dei veri poveri”, reiterando lo stereotipo del rom parassita.
Non stupisce dunque che a seguito dell’accaduto anche il popolo dei social network si sia scatenato e si sia sentito in diritto, nel peggiore dei casi, di inondare il web di odio e frasi irripetibili nei confronti della rom, nella migliore delle ipotesi, di ridurre la vicenda ad una “goliardata” producendo una serie di parodie, foto e video che avevano tutte ad oggetto le immagini e le grida della donna.
Il video originale è stato postato dai lavoratori sulla pagina Facebook “Welcome to favelas”, nota per ospitare video, meme e commenti riguardanti un generico concetto di degrado (umano) e l’ignoranza come attitudine di vita, in cui centinaia di migliaia di utenti fanno a gara a chi posta il contenuto più sessista, omofobo o razzista.
Dalla pagina in questione il video si è diffuso attraverso pagine simili (come, ad esempio, “Sesso, droga e pastorizia”) e, sempre attraverso gli stessi canali, ha fatto il giro del web lasciando dietro di sé commenti d’odio e “ironia spicciola”.
Sull’impatto che ha un tale utilizzo dei social network nel diffondere una subcultura fatta di stereotipi e odio e sul modo di arginare tale fenomeno il dibattito è oggi più attuale che mai e sorge spontaneo chiedersi se i lavoratori non abbiano rinchiuso e filmato la donna rom proprio con l’intento di diffonderlo in rete, per guadagnarsi il loro soddisfacente quantitativo di “like” e commenti.
I lavoratori, infatti, non erano nuovi a tali comportamenti e, come riportato in alcune interviste rilasciate dai colleghi, due giorni prima dell’accaduto avevano postato, in un gruppo chiuso legato alla stessa pagina Facebook e sempre dallo stesso profilo, un video che riprendeva la donna rom con in mano un cartello della Lidl raffigurante un tricolore e la scritta “Italiamo. Passione italiana”. Nelle immagini si vede la donna che viene esortata ad augurare buon compleanno a qualcuno, in un clima di apparente divertimento reciproco.
Il video, portato a riprova di come i dipendenti e la donna rom fossero soliti scherzare, ci riporta in realtà l’immagine di una persona ridotta a macchietta. Per quale motivo tale video è stato postato su un gruppo chiuso legato alla suddetta pagina Facebook? Forse, in maniera maliziosa, si potrebbe suppore che l’intento degli autori fosse quello di suscitare l’ironia del web giocando sulla contrapposizione donna rom/ “italianità”. E forse, altrettanto maliziosamente, si potrebbe arrivare a pensare che gli autori, compiaciuti dal successo avuto in rete dal video, abbiano deciso di replicare e diffondere sul web un nuovo video da far diventare virale? Forse.
Ma al di là di tali interrogativi quel che è certo è che si può rintracciare una matrice comune in tutta la vicenda, il radicato e diffuso sentimento di antiziganismo presente in Italia, fomentato, come successo anche in questo caso, dalla retorica di alcuni politici e dalla narrazione proposta da una parte degli organi d’informazione, che contribuiscono quotidianamente a diffondere immagini stereotipate e stigmatizzanti nei confronti dei rom, incitando spesso alla discriminazione e all’odio etnico nei loro confronti.
Tale substrato “culturale” risulta funzionale a giustificare le politiche discriminatorie in ambito abitativo, lavorativo, scolastico e nell’accesso ai servizi che da decenni relegano le comunità rom ai margini della nostra società. Allo stesso tempo proprio tali politiche contribuiscono a rinforzare la cultura dell’odio, in un circolo vizioso estremamente pericoloso che contribuisce ad esasperare la tensione sociale nel nostro paese.
Così, soprattutto in tempi di austerità economica, con il progressivo smantellamento delle seppur deboli forme di welfare, la disoccupazione diffusa e l’abbandono progressivo delle periferie da parte delle istituzioni, rom e migranti, restano i capri espiatori verso i quali sfogare la propria rabbia e nei cui confronti sono sdoganati comportamenti di ogni tipo. Come quanto successo a Follonica o, portato all’estremo, come il gravissimo episodio di aggressione avvenuto a Rimini pochi giorni fa, quando un ragazzo nigeriano, richiedente asilo, è stato violentemente aggredito senza alcun motivo da un uomo italiano.

Rapporto Annuale 2016

RAPPORTO ANNUALE 2016

Sono 28 mila i rom in emergenza abitativa in Italia, il Rapporto Annuale 2016 raccoglie i dati relativi al numero di insediamenti formali, informali e i centri di raccolta per soli rom. Un capitolo è dedicato alla Capitale, città con il maggior numero di baraccopoli istituzionali. Un’ultima parte infine è focalizzata su azioni e progetti di Associazione 21 luglio Onlus.
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Rapporto Annuale 2016

Presentato in Senato il Rapporto Annuale 2016

Presentato in Senato il Rapporto Annuale di Associazione 21 luglio e per la prima volta resa pubblica la mappatura degli insediamenti rom In Italia: «Nel nostro Paese, a fronte di 28.000 rom in emergenza abitativa, malgrado gli impegni assunti si persevera nella “politica dei campi”».
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Roma, 7/4/2017 – Come rimarcato da vari enti di monitoraggio internazionale l’Italia anche nel 2016 ha perseverato con la “politica dei campi” e l’attuazione della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti ha continuato a soffrire di pesanti ritardi non traducendosi in un concreto miglioramento delle condizioni di vita delle comunità rom e sinte residenti nel nostro Paese. È questo il risultato emerso dalle ricerche e dal lavoro di monitoraggio effettuato da Associazione 21 luglio per l’elaborazione del nuovo Rapporto Annuale sulla condizione di rom e sinti in emergenza abitativa in Italia, presentato oggi in Senato in occasione della Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti che ricorre l’8 aprile di ogni anno.
Non esistono dati certi sulla composizione etnica della popolazione rom e i numeri sulle presenze complessive in Italia corrispondono prevalentemente a stime che si attengono all’interno di una forbice molto ampia compresa tra le 120.000 e le 180.000 unità. Secondo la mappatura resa pubblica per la prima volta da Associazione 21 luglio sono 28.000 i rom in emergenza abitativa in Italiacirca lo 0,05% della popolazione italiana – distribuiti tra baraccopoli istituzionali, centri di raccolta per soli rom e insediamenti informali.
Le baraccopoli istituzionali, insediamenti monoetnici totalmente gestiti dalle autorità pubbliche, sono 149 in totale e si distribuiscono su 88 comuni dal Nord al Sud del Paese. Ben 18.000 sono le persone di origine rom che vivono in questi insediamenti, tra questi, il 55% ha meno di 18 anni, il 37% possiede la cittadinanza italiana mentre sono 3000 i rom provenienti dall’ex Jugoslavia che si stima siano a rischio apolidia, tra essi la metà sono minori. Negli insediamenti informali è stata calcolata la presenza di circa 10.000 unità – per il 90% di nazionalità rumena – mentre i centri di raccolta per soli rom attualmente attivi sono 3, due al Nord e uno al Sud. Le condizioni di vita dei rom che vivono in questi insediamenti sono nettamente al di sotto degli standard igienico-sanitari e l’aspettativa di vita tra queste persone è di 10 anni inferiore rispetto alla media della popolazione italiana. Negli insediamenti informali e nei micro insediamenti il 92% dei residenti sono di cittadinanza rumena. Nel 2016 i principali insediamenti informali sono stati registrati in Campania mentre la città di Roma vanta il più altro numero di insediamenti gestiti e realizzati dalle istituzioni.
La questione dell’alloggio è l’ambito della Strategia che ha registrato i risultati più scarsi e nel corso del 2016 tre enti internazionali di monitoraggio dei diritti umani hanno diffuso le loro raccomandazioni sull’Italia: il Comitato consultivo della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (ACFCNM), la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) e il Comitato sull’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite (CERD).
Nonostante la preoccupazione espressa dagli organi internazionali nulla è cambiato e in Italia continuano ad essere perpetrate politiche discriminatorie nei confronti delle popolazioni rom e sinte soprattutto in materia alloggiativa. Proprio oggi a Napoli, in via del Riposo, è stato aperto un nuovo “campo” monoetnico destinato all’accoglienza di 27 famiglie di origine rom provenienti dallo sgombero di Gianturco. Tale soluzione abitativa si presenta come discriminatoria, nettamente al di sotto degli standard internazionali e ha richiesto la spesa di una cifra superiore al mezzo milione di euro.
Nel 2016 si è inoltre concretizzato il rischio che il “superamento dei campi” intraprendesse derive lesive dei diritti umani tramutandosi di fatto in sgomberi forzati: è accaduto a Milano con l’insediamento di via Idro, a Roma con la chiusura dei centri di raccolta rom di via Salaria e Via Amarilli e a Giugliano con gli abitanti dell’insediamento informale di Masseria del Pozzo.
Secondo il costante monitoraggio effettuato da Associazione 21 luglio, escludendo Roma e Milano sono stati 250 gli sgomberi forzati nel corso dell’anno passato, tutti numeri a cifra tonda: 100 al Nord, 90 al Centro e 60 al Sud.
Riguardo gli episodi di antiziganismo e discriminazione, i dati e le ricerche dell’Osservatorio nazionale 21 luglio riportano l’immagine di un’Italia ancora fortemente permeata da stereotipi e pregiudizi, il più delle volte motivati da una scarsa conoscenza delle comunità rom e sinte e da un generale clima di ostilità.
Nel corso del 2016 sono stati infatti registrati 175 episodi di discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti – corrispondenti a una media giornaliera di 0,48 – di cui 57 (pari al 32,6%) di una certa gravità. Dato incoraggiante è però il netto calo rispetto all’anno precedente, il 2015, durante il quale ne erano stati riportati ben 265. Gli esponenti politici che hanno fatto del discorso d’odio il proprio tratto distintivo sono stati soprattutto esponenti del centro destra e della Lega Nord cui si attribuiscono il 28,6% degli episodi monitorati.
Il Rapporto Annuale 2016 dedica un focus alla città di Roma, che mantiene il primato per il maggior numero di baraccopoli istituzionali in Italia con 7 insediamenti abitati da 3.772 rom e sinti in emergenza abitativa, cui vanno aggiunti 11 “campi” definiti “tollerati” dalle istituzioni locali. Un numero stimato tra le 2.200 e le 2.500 unità è presente negli insediamenti informali della città. Drammatica risulta essere la condizione di vita dei circa 2.000 minori presenti nelle aree per soli rom presenti nella Capitale.
«Il 2016 è stato l’anno dell’attesa di un profondo cambiamento, che l’insediarsi di nuove Amministrazioni locali nelle principali città italiane aveva suscitato – ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – attesa che è presto svanita a fronte di politiche rivolte alle comunità rom e sinte che non hanno evidenziato elementi di discontinuità rispetto al passato. Gli esiti dei monitoraggi svolti da autorevoli organismi internazionali nel 2016 consentono di affermare che, nel panorama europeo, l’Italia continua a confermarsi, per un cittadino di etnia rom che viva in condizione di povertà e fragilità sociale, il peggior Paese in cui decidere di abitare. Il suo destino, infatti, non potrà essere che quello di finire in una baraccopoli o, peggio ancora, in quegli spazi di discriminazione istituzionale che le autorità capitoline hanno sfacciatamente il coraggio di chiamare “villaggi della solidarietà”».
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